Ennio Abate
Sulla distinzione tra poesia e prosa

tiziano amor sacr

@ Simonitto (in risposta a questo suo commento )

Vorrei ragionare sulla distinzione poesia/prosa (più chiara in passato che oggi…) evitando da una parte di ridurla al solo aspetto del pensiero e dall’altra cercare di capire le ragioni antropologiche e storiche della distinzione stessa. Mi chiedo allora due cose:
– perché non basta spiegare che quando si pensa in poesia si pensa in modo diverso di quando lo si fa in prosa?
– quali sono le basi (antropologiche e storiche) della distinzione poesia/prosa?

Alla prima domanda risponderei: è sicuramente lecito concentrare l’attenzione sugli aspetti psichici e di pensiero astraendo dal loro risultato (un testo in versi, un testo in prosa) e cercare di cogliere per così dire “all’origine” la nascita del pensiero che poi si farebbe linguaggio (in versi o in prosa). Ed è quello che fai tu, Rita, quando ti chiedi come la poesia «scaturisce» (sottinteso: dal pensiero) o fai attenzione alla «persona che pensa e scrive in poesia». Oppure quando inviti a cogliere «nella mente» (del poeta, del prosatore, dello scienziato) e in una (problematica) fase “iniziale” «aree e raffigurazioni diverse». Ma, fedele in questo a una mia lettura di «Pensiero e linguaggio» di Vygotsky, credo che il pensiero abbia da subito « a che vedere con il LINGUAGGIO»,(ossia, direi, con un dato storico e socialmente oggettivo). Mi aveva molto convinto quella sua critica alla visione tradizionale del rapporto pensiero/linguaggio, che invece presenta la lingua come una specie di “macchina” che serve il pensiero (in altri termini: che il linguaggio sia un docile “servitore” del pensiero, il suo “padrone”) o suppone che il pensiero già maturo anche in assenza del linguaggio. Non ho più approfondito la questione. Non so se studi più recenti sostengano altre tesi, ma per il momento resto fermo a questa di Vygotsky. Per cui ne deduco che in poesia si pensa (e si scrive) diversamente che in prosa proprio perché il pensiero si trova immediatamente a fare i conti con il linguaggio (fatto sociale!). E se Tizio pensa/scrive in poesia e non in prosa è perché il suo pensiero si è già in qualche modo calato o assuefatto – e qui interviene l’ambiente in cui vive (famiglia, scuola, comunità d’appartenenza) – più al linguaggio poetico che a quello prosastico o viceversa (o alterna o oscilla tra l’uno e l’altro). Mi pare di averlo detto con una certa “ingenuità” in una poesia intitolata «Faccio poesia perché»:

1.
Nel dopoguerra
i miei genitori
mi mandarono a scuola.
(Se non fossi andato a scuola
– unico posto in cui uno
figlio di un carabiniere e d’una casalinga
sarta e ricamatrice da giovane
poteva imbattersi in cose
dai maestri chiamate poesie
non mi sarebbe venuto in mente di fare poesie).
2.
Ragazzo, una volta
lessi in un libro di scuola
La fontana di Palazzeschi
mi tornò alla mente
il paese che avevo lasciato
e pieno di nostalgia
scrissi la prima poesia.
[…]

Quanto alle basi antropologiche e storiche della distinzione, a me pare che ritorni nuovamente una questione di fondo, sulla quale ci siamo già in passato confrontati su questo blog e restiamo discordi (non solo con te, ma anche con Linguaglossa e Mayoor): l’oscillazione della poesia tra sacro e mondano, tra atemporalità e storicità.
Non la faccio lunga, ma a me pare indiscutibile che alle origini la poesia (e la filosofia da essa non distinta) sia stata fortemente legata alla dimensione del sacro e quindi alla problematica del rapporto con Dio o col divino. Come mi pare accertato che la prosa, invece, sia  più immediatamente nata dal legame con le attività pratiche delle società e quindi all’esperienza storica della comunità, della natura.
Potremmo poi chiederci di quanto entrambe si siano distanziate dalle loro rispettive e diverse origini – contemplativa, soggettiva l’una; oggettiva, pratica l’altra – pur intrecciandosi, come dicevo, e influenzandosi vicendevolmente. (Ne avevo parlato riallacciandomi a Lukàcs: ad es. qui )
Da questo “marchio d’origine” la poesia non si è mai sciolta del tutto. E mi pare che la sua tentazione di “chiudersi in sé” (cos’è la contemplazione? cos’è la vita interiore? cos’è la soggettività? cos’è l’io?) o al sogno, alla visione, al credere (o proprio alla fede) abbia lasciato in poesia tracce sempre consistenti. Chi cura di più e fino all’eccesso il linguaggio in sé, la forma in sé della comunicazione se non il poeta? E perché? Glielo chiedono più i lettori, i critici o un particolare “demone” con lontane radici (religiose appunto)?
Fortini nell’intervista «Che cos’è la poesia?» a RAI Educational, sulla quale varie volte sono tornato (qui) chiariva bene tale questione:

– distingueva nella poesia sia il lato che la trattiene al “religioso”, all’”interiore”, al “sacro” sia, rifacendosi a Jakobson, colui che aveva circoscritto tra le altre una precisa funzione poetica del linguaggio (sociale!), la qualità che permette alla poesia (o almeno permetteva, dovremmo dire oggi…) di muoversi con una sua precisa identità nella folla dei linguaggi comunicativi (sì, pratici…). E, prima di rispondere alla domanda dell’intervistatore, chiedeva giustamente «ci occupiamo della poesia come oggetto di bellezza, di commozione o di espressione», cioè come valore sociale oppure «ci occupiamo piuttosto della poesia come oggetto verbale, ossia come un tipo particolare di comunicazione, sospendendo per il momento ogni giudizio di valore».
Teneva cioè conto sia delle “origini” ( interiori, soggettive, di matrice religiosa) sia della storicità, e cioè dell’influenza sulla poesia delle pratiche  tecniche, scientifiche, industriali, ecc.).
Dal doppio legame della poesia con religione e scienze ne discenderebbe che la poesia va studiata e compresa da un punto di vista scientifico, perché è un «oggetto verbale» al pari di altri e distinguibile da altri perché si presenta (si presentava…!) come « una composizione, un testo non lungo dove sia possibile identificare un certo sistema che è indicato graficamente dagli “a capo” e poi anche da un congegno di pause maggiori, quelle che separano una unità ritmica da un’altra. Ebbene, queste possono corrispondere o non corrispondere alle intonazioni cosiddette naturali e in questo caso comunque le chiamiamo “verso”». Ma anche che è da respingere una netta separazione tra poesia (lirica) e prosa: «oggi è quasi naturale identificare la poesia con la poesia lirica, intendendo una espressione di sentimenti soggettivi, mentre noi sappiamo che la poesia come momento del linguaggio e dell’esperienza può trovarsi naturalmente nell’epica come nella drammatica, nella narrativa e persino anche negli scritti critici, nei diari, negli scritti epistolari, memorialistici».

Fortini, sempre nell’intervista, aggiungeva una cosa che mi ha sempre colpito a proposito della poesia lirica. Si richiamava, infatti, al critico canadese Nortop Frye che aveva definito «la poesia lirica come quel genere di poesia nella quale l’autore “finge” l’assenza di pubblico, finge di parlare o di scrivere per se o tutt’al più per un “tu” o per un “voi”, come destinatari immaginari o reali, come destinatari di una epistola, come ascoltatori di una orazione».
Chiediamoci perché un poeta lirico ricorre o ha dovuto ricorrere a questa finzione. Risponderei: perché da una determinata epoca in poi (per Fortini quella borghese romantica) non dispone più di un ruolo e di un pubblico reale, di un «mandato sociale» che giustifichi quel suo parlare o scrivere. Cosa, invece, che conservano o usurpano ( a seconda del punto di vista) qualsiasi politico che parla e scrive rivolgendosi a militanti del suo partito o a degli elettori oppure lo scienziato che dialoga con i suoi colleghi o il papa che si rivolve ai fedeli, ecc. Ma potrei rispondere anche: perché il poeta (più di altri?) sente ancora la nostalgia forte di un interlocutore ideale (o dell’Interlocutore privilegiato di cui il pensiero religioso attesta l’esistenza?), sente di più il richiamo delle origini (religiose) della poesia; e fatica a trovare una sua funzione nelle attività sociali pratiche (specie nella società di massa d’oggi).
Questa dialettica tra richiamo verso il “sacro” o l’”ignoto” o il “mistero” o l’“invisibile” o il “non detto” e richiamo verso la “storia”, il “sociale”, la “prassi”, il “politico”, “i molti” , le ”nuove forme di comunicazione” a me pare oggi lacerante, irrisolta e trascurata.

Che la poesia abbia intrattenuto e intrattenga in molti suoi esponenti legami con l’area del sacro, tu, Rita, lo dici richiamando la Tradizione:«Questo principio di ‘atemporalità’ poteva ben far supporre che il pensiero poetico derivasse dal Dio (il ‘Senza-Tempo’, o il Tempo Assoluto), vedi ad esempio l’implorazione “Cantami, o Diva…”.». E – mi pare – ti sforzi di “laicizzare” in qualche misura la ingarbugliata “faccenda” tentando di mantenere il più possibile contigue le due dimensioni del sacro e del mondano. Fai, infatti, l’esempio di Teresa d’Avila, mistica ma anche attiva e dunque pratica riformatrice nell’ambito di una società a dominanza religiosa. Citi Hölderlin, che anche lui riconosceva all’uomo una «doppia natura»: poetica e tecnologica. Oppure lasci intendere: «possiamo ipotizzare che l’incontro non riguardi la divinità come comunemente viene intesa, ma ciò che il divino rappresenta, ovvero quell’Unità di cui noi vediamo soltanto una parte, quella manifesta». (E qui mi verrebbe da obiettare: il divino come unità? ma divino e reale coincidono? la completezza del reale è il divino? il divino coinciderebbe con «quel ‘reale’ alla cui completezza noi aspiriamo ma che non riusciamo mai a raggiungere»? E farei notare che per altri l’obiettivo non è questo “reale al completo” ma proprio l’”invisibile” e forse il “divino” tout court, al di sopra del reale o creatore del reale…ma per ora accenno soltanto…).

Anche Fortini con qualche ironia ricordava che «il poeta si lascia adulare grazie ai suoi supposti rapporti col mondo dell’invisibile e dell’inconscio, come vedremo supposti, ma non del tutto falsi» e parlava della sua pretesa a «una sorta di invisibile tonsura sacra». Ma a me pare che egli cogliesse tutti i rischi di conservare sotto sotto una sorta di equivoco tra sacralità e poesia. Equivoco sul quale tuttora molti – sorvolando  precisazioni troppo terra terra o ammiccando tra intenditori – ci marciano. Secondo Fortini, infatti, «[la poesia] è ambigua, proprio perché ha un’apparenza informativa, comunicativa e persuasiva che viene modulata, per dir così, in una forma». E «questa forma diventa deformatrice del messaggio e lo rende risonante come avviene nel sogno, in cui certe figure, certi personaggi sono dotati di doppie identità. Questo potere è stato attribuito alla poesia da tutte le più remote e diverse tradizioni della poesia e tradizioni culturali, e questo spiega anche tra l’altro l’equivoco continuo che c’è tra la sacralità di tipo religioso e la funzione del poeta. L’idea che il poeta sia ispirato dalle muse o dall’inconscio o da qualche demone segreto o dalla divinità è qualcosa che effettivamente accompagna direi tutte le tradizioni perché vi è stata un’epoca nella quale la funzione della poesia era quella di comunicare con una zona oscura, esterna alla cerchia illuminata dal fuoco della tribù, nella quale e dalla quale lo sciamano, il sacerdote e il poeta, il cantore facevano pervenire, dicevano che pervenivano i loro messaggi».

