Ennio Abate
Per una poesia esodante Intervista di Ezio Partesana a Ennio Abate (3)

Samizdat e poeta esodante logo IL MATTINO DELL'IMPIEGATO anni 80 circa

TERZA PARTE
V

Sfera della circolazione della poesia oggi, possibile diffusione di una poesia esodante

Bene. Mi sembra che abbiamo discusso sufficientemente di come tu veda la produzione di poesia di questi tempi. Il nostro discorso dovrebbe proseguire adesso sul secondo passaggio, ovvero quello che riguarda la pubblicazione e la diffusione, la sfera della circolazione insomma, che mi pare potremmo dividere in due parti: una prima dove avviene la decisione su cosa pubblicare, e una seconda che consta di come e dove promuovere i (pochi) libri di poesie che oggi si pubblicano in Italia. Vuoi dirci come vedi le cose in generale rispetto al tuo lavoro, alla “poesia esodante” che proponi?

Oggi come ieri a decidere quali testi pubblicare sotto la voce ‘poesia’ sono tre attori socio-storici abbastanza precisi: le case editrici e gli organizzatori di premi di poesia; gli “intenditori di poesia”, di solito poeti e/o critici che hanno già pubblicato; gli «scriventi versi» (Majorino), termine che equivale in parte al mio «moltinpoesia» e a «pubblico della poesia» (Berardinelli). A differenza del passato (all’incirca fino agli anni Settanta), oggi la novità (o complicazione) sta nel fatto che ciascuno dei tre attori agisce in una filiera di pratiche che ha dimensioni di massa. Perciò caso, caoticità, contraddizioni (micro e macro politiche) – presenti in verità da sempre – oggi incidono di più sulle tre tappe principali che portano alla circolazione di un’opera: approdo alla decisione di pubblicare; accertamento critico del valore dell’opera; diffusione dell’opera selezionata tra i potenziali lettori. Ne derivano effetti disordinati, ambigui e prima impensabili: fretta di pubblicare e innumerevoli sollecitazioni a farlo (a pagamento); apparati critici risibili; idee confuse su se stessi, sugli altri poetanti, sul ruolo della critica, sui lettori reali di poesia. La “perdita dell’aura” ha suscitato – e non è una novità – da una parte entusiasmi ingenui, come si fosse raggiunta una vera liberalizzazione o democratizzazione della poesia. E dall’altra allarmi per una «dittatura dell’ignoranza» (Majorino ancora), che sembrerebbe fenomeno spontaneo, ma che invece a me pare pilotato. Come in politica, anche in poesia ci si dibatte tra populismi ed elitarismi, entrambi dannosi, perché offuscano una visione critica delle permanenze del passato e delle innovazioni (reali o possibili). È come se fosse avvenuto un “fall-out della poesia” (o delle “patrie lettere”). Scuola di massa, industria culturale e ora il Web diffondono la “radioattività poetica” oltre la solita cerchia dei “cultori della materia”, in Italia sempre ristretta, raggiungendo strati sociali acculturatisi (da poco e come possono) ai saperi moderni. È questo il fenomeno che io chiamo dei moltinpoesia, ma si potrebbe parlare anche di un fenomeno dei moltincritica o dei moltineditoria.
Da una parte assistiamo alla semplificazione, velocizzazione, moltiplicazione delle pubblicazioni e della loro (spesso incerta) diffusione. E, come detto, si pubblica con eccessiva facilità, si valuta all’ingrosso, si promuovono a tutto spiano reading e premi. Dall’altra la ruminazione lenta del poeta, la critica seria, la diffusione ragionata di opere valide sembrano eclissarsi. La critica, in particolare, è quasi azzerata o stordita. Come se si fosse trovata di fronte a un nubifragio o a un’invasione barbarica. O s’è ritirata, vedendo vilipesa la sua funzione autorevole/autoritaria, che prima aveva una indubbia, seppur relativa, efficacia. In assenza – dico con un po’ di ironia – di un “Lenin della poesia”, capace di raccordare punti di alta elaborazione poetica (che ci sono) e punti di ricerca poetica naif o selvaggia (da non disprezzare), la mia idea di poesia esodante invita a non cedere né alle semplificazioni populiste né all’individualismo elitario-corporativo. Ma la crisi generale, nella quale non dimentico mai di iscrivere quella della poesia, si prolunga e s’aggrava. E temo che la «distruzione della ragione» possa avere occasioni di replicarsi (da noi magari in modi farseschi).

