Ennio Abate
Molti, esodo, moltinpoesia. Risposta a Luca Ferrieri

Samizdat e poeta esodante logo IL MATTINO DELL'IMPIEGATO anni 80 circa

Come promesso, riprendo gli “appunti” di Luca Ferrieri per aggiungervi nuove osservazioni e varie obiezioni. Ancora ringraziandolo per aver colto bene intenzioni e senso del mio discorso sulla poesia esodante: essere problematico pur affacciando delle tesi; prevedere uno spazio per le critiche (sue o d’altri) che permettono alla mia riflessione di passare dalla solitudine a un dialogo sia pur con interlocutori dubbiosi o dissenzienti; smuovere il dibattito sulla crisi della poesia introducendovi (o traducendo) due concetti (molti, esodo) che delineano un soggetto potenzialmente innovatore ma lo esonerano da una prospettiva finalistica, idealistica (e sotto sotto deterministica).
Nel merito delle sue principali obiezioni aggiungo quanto segue:

– molti

Nell’intervista recente a Partesana ho detto che ho adottato il termine ‘molti’ per prendere le distanze dal termine spinoziano ‘moltitudine’, diffusosi e diventato persino di moda in un’area politico-culturale che fa capo alle teorie di Antonio Negri. Qui sento di precisare che avevo seguito con grande interesse il dibattito su ‘moltitudine’ ed ‘esodo’ condotto soprattutto verso la fine degli anni Novanta da Negri, Agamben, Virno ed altri. E per varie ragioni: una certa contiguità e simpatia (critica) verso tematiche comuni anche alla mia breve militanza politica “operaista-leninista” in Avanguardia Operaia; l’aggirarsi del dibattito ancora e comunque (al di là delle distinzioni scolastiche) *nei dintorni di Marx*. Prova a sufficienza tale mia simpatia il saggio che scrissi nel 2003 sulla rivista «Inoltre», intitolato appunto «Poesia moltitudine esodo». Dove precisavo pure che già allora mi ero sentito più vicino alle posizioni di Virno (in «Grammatica della moltitudine») che coglievano i rischi della accezione trionfalistica data da Negri a quel concetto. Non avendo però trovato ragioni sufficienti per una nuova militanza in quell’area politico-culturale, ho continuato la mia ricerca o in solitudine o in piccoli gruppi mirati a «fare rivista». Ed essendosi consolidato il mio interesse per la poesia, la mia preoccupazione fu di circoscrivere l’uso della categoria ‘moltitudine’ a questo campo. E parlai appunto di “moltitudine poetante”, adottando poi definitivamente il termine “molti”, “moltinpoesia” per segnare un appartarsi dal dibattito politico in senso stretto. Porre allora il problema dei *molt-in-poesia* equivalse per me ad affrontare il problema della poesia (e della sua crisi) insistendo su un fatto empiricamente accertabile: che a scrivere o ad occuparsi ( bene o male, questo è un altro problema) di poesia oggi siamo in molti (per alcuni: in troppi) e che questo ritrovarsi in una dimensione di massa rappresenta un problema importante e forse nuovo, da non sottovalutare e da non ricondurre – questa la mia ipotesi – alle solite categorie dell’epigonismo, del dilettantismi, dei poeti della domenica, della «poesia espansa» (Kemeny).
La mia distanza critica dall’area politico-culturale che ha teorizzato l’avvento della moltitudine contro l’Impero si è poi mantenuta per varie ragioni. Direi ancora per due ragioni: – perché ho proseguito la mia riflessioni sulla figura e l’opera di Fortini, per me poeta comunista e marxista del Novecento; – perché ho continuato a seguire il dibattito di tutti quegli autori che riuscivo a leggere e che ancora – sia pur con esiti diversi e contrapposti – hanno continuato a parlare di Marx e della storia (conclusa) del socialismo/comunismo (Bellofiore, Rossanda, Tronti, Bologna, Hobsbawm, Preve, Badiou, La Grassa). Totale, invece, è stato il mio disinteresse per gli autori della sinistra politica e culturale “riformatrice”.
Questo per spiegare a Luca (Ferrieri) che, da parte mia, non c’è stato nessun « frettoloso arruolamento nel bagaglio marxista» del termine ‘molti’. L’uso che ne ho fatto nel campo della poesia prescinde sicuramente dal classico discorso di classe o da un’analisi di classe. Ma questo è accaduto perché nel frattempo mi sono io pure convinto che il «bagaglio marxista» e Marx stesso vanno ripensati in una situazione del tutto mutata rispetto agli anni Settanta del Novecento. Per andare «oltre Marx» (Negri), per «uscire da Marx dalla porta di Marx» (La Grassa), per rivalutare Marx come filosofo (Preve)? Queste o altre soluzioni per me restano da vagliare e oggetto di discussione. Quel che sono riuscito a studiare delle varie posizioni non mi permette una conclusione definitiva o una scelta “militante”. Preferisco nella situazione di crisi la posizione dell’”eterno studente”, che non m’impedisce però di prendere posizione o di adottare meditatamente formule e concetti che mi paiono praticabili ed utili nel contesto in cui riesco ad agire. Non vedo perciò contraddizione tra il mio uso – diciamo “sperimentale” – del termine ‘molti’ e la continuazione della mia interrogazione su Marx, la storia del marxismo o del comunismo, gli eventi che continuano ad accadere e chiedono interpretazione e prese di posizione.