Ora però sarebbe il caso di chiedersi come sia possibile uscire da questo equivoco tra poesia e sacro, tra poesia e sogno. Il che non comporta affatto – preciso – che ci si sbarazzi dell’ ambiguità della poesia ( o si potrebbe dire dal suo vivere in due temporalità diverse, che sono il segno sia del suo essere “antica”, tanto da affondare le sue radici in quelle origini religiose, sia del suo essersi comunque aperta, almeno in alcune suo correnti, al “moderno” (alla vita sociale, pratica, politica).
Fortini chiarisce bene pure questo punto:
«La poesia parla di qualcosa e nello stesso tempo parla di se stessa. La voce della poesia dice questo o quello, ma lo dice in modo che un effetto d’eco ci ricorda sempre che non la si può prendere in parola. Naturalmente questo irrita coloro che vogliono opinioni, vogliono scelte, sentimenti immediati. Ebbene questa sua ambiguità fondamentale è la sua lezione, una lezione insostituibile. Insomma, nella poesia ci si trova di tutto ma lo si trova ad una distanza tale che ricorda continuamente la necessità di prendere le distanze.».

Proprio per questo «prendere le distanze» la poesia può svolgere una suo funzione critica. Ma se questo «prendere le distanze» si convertisse soltanto o soprattutto in sogno o in una equivalenza tra poesia e sogno o in «surrealismo di massa» che si fa complice del pensiero unico proposto da mass media e società dello spettacolo?
Tu del resto hai accennato proprio a questa analogia tra poesia e sogno. Ma si deve essere chiari e persino drastici.
Mettiamo l’accento più sul sogno oppure sulla poesia da intendere come traduzione, oggettivazione linguistica (e quindi sociale o socializzabile, comunicabile!) del sogno?
Tu sembri d’accordo nell’evitare la «contemplazione in sé» e nello spingere l’io del poeta ad aprirsi alla dialettica col mondo. E sottolinei l’esigenza che il poeta stia nel tempo del «Kairos» (esperienza qualitativa interiore) ma pure in quello del «Kronos», il tempo dell’orologio che segna uno sviluppo temporale (prima, adesso, dopo) e storico.
Ma – insisto – dove va posto di più l’accento?
Mi rifaccio per rispondere a questo brano dell’intervista di Fortini: «Qualcuno alla fine del Settecento, scrisse che la poesia era un sogno fatto in presenza della ragione; forse sarebbe più esatto dire invece che la poesia è un ragionamento fatto in presenza di un sogno, cioè un discorso che in apparenza è un discorso come un altro cioè un discorso di amore, di dolore, di descrizione, di esortazione, di sapere, di sapienza che è fatto sotto lo sguardo di un fantasma sotto uno sguardo che tutto tramuta, tutto apparentemente lasciando intatto come accade appunto nei sogni».

E per dire con forza che non c’è forse non solo una scelta tra accento sul sogno e  accento sulla poesia-oggetto verbale, ma persino tra poesia come «ragionamento fatto in presenza di un sogno» (o di un fantasma o di una fantasia) e poesia che mette in primo piano il sogno (l’io? il rapporto con il divino, l’invisibile, il mistero?) accantonando la ragione (che è poi legame con altri, socialità, comunicabilità).
Se poi la presa del sogno (dell’”io sognante”) diventasse pretesa di massima autenticità o persino automatica avversione o opposizione al mondo storico sociale, che sostituirebbe o addirittura sarebbe più nobile ed efficace di quelle  della politica o della società , oggi del resto ridotte al lumicino?
Adorno avallò proprio questa pretesa, sostenendo, come ricorda ancora Fortini, che « la specificazione formale di una poesia lirica si pone di per sé come antagonista al mondo storico-sociale»; e cioè che la forma, se raggiunta, è tutto ed esime da qualsiasi dubbio sulla funzione sociale della poesia.
Non si tratta, come tu sembri temere, di trasformare il poeta  in « un ‘quotidianista’, un reporter o un inviato speciale» per essere più in contatto con la storia, la politica, il suo tempo. Chiediamoci piuttosto: perché il poeta dovrebbe disinteressarsi del quotidiano, della cronaca, dei fatti o non farli entrare in modi opportuni e sindacabili in poesia?
Non mi sento perciò di sottoscrivere questa tua affermazione:« Non può essere obbligato a scrivere in merito ai ‘barconi’, solo perché quel tema è pregno di richiami e suggestioni socio-politiche, se quella realtà in lui non fa risuonare niente». Il problema per me sta innanzitutto nel capire perché nel poeta « quella realtà in lui non fa risuonare niente» e nel capire cosa invece entra al posto di quella realtà, cosa risuoni invece più facilmente in lui. Certo, è un luogo comune, quasi un dogma, rivendicare che non si può e non si deve scrivere su commissione. Ma chi lo dice  ha forse qualche committente a cui opporre il suo gran rifiuto? E in passato quante grandi opere d’arte vennero scritte su commissione?  Il problema più grave – direi – è che non s’intravvedono committenti degni di essere serviti (o presi in giro aggiungendo messaggi da loro imprevisti o temuti)! E però neppure ti puoi aspettare che l’io placidamente segua la propria “ispirazione”. Essendosi sempre più ristretto l’orizzonte  di quest’io (spesso, come si dice, al proprio ombelico, al proprio privato), è più che probabile che l’ispirazione non lo guiderà mai né verso certe realtà (non solo quella dei barconi o delle guerre o delle piazze insanguinate). Lo consoliderà semmai in qualche surrogato di “torre d’avorio”.

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21 commenti

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21 risposte a “Ennio Abate
Sulla distinzione tra poesia e prosa

  1. emilia banfi

    Un bagnante dà una mano
    e lei scende dal barcone
    e poi lui e poi lui lui
    lei e lui bambini
    acqua e sete sete sete
    acqua caldo è finita
    spinti su avanti su
    dentro su dentro
    acqua su dentro dentro
    sulla spiaggia due barconi
    in cielo un elicottero
    LIBERATE BERLUSCONI
    Pot pot pot pot pot pot
    pot
    pot
    pot.

    bayemy

  2. Per evitare pregiudizi, per lo più derivanti da interpretazioni storiche e sociali, forse può servire che si tenti una distinzione tra sacro e divino. E dico la mia: sacro è tutto ciò che consideriamo importante traendolo dall’ordinario, dal quotidiano, da ciò che esiste. Divino ha a che fare con la facoltà della mente di poter creare, di rendere reale ciò che non esiste (non ricordo chi lo disse: dio non c’è, eppure esiste). Sacro è il reale, la ricerca della verità, mentre divino è l’irreale che potrebbe avverarsi per immaginazione. Che io sappia solo la poesia religiosa ha tentato di unire sacro e divino, ma perfino San Francesco secondo me si è limitato al sacro. E per certi aspetti anche Rumi, forse il più infuocato tra i poeti mistici d’oriente. Poi varrebbe la pena distinguere tra religione e religiosità, dove nella prima abbiamo dogmi creati a sostegno della fede, mentre la seconda indica un particolare atteggiamento verso la vita, che poi ci riconduce al sacro. Un discorso a parte andrebbe fatto per la poesia mistica, ma magari un’altra volta. Tutto questo non ha a che vedere con il sogno, che è ben altra faccenda. Tutti sogniamo, tutti abbiamo un inconscio e così via, è un fatto di cui si può anche non tenere conto ma è così. I suoi effetti sono però ben visibili nel linguaggio.

  3. emilia banfi

    Caro Lucio, il sogno in poesia è la parte più vera e di conseguenza irrinunciabile.i

  4. Giuseppina Di Leo

    Avendo anch’io sottomano «Pensiero e linguaggio» di Vygotsky (iniziato a leggere, ma subito interrotto), riporto un passaggio del libro, importante anche ai fini di questa discussione.
    Alle pagg. 14-15 Vygotsky dice: «…Conosciamo della parola sempre solo l’aspetto esterno, quello rivolto verso di noi. L’altro suo aspetto interno, il suo significato, come l’altra parte della luna, è sempre stato ed è ancor oggi inesplorato e ignoto. È in quest’altra parte che si nasconde la possibilità di risolvere il problema che ci interessa sulla relazione tra pensiero e linguaggio, perché proprio nel significato della parola sta il centro di questa unità che chiamiamo pensiero verbale. Per chiarire meglio questo punto, bisogna spendere qualche parola sulla concezione psicologica della natura psicologica del significato della parola. Né la psicologia associazionistica, né quella strutturale […] danno una risposta soddisfacente al problema della natura del significato della parola. La ricerca sperimentale […], come anche l’analisi teorica, dimostrano che ciò che è più essenziale, ciò che determina la natura più interna del significato della parola non sta dove di solito si è cercato. La parola si riferisce sempre non a un solo oggetto singolare, ma a tutto un gruppo o a tutta una classe di oggetti. In virtù di ciò, ogni parola rappresenta una generalizzazione nascosta, ogni parola già generalizza, e dal punto di vista psicologico il significato della parola è prima di tutto una generalizzazione. Ma la generalizzazione, come è facile vedere, è uno straordinario atto verbale del pensiero, che riflette la realtà in modo assolutamente diverso da come è riflessa nelle sensazioni e nelle percezioni immediate. Quando si dice che il salto dialettico non è solo nel passaggio dalla materia non pensante alla sensazione, ma anche nel passaggio dalla sensazione al pensiero, si vuol dire che il pensiero riflette la realtà nella coscienza in modo qualitativamente diverso da come lo fa la sensazione immediata. A quanto pare vi sono tutte le ragioni per supporre che ciò che distingue qualitativamente l’unità alla base e nella sostanza è il riflesso generalizzato della realtà. In virtù di questo possiamo concludere che il significato della parola, che cerchiamo soltanto di mostrare sotto l’aspetto psicologico, la sua generalizzazione rappresenta un atto del pensiero nel senso proprio del termine. Ma allo stesso tempo il significato rappresenta una parte inseparabile della parola come tale, appartiene al regno del linguaggio allo stesso modo che il pensiero. Una parola senza significato non è una parola, ma è un suono vuoto. La parola, privata del significato, non si rapporta più al regno del linguaggio. Per questo il significato può essere considerato sia come un fenomeno verbale per la sua natura sia come un fenomeno dell’area del pensiero. Non si può parlare del significato della parola così facilmente come abbiamo parlato in merito agli elementi della parola, presi separatamente. Che cosa rappresenta di per sé? Linguaggio o pensiero? È linguaggio e pensiero allo stesso tempo, poiché [il significato] è l’unità componente del pensiero verbale. Se è così, allora il metodo di indagine del problema che ci interessa non può essere che il metodo di analisi semantica, il metodo di analisi dell’aspetto semantico del linguaggio, il metodo di indagine del significato della parola. Su questa strada siamo in diritto di attendere una risposta diretta al problema che ci interessa sulla relazione tra pensiero e linguaggio, poiché questa stessa relazione è contenuta nell’unità che abbiamo scelto; studiando lo sviluppo, il funzionamento, la struttura, e in generale il movimento di questa struttura, possiamo conoscere molto di ciò che può chiarire il problema della relazione tra pensiero e linguaggio, il problema della natura del pensiero verbale.»
    Non vorrei arrischiarmi in un territorio a me estraneo come la psicologia, per questo mi fermo qui, per il momento, in attesa di leggere la risposta di Rita Simonitto, anche per meglio comprendere quel *salto dialettico*.

