Luca Ferrieri
Appunti su “Per una poesia esodante”(28 nov. 2012)

Samizdat e poeta esodante logo IL MATTINO DELL'IMPIEGATO anni 80 circa

Solo oggi ho avuto tempo per trascrivere e pubblicare questi (preziosi per me) appunti di Luca Ferrieri sulla questione della “poesia esodante”. Furono stesi sul suo taccuino [* L’originale in PDF   si legge qui: Ferrieri Appunti per Tesi Ennio poesia esodante] in occasione della discussione tenutasi a Milano nella Libreria di Via Tadino il 28 novembre 2012. Nella loro stringatezza dicono l’essenziale: come un tentativo di discorso sulla poesia (il mio) viene accolto (“rispecchiato”) da un intellettuale critico, che viene quasi dalla mia stessa storia politico-culturale e col quale collaboro da decenni. Aggiungerò nei prossimi giorni nello spazio commento le mie considerazioni. [E.A.]

Luca Ferrieri

Ennio /APPUNTI PER UNA POESIA ESODANTE
28.11.2012 Libreria di Via Tadino – Milano

Alcune domande (tagliando)
tratte da miei appunti di lettura

Al di là del titolo dimesso e riduttivo, questo lavoro di Ennio
ha il pregio di «mettere in forma»
rendere più coerenti e convincenti e sistematici
i suoi pensieri in argomento.
Trovo che questo tentativo
sia almeno in parte riuscito;

Testo problematico (nonostante /forse perché a tesi)
mostra un cammino ma lascia aperti sentieri collaterali
uscite di sicurezza
comprese quelle dovute a obiezioni/dissenso

Le mie invece saranno
vere e proprie glosse/spigolature:
osservazioni e obiezioni
che lavorano ai fianchi il ragionam[ento]
accettandone, almeno come
ipotesi provvisorie, l’impianto.

1. “molti”

‘moltitudine’ è categoria di assai nobili
origini (Spinoza vs Hobbes, moltitudine vs popolo (>populismo)
che conserva/recupera
una straordinaria vitalità
(Virno, Negri, ecc.)

punto di forza: rappresenta la pluralità
di voci, comportamenti, interessi
senza reductio ad unum.
o meglio l’uno cui tende la moltitudine
non è un’unità statuale o indifferenziata
è un’unità segnata dalle differenze,
è un’unità espressa dal comune (pubblico?)
dall’intelletto generale

punti deboli: è totalmente interclassista,
non è fondata, almeno alle origini,
su alcuna analisi di classe
il che fa sorgere qualche dubbio sul
suo frettoloso arruolamento nel bagaglio
marxista
(tant’è vero che Virno, che
la usa assai appropriatamente, lo fa nel
quadro di una rifondazione antropologica
e linguistica del marxismo)

Domande:
– in che misura i molti coincidono con
I produttori o lavoratori della conoscenza
(cognitariato) [con il lavoro sommerso della conoscenza (Donato Salzarulo)]
– se questa categoria [lavoratori della conoscenza] non rappresenti
però meglio il cambiamento postfordista
della società; la diffusione della conoscenza;
la esistenza di un ceto che vive
di conoscenza, anche se non ne ricava di che vivere

– il tentativo di tradurre ‘moltitudine’ [tentativo di reagire ORFANITA’ DEL SOGGETTO]
in «ceto medio» mi sembra invece
un recupero tradizionalista di analisi
di classe (per reagire [all’] interclassismo
abbastanza infondato sociologicamente
( i molti sono profondamente investiti da processi
[di] pauperizzazione; forse fondato culturalmente
(perché la cultura rimane un riferimento e un feticcio
com’è stato per la piccola borghesia);
MA QUANTO UTILE A CAPIRE CIO’
CHE STA CAMBIANDO?

[piccola borghesia: Linguaglossa
Ennio: ceto medio= “ex piccola borghesia”]

IL CEMENTO DELLA
MOLTITUDINE
per Virno è il linguaggio

2. ESODO

(ragionamento simile a quello su ‘molti’)

a me sembra sinceramente una
metafora politica interessante

– rinuncia all’idea che il
potere sia concentrato in
palazzi e casematte;
oggi è diffuso

– la conseguente rinuncia
all’idea della presa del potere,
allo scontro frontale,

– l’idea di un giro, un periplo,
di una mossa del cavallo, circumnavigazione
vincere girando intorno (in tondo)
vincere fuggendo ecc.