Lo stesso atteggiamento di ascolto critico ho avuto anche verso le tematiche più strettamente sociologico-politiche dell’area che ha teorizzato la società postfordista. Non mi sono però posto il problema se « i molti coincidono con i produttori o lavoratori della conoscenza (cognitariato)». Probabilmente sì. Ho preferito procedere ad un’analisi forse meno scientificamente rigorosa e però più legata alla mia esperienza d’isolato, continuando a parlare di “intellettualità di massa” e di “intellettuali periferici” (ad es. già in un documento del dicembre 1999 indirizzato all’Associazione Baldisseri di Siena).

Credo poi di non aver mai tradotto ‘moltitudine’ in ‘ceto medio’. Sono concetti davvero discordanti (quanto sono discordanti, credo, i loro portavoce: Negri per ‘moltitudine’ e Sergio Bologna per ‘ceto medio’; e ci sarebbe da aggiungere La Grassa, che pur è attento al concetto anche se lo considera con giusta diffidenza come un concetto-contenitore, da usare con le pinze).

– esodo

Potrei dire che sia per Ferrieri che per me “esodare” sia un’esigenza matura. Ma l’idea di esodo la decliniamo diversamente. Direi che lui è più attento agli echi foucaultiani, movimentisti e anti-terzinternazionalisti. (Da qui forse l’acutezza nell’individuare un certo mio eclettismo o “felice” contraddizione o – perché no – una vera oscillazione fra formazione marxista e fortiniana e uso dei termini ‘molti’ e ‘esodo’). Credo di essere restato più di altri a fare i conti con quelle “tradizioni” ed esperienze storiche che fecero capo a Marx. Perciò, è vero che per me ‘esodo’ è distanziamento ostile al potere, ma non significa « rinuncia all’idea che il potere sia concentrato in palazzi e casematte». Temo (e basta vedere gli esiti delle «primavere arabe» e l’Egitto di questi giorni) che il potere sia «concentrato in palazzi e casematte» ma pure “microfisicamente” diffuso e questo complica ancor più i problemi della crisi che abbiamo di fronte. Scarto invece come del tutto inattuale (rifletterci sarebbe perdita di tempo) «l’idea della presa del potere» o quella dello «scontro frontale». Per la banalissima ragione che, essendo stata sconfitta l’esperienza secolare della lotta per il comunismo, siamo alle prese con problemi da una parte di epigoni e dall’altra pionieristici. Da una parte dobbiamo puntare a una sorta di “resistenza”, a verificare passo passo quali siano le «nostre verità» da difendere, a reinterpretare la storia (tutta) senza paletti. Dall’altra dovremmo ridefinire – da zero, credo; in esodo appunto – quel ‘noi’ che avevamo pensato potesse essere “di sinistra” o da “comunisti” e rinominare le cose e gli eventi. Da esodanti appunto che hanno perduto tutto.