  5. Leggendo il voluminoso libro di Majorino, Viaggio nella presenza del tempo, mi sono reso conto di quanto sia significativa ( e dolorosa) la distanza tra pensiero e linguaggio se si affida alla forma il compito secondario di essere di sostegno al significato. Nel suo libro Majorino passa liberamente dalla metrica al verso informale, dall’aneddoto alla citazione, dal diarismo alla prosa. Lo stesso metodo è applicato da Ennio Abate nei suoi libri, con la differenza che Ennio ha un trascorso stilistico dialettale di prim’ordine, che non si può italianizzare. In entrambi gli esodanti, si può dire così? sembra mancare un linguaggio di riferimento, forse perché non voluto, o forse perché, penso io, un linguaggio di riferimento che sia poeticamente rappresentativo, e aggiornato, delle istanze sociali e politiche di cui si vorrebbe parlare, non esiste. Il linguaggio pulito, in lingua, sembra avere dei limiti. E’ quel che tentavo di dire qualche tempo fa portando l’esempio del blues e della musica bianca. Questa mancanza di riferimenti porta Ennio a stemperare, a fare del politico un generico intellettuale alle prese con la mancanza di pensiero e ragionamento. Lo stesso vale per Majorino quando parla di ignoranza e di “scriventi versi”, mi pare. Forse non sono questi i tempi per tornare a discutere del maggior poeta della rivoluzione russa, Majakovskij, che oggi dovrebbe rispondere all’accusa di essere stato anche un propagandista, ma uno studio sull’efficacia di quel suo linguaggio pre-surrealista io lo farei, a prescindere dal contesto storico che inizialmente lo favorì. E perché, facendo un balzo quantico, non prendere in considerazione i recenti tentativi di ricerca d’altro linguaggio, tutto metaforico, fatti da Bertoldo? Quando parliamo di poesia tutta estetizzante e disimpegnata, sappiamo con sicurezza di chi o di cosa stiamo parlando? Di Montale e dei suoi derivati? E allora che si parli di Montale, se ci si riesce perché quell’uomo scriveva in forma cristallina, senza ostentazioni, come nessun altro dopo di lui (anche se insisto a dire che Luigi Manzi…).
    A mio parere l’uso del noi comporta che si parli anche troppo del voi. Il tu di Montale, tanto alla pari, ebbe però il merito di essere pre sessantottino, e senza averci a che fare, e il suo “io” forse fu inaugurante dell’io narrativo in poesia. Mi sbaglio?

  6. Rita Simonitto

    @Ennio, Emy e lettori vari

    Il post di Ennio è molto complesso e articolato e richiederebbe una risposta altrettanto ricca che in questo momento non ho il tempo di fare così come vorrei.
    Sento comunque l’esigenza di rispondere subito precisando, passo-passo, alcuni punti.

    ENNIO: *…cercare di cogliere per così dire “all’origine” la nascita del pensiero che poi si farebbe linguaggio (in versi o in prosa). Ed è quello che fai tu, Rita, quando ti chiedi come la poesia «scaturisce» (sottinteso: dal pensiero) o fai attenzione alla «persona che pensa e scrive in poesia». Oppure quando inviti a cogliere «nella mente» (del poeta, del prosatore, dello scienziato) e in una (problematica) fase “iniziale” «aree e raffigurazioni diverse». Ma, fedele in questo a una mia lettura di «Pensiero e linguaggio» di Vygotsky, credo che il pensiero abbia da subito « a che vedere con il LINGUAGGIO»,(ossia, direi, con un dato storico e socialmente oggettivo)*

    RITA: Io vengo da una formazione psicoanalitica per cui molte mie affermazioni sono ‘storicamente’ condizionate dagli studi fatti sull’origine del pensiero e del linguaggio visti, ovviamente, a partire da quella fascia prospettica. Questa parte dall’idea di fondo che l’essere umano non nasce ‘loico’ ma è, per l’essenziale, emotivo, e che inizialmente non è strutturato a gestire da solo le sue emozioni e quindi ha bisogno di mettersi in relazione con qualcuno che, attraverso una strumentazione particolare di pensiero, (W.R.Bion la chiama ‘funzione alfa’), non solo lo nutra materialmente ma anche spiritualmente traducendo in parola ciò che l’infans (che dunque non ha linguaggio) esperisce. Che chi lo accudisce sia una lavandaia oppure persona di ‘chiare lettere’ è irrilevante a questo fine: ciò che conta è che gli venga data l’opportunità di stabilire un nesso “di senso” e possibilmente “armonico” tra ciò che lui ‘patisce’ (nel significato di ‘passione’) e le figure con cui si relaziona e che fanno parte del mondo esterno (dove è contemplata anche l’origine dei suoi patimenti, dato che, all’inizio, essi vengono considerati come provenienti dal di fuori di lui).
    L’incontro con il linguaggio di comunicazione, che dovrà integrarsi a quello di espressione, sarà una esperienza non ‘naturale’ ma ‘storica’, e pertanto conflittuale collocandosi nell’ambiente in cui questo benedetto figliolo/a ha a che fare.

    ENNIO si chiede: *E mi pare che la sua [della poesia] tentazione di “chiudersi in sé” (cos’è la contemplazione? cos’è la vita interiore? cos’è la soggettività? cos’è l’io?) o al sogno, alla visione, al credere (o proprio alla fede) abbia lasciato in poesia tracce sempre consistenti. Chi cura di più e fino all’eccesso il linguaggio in sé, la forma in sé della comunicazione se non il poeta? E perché? Glielo chiedono più i lettori, i critici o un particolare “demone” con lontane radici (religiose appunto)?

    RITA: Qui si pone una questione di metodo. Ho l’impressione che sia Ennio, o chi come lui, a voler “sviscerare” con una impostazione quantitativa (matrice positivista?) ciò che non è accessibile utilizzando quella metodica.
    Non si tratta solo della tentazione della poesia di chiudersi in sé (cos’è la contemplazione? Cos’è la vita interiore?) bensì la tentazione di chi non accetta che ci siano luoghi non conosciuti (e non accessibili direttamente dalla ragione) a cui la poesia, proprio per il suo statuto di ambiguità, rende problematico l’accesso.
    Statuto di ambiguità che, più che risiedere, come afferma Fortini, nel linguaggio a cui bisogna dare una forma (*«[la poesia] è ambigua, proprio perché ha un’apparenza informativa, comunicativa e persuasiva che viene modulata, per dir così, in una forma*) risiede in quella particolare configurazione psichica che non ha ancora acquisito la capacità della differenziazione: questo o quello per me pari sono; qui lo dico e qui lo nego, tanto per esemplificare alla buona.
    E’ con l’ambiguità dell’inconscio che è in contatto il pensiero poetico. Certamente che poi si dovrà disambiguare, altrimenti rimaniamo nella condizione psicotica.

    ENNIO : *Jakobson, colui che aveva circoscritto tra le altre una precisa funzione poetica del linguaggio (sociale!), la qualità che permette alla poesia (o almeno permetteva, dovremmo dire oggi…) di muoversi con una sua precisa identità nella folla dei linguaggi comunicativi (sì, pratici…). E, prima di rispondere alla domanda dell’intervistatore, chiedeva giustamente «ci occupiamo della poesia come oggetto di bellezza, di commozione o di espressione», cioè come valore sociale oppure «ci occupiamo piuttosto della poesia come oggetto verbale, ossia come un tipo particolare di comunicazione, sospendendo per il momento ogni giudizio di valore».

    RITA: E’ proprio perché la poesia è espressione di bellezza (e dei suoi conflitti), di commozione e di espressione che rappresenta un “oggetto verbale”, un “tipo di comunicazione particolare” che va a toccare corde che la ragione non riesce a toccare. E che ne rende importante la funzione (poetica).
    E qui ringrazio Emy per i versi che ci ha generosamente
    prestato in questo suo commento. Io apprezzo molte poesie di Emilia, ma – e chiedo venia a Emy se approfitto troppo della sua tolleranza per quanto andrò a dire – questi suoi versi non ‘dicono nulla che già non si sappia”.
    Anche l’accostamento ‘basso’ (barconi, sete, caldo) e ‘alto’ (elicottero, l’uso delle maiuscole – LIBERATE BERLUSCONI -) va solo a titolare una contrapposizione ‘nota’ (poveri/ricchi) o a sottolineare l’ingiustizia del mondo e per il resto non rimane che quel ‘pot…pot.. pot’, che mi sembra il solo elemento poetico. Un bip, bip…, suono senza verbo che va per l’etere.
    Caro Ennio, io posso ‘sentire’ i ‘barconi’ con sofferenza e con rabbia ma questi eventi non mi dicono nulla ‘poeticamente’ e quindi non posso ‘comunicare’ nulla che riesca a ‘toccare poeticamente’ – e, quindi, ‘poieticamente’ trasformare – chi legge. Non mi fanno sentire il tragico, che pur dovrebbe esserci, perché tutto ormai fa parte della ‘normalità’.
    I *barconi*, o *le guerre* o *le piazze insanguinate* (do you remember piazza Tahrir? E i facili entusiasmi? E’ sufficiente dire, oggi, “Bah, ci eravamo sbagliati”?) sono degli epifenomeni che non possono trascinare per le vesti la poesia (o il poeta) chiedendo “guarda qui”, “guarda là”, “parla di me”, “no, no. Di me”.
    E’ il mio ‘non sentire niente’ (e non credo di essere insensibile, o forse sì, può darsi) che mi insospettisce e mi dà la misura del tragico che non c’è là dove dovrebbe esserci. Questa, se vuoi, è la nostra odierna tragedia ed è questa che, semmai, dovrebbe essere cantata.

    Quando scrivi che mi sforzo * di “laicizzare” in qualche misura la ingarbugliata “faccenda” tentando di mantenere il più possibile contigue le due dimensioni del sacro e del mondano*, e poi ti chiedi *? il divino coinciderebbe con «quel ‘reale’ alla cui completezza noi aspiriamo ma che non riusciamo mai a raggiungere»? io ti rispondo così:
    Dio, divino, sacro, religioso: sono termini che, pur appartenendo allo stesso registro di “altra natura” rispetto all’umano, di fatto implicano proprietà diverse ed esprimono relazioni diverse. Attributi del Dio (il divino, il sacro) o relazioni (il religamen, la religione).
    La poesia entra nel campo delle ‘relazioni’, relazione col Dio, col divino e col sacro. Ma non è essa ad esserlo. Quando viene scritta, purtroppo si è già staccata dal momento di congiunzione con la parte ineffabile, ed è entrata nel ‘mondano’.
    Che poi di tutto questo se ne sia fatta una religione….

    Giustamente tu citi di Fortini il quale *con qualche ironia ricordava che «il poeta si lascia adulare grazie ai suoi supposti rapporti col mondo dell’invisibile e dell’inconscio, come vedremo supposti, ma non del tutto falsi» e parlava della sua pretesa a «una sorta di invisibile tonsura sacra».
    Pensa al maestro di scuola in una società rurale come quella di una volta, o al ‘medico condotto’: figure carismatiche perché erano percepite come se fossero in contatto con le ‘segrete cose’, e a loro ci si affidava con deferenza.
    E proprio perché c’era il bisogno di rivolgersi a qualcuno che, onnipotentemente saprà, potrà, ecc. che si istituiva questo speciale tipo di rapporto.
    Bisogno a cui non è certo sfuggita la figura del poeta, anzi Vate, che usa parole incomprensibili, che non sembra del tutto ‘normale’ come gli altri poveri cristi’.
    Te li vedi oggi questi personaggi?