– abbandono delle tradizioni
e culture di provenienza
( Ennio: «fuoriuscita dai discorsi
da cui si proviene» e dalla
loro usura, stanca ripetizione)

io mi accontenterei volentieri
della valenza metaforica,
perché penso che essa sia indispensabile
a ricostruire un linguaggio e [una] cultura
del cambiamento,

un ripensamento di ciò che siamo/
vogliamo essere

ma per Ennio è così?

non credo; una spia del fatto che non è
così la vedo nella sua opposizione
tra rifondazione/esodo,
come se l’esodo non fosse anche una
rifondazione, una ricerca di una nuova
casa comune, dove gettare fondamenta

ma se per Ennio è di più di una metafora
che cos’è esattamente?
Perché io non vedo traducibilità politica
nel suo esodare/esondare,
a parte residui di anti-istituzionalismo
erosione di categorie destra/sinistra
senza sostituirle con altro

3. MOLTINPOESIA

SE POI CI AVVICINIAMO ALLA TRADUZIONE
IN POESIA (nel campo della poesia)
DI QUESTE CATEGORIE (MOLTI, ESODO)

Ed è la parte più interessante/innovativa
di questo lavoro di E.
le cose si complicano e i problemi forse
aumentano

INFATTI IO VEDO NELLA ESPORTAZIONE DEI MOLTI
IN POESIA ALCUNE INTUZIONI
IMPORTANTI

– che sono/siamo in molti in poesia ( quindi
La poesia deve essere trattata come
Un bisogno e un movimento «di massa») [ > anche se E. dice che va inteso
come progetto, «non significa che lo siamo già» molti]

>ma attenzione perché
questo si potrebbe ripetere
mettendo al posto di “poesia”:
scrittura, cultura, lettura…

– che questo vuol dire che non
esiste una sola poesia
(sacrosanta rivendicazione
di pluralità) e dialogismo
(rifiuto chiese, accademie, sette)

– che occorre ricongiungere
il fare (poesia)
con la critica

e questa è una sottolineatura che
introduce un tratto forte
nel pensiero debole [sulla] moltitudine,
evita derive postmoderne,
afferma [la] necessità di un (nuovo)
canone

questa critica si esercita in laboratori;
bisogna essere + laboratores
meno oratores (musa)
[meno] bellatores (avanguardia, avanguardismo)

dunque critica dal basso

– che essere ‘moltinpoesia’ [questa è forse l’affermazione più interessante di tutte]
vuol dir
«rendere scorrevoli
i rapporti tra alto/basso
in poesia»

> con le affermazioni susseguenti
e conseguenti
– costruire una nuova estetica
– praticare il riuso critico (delle rovine?)
[TUTTO CIO’ PONE SECONDO ME
UN PROBLEMA INEDUDIBILE:
LA DEMCORAZIA IN POESIA
(O LA DEMOCRAZIA- LETTERARIA) NON SI SOVRAPPONE
SENZA SCARTI, NON COINCIDE CON DEMOCRAZIA POLITICA:
SONO DIVERSI METODI E CONTENUTI

– FATTO SALVO IL DIRITTO DI ACCESSO, e la democratizzazione della macchina culturale
che è il principale ma anche unico terreno di sovrapposizione,
POI IN LETTERATURA NON VANGONO CONSENSO E principio [DI] MAGGIORANZA

LA FELICE CONTRADDIZIONE

è che in CRITICA LETTERARIA, ESTETICA, GUSTO
contano più le minoranze dell maggioranze.
Duchamp e Schonberg non piacciono a nessuno
ma sono imprescindibili

> CHI HA TEORIZZATO LA “DEMOCRAAZIA LETTERARIA”
fondata sul consenso
ha finito per sostituire l’ambigua categoria
di PUBBLICO (in senso televisivo) a quella di lettore
E A FARE APOLOGIA DEL CONSUMO (Spinazzola)

È LA CATTIVA ORIZZONTALITA’
Di cui parlano Millet, Carabba e anche Ennio

– PENSARE I MOLTI OLTRE
ALLA CONTRADDIZIONE
CON I POCHI (“non son odue eserciti
l’un contro l’altro armati)

4. POESIA ESODANTE
le 14 tesi sulla p. esodante mi sembrano
un po’ meno «stringenti» delle 8 sui molti.

due osservazioni generali

– la vaghezza dell’esodo qui si presenta aggravata (>anche in forza di un continuo “né..né”
PARATASSI NEGATIVA > tentativo di equilibrio tra opposti, a volte equilibrismo

– Le affermazioni peraltro sono quasi
Tutte largamente condivisibili,
e (perché) ruotano in buona
parte intorno a una nuova formulazione del concetto
di impegno che eviti le sacche
in cui è finito.