Non avremo il tempo di approfondire tutto, però queste mi sembrano considerazioni importanti. Vuoi dire qualcosa anche rispetto ai meccanismi di diffusione (o distribuzione) della poesia in Italia? Dove pensi possa esserci spazio per un “sfera della circolazione” della poesia “esodante” che non sia quella delle poche collane sopravvissute in Italia o del Blog di poesia? Oppure forse non c’è alternativa secondo te?

Sappiamo che in Italia la poesia è stata sempre un fenomeno socialmente marginale e che oggi l’invadenza dei mass media e la crisi delimitano una sua relativa diffusione derivata dalla scolarizzazione di massa. Ciò detto, io leggerei i processi in corso alla luce di una dialettica molti-pochi (mai escludendo che positivo e negativo possono trovarsi in ciascuno dei due poli); e cercherei di capire se, proprio nei margini o nelle nicchie, si stanno costruendo alcune premesse per una futura, più ampia ma seria diffusione della poesia; oppure se vengono alimentati soprattutto comportamenti di arroccamento difensivo: settari o corporativi.
Due mi paiono oggi i centri più vivaci di divulgazione della poesia: da un lato le piccole case editrici, i blog e le riviste, che accolgono con grande tolleranza la produzione poetica “di massa” e quella vagamente “militante”; le grandi case editrici e i blog o le riviste accademiche e di studio collegati al circuito universitario, che adottano filtri selettivi “professionali” fin troppo rigidi e a volte miopi.
Entrambi però questi “mondi separati” e chiusi a riccio su se stessi- e qui avverto il segno paralizzante della crisi della poesia e di quella generale – non puntano più né a confrontarsi né a confliggere in modi chiari. Così tutto stagna e i problemi s’agitano irrisolti sul fondo. In primo piano si vedono gli snobismi dall’alto, tipici di chi si limita ad amministrare qualche maggior potere di promozione e di veto editoriale o le più ampie e spesso preziose conoscenze specialistiche (filologiche, critiche, storiche); e gli snobismi dal basso: quelli di chi, partito da posizione di svantaggio, supplisce il deficit di visibilità (ma spesso anche di saperi) enfatizzando la propria esclusione o emarginazione e cedendo a un ribellismo antiaccademico che oggi – non siamo più all’epoca dinamica che permise l’exploit del Gruppo ’63 – non smuove nulla.
Che fare? Bisogna sempre provarle tutte prima di arrendersi. Si può tentare di convincere gli insoddisfatti, i dissidenti, i moltinpoesia ad esodare; e cioè a costruire spazi autonomi di vera secessione o di circolazione minoritaria (ma critica e rigorosa)dei propri testi più validi, come del resto hanno sempre fatto tutti i movimenti innovativi nella loro fase nascente. Oppure si può tentare di sviluppare una intelligente “guerriglia critica”. (Lo faccio sistematicamente dove mi riesce; ad esempio, sui blog POESIA E MOLTINPOESIA e LE PAROLE E LE COSE). Senza illusioni però. Fare gruppo oggi per quest’intellettualità di massa è più che mai arduo. Mille fili sentimentali, ideologici e pratici la trattengono in posizioni gregarie, attendiste, opportunistiche. All’estremo, se tali tentativi di costruzione o confronto dovessero fallire, resta la testimonianza individuale, il messaggio in bottiglia.