    ENNIO: * L’idea che il poeta sia ispirato dalle muse o dall’inconscio o da qualche demone segreto o dalla divinità è qualcosa che effettivamente accompagna direi tutte le tradizioni perché vi è stata un’epoca nella quale la funzione della poesia era quella di comunicare con una zona oscura*.

    RITA: In realtà c’è una capacità di essere in contatto con le ‘zone oscure’, intuire l’altra faccia della Luna, ma non ha niente di soprannaturale. Anzi, a volte, come ben ci racconta il mito di Cassandra o di Laocoonte, vedere ‘oltre’ è una bella disgrazia!!

    ENNIO: *Se poi la presa del sogno (dell’”io sognante”) diventasse pretesa di massima autenticità o persino automatica avversione o opposizione al mondo storico sociale?*

    RITA: E, secondo te, gli “esperti”, gli “specialisti” i “tecnici” che pretendono di essere creduti come massime autorità nel merito, dove li mettiamo?.

    Nella attuale colonizzazione della sfera culturale (Jameson) legata alla fusione di tutti i discorsi legati all’arte in una unità indifferenziata, questa specie di ‘intellettualismo diffuso’,
    perché tutta questa ‘battaglia’ per la poesia o contro di essa o per come dovrebbe essere? Che cosa ha mai di così importante?

    Perché è vero che essa ha una marcia in più rispetto alla prosa.
    La poesia ti tocca, è ‘estetica’, tocca i tuoi sensi in un modo più diretto rispetto a quanto possa fare la prosa. Poi, si sa, che i sensi tradiscono, ma qui entriamo in un altro discorso.

    Pensiamo alle figure linguistiche che la poesia utilizza tipo ‘enjambement’, ‘anafora’, ‘allitterazione’, la rima stessa, il ritmo : come questo consorzio immagine/suono vada a colpire l’immaginario e le corde emotive più profonde. Non accade forse così con le filastrocche per i bambini?
    Ennio ti sei mai chiesto per quale ‘magia’ la poesia “La Fontana” di Palazzeschi ha avuto un impatto così importante per te?
    Non è che attraverso quel ritmo e quelle immagini ti ha messo in contatto con una immagine meno “costrittiva” della tua infanzia rappresentata – come tu la rappresenti – in termini destinali e poco dinamici? Altrimenti saresti ancora lì a pensare, come hai scritto più sopra: * E se Tizio pensa/scrive in poesia e non in prosa è perché il suo pensiero si è già in qualche modo calato o assuefatto – e qui interviene l’ambiente in cui vive (famiglia, scuola, comunità d’appartenenza) – più al linguaggio poetico che a quello prosastico o viceversa (o alterna o oscilla tra l’uno e l’altro)*.
    In questo senso chiamerei ‘politica’ la poesia: non perché tratta di ‘politica’ essenzialmente, ma perché è ‘trasformativa’, fa allargare di senso il pensiero, lo fa uscire dalla rigidità e dagli schemi precostituiti.
    Fa (rebbe) uscire dal soggettivo e fa entrare nel mondo.
    Esodare potrebbe essere anche questo?

    Grazie a Giuseppina Di Leo per l’integrazione con la citazione di Vygotsky.

    R.S.
    p.s. L’efficacia di cui parla Mayoor può avere o no la stessa valenza della funzione ‘trasformativa’ di cui parlo io? L’efficacia richiama un po’ la propaganda o mi sbaglio?

    • Ennio Abate

      @ Simonitto

      Cara Rita,
      anche tu tocchi e ritocchi temi che hanno bisogno di una risposta meditata. Replicherò appena posso.

  7. Cara Rita, dell’efficacia ne parla Lyotard ne “la condizione postmoderna” ponendola tra gli obiettivi prioritari che l’attuale sistema comunicativo si è dato, globalmente, in funzione dei mercati eccetera. Di fatto si tratta di una modalità espressiva condizionante che, se non considerata, rischia di portare all’esclusione interi settori della conoscenza, e con essa anche parecchi mestieri. E lo diceva nel 1979.
    Direi che la “funzione trasformativa” di cui parli (e qui faccio i miei complimenti) ha parecchio a che fare con l’efficacia anche se parliamo di trasformazione liberatoria, che vorrebbe andare cioè in direzione opposta a quanto sta accadendo. Un tempo parecchi intellettuali marxisti affidavano questa funzione all’ideologia, vedi Argan che diceva che se qualcuno riesce a convincerti che è magnifico mangiare una merendina piena di conservanti, allo stesso modo qualcun altro potrebbe persuaderti dell’esatto contrario. Tutto questo all’epoca in cui un po’ tutti pensavano che l’umanità fosse incapace di comportamenti più consapevoli ( scherzo). Tuttavia il linguaggio della propaganda si sta gradualmente esaurendo, sta perdendo di giorno in giorno la sua efficacia, direi grazie alla trasformazione dei media, che in definitiva sono anche portatori di conoscenza.

  8. emilia banfi

    A Rita:
    ciò che tu dici della mia “poesia” è verissimo, io l’ho voluta così , proprio per dimostrare che certi argomenti perderebbero il loro freddo e triste significato. Il linguaggio poetico esalta e impreziosisce la poesia , ma la realtà così come la vediamo e non come la viviamo direttamente , lascia in noi paura e stupore , la freddezza nel descriverla spesso scuote ,forse questo non è “fare poesia” ma il fatto che non si dica niente di nuovo sui barconi, i poveri, gli emigrati forse è perché non si è mai stati sui quei barconi, così poveri da servirsi di un barca per salvarsi. Oggi si lavora in internet una volta i giornalisti andavano fra la gente e la loro scrittura era molto più incisiva e così anche quella poetica. Resta il fatto che tutto è cambiato anche i nostri bisogni e di conseguenza i nostri sogni hanno cambiato linguaggio e fuggono al primo richiamo che ci toglie dalla realtà. Grazie i tuoi commenti sono preziosissimi.

  9. Rita Simonitto

    Mayoor:
    * Argan che diceva che se qualcuno riesce a convincerti che è magnifico mangiare una merendina piena di conservanti, allo stesso modo qualcun altro potrebbe persuaderti dell’esatto contrario.*
    * Tuttavia il linguaggio della propaganda si sta gradualmente esaurendo, sta perdendo di giorno in giorno la sua efficacia, direi grazie alla trasformazione dei media, che in definitiva sono anche portatori di conoscenza.*
    Emy:
    *il fatto che non si dica niente di nuovo sui barconi, i poveri, gli emigrati forse è perché non si è mai stati sui quei barconi, così poveri da servirsi di un barca per salvarsi. Oggi si lavora in internet una volta i giornalisti andavano fra la gente e la loro scrittura era molto più incisiva e così anche quella poetica. Resta il fatto che tutto è cambiato anche i nostri bisogni e di conseguenza i nostri sogni hanno cambiato linguaggio e fuggono al primo richiamo che ci toglie dalla realtà*

    Rispondo a tutte e due assieme perché questi stralci dai vostri commenti, pur diversi, si ‘interfacciano’ rispetto ad un denominatore comune che è quello della conoscenza.
    Mayoor cita Argan e Lyotard, nella stessa misura in cui ognuno di noi fa riferimento a qualcuno che ne sa di più (Fortini, Pasolini, Montale, Manzi e via di questo passo).
    Emy cita la ‘realtà’ come fonte di conoscenza: se non si è mai stati sui barconi…una volta i giornalisti andavano tra la gente…

    Come diceva non so quale antico filosofo (ecco di nuovo il bisogno della citazione!), “per parlare della mela bisogna mangiarla”. Ma a quel punto non basterebbe una vita per mangiare tutte le mele, eh sì, perché c’è mela e mela (le Golden, le Delicius, le Renette, le Abate – Ennio non se ne abbia a male! – e via meleggiando).
    A meno che non ci accontentiamo del concetto di ‘melinità’ che, come il concetto di ‘umanità’, cerca di cogliere le ‘essenze’, i punti che accomunano limando le differenze. Ma ‘lima’ oggi e ‘lima’ domani diventiamo tutti uguali.
    Come diceva Shylock, usuraio ebreo, nel famoso monologo de “ Il Mercante di Venezia” di Shakespeare (Shylock disprezzato dai cristiani e che lui, a sua volta disprezzava. E non sopportava Antonio, il mercante di Venezia, che prestando denaro gratuitamente, gli abbassava il tasso di interesse):
    “Se ci ferite noi non sanguiniamo? Se ci solleticate, noi non ridiamo? Se ci avvelenate noi non moriamo?
    E se ci fate un torto, non ci vendicheremo?
    Se noi siamo come voi in tutto vi assomiglieremo anche in questo.
    Se un ebreo fa un torto ad un cristiano, qual è la sua umiltà? Vendetta.
    La cattiveria che tu mi insegni io la metterò in pratica;
    e sarà duro ma eseguirò meglio le vostre istruzioni.”
    Ma il retaggio culturale di Shylock lo porta a rimanere sul piano tribale dell’occhio per occhio (tremila ducati = una libbra di carne di Antonio, se questi non salderà il debito) mentre Antonio, risultato vincitore al processo intentato contro di lui, salverà la vita ‘materiale’ di Shylock ma, costringendolo ad abiurare la sua fede, lo priverà della vita ‘spirituale’, della sua ‘fondazione storica’.
    Tutti diranno: “nobile Antonio che è stato generoso nei confronti del ‘crudele’ e primitivo Shylock!”.
    Ma il poeta Shakespeare, proprio perché poeta, adombra ben altro. Ci fa intravvedere i tempi che verranno. Ci porta là dove la rinuncia alla propria individualità per convertirsi all’omologazione comune (la religione capitalistica) avrà un costo non indifferente.
    Lo sanno questo i ‘barconati’? Accetteranno la spoliazione della loro ‘storia’ in cambio delle generose mani che si tendono verso di loro? Avranno salva la vita, ma quale vita? Sanno che le ‘pari opportunità’ democraticamente sventolate davanti ai loro occhi sono invece molto ‘dispari’, perché è così in una società evoluta, capitalisticamente o no poco importa? Chi li prepara a questo invece di buttarli, inermi gattini nel mare procelloso di questa ‘dorata’ società?
    Se non c’è questa presa di coscienza, utilizzeranno quello che intanto ‘sanno’: e cioè che “la cattiveria che tu mi insegni” la possono mettere in pratica. Tribalmente.
    E allora?
    Dovrebbe essere ‘questa conoscenza’, più profonda e meno mediatica, ad attrarre il pensiero del poeta-abitante di questa società e stimolare il suo pensiero che, attrattivamente come una marea, va verso l’altra faccia della luna. Quella misteriosa, senza farsi abbagliare da quella che splende.

    R.S.

    • Suvvia, Rita, per due citazioni che mi consento a fronte delle innumerevoli che leggo qui quotidianamente, non starei a puntualizzare. E poi devo essermi spiegato male se ho dato ad intendere che sarei in qualche modo favorevole alla propaganda ( che ho nominato riferendomi a Majakovskij, per altro ironicamente). Tra l’altro sono un ex creativo pubblicitario, quindi di propaganda ne so per esserci stato dentro fino al collo. A meno che tu abbia disapprovato il discorso di Argan sull’ideologia (ma è cosa degli anni ’80, quando si parlava della morte dell’arte). Bene, da buon vecchio professore lui ci credeva nell’ideologia e non ne faceva mistero. E devo anche dire che l’ho stimato moltissimo.
      Pur condividendo quanto sostieni cerco di tenermi a distanza dalle affermazioni di principio, anche le più lodevoli, tant’è che con i media ci gioco quotidianamente, e senza moralismi. Per sapere se un verso di poesia possa entrare indenne nella rete non c’è che da provarci, ma per farlo bisogna essere curiosi e liberi. Un verso sconclusionato non migliorerà se spedito con un sms.