> Ennio lo ammette: “Non posso mostrare esempi
Convincent di poesia esodante”

e una postilla/invito

SE È VERO CHE
– La poesia esodante nasce nel regno dell’illibertà e ne è
Segnata

– che autonomia dell’estetico
non significa agnosticismo
politico o indipendenza
della poesia dalla storia

– che la poesia deve
«pensare l’orrore»
ma senza assumere pose
direttamente politiche e senza
essere surrogato della politica
(un buon ripiegamento dopo
la sconfitta)

– che forma/contenuto sono
indissolubilmente legati ed
egualmente importanti

– che la poesia è ambivalente
(perché legata a vischiosità
cetomedista)

PERCHE’ NON SPINGERE
IL RAGIONAMENTO FINO IN FONDO E DIRE
ad esempio (solo due esempi)

– che la politicità della poesia
si esprime innanzitutto
attraverso il linguaggio
poetico; una scelta linguistica;
di fuoriuscita dall’ordianario
e dall’assoluto;

– e quindi occorre andare
oltre l’affermazione francofortese
e anche francofortiniana
che la bellezza è una
maschera (complice) dell’orrore

5. IN CONCLUSIONE

– questo scritto è testimonianza
di un’ostinazione intelligente,
non riptetitiva, che sceglie
il cammino piuttosto che il
posizionamento.
C’è nella traiettoria intellettuale di E.
un visibile percorso

– ci sono anche, e non poteva
non essere così la fedeltà e
le radici.

– io auspico che
questo doppio movimento
penetri anche in alcuni
demoni di E.

fortini
fortilizi

*la svalutazione
del piacere estetico

* il mancato/incompleto
valore dell’individualità
nella esperienza poetica e
culturale > accennato, ma ancora
troppo timidamente
nella parte sul
rapporto io/noi

Annunci

3 commenti

Archiviato in CANTIERI

3 risposte a “Luca Ferrieri
Appunti su “Per una poesia esodante”(28 nov. 2012)

  1. Giorgio Linguaglossa

    È possibile che il secondo periodo di barbarie ben potrebbe coincidere con l’epoca della civiltà ininterrotta

    Herbert Marcuse

    La purissima (kristallreine) eliminazione dell’indicibile nel linguaggio è la forma che ci è data e per noi più naturale, per agire all’interno del linguaggio e in questo senso attraverso di esso. Questa eliminazione dell’indicibile mi pare coincidere esattamente con lo stile veramente obiettivo, sobrio e spoglio, e delineare la relazione fra conoscenza e azione appunto all’interno della magia linguistica. Il mio concetto di stile e modo di scrivere obiettivo e insieme altamente politico è questo: condurre a ciò che si rifiuta alla parola; solo dove si schiude questa sfera del muto suo potere indicibilmente puro, può scoccare la scintilla magica fra la parola e l’azione movente, dove sta l’unità di questi due momenti ugualmente reali. Solo la direzione intensiva delle parole dentro il nucleo del più profondo ammutolire raggiunge la vera efficacia.
    Walter Benjamin, Lettera a Buber, luglio 1916