Né penso, a differenza di Luca, l’esodo come «periplo», o «mossa del cavallo». Né sicuramente indirizzato alla «ricerca di una nuova casa comune». Troppo rassicurante, amici! Perciò ho insistito – sempre nell’intervista a Partesana – sul fatto che non è facile definire la destinazione di questo nostro esodo. E ho insistito pure a dire che non c’è Terra Promessa. Sono perplesso pure nel fissare in termini precisi la «traducibilità politica» del mio esodare, pur partecipando -quando e dove posso – alla discussione politica anche in senso stretto su temi come le «primavere arabe», la guerra in Libia, l’uscita dall’euro, ecc. Sono, sì, per una decisa «fuoriuscita dai discorsi da cui si proviene». Ma io intendo soprattutto da quelli della sinistra e della destra che sono ormai completamente sfigurati rispetto a quelli già insopportabili degli anni Settanta. E perciò ribadisco la mia distinzione tra ‘rifondazione’ e ‘esodo’. Perché per me la rifondazione è già stata tentata. Era, voleva essere, “rifondazione comunista” ed ha avuto il suo fallimento. È, vorrebbe essere, per alcuni ancora più modestamente e moderatamente “rifondazione della sinistra”, ma a me pare che sia ‘sinistra’ che ‘comunismo’ appartengono ad un passato non più recuperabile. Dunque l’esodo è, per me come per Luca, soltanto una metafora. per un « ripensamento di ciò che siamo/vogliamo essere» Non di più, dunque e purtroppo. La «casa comune», che Luca evoca, non è in vista. Del resto, se si è in esodo, mancano tutti i materiali per costruirla. E forse abbiamo appena memoria solo dialcune «buone rovine».

– moltinpoesia

Uscendo da discorsi più teorico-politici, capire che siamo in molti ad operare nel campo della poesia dovrebbe provocare un salutare schok. Luca dice bene: « La poesia deve essere trattata come un bisogno e un movimento «di massa». Ma dobbiamo sapere quanto sia problematica questa dimensione di massa delle società contemporanee. Essa ci richiede da una parte un certo coraggio nell’abbandonare i vari e ancor comodi “surrogati di torri d’avorio” dell’io, che specie la tradizione italiana facilmente fornisce, ma dall’altra potrebbe indurci alla accettazione acritica della dimensione di massa (della cultura e non solo) capitalisticamente gestita. Si passerebbe dalla padella dell’io alla brace di un noi di massa. Insomma troppo facile mi pare il rifiutarla ma anche l’accettarla così com’è adesso: nella forma storica (capitalistica) che ha assunto. Affermare che siamo molti in poesia non significa cancellare la complessità e l’estrema conflittualità che caratterizza la dimensione di massa. Che non è venuta fuori così, “naturalmente”, ma dalla storia e continua a essere gestita secondo regole che mirano alla sopravvivenza del capitalismo (o dei capitalismi, come sostiene La Grassa) che l’ha promossa. Perciò insisto affinché l’essere molti in poesia vada pensato come un progetto. Altrimenti si confonderebbe con l’esistente. Che per adesso è soltanto una “nebulosa poetante” che contiene in sé di tutto. Oppure viene rappresentata come un “mare magnum” in cui ciascuno (case editrici grandi e piccole, assessorati alla cultura, ecc.) pesca quello che vuole. Devo dire poi che non vedo i rischi che pare Luca veda nel riconoscere che la stessa dimensione di massa esisterebbe anche in altri campi dell’agire umano e non solo in poesia. ( Si tratterà semmai di fare analisi puntuali nei vari campi che egli richiama («scrittura, cultura, lettura…»). Ferrieri ha colto bene, dunque, che essere molti in poesia è una cosa giusta (ma da costruire e non già esistente o esistente in modi spuri equivoci, ambigui nelle pratiche attualmente censibili nella miriade di luoghi – riviste, associazioni, blog – in cui si manifesta.
E certo, questo «vuol dire che non esiste una sola poesia» (quella degli specialisti, dei poeti o critici “addetti ai lavori”) e che si tratta di una «sacrosanta rivendicazione di pluralità e dialogismo» contro «chiese, accademie, sette».
Ha colto bene anche quanto immenso lavoro ci sia da fare per ricongiungere il fare poesia – selvaggio, immediatistico, ambivalente, persino “barbarico” perché privo di storia e ostile a qualsiasi storia – con una critica che deve affinare nuovi strumenti d’indagine e di guida del fenomeno.
Esito per prudenza a sottoscrivere la sua tesi che si debba procedere anche alla formulazione di «un (nuovo) canone. Il rischio, secondo me, è che i canoni vengano fuori sempre troppo presto e sempre per pensata di qualche élite o avanguardia che, fingendo di aprire dei varchi per i molti, costruisce invece i soliti “nuovi” passaggi riservati per la cooptazione di un’altra manciata di pochi ovviamente “rivoluzionari”, “meritevoli”, “bravi”, “intelligenti” o “geniali”.
Insisto invece ( e l’ho sempre praticato) che la critica (o la nuova critica letterario-politica) debba esercitarsi «in laboratori» (viso a viso e/o virtuali, permettendolo oggi il Web). E che tale critica sia «dal basso» o dai margini o sia condotta da outsiders, da intellettuali periferici a me pare purtroppo una triste necessità più che una regola. Siamo costretti in un certo senso ad una critica da lbasso soprattutto dalla trahison des clercs a cui abbiamo assistito dopo i fallimenti degli anni Settanta. È questa che ha ridotto a pochissime e troppo caute voci i critici collocati “in alto” per provenienza sociale o riuscite carriere. Da ciò deriva l’estrema difficoltà di «rendere scorrevoli i rapporti tra alto/basso in poesia» (e non solo…) che giustamente Luca giudica «l’affermazione più interessante di tutte» del mio documento e alla quale tengo particolarmente, perché ho visto quanto siano velleitari, ciechi e dannosi gli opposti snobismi che prosperano sia in alto che in basso.