  10. Giorgio Linguaglossa

    Ennio Abate ci ricorda che Nortop Frye aveva definito «la poesia lirica come quel genere di poesia nella quale l’autore “finge” l’assenza di pubblico, finge di parlare o di scrivere per se o tutt’al più per un “tu” o per un “voi”, come destinatari immaginari o reali, come destinatari di una epistola, come ascoltatori di una orazione».
    Bene, questo vale per la poesia moderna, cioè per quella poesia che nasce nell’epoca dell’ascesa della classe borghese, diciamo dal Cinque Seicento in poi. Ma già le avvisaglie si questa condizione di costrizione della poesia al mandato sociale di una classe si erano profilate all’epoca della Commedia di Dante e del Canzoniere di Petrarca. Da qui si dirama storicamente un bivio: quale delle due vie sceglierà la poesia a venire? La via della Commedia (dialogica e narrativa) o quella dl Canzoniere (monologica e quintessenziale)?. La risposta l’hanno data i fatti: quella che si imporrà in Europa sarà la poesia lirica e monologica inventata dal Petrarca. E qui ci sono precise ragioni storiche e di classe che hanno pesato in modo determinante per la vittoria di un certo tipo di poesia lirico monologica piuttosto che per quella della dialogico-narrativa.

    Con l’avvento del Moderno, grosso modo con la filosofia idealistica tedesca: Hegel e Holderlin e con Leopardi e la presa del potere da parte della borghesia, la vittoria della lirica monologica è diventata problematica. Storicamente alla borghesia non gliene fregava niente di una poesia che non parlava della sua ascesa vittoriosa e della sua positività, che non suonasse la fanfara della sua vittoria, e quindi le tolse il «mandato», ovvero, il suo «pubblico». E allora cos’è avvenuto?, è avvenuto un fato davvero insolito e bizzarro, è avvenuto che nella poesia moderna, come dice Northorp Frye «la poesia lirica “finge” l’assenza di pubblico…etc.». È avvenuto che i poeti si sono ribellati a questa situazione di sudditanza e di de-territorializzazione reagendo con l’accettazione del piano problematico, anzi, accentuando il piano problematico con la dichiarazione che la propria poesia era opera di «finzione» (Pessoa), «ambigua»,«duplice», puntando sulla problematizzazione (correlativo oggettivo in Eliot e metafora tridimensionale di mandel’stam) etc. puntando proprio sulla «duplicità», sull’«ambiguità» e sulla «finzione» (…) tutto ciò ha finito per problematizzare la «forma-interna» della poesia della modernità.

    Con il che siamo arrivati ai giorni nostri: la poesia è entrata progressivamente sempre più in CRISI; con la conseguenza che i maggiori poeti europei hanno reagito a questa situazione di CRISI accettando di prendere di petto la CRISI (Mandel’stam, Brodskij, Milosz,, Zagajevskij, Auden, Eliot). Con la conseguenza che dalla soluzione poetica che i vari poeti hanno dato alla CRISI si può misurare la statura di un poeta rispetto a quella di un altro che si è limitato a fare la mosca nocchiera della crisi.

    Oggi, ritengo che il problema vero da affrontare in sede critica come in sede poetica sia quello di esaminare la soluzione estetica offerta dai vari poeti ai problemi posti dalla crisi (INTERNA ED ESTERNA) della poesia.

  11. emilia banfi

    Alla televisione barconi pieni di gente quasi morta. Spense la sigaretta accesa,a metà. Di fretta andò in cucina a prendersi un piatto di pasta se lo portò in salotto si sedette per vedere il resto. Accidenti i barconi non c’erano più. Pubblicità. Un documentario sui serpenti.

  12. ro

    Per Emilia B e RIta S
    Potentissime e quasi magiche queste vostre conservazioni, anzi,direi nella mia ignoranza, ” ultra-lunari” e pertanto mitologiche, direttamente al padre e alla madre della psicoanalisi, con buona pace di ogni allergia verso la dea madre causa il suo abuso nei tempi niueggiari (leggi new age).
    Ci vedo, in questi vostri suoni, molta energia poetica “femminile”, che mi piace assai perché di solito in politica-poetica, al contrario di altri aspetti artistici e delle cose della vita, scorgo (o più semplicemente m’accorgo di) maggiore “forza” femminile nella parola d’autori che d’autrici.

    Grandiosa poi la parola finale (finale per ora) di Emy, che con quel documentario sui serpenti, richiama il sogno, credo completamente a sua insaputa, quindi ancor più sogno, della tredicesima luna, che secondo le legende, tribali o meno, indiane d’america e non solo, associata a gufi e serpenti, aumenta la sua (della luna) normale capacità.. rara luna come il versante della faccia dell’una(Emy) e dell’altra (Rita), e ancor più raro che venga usata per ogni suo magico beneficio rispetto ai malefici esoterici politici del “mattino dei maghi” ben più nazista che viviamo in questi tempi democratici.

    Riprenderò nel mio diario qualche vostro cratere, davvero notevole canto oltre blu moon

  13. ro

    ps
    ah dimnticato di sottolineare una cosa: il dettaglio. Ovviamente queste conversazioni cadono alla vigila di un’altra notte, benefica per le stesse tanto come non credo lo sia per quella mediterranea (europea e africana) . Evento eccezionale la luna blu, luna piena due volte nello stesso mese,

  14. emilia banfi

    Uè Ro le vacanze ti hanno fatto bene…che energia! ciao ciao

  15. Poesia e prosa. La poesia sa aspettare, è fatta di attese. In prosa a volte può bastare un buon inizio, poi conta la fluenza, anche se il percorso è prestabilito. Possiamo sapere dove arriverà il corso di un fiume ma sarà bello stare con l’acqua che scorre. Scrivendo poesia puoi fare altro, se ti va puoi anche farti un sonnellino e al risveglio riprendere da dove ti sei fermato. Il verso è arrivato, magari proprio grazie a quel sonnellino. In entrambi, se sei un fumatore, puoi sorprenderti di avere in mano una sigaretta senza sapere quando l’hai accesa, oppure ritrovarti in cucina senza sapere in quale altra stanza ti trovavi un istante prima. Vivere diventa un continuo risveglio. Ovviamente questi sono anche chiari sintomi di Alzheimer.

  16. Rita Simonitto

    Mi sembra di capire, dall’intervento di G. Linguaglossa, l’invito a restringere il campo del dibattito concentrando l’attenzione sugli aspetti di crisi della poesia dopo averne delineato le evoluzioni storiche e di classe legate:
    a) alla ascesa e affermazione della borghesia che * hanno pesato in modo determinante per la vittoria di un certo tipo di poesia lirico monologica piuttosto che per quella della dialogico-narrativa.*
    b) la successiva problematizzazione di questa stessa vittoria (* la vittoria della lirica monologica è diventata problematica*) : alla borghesia non importava di una poesia * che non suonasse la fanfara della sua vittoria, e quindi le [alla poesia] tolse il «mandato», ovvero, il suo «pubblico».*
    c) i poeti, incavolati per la *situazione di sudditanza e di de-territorializzazione* a cui erano stati sottoposti, reagirono *con l’accettazione del piano problematico, anzi, accentuando il piano problematico con la dichiarazione che la propria poesia era opera di «finzione»*.
    d) a partire da ciò * la poesia è entrata progressivamente sempre più in CRISI; con la conseguenza che i maggiori poeti europei hanno reagito a questa situazione di CRISI accettando di prendere di petto la CRISI*

    Dando per scontato quanto sopra – e quindi senza ulteriori indagini e approfondimenti – un possibile esito, immagino io, sarebbe quello di passare dalla CRISI della poesia ad una POESIA della crisi.
    Ovvero quali soluzioni ‘estetiche’ il ‘vero’ poeta troverà per rappresentare questo momento ‘critico’, momento inteso nel suo aspetto processuale che contempli passato-presente e futuro nel suo legame con il politico attuale.
    Perchè se, come si è visto sopra, poesia e sistema socio-politico vanno, per così dire, a braccetto, nel senso che ad ogni fase storica ci sono stati i ‘cantori’ adeguati, nell’odierna situazione di caos legata ad una fase politica di multipolarismo, ci potranno essere i ‘cantori del caos’, che replicheranno nel loro scrivere la caoticità della situazione esistente, sovrapponendo, nella loro scrittura, in una specie di ‘adaequatio rei’, stili e forme diverse, suggestioni liriche e narrazioni dialogiche.
    Oppure ci saranno quelli che preconizzano ciò che potrà presentarsi nel prossimo futuro, non perché possiedono la sfera di cristallo ma in quanto sono dotati di quella capacità di vedere al di là, quella che Pasolini chiamava ‘il mio mestiere di intellettuale’. E’ a questo che si dovrà agganciare l’estetica della forma, perché avrà un ‘oggetto’ – sia pure informe – su cui ‘informarsi’.
    E’ un po’ quello che abbiamo visto nell’ambito cinematografico dove alcuni film del genere western non solo cantavano le gesta dell’eroe e dei pionieri che stavano fondando la Grande America, ma facevano tralucere anche di che pasta è fatto il presente degli States, oggi non più un “paese per vecchi” (“Non è un paese per vecchi”, F.lli Coen, 2007).
    Così come nel genere ‘commedia all’italiana’ certi film hanno fatto vedere non solo quello che era il sogno di ricostruzione del nostro paese occupato dai ‘liberatori’, ma anche ciò a cui si sarebbe poi approdati (“Io la conoscevo bene”, Pietrangeli, 1965; “Il sorpasso”, D. Risi, 1962; “C’eravamo tanto amati”, Scola, 1974).
    Certo, sto parlando di cinema, ma anche di registi che cercavano di portare avanti una politica indipendente rispetto ai ricatti del sistema. Perché la poesia no? Perché essa è più ‘fragile’ o perché sono più ‘fragili’ i poeti?

    R.S.

    p.s. per Mayoor
    – La mia era una provocazione, una trappola per vedere se potevi parlare un po’ di più degli aspetti della ‘propaganda’, perché ho l’impressione che al giorno d’oggi ce ne sia sempre meno bisogno in quanto molta propaganda è diventata ormai ‘egosintonica’: cioè le persone hanno fatto ‘proprio’ quello che hanno assorbito in modo subliminale dall’esterno: parlano per frasi fatte ecc. ecc. Una ‘conoscenza’ senza consapevolezza.
    – E, a proposito di Alzheimer, la nonna chiede alla nipotina Mafalda (quella di Quino):
    – “Mafalda, come si chiama quel tedesco per cui ho perso la testa?”
    – “Alzheimer, nonna!”.

    • Grazie Rita, quando sei di buon umore si sente e la tua particolare intelligenza lascia brillare tutti i suoi ombrosi colori. Confesso che questo corso intensivo, proposto da Ennio (e c’è ancora chi lo crede una persona serissima!), mi sta mettendo in difficoltà. Ho talvolta commentato un post scambiandolo per un altro, e spesso non sono riuscito a dare corpo a pensieri che avrei voluto condividere. C’entra sicuramente l’agosto che infiacchisce. Quanto a Giorgio Linguaglossa, quella sua maschera di Pierrot gentile e malinconico non m’inganna: dietro si nasconde un atleta formidabile. Ora m’incupirò guardando fuori, verso la crisi della poesia. Già l’immagino il campo devastato dalla battaglia, tutti quei morti con le mosche al posto dell’anima… tu, Rita, hai parlato di cinema, ma lo sai che da più di un decennio alla biennale di Venezia non vengono quasi esposte opere di pittura? Eppure i banchieri d’Europa le opere di Grosz se le compravano, anche se era come pagarsi uno sputo in faccia.
      Un buon pittore, uno che abbia un’idea del mondo in cui si trova a vivere, dovrebbe saperlo che sta dipingendo inutilmente. Sono storie parallele, e se è vero che tutto è già stato fatto come si diceva in fine novecento, allora non ci resta che occuparci del da farsi. E’ questione di buon senso.