VI
Sulle poetiche della ricezione

Mi sembra di capire che tu sia favorevole, seppur con poche illusioni, a un “movimento dal basso” e che non veda possibilità attuali e concrete di dialogo o conflitto con il circolo accademico-editoriale della poesia.
Ora, se sei d’accordo, finirei questa nostra breve chiacchierata con qualche domanda su “a che cosa serva” la poesia, e in particolare naturalmente, su quale funzione vedi tu possibile per una “poesia esodante”. Comincerei col chiederti se hai qualche familiarità con le così dette “poetiche della ricezione”, o per dirla in altro modo con l’impostazione kantiana dell’estetica. Credi sia un approccio utile a ragionare sulla funzione della poesia oggi?

Delle opere di autori come Iser e Jauss e del lavoro della scuola di Costanza ho solo conoscenza indiretta per aver letto articoli di giornali e riviste. Nutro però una istintiva simpatia per le poetiche e le estetiche della ricezione che a loro fanno capo. L’importanza che danno ai lettori ha il merito di spostare il riflettore puntato spesso soprattutto su (pochi) autori e (pochi) critici. Penso, ad esempio, al nume di una visione elitaria della letteratura, Harold Bloom, fautore di un «canone sublime» fondato esclusivamente sul giudizio del «lettore eccellente». Se invece le moltitudini di lettori, a detta di questi studiosi, pongono essi stessi delle domande a un’opera e incidono sul riuso di una tradizione, cioè sul lavorio per mezzo del quale essa supera il tempo, il fatto è rilevante. È un’ottica ben diversa da quella di Bloom. La divulgazione non è opera solo del critico o dei lettori eccellenti. E s’incontra con la mia idea di poesia esodante che prevede o sogna un lettore, anzi un lettore/scrittore attivo, capace di fare domande, tante domande spiazzanti come quelle dei bambini o di chi arriva ai libri e alla poesia dopo aver conosciuto i morsi dell’esperienza e della storia. E poi mi pare di cogliere una sintonia tra il lettore plurale pensato dai teorici della ricezione e i miei tentativi di laboratorio rivolti ai moltinpoesia. Questi ultimi, in effetti, sono lettori (o lettori/scrittori) incoraggiati a uscire dal loro isolamento proprio partecipando a laboratori di scrittura, a circoli di lettura, ai blog. Non si deve temere un confronto anche teso tra il messaggio dell’autore e quello che un lettore attivo (ingenuo, malizioso o semplicemente con altri pensieri in testa) trova o crede di trovare in un testo. Invece di fermarsi all’interpretazione firmata dal grande critico, sarebbe bello raccogliere migliaia di voci o interpretazioni da parte dei lettori effettivi di un libro. Di solito i critici hanno l’ultima parola su un libro perché dicono cose acute e ben meditate. Ma se le opinioni degli anonimi lettori venissero sollecitate con metodo e registrate con attenzione, per essere magari riprese e rielaborate dai critici stessi, si produrrebbero ulteriori approfondimenti. Certo, non mancano gli inconvenienti. Un lettore “semplice” può essere fin troppo tendenzioso o travalicare spudoratamente il testo per vederci solo quello che hai già in mente. Ma questi non sono difetti da attribuire alle teorie della ricezione.

VII

Giudizio di valore e questione estetica

Se ho capito bene, tu auspichi una sorta di liberazione dalle strettoie della critica letteraria ufficiale, verso una più ampia collettività di lettori-critici. Mi pare, però, che tu abbia saltato a piè pari il “giudizio di valore” sull’opera poetica. Come ben sappiamo spesso hanno successo opere di livello assai mediocre, fortunate perché l’autore è già noto per altre faccende, o perché spinte da gruppi con potenti e non sempre disinteressati intenti nel mondo culturale. Vuoi, per favore, farci capire come intendi distinguere – per dirla nel modo più rozzo – tra poesia esodante bella e poesia esodante brutta?