Eppure non credo che si tratti, come lui suggerisce (e se intendo bene le sue parole), di «pensare i molti oltre alla contraddizione con i pochi», il che significherebbe abolire a livello del pensiero una contraddizione, una differenza, per me realmente esistente nei fatti. Non è possibile trascurare che le risorse esistenti – anche solo di saperi (il “capitale simbolico” di cui ha parlato Bourdieu) e anche solo nel campo minimo della poesia come istituzione- sono distribuite in modi diseguali e che ad avvantaggiarsene e a riservarsele per sé e per i “prossimi” siano i pochi e non i molti, che vi hanno scarso e spesso lacunoso accesso.
Mi pare invece in parte giusto l’osservazione di Luca che pochi e molti « non sono due eserciti l’un contro l’altro armati». Precisando però che i molti non sono affatto un esercito e sono disorganizzati e il loro numero di per sé e da solo non è affatto un vantaggio. Posso poi anche concordare che in campo poetico o culturale le virtù militari non siano risolutive. Ma la contraddizione resta. E puntare a «rendere scorrevoli i rapporti tra alto/basso in poesia» mi pare sempre indispensabile. Anche se dovessero verificarsi i casi del tutto improbabili in cui i molti dovessero conquistare di colpo “i palazzi d’inverno” della poesia (o della cultura) o i pochi miracolosamente dovessero convertirsi e decidere di donare i saperi ereditati o accumulati.

Nelle società di massa i processi di democratizzazione sono diventati più che mai difficili persino da definire, figuriamoci da attuare. Proprio nelle società democratizzate la democrazia è diventata più feticcio che mai. E quindi non solo abbiamo da chiarire cosa possa essere oggi la “democrazia in poesia” ma persino cosa possa essere la democrazia in politica. Perché – a differenza di Luca – penso che consenso e principio di maggioranza non valgono né in poesia, né in letteratura e neppure in politica. (Quindi – e qui rispondo anche a un commento di Linguaglossa – non credo che la democrazia – in poesia, in letteratura, in politica – si fondi sul consenso).

Per ultimo. L’invito di Ferrieri a “andare fino in fondo” e a liberarmi di echi francofortesi e fortiniani e a riconoscere che la bellezza non è maschera e non può mai diventare complice dell’orrore storico non riesco ad accettarlo. Non si tratta di svalutare o di rinnegare il piacere estetico. Piuttosto c’è da riconoscere che, coesistendo esso con l’orrore storico, il suo valore è del tutto sminuito. E non si può accettare – innanzitutto per senso estetico! – questa sua diminuizione. Non è possibile, cioè, ammirare la bellezza di un’opera d’arte se siamo nel cesso maleodorante o nella prigione che questa società riserva a noi (e peggio ancora a milioni di viventi) .