  17. @ Rita Simonitto e a tutti/e (e a Lucio in particolare di cui ho disturbato l’estate!)

    1.
    Mi pare che il brano di Vygotsky riportato da Giuseppina Di Leo possa aiutare a chiarire il nodo di questa discussione. In particolare per questi due passaggi:

    a. dopo aver ricordato che «ogni parola già generalizza», Vygotsky precisa che « la generalizzazione, come è facile vedere, è uno straordinario atto verbale del pensiero, che riflette la realtà in modo assolutamente diverso da come è riflessa nelle sensazioni e nelle percezioni immediate»; e più oltre ribadisce ancora: « il pensiero riflette la realtà nella coscienza in modo qualitativamente diverso da come lo fa la sensazione immediata»;

    b. « il significato rappresenta una parte inseparabile della parola come tale, appartiene al regno del linguaggio allo stesso modo che il pensiero. Una parola senza significato non è una parola, ma è un suono vuoto. La parola, privata del significato, non si rapporta più al regno del linguaggio. Per questo il significato può essere considerato sia come un fenomeno verbale per la sua natura sia come un fenomeno dell’area del pensiero. Non si può parlare del significato della parola così facilmente come abbiamo parlato in merito agli elementi della parola, presi separatamente. Che cosa rappresenta di per sé? Linguaggio o pensiero? È linguaggio e pensiero allo stesso tempo, poiché [il significato] è l’unità componente del pensiero verbale».

    Il primo dà risalto alla differenza (al “salto dialettico”) tra la parola, che di per sé «generalizza» (astrae) ed è sia veicolo del pensiero (astratto) sia forma (oggettiva) in cui il pensiero si manifesta all’esterno di chi pensa, e la «sensazione immediata». Credo che sia possibile (con qualche cautela, perché la posizione di Vygotsky è “classica”, “prenovecentesca”) accostare questa distinzione parola (sempre astratta)/sensazione alla distinzione prosa/poesia accogliendo quanto è stato finora detto sulla capacità del linguaggio poetico di non essere puramente razionale e di sapersi accostare “per altre vie” (sempre nel pensiero di Vygotsky: solo quelle più legate alla sensazione ) alla realtà.

    Il secondo brano a me pare ribadisca quanto avevo già sinteticamente riportato sullo strettissimo legame che Vygotsky vede tra pensiero e linguaggio, respingendo la distinzione tra un prima (il pensiero) e un dopo (il linguaggio) e quindi una genesi in due tempi del pensiero e del linguaggio. Una cosa che mi convince parecchio, anche se sono pronto a ricredermi se venissi a conoscenza di nuovi e solidi studi che smentissero la posizione di Vygotsky. E che però esula dalla ricerca psicoanalitica che ha per oggetto principale il linguaggio come sintomo dell’inconscio o il linguaggio dell’inconscio . Ma il brano proprio per questo si presta ad un’altra considerazione, che ha a che vedere con alcuni sviluppi della poesia del Novecento. Mi riferisco a tutte quelle esperienze poetiche che hanno appunto “spezzato” il legame tra parola e significato (o tra significante e significato, se ci rifacciamo a De Saussure) e, “disinteressandosi” del significato, hanno privilegiato in vari modi le parole in sé (Vygotsky direbbe: «l’aspetto esterno [della parola], quello rivolto verso di noi») o i significanti e la catena dei significanti, prescindendo appunto dal significato (dai significati). E qui dovremmo avere in mente tutte le esperienze fatte in poesia dal tempo delle «parole in libertà» dei futuristi a Zanzotto (e forse si dovrebbe risalire fino a Rimbaud). E dovremmo anche aggiungere che è stata proprio la psicanalisi (in particolare quella di Lacan, non a caso legato al surrealismo) a dare un autorevole sostegno teorico a queste esplorazioni o avventure poetiche “d’avanguardia”, che nel secondo Novecento sono arrivate a una diffusione di massa (il fortiniano «surrealismo di massa»). Questo per dire che se Vygotsky resuscitasse, lo sentiremmo borbottare severamente: « Una parola senza significato non è una parola, ma è un suono vuoto. La parola, privata del significato, non si rapporta più al regno del linguaggio». Misuriamo così tutta la distanza del suo pensiero dall’oggi, ma anche potremmo interrogarci (come fa Linguaglossa, credo) su cosa di buono o cattivo sia accaduto in questo secolo. Dove? Nella realtà, nel pensiero, nel linguaggio, nell’estetico (ma per ora lasciamo da parte la questione…).

    2.
    Rita, io non ritengo la formazione psicoanalitica da cui provieni una limitazione. Ma è certo che il pensiero psicoanalitico guarda il linguaggio da un altro punto di vista rispetto al linguista e allo scrittore (di poesia o di prosa). Potrei dire che guarda in un cannocchiale dalla parte opposta rispetto a loro e “vede altro”. (E, aggiungerei, provoca anche il linguista e lo scrittore a fare i conti con questo suo “veder altro”). Privilegia poi, come ho già detto, il problema delle origini del linguaggio. O si occupa/è attirato, come dici in quest’ultimo commento, soprattutto dall’«infans (che dunque non ha linguaggio)». (Se ne occupò, da filosofo, anche Agamben in «Infanzia e storia»). E il valore di questa attenzione (della psicoanalisi, ma credo anche della ricerca filosofica di Agamben) per me sta proprio nel fatto che mette in luce quanto l’acquisizione del linguaggio da parte dell’infans sia un patimento. Sono perciò pienamente d’accordo con te quando scrivi: « L’incontro con il linguaggio di comunicazione, che dovrà integrarsi a quello di espressione, sarà una esperienza non ‘naturale’ ma ‘storica’, e pertanto conflittuale».

    3.
    No, non credo di essere un positivista. Non sono tentato dalla voglia di «“sviscerare” con una impostazione quantitativa (matrice positivista?) ciò che non è accessibile utilizzando quella metodica». Né appartengo alla tipologia di «chi non accetta che ci siano luoghi non conosciuti (e non accessibili direttamente dalla ragione». Davvero non capisco, perciò, perché mettermi queste etichette. Stiamo al pezzo che ho scritto. Ho ipotizzato che la distinzione fondamentale tra poesia e prosa possa avere le sue radici storico-antropologiche nelle origini di queste due pratiche (di scrittura). Ho detto che la nascita della poesia (e della filosofia) ha radici comuni nella nascita del pensiero religioso o della religione o della religiosità (tutte distinzioni richiamate da Mayoor e per me accettabili, ma marginali rispetto al problema che ho posto). E ho detto pure che la prosa è nata “in simbiosi” con attività più pratiche e più mondane (anche di quelle permesse in un contesto dominato dalla religione/religiosità; e ritorna comodo l’esempio da te fatto di Teresa d’Avila…). È vero non è vero? Queste due ipotesi hanno qualche fondamento o no? A queste domande vorrei che rispondeste (tu, Mayoor o altri/e…). Con un sì o un no. O in altri modi. Comunque evitando lo stratagemma di etichettarmi come positivista o iperrazionalista. E poi, se fossi un positivista? Vogliamo forse negare ai positivisti di interrogare la poesia scientificamente, solo con la ragione? Mi pare impossibile. Non solo essi l’hanno già fatto e con risultati non disprezzabili, ma giustamente ( com’è del resto tipico del pensiero scientifico almeno dei positivisti ragionevoli e non “religiosamente” scientisti!) presentati come parziali. Basti pensare ai formalisti russi del primo Novecento, agli strutturalisti, ecc. Fortini nell’intervista non ha avuto alcuna esitazione ad ammettere che la poesia può essere interrogata (anzi dovrebbe essere interrogata) anche come «oggetto verbale». Perché lo è. Anche se – ancora Fortini (in polemica con alcune “esagerazioni” dello strutturalismo – sottolinea che non è solo quello, non è riducibile soltanto a quello. Non nego perciò che la poesia abbia anche un’altra faccia (la “faccia della luna”, quella nascosta, quella che si combina col sogno, il mistero, l’invisibile, l’indicibile, l’ignoto e che – mi permetto di dire – sembra l’unica che oggi interessa i più) si riesce ad accedere in modi diversi da quelli razionali ( inconsci, intuitivi, magici, paranormali, mistici… ditemi voi…). Non sopporto,invece,la retorica che su questi procedimenti o esperienze viene costruita. Evidente ad es. nel commento (19 agosto 2013 alle 18:37) di Emilia Banfi: «Caro Lucio, il sogno in poesia è la parte più vera e di conseguenza irrinunciabile»). Né la sotterranea (e secondo me subdola) commistione che così viene stabilita tra poesia e religione (o religiosità o sacro). Ne vengono danneggiate sia la poesia sia le sue (supposte e non dichiarate) “gemelle”; e – credo – la stessa ricerca psicoanalitica sull’inconscio. Per questo mi è parsa sempre condivisibile la polemica di Fortini contro questo tipo di poesia, che egli definiva «la sporca religione dei poeti» ( se non ricordo male la citazione).
    Tu dici: «La poesia entra nel campo delle ‘relazioni’, relazione col Dio, col divino e col sacro. Ma non è essa ad esserlo». E io direi per fortuna, altrimenti non si distinguerebbe dalla religione. Ma io mi chiedo un’altra cosa: perché far diventare quest’altra “faccia della luna” della poesia una sorta di riserva di caccia per orfici, guru, spiritualisti veri o mascherati e compagnia brutta? Perché sottrarla alla storia e ai mutamenti della storia? Non è accessibile oggi alla ragione? Bene, chi dice che domani non lo sarà? La prospettiva di Freud (positivistica anche quella?) non era quella di “bonificare” per quel che era possibile la «palus putredinis» (Sanguineti) dell’inconscio? E Jameson in un libro importante (che purtroppo non sono riuscito ancora a leggere) non ha parlato di «inconscio politico» (cercando – ipotizzo – di sottrarre il concetto d’inconscio alla sua storicità o alla sua riduzione ad archetipo immutabile?) E Fortini non ha insistito sul fatto che intere strutture linguistiche, appartenenti per noi a tempi divenuti immemorabili e che oggi ci appaiono dei geroglifici incomprensibili, erano di facile comprensione e di uso corrente per i nostri antenati? Posso ben capire che il pensiero psicoanalitico lavori “ai bordi” del razionale (fa parte dei suoi statuti disciplinari); e che, quindi, nella pratica psicanalitica la ragione ha una posizione di secondo piano, è per così dire “un ospite” che si assenta (l’ascolto distratto dell’analista…). Ma possiamo dire che viene abolita? Che è in perenne vacanza? E anche in poesia ha senso mettere solo l‘accento sul sogno o l’inconscio? Per concludere su questo punto: no, io non sostengo che la ragione possa sostituire la poesia, che la poesia non abbia una sua “metodica” diversa da quella della ragione (della prosa, della scienza), ma che in buona misura ci sia tanta ragione anche nella poesia; e che la stessa comprensione del sogno ha prima o poi bisogno della ragione; e che non è affatto vero che di per sé «il sogno in poesia è la parte più vera» (Banfi), perché il sogno è un contenuto come un altro e non fa di per sé poesia. Per entrare in poesia, per diventare “la parte vera” (cioè percepibile, comunicabile, comprensibile da altri) deve oggettivarsi in una lingua e qui – nolenti o volenti- incontra la ragione. È la lingua stessa, la parola stessa, che è legata al significato, al pensiero (Vygotsky) ad essere impregnata di ragione, non è riducibile a pura sensazione, a semplice significante. (Né la poesia è riducibile a pura espressione del sentimento, a lirica pura, come stabilì Croce, squalificando come secondaria o irrilevante poeticamente la struttura della Commedia di Dante).