    Sul problema dei «moltinpoesia» io nutro dei dubbi: è possibile, anzi, auspicabile che si cerchino delle strade comuni attraverso una dialettica delle tesi ma nutro dei dubbi che si possa arrivare a stabilire una democrazia fondata sul consenso alle idee per il semplice assunto che fare critica o fare arte richiede piuttosto la categoria del «dissenso», in questo senso io intendo la categoria di Abate sull’«esodo»: esodo = dissenso, esodo dalla marea montante del culturalismo di massa; esodo come abitazione senza dimora prestabilita, esodo come scelta individuale alla abitazione principale. Da una cosa non può esserci esodo: dalla Lingua di relazione dei contemporanei: la Lingua di relazione è la nostra prigione (che non è affatto dorata), esodo dalle idee acquisite e dai valori stabiliti dalle istituzioni della convinzione. La letteratura è il luogo piuttosto della presa di distanze da tutto ciò che ci conduce alla omologazione dei gusti e delle idee. Questo è il mio concetto di «esodo». Ciascuno abbia quindi il suo proprio «esodo», ciascuno scelga il tragitto della propria fuoriuscita dalle idee positive del proprio tempo.
    È stato detto che viviamo in un mondo che richiede piuttosto delle idee «liquide» per orientarsi, io credo che dobbiamo invece munirci di categorie nuove, agili, manovrabili, senza dimenticare che ci muoviamo in un universo mediatico che tende a fagocitare tutto ciò che appare non fagocitabile, e gli apparati della costruzione del consenso sono talmente forti che non lasciano il minimo spazio o possibilità di «fuga» o di «esodo». Per questo motivo io mi chiedevo se non fosse piuttosto il caso di direzionare verso «il centro» il movimento dell’esodo, perché è lì che dobbiamo concentrare i nostri sforzi: al centro del centro delle questioni che liquide non sono affatto.

  2. Ennio Abate

    @ Linguaglossa

    Se dici che «la letteratura è il luogo piuttosto della presa di distanze da tutto ciò che ci conduce alla omologazione dei gusti e delle idee», dovresti concludere che essa è già e da sempre «esodo». Pare però che, così pensando, si attribuisca ad essa un carattere di defezione e/o di opposizione che è stato praticato semmai da una parte minima dei letterati. Sottovaluti dunque i loro strettissimi rapporti col potere. Riporto, sempre dall’intervista «Cos’è la poesia?»di Fortini questo brano che insiste sulla cortigianeria della letteratura e dei letterati:

    «Spesso mi è occorso di ricordare, in queste circostanze, il passo assolutamente straordinario della Odissea quando Ulisse ha compiuto la sua vendetta sui Proci, ha compiuto la terribile strage a colpi di frecce e tra i morti e gli agonizzanti si fa avanti il cantore, colui che in sostanza cantava narrazioni epico-liriche alla mensa dei Proci; gli si fa incontro, gli abbraccia le ginocchia, lo scongiura di non ucciderlo e lo scongiura di non ucciderlo dicendo: “sì, è vero io ho cantato per questi usurpatori ma l’ho fatto perché vi ero costretto e d’altronde sappi che io sono prontissimo a cantare anche per te; ma astieniti dal sangue di colui che in qualche modo è consacrato ad Apollo e che è quindi un personaggio sacro”. Qui troviamo nello stesso tempo affermata l’elemento di diciamo di grandezza e di miseria della tradizione letteraria, per cui per un verso c’è una sorta di invisibile tonsura sacra sul poeta, e nello stesso tempo c’è l’abiezione di colui che vive mendicando alla tavola dei padroni e dei potenti. Naturalmente Ulisse non uccide il cantore e da quel momento il destino del poeta e del letterato nella cultura occidentale è segnato».

    E per dire, dunque, che si deve esodare anche dalla Casa della Letteratura. Quanto al tuo invito ( «Ciascuno abbia quindi il suo proprio «esodo», ciascuno scelga il tragitto della propria fuoriuscita dalle idee positive del proprio tempo») lo trovo generico. Conferma l’individualismo radicatosi in secoli di cultura borghese, che è diventato certamente “reale” (istituzionalizzato, normativo, etica condivisa perché “normale”) ma che ha mostrato tutti i suoi limiti. È un individualismo “privatizzato”, praticabile davvero solo da una porzione di privilegiati, imitato dalle masse (che si devono contentare però dell’aroma e non dell’arrosto) e possibile solo a scapito della maggioranza degli umani. Io credo, piuttosto, che l’esodo vada costruito da un «io/noi». Più precisamente che l’esperienza (da definire meglio) debba essere anche costruzione di un «io/noi» di cui anche nella storia (cristiana, socialista) possiamo trovare traccia.