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6 commenti

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6 risposte a “Ennio Abate
Molti, esodo, moltinpoesia. Risposta a Luca Ferrieri

  1. emilia banfi

    Le opere d’arte trasformano cessi maleodoranti e prigioni in stanze luminose con grandi porte dove è possibile uscire per rientrare rinnovati.

  2. Giorgio Linguaglossa

    Caro Ennio Abate,
    quando in pieno medioevo russo i tartari si riversarono in Russia seminando morte e distruzione, il più grande pittore dell’epoca, il pittore di icone Andrej Rublev smise di dipingere, abbandonò la pittura, si chiuse nel silenzio. Solo moti anni dopo l’orrore delle stragi fatte dai tartari riprese in mano i pennelli e ricominciò a dipingere icone. Dunque, il rapporto tra opera d’arte e l’orrore c’è, non si può far finta di non vederlo, e anche Adorno l’ha tenuto sempre presente nello scrivere gli appunti confluiti poi ad opera dei suoi allievi in quel libro formidabile di appunti che è la «Teoria estetica ». Il primo fu Adorno a sollevare la questione che dopo Auschiwtz non di dovessero più scrivere poesie. Il problema è vivo ancora oggi, ed è da sciocchi non tenerlo ben presente. E solo i propagandisti della Bellezza possono far finta di non vederlo. Io sono convinto che dopo Auschiwtz si può continuare a scrivere poesia ma a una condizione: che si tenga ben presente che noi tutti proveniamo dalla catastrofe della barbarie e dell’orrore, il fascismo e il nazismo non possono essere archiviati come un episodio (triste e infernale) della civiltà europea; in realtà chi scrive poesia o dipinge un quadro o fa un pezzo di musica o un film di qualità non può non prendere posizione dinanzi all’orrore e al lutto che ha colpito la cultura europea. Io sono convinto che si possa, oggi, dopo tanti anni da quella catastrofe, riprendere a scrivere poesia, ma a patto che lo si faccia in un modo diverso da come l’hanno fatto i nostri progenitori o da come fanno oggi i minimalisti che parlano di frigoriferi, del 740, delle deduzioni Irpef e della fattura dell’odontoiatra. Bisogna essere chiari in proposito: tutta quella roba è paccottiglia, robaccia che non ha nulla a che vedere con la poesia, la quale proviene sempre dal ricordo dell’orrore. La direzione verso cui si muove la poesia è sideralmente diversa dalla direzione verso cui si muovono coloro che mettono in poesia le furberie dei pixel, i monitor, gli sms, i tip tap, le contraffazioni di maria, le poesie su garibaldi che fu ferito etc. – È la poesia che prende atto e prende partito dall’orrore quella per cui io mi batto e, sono sicuro che era questo che tu volevi dire, ritengo di essere d’accordo con te quando affermo che la poesia deve tornare a pronunciare una parola che sia vera, che cerchi nelle profondità della nostra pseudo autenticità. Personalmente provo disgusto per questo andazzo pseudo democratico che una cultura omologata concorre a magnificare; il mio personale intendimento è dunque per una poesia che sappia parlare agli uomini del nostro tempo senza superflui sotterfugi, senza trucchi, senza truccare le carte, senza superflui giochi linguistici come fa uno pseudo sacerdote come De Signoribus o un finto turista di fattorie degli animali come Umberto Piersanti ultimamente portati sugli allori dal conformismo di un gusto di massa ormai arrivato a livelli inquietanti.
    Io dico semplicemente una cosa: torniamo, come fece Andrej Rublev, a ridipingere le nostre tele bianche, torniamo a scrivere poesie, ma sapendo che l’orrore può tornare, che forse siamo già dentro la barbarie dei tartari, dei nuovi barbari. Come dice Kavafis, forse «i barbari siamo noi».

  3. emilia banfi

    …il rinnovamento cambia gli ambienti

  4. emilia banfi

    A Linguaglossa
    forse gli anfichi barbari non erano così cattivi come lo siamo noi

  5. emilia banfi

    scusate – antichi- barbari

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