    4.

    Questa nota forse è una pignoleria, ma io la tratto per esigenza di esattezza. Scrivi ad un certo punto: «Statuto di ambiguità che, più che risiedere, come afferma Fortini, nel linguaggio a cui bisogna dare una forma (*«[la poesia] è ambigua, proprio perché ha un’apparenza informativa, comunicativa e persuasiva che viene modulata, per dir così, in una forma*) risiede in quella particolare configurazione psichica che non ha ancora acquisito la capacità della differenziazione: questo o quello per me pari sono; qui lo dico e qui lo nego, tanto per esemplificare alla buona». Credo che tu abbia interpretato male il pensiero di Fortini. Egli in questo brano sostiene che la poesia è ambigua perché “somiglia” al linguaggio comune o quotidiano (fa l’esempio della poesia di Saba), sembra essere cioè, come quello, soltanto informativa, comunicativa, persuasiva, ma il lettore non ingenuo addestrato alla complessità dei testi poetici (anche di quelli che appaiono chiari, elementari, “pezzi di vita”…) si accorge subito che dice altro (e qui andrebbe esaminata la visione fortiniana della poesia come allegoria o come contenitore di una «promessa di felicità»). Quello che preme a Fortini in questo passo è mostrare l’ambiguità del linguaggio poetico rispetto ad es. alla univocità di quello scientifico. A te preme invece – e qui entra in azione e non c’è nulla di male a parte il travisamento delle parole di Fortini – parlare dell’ambiguità psichica dell’inconscio e insistere soprattutto sul fatto che «è con l’ambiguità dell’inconscio che è in contatto il pensiero poetico». Non lo contesto. Aggiungo soltanto (ma tratterò la questione più avanti) che esso è in contatto anche con altro: con la storia, con la “realtà”, con la società, con la cultura o le culture o le mode, che l’attraversano come venti più o meno intensi e duraturi.

    5.
    Ma a proposito di rapporto tra sogno e poesia (o di psicoanalisi e scrittura) vorrei riprendere una questione sulla quale mi aveva fatto riflettere Sandro Briosi, un amico, purtroppo scomparso, docente all’Università di Siena e studioso di Sartre e di Svevo. Riduco all’osso i suoi ragionamenti, ma egli sosteneva che il pensiero poetico (o più concretamente uno scrittore: mettiamo un poeta come Saba o un narratore come Svevo), facendosi linguaggio, oggettivandosi in versi o prosa, debba per forza uscire, strapparsi, dal contatto con l’inconscio. Altrimenti non sarebbe rappresentabile, non potrebbe essere riportato alla vita diurna, alla comunicazione. È per questo che c’è una sorta di braccio di ferro tra il sogno che – diciamo così – “si accontenta solo di essere sognato” e la mente o la coscienza che lo vuole strappare alla sua dimensione puramente psichica, all’ombra che l’avvolge e non lo vuol cedere. (È davvero istruttiva in proposito la competizione nella «Coscienza di Zeno» tra il protagonista scrittore e il suo antagonista, che è psicanalista). Ed è anche per questo che volevo mettere alla prova te ed altri/e chiedendoti bruscamente: « Tu del resto hai accennato proprio a questa analogia tra poesia e sogno. Ma si deve essere chiari e persino drastici. Mettiamo l’accento più sul sogno oppure sulla poesia da intendere come traduzione, oggettivazione linguistica (e quindi sociale o socializzabile, comunicabile!) del sogno?». Mettere alla prova? Forse avere una conferma delle differenze di vedute che esistono tra noi. E, infatti, Emilia non ha esitato a porre l’accento sul sogno («il sogno in poesia è la parte più vera»). Ro intona i suoi peana «ultra-lunari» alla «“forza” femminile». Mayoor – a parte le cose che non ho capito del suo commento, del tipo: – chi è che «affida alla forma il compito secondario di essere sostegno al significato? Vygotsky, Majorino, Abate?; – quale sarebbe «il linguaggio pulito» che «sembra avere dei limiti»?; – in cosa consisterebbe il mio «stemperare»?; – in che senso io e Majorino faremmo «del politico un generico intellettuale alle prese con la mancanza di pensiero e ragionamento»? – sembra orientato a respingere qualsiasi tipo di critica alla poesia (come se non ci fossero esempio in giro di « poesia tutta estetizzante e disimpegnata») e a privilegiare anche lui il rapporto inconscio/poesia riproponendo modelli di «linguaggio pre-surrealista» (e cita Majakovskij) o di linguaggio «tutto metaforico» (e cita Bertoldo). E tu stessa dai una visione quasi crociana della poesia: «la poesia è espressione di bellezza (e dei suoi conflitti), di commozione e di espressione»; la poesia « va a toccare corde che la ragione non riesce a toccare». Saltando a pie’ pari i numerosi esempi (che non mancano) di “poesia di pensiero”, tendi secondo me ad avvicinare troppo poesia e inconscio (starei per dire poesia e psicanalisi, trascurando il problema riferito sopra a proposito di Briosi). Io terrei fermo che il linguaggio che si ha in poesia (di solito scritto da un individuo) sia abbastanza diverso, orientato ad altri scopi, sottoposto ad altre regole rispetto a quello che viene trattato dalla psicanalisi o usato sul set psicanalitico. È “finzione” , è “arte” dice Fortini. (Ma su questo forse ha detto cose serie e approfondite soprattutto Lavagetto…).

    6.

    E arriviamo ai « *barconi*, o *le guerre* o *le piazze insanguinate*». Io chiedevo perché – oggi, in Italia – delle tragedie reali (almeno per quelli che le vivono!) a noi arrivano come epifenomeni; e perché questa realtà o pezzi di realtà non arrivano (più) in poesia. O ci arrivano in forme rozzamente propagandistiche, immediatistiche, superflue, che non aggiungono nulla e non parlano né al cuore né alla ragione. Faccio qualche ipotesi. Che il cuore o la mente dei poeti italiani ( e/o occidentali) non è capace di accogliere e rielaborare creativamente queste realtà perché è per loro insopportabile, non la reggono, ne hanno paura ( e diffondono questa paura o si lasciano pur essi invadere dalla paura sociale spontanea e artificiosamente enfatizzata dai mass media e dai governi). Altra ipotesi: che sia crollato un pensiero razionale (in mezzo alle élites e alle masse) che un tempo era capace di mettere a fuoco queste tragedie, di contestualizzarle in una visione generale, di orientare pratiche non piattamente emergenziali (di cinismo o solidarismo generici e miopi) e in cattedra si sia insediato un “pensiero debole”, che rimuove queste realtà, non vuol sentire parlare di storia né fare i conti con gli orrori secolari della storia e preferisce avvolgersi in varie coperte di Linus (ivi compresa un certo tipo di poesia e insisto ancora provocatoriamente a indicare in tal senso le varie poetiche orfiche, surrealistico-consumistiche, post-avanguardiste). Provocatoriamente ma non troppo dovremmo tutti chiederci: da quali fenomeni si lascia toccare la nostra poesia? Oppure: perché riduce ad epifenomeni certi fenomeni? Lasciamo perdere il fantasma del Critico Legislatore che vorrebbe « trascinare per le vesti la poesia (o il poeta) chiedendo “guarda qui”, “guarda là”, “parla di me”, “no, no. Di me”». Non ce ne sono più in giro (purtroppo?). Però quando abbiamo le prove di «non sentire niente» di fronte alle solite immagini dei barconi o dei lavavetri o dei morti ammazzati in Egitto, oltre a preoccuparci della nostra accertata insensibilità, non possiamo cavarcela dicendo che il tragico «non c’è là dove dovrebbe esserci». No, il tragico sta davvero là, è vissuto davvero da quegli immigrati. Semmai le immagini (costruite per il nostro occhio “occidentale”) ce ne danno solo una porzione mitridatizzata o manipolata per intensificare la paura social e la sensazione che la minaccia venga da quella “carne da traghetto”. E sia chiaro che di fronte alla vera tragedia vissuta da altri uomini e donne, che restano per noi sconosciuti e non riescono più a farsi “prossimo”, la nostra (insensibilità) non è una tragedia. Giochiamo semmai alla farsa, a fare gli gnorri. Dovremmo cantare? Beh, cantiamo la farsa dei poeti occidentali! Ma subito dopo mi chiederei chi ci ha condotto dalla tragedia della Seconda guerra mondiale a quest’oggi farsesco. Se il nostro sentimento s’è impoverito, se il nostro pensiero si è indebolito, sarebbe utile chiedersi il perché, ragionarci su. Se ad un certo punto una parte del nostro corpo si paralizzasse, forse non ci chiediamo perché? N

    7.
    «Te li vedi oggi questi personaggi?» mi chiedi riferendoti al ruolo dei maestri di scuola e ai medici condotti nella società rurale che abbiamo fatto in tempo a conoscere. Quelli sono personaggi anacronistici, ma i loro sostituti o eredi sono già in circolazione nella versione della società dello spettacolo (giornalisti, intrattenitori televisivi, ecc.). Fra i moltinpoesia vedi che ce ne sono parecchi che vanno ancora a caccia del Vate o del Maestro e stabiliscono rapporti gregari e ossequiosi con quanti sembrano incarnare queste figure mitiche. Perciò è importante contrastare l’equivoco religione/poesia e non dare spazio a certi fideismi, ricerche di figure carismatiche, guru o santoni della poesia. Quella «capacità di essere in contatto con le ‘zone oscure’, intuire l’altra faccia della Luna [e che] non ha niente di soprannaturale», che passa per geniale o si confonde con la religione/religiosità, ce l’abbiamo (repressa e confusa) tutti. Ma chi in qualsiasi campo (poetico o tecnico o politico) la capitalizza in alcune figure “speciali” o “carismatiche” e aiuta a costruirle e a perfezionarne il mito (spesso a tavolino) è secondo me un imbroglione.

    9.
    «In questo senso chiamerei ‘politica’ la poesia: non perché tratta di ‘politica’ essenzialmente, ma perché è ‘trasformativa’, fa allargare di senso il pensiero, lo fa uscire dalla rigidità e dagli schemi precostituiti».
    Attenzione, questo accade solo in certi casi. Quando, invece, la poesia diventa un feticcio e un culto o una moda, contribuisce pur essa a irrigidire e precostituire (ribadisco ancora antipaticamente: è il caso del surrealismo di massa, della svalutazione della prosa, noiosa troppo lunga, etc o della ragione) abbiamo uno sbilanciamento “debolista” che danneggia tutti.