    Infine, chiedendoti se non sia «il caso di direzionare verso «il centro» il movimento dell’esodo, perché è lì che dobbiamo concentrare i nostri sforzi: al centro del centro delle questioni che liquide non sono affatto», ti ritrovi abbastanza vicino alla posizione di Ferrieri, che intende l’esodo come «periplo», come «mossa del cavallo»: comportamenti cioè che aggirano intelligentemente un ostacolo che non si può più vincere frontalmente e in modo risolutivo (“la rivoluzione”, “la presa del Palazzo d’inverno”) ma in fondo perseguendo un obiettivo, uno scopo che rimarrebbe intatto e che si sarebbe solo offuscato. Ma io obietto: dov’è questo centro delle questioni che tu dici? A me pare che in fondo, così parlando, si sottovaluti la sconfitta di un’ipotesi (per me la “grande narrazione del comunismo”, per te non so…) che poteva appunto costituire un centro, lo scopo, il perno di una vita degna di essere vissuta; e non si riconosca neppure quella discontinuità epocale, che pur viene proclamata (anche da te) quando adotti la categoria del «dopo», del «post» ( dopo il moderno, post- poesia, ecc.).

  3. Rita Simonitto

    Ennio: *….. È un individualismo “privatizzato”, praticabile davvero solo da una porzione di privilegiati, imitato dalle masse (che si devono contentare però dell’aroma e non dell’arrosto) e possibile solo a scapito della maggioranza degli umani. Io credo, piuttosto, che l’esodo vada costruito da un «io/noi». Più precisamente che l’esperienza (da definire meglio) debba essere anche costruzione di un «io/noi» di cui anche nella storia (cristiana, socialista) possiamo trovare traccia.*

    Scusate se in questi giorni imperverso con i miei interventi ma, terminando dopodomani il mio periodo di ferie, non avrò più molta disponibilità di tempo da dedicare al Blog (qualcuno dirà: meno male! Ma non si freghi troppo le mani! Come avviene in ogni ‘saga’ che si rispetti, ci sarà anche il ritorno!).
    Bene.
    In questo intervento di Ennio sono state chiamate in causa due cose (che poi si incrociano) : l’individualismo e Ulisse nella citazione di Fortini.
    Ne metterei una terza che fa da cappello alle prime due e cioè l’importanza del mito e di ciò che questo racconta trascendendo
    il ‘qui ed ora’ della sua storia (la narrazione dell’Odissea) per istituirlo nel presente.
    Se nell’Iliade Omero faceva emergere il ‘privato’ ora dell’uno ora dell’altro eroe, con le singole vicissitudini e patimenti ma sempre impastati con i voleri e gli ostacoli delle varie divinità chiamate in causa, nell’Odissea, cambiando anche il periodo storico, c’è un tendenziale smarcamento da quelli che sono i condizionamenti/favoreggiamenti degli dei e la maggiore determinazione del soggetto Odisseo che si fa sempre più promotore delle sue scelte.
    Egli si fa ‘individuo’ (non ‘individualista’) nella misura in cui pensa ai suoi ‘compagni’: potrebbe benissimo lasciarli inebetiti dalla smemoratezza nella terra dei Lotofagi o trasformati in maiali dalla maga Circe, ma non lo fa.
    Ma il massimo del suo essere individuo lo vediamo nell’episodio delle Sirene. Lui è un capo e i compagni dipendono da lui. Non c’è soltanto una minoranza ed una maggioranza. Lui ‘deve’ escludere i compagni dalla conoscenza della ambiguità del canto delle sirene e patirne ‘da solo’ la sofferenza. Ma la sua decisione non fa capo alla battuta del Gioacchino Belli (“Io so’ io, e vvoi nun zete un cazzo”) ma al fatto che la ‘massa’ è acefala e non può prendere decisioni in quanto tale.
    Il ‘noi’ c’è già dentro Ulisse e non ‘fuori’, nella materialità, nella concretezza dei suoi compagni. Ed è quel ‘noi’ che lui tutela dentro di sè e di cui si fa carico. Altrimenti scivoliamo tra i gorghi delle sirene che cantano ‘democrazia’ e ‘arrosto per tutti’.

    Allora, se la “grande narrazione” (esempio: comunismo, per alcuni, per altri non si sa) è venuta a cadere e se è valido (mi trovo d’accordo) il concetto di ‘esodo’ come *periplo* o come *mossa del cavallo* » intesi come *comportamenti cioè che aggirano intelligentemente un ostacolo che non si può più vincere frontalmente e in modo risolutivo (“la rivoluzione”, “la presa del Palazzo d’inverno”)* e se in fondo si persegue * un obiettivo, uno scopo che rimarrebbe intatto e che si sarebbe solo offuscato* come e chi definisce questo obiettivo?

    R.S.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...