  18. Rita Simonitto

    Innanzitutto ringrazio Ennio per la pazienza, direi quasi ‘certosina’, da Abate (Ennio scusami per questa battuta, ma la mia è solo invidia per la tua capacità di stare al ‘pezzo’ con competenza mentre io tenderei a ‘frullare’ di qua e di là). E proprio in questo ‘frullare’ mi sono imbattuta nell’intervento di Linguaglossa (sul post ‘Esodo, molti, moltitudine’) dove l’accenno all’Andrej Rublëv , oltre a commuovermi – ancor oggi -, perché mi ha messo in contatto con quel grande personaggio raccontato nell’omonimo film di A. Tarkovskij (che consiglio davvero di visionare), mi è utile per dire alcune cose rispetto a quanto stiamo trattando, in particolare rispetto al sentire poetico. Ma lo riprenderò alla fine del mio intervento.
    Come ho detto altrove, è anche una questione di metodo, nella nostra ricerca: andiamo a cercare ‘che cosa hanno veramente detto Marx, Freud, Fortini, Vygotsky, Linguaglossa o Ennio o Mayoor (ma allora facciamo un lavoro di chiarificazione esegetica) oppure partiamo, come diceva Poincarè, da uno stimolo che riesce a dare senso e a condensare in una unità significativa quella serie di elementi che prima si presentavano come sparpagliati, confusi e insensati?.
    Sappiamo che quando ‘si parla’, ‘selezioniamo’, più o meno consapevoli, e quindi ‘escludiamo’ dal discorso ciò che ‘è superfluo dire’, ciò che è ‘inopportuno dire’, ciò che ‘non ci passa nemmeno per la coscienza di dire mentre invece farebbe parte costitutiva di quel dire, ovvero precisare un nostro sentire profondo’.
    Quando leggo ciò che ha scritto Ennio, trovo una consonanza con molte cose che lui dice, anche se so che ci sono dei punti di partenza che differiscono, ma, pragmaticamente e fino ad un certo punto, li tollero e così mi auguro (anche se è un augurio che spesso cade nel vuoto) che altri facciano altrettanto.
    Mi sento invece di precisare (precisare e NON criticare) quando ho l’impressione che le divergenze – sto parlando ‘in generale’, non di Ennio – non siano ‘affare del momento’ (es.: “voglio andare a mangiare una pizza” e l’altro risponde, “no, io voglio andare al cinema”) ma nascondano pre-giudizi, prese di posizione o intenti che rischiano di condurre a divaricazioni importanti (es.: “voglio andare al cinema perché tu, volendo mangiare la pizza, sei un troglodita che pensi solo a nutrire la tua pancia e non il tuo cervello”).
    So anche che questa ‘percezione’ corre sul filo della ‘paranoia’, del ‘sospetto’, ma, come diceva Andreotti: “sospettare è peccato ma il più delle volte ci si azzecca”.
    E poi, lavorare *sul bordo*, come segnala Ennio, non è soltanto prerogativa della psicoanalisi che ha intuito la ricchezza di questa metodica dell’ascolto ‘fluttuante’: dovrebbe far parte del nostro bagaglio esperienziale il cogliere i flussi che vanno dall’inconscio, dal sogno, al razionale e viceversa.
    E, da quanto detto, si evince che l’ambiguità non sta soltanto nel testo ma anche nell’uso del contesto da parte dell’emittente: se voglio farmi capire dal ricevente, devo cercare di disambiguare e precisare, utilizzare gli strumenti della logica, ovvero il ‘tertium non datur’, ‘questo non sta per quello’, ecc.
    Se invece non mi interessa la comprensione dell’altro, rimarrò nell’ambiguità, come rimarrò nell’ambiguità se io stesso non ho le idee chiare epperò il chiarirle mi costerebbe la fatica del prendere posizione.
    Il poeta ‘gioca’ su questi aspetti ambigui i quali, anziché essere legati alle regole del ‘noi’, del contesto (ricordate l’ambiguità della famosa espressione di N. Chomsky “una vecchia porta la sbarra”), possono rimanere appiccicati come cozze alle vicissitudini soggettive; ragion per cui egli (poeta) può giocare ‘sporco’ o giocare ‘pulito’.
    Gioca pulito se utilizza l’ambiguità in forma creativa, per aprire ad ulteriori ‘sensi’ il suo dire e ciò non soltanto ‘pro domo sua’ ma anche a beneficio degli altri; mentre gioca ‘sporco’ quando si trincera dietro una presunta *«capacità di essere in contatto con le ‘zone oscure’, intuire l’altra faccia della Luna »*, e utilizza il suo essere incomprensibile come espressione di genialità.

    Questo non fa che ribadire quello che scrive Ennio: *se Vygotsky resuscitasse, lo sentiremmo borbottare severamente: « Una parola senza significato non è una parola, ma è un suono vuoto. La parola, privata del significato, non si rapporta più al regno del linguaggio»*.
    Caro Ennio, sono perfettamente d’accordo, manca però un piccolo, poi non tanto piccolo, dettaglio: la parola non gode soltanto di un significato ma ha anche un contesto. Se oggi nominiamo la parola ‘svastica’ vediamo subito torcere le teste e sentiamo a pelle uno sguardo sospettoso. La svastica, se non ricordo male, ha una nobile origine ‘runica’ e indicava la circolarità del tempo, il famoso ‘uroboro’, il serpente che si mangia la coda. Aveva quindi, in altro contesto, tutto un altro significato. Poi modificato dalla storia successiva al punto da perdere il senso originario.
    Allora, solo perché il concetto di ‘religione’ ci si è appiccicato addosso come un bollino (“la religione è l’oppio dei popoli”) cerchiamo da un lato di non volerne sapere ‘tout court’ e, dall’altro, di equivocare su quella che è la sua originaria funzione e cioè di mettere in contatto il noto con lo sconosciuto, come è stato per secoli così.
    W.R. Bion diceva: cambieranno le religioni (cristianesimo, protestantesimo, buddhismo, islamismo) ma il bisogno di religione ci sarà sempre perché l’essere umano è sempre ‘mancante’.
    Non vi insospettisce il fatto che accanto alla odierna onnipotenza tecnologica che sembra abolire i limiti dello spazio e del tempo si affianchi la massima esplosione di irrazionalismo che invade anche le sfere che cercano di supportarsi scientificamente?
    Quindi, non soltanto ‘santoni, ‘sette’ e via sbizzarrendoci ma anche fior di ‘maîtres à penser’, tipo Lacan, come richiama Ennio, il quale, per spiegare una teoria psicoanalitica intricata, ricorreva disinvoltamente a concetti e formule matematiche facendo inorridire i veri matematici ma impressionando il pubblico che
    pensava che il non capire era un dazio necessario da pagare.
    O tipo Luce Irigaray, filosofa e linguista, che sosteneva che la meccanica dei fluidi era stata trascurata rispetto a quella dei solidi perché la prima è femminile mentre la seconda è maschile.
    Ma anche in ambito medico e ‘psi’ c’è uno scivolamento progressivo verso la posizione che dice, al pari di quello che succede in negozio, il cliente (non più ‘paziente’ ormai, perché si è perso il concetto che ha a che vedere con il ‘patire’ che è espressione squisitamente soggettiva, individuale, bensì ‘utente’, ‘ospite – nelle case di riposo – ecc. ecc.) ha sempre ragione?
    Quindi assistiamo ad una progressiva ‘spoliazione’ della nostra ‘intimità’, della nostra ‘spiritualità’ (per ritrovare la quale ci si trova costretti ad aderire alle varie proposte di guru e affini che parlano appunto di emozioni, di interiorità, ecc.), e contemporaneamente ad una conduzione verso una ‘ragione’ che non è quella del soggetto bensì quella del sistema.
    Detto questo, caro Ennio, il tragico, per me, non sta negli occupanti dei barconi, nei morti, ecc. ecc. Lì ci sta la loro sofferenza materiale a cui siamo chiamati a rispondere con carità (più o meno cristiana, o socialista, ognuno ci metta quello che gli sta più bene).
    La tragedia, etimologicamente, ricorda un rituale, il ‘sacrificio’ di qualche cosa per ottenerne un’altra.
    Loro sono il ‘tragos’, il ‘caprone’, la vittima sacrificale per cui si può provare pena o ‘pietas’, ma il cui ‘sacrificio’ è il rovescio della medaglia del nostro ‘benessere’, perché noi apparteniamo all’occidente opulento.
    Però poi, quando li guardiamo e ci identifichiamo e proviamo un subbuglio di emozioni, pensiamo che siamo toccati nel nostro ‘intimo umano’ e lì siamo soddisfatti del nostro essere ‘buoni e non malvagi’, e non pensiamo che anche noi siamo dei ‘capri’ sacrificali che, inermi al loro pari ci accontentiamo delle solite lamentele e non alziamo mai la testa.
    “Il tragico che non c’è” sta in quelle persone che, pur potendosi assumere il carico della tragedia, fanno lo gnorri.
    O come s’interroga Ennio, il ‘buon’ Ennio, *il cuore o la mente dei poeti italiani ( e/o occidentali) non è capace di accogliere e rielaborare creativamente queste realtà perché è per loro insopportabile, non la reggono, ne hanno paura.*
    Le capacità ci sono, ci sono. Magari le avessi io.
    Ma loro dicono ‘abbiamo le mani legate’ (“e come potevamo noi cantare/con il piede straniero sopra il cuore” – S. Quasimodo; oppure “Non chiederci la parola” – E. Montale; “Dopo Auschwitz non è più possibile la poesia” – T. Adorno)!
    Prova ne è che queste espressioni non sono diventate segno di orrore (perché è quell’abile distorcere la realtà ciò che mi fa ‘orrore’, Ennio), ma il ‘leitmotiv’ di chi, nel mentre denuncia, si para il culo.

    Ma torniamo all’Andrej Rublëv, leggendo in questa storia, in filigrana, anche qualche cosa che ha a che fare con la poesia.
    Nella visione (religiosa) del regista A. Tarkovskij, per il monaco Andrej, mirabile pittore di icone della seconda metà del 1300, l’arte, la bellezza e la verità provengono dal contatto col Dio esterno che deve essere raggiunto attraverso la perfezione.
    Una volta che Andrej ha tradito questo legame, cedendo a pensieri lussuriosi e alla violenza, uscendo dal ‘sacro’ e diventando uomo, poteva far parte anche lui di quel ‘tartarico, brutale orrore’ di cui era stato testimone e a cui aveva cercato di sfuggire. E’ diventato impuro, e perciò privato della sua parte divina che si esprimeva atttraverso la pittura e la parola.
    Boriska è il suo ‘alter ego’ fanciullo, che unisce in sé non solo la capacità artistica e tecnica nella costruzione della famosa campana, ma il ragazzo segue il suo Dio interiore, ha la ‘grazia’ dentro di sé, che è unione di forza bruta e bellezza.
    La creatività non è un ‘pulito dono del cielo’ che il cielo dà ai puri di cuore, come prima immaginava Rublëv, ma è qualche cosa che si impasta con il pantano, con la paura di non farcela, con la bugia e la solitudine.
    E sarà quando Andrej si accosterà a Boriska che piange dopo che la campana ha lanciato per l’etere il suo suono e gli chiederà il perché, allora riprenderà a parlare e a dipingere ancora icone.

    *Se il nostro sentimento s’è impoverito, se il nostro pensiero si è indebolito, sarebbe utile chiedersi il perché, ragionarci su* suggerisce Ennio e io sono d’accordo.
    A condizione di vedere l’impoverimento e l’indebolimento del pensiero come l’esito di quell’ottundimento che è iniziato con il ‘mettete dei fiori nei vostri cannoni’ ed è finito con un ‘buonismo’ disperante che, al massimo si può concedere una ‘primavera araba’ qua e là, oppure un ‘vaffa’ alla Grillo.
    Una ottusità che crede solo alla violenza del concreto e non anche alla violenza che ci può essere nel pensiero e nella teoria.

    R.S.

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