Ti dico subito e con una formula la mia tesi: La poesia (esodante o meno) è bella e brutta, ma nella poesia esodante quello che conta/conterà è la fluidità del rapporto tra i due poli del bello e del brutto. Un certo pensiero estetico trascura questo punto per me decisivo; e contrappone i due poli, gerarchizzandoli, facendone degli assoluti, cedendo a una subdola ottusità elitaria. Ed esso risulta anche convincente per il senso comune, perché, a livello empirico, le differenze di qualità (fra testi riusciti o non riusciti ma anche fra le facoltà mentali, intellettuali e corporee degli individui)saltano all’occhio, sono evidenti, accertabili, innegabili.
Se però ci riflettiamo, questo pensiero estetico ha due gravi difetti:
1. come una maschera nasconde una sorda resistenza contro quelle ricerche poetiche e artistiche veramente non canoniche, che riescono dinamicamente mescolarsi con il comune, il molteplice e persino col banale, il brutto, il non riuscito;
2. dimentica e fa dimenticare che la gerarchia – presente in ogni giudizio estetico – fissa a livello simbolico (e quasi sempre a vantaggio di pochi, che però parlano in nome di tutti) un valore, il quale – attenzione – è anche un segno di violenza e non solo di razionale o impersonale evidenza. Non voglio scandalizzare, ma mi sento di affermare: c’è un bello che “violenta” il brutto, lo mette fuori gioco, lo esclude, impedisce la sua funzione, irrinunciabile per me, di negazione della pericolosa “dittatura” del Bello assoluto. Questo non mi va. In ogni campo, anche in quello estetico, posso accettare, sì, una gerarchia includente, mai una gerarchia escludente. Qui il mio giudizio si fa politico-estetico: stabilire una gerarchia escludente (ad es. Croce: poesia e non poesia) ha avallato, sul piano simbolico-linguistico, inaccettabili soprusi, che sono omologhi di quelli storici sedimentatisi, con violenze materiali smisurate, nelle nostre società diseguali e conflittuali. Continuo, dunque, a immaginare che eccellenza e mediocrità, bellezza e bruttezza potrebbero avere un altro senso: includente appunto e non escludente. Di più: che bellezza e bruttezza – per me valori e disvalori provvisori, storici, rimodellabili in sempre nuovi ordini, anche gerarchici, però nuovi e fluidi – debbano dialogare tra loro per trasformarsi anche conflittualmente. L’atto giudicante, che separa il bello dal brutto, l’eccellente dal mediocre, il riuscito dal non riuscito, è per me umano, soggettivo; deve cioè restare sempre rivedibile, mai presentarsi come oggettivo e definitivo. Non mi arrischio ad ipotizzare una base comune tra bello e brutto. Più praticamente sento fecondi gli scambi, le contaminazioni, le dialettiche (non a senso unico) fra loro.

Non mi pare che il giudizio sull’opera bella e opera brutta sia solo estetico, né mi sentirei di condividere una sospensione del medesimo, ammesso che sia possibile, però comprendo il desiderio di ribellione contro le rigide strutture che oggi e in Italia “decidono” quale poesia sia bella e degna di essere scritta e letta e quale no. Vogliamo finire l’intervista parlando del valore, o “senso” se preferisci, della poesia? Vuoi raccontarci quale possa essere il “risultato” della poesia esodante come tu la immagini. Insomma, vorrei sapere quale possa essere l’effetto di quei versi, in che modo insegnino a guardare e ragionare, cambino lessico e prospettive, operino “criticamente” nell’universo contemporaneo.

Concordo con te. Ed infatti ho voluto sottolineare che si fa politica (e violenza) anche attraverso l’estetico. Anche quando non lo si riconosce. Anzi la maschera dell’estetico funziona di più perché nasconde bene certi volti politici indecenti e così trova più facilmente il consenso passivo del senso comune. Il quale è attratto dall’estetico e si ferma appunto alla sua evidenza senza interrogarla. Non dimentichiamo mai, però, che decidere quale poesia sia bella (e cioè poesia, e cioè valore) è in fin dei conti un potere quasi irrilevante rispetto a quello di chi decide la distribuzione in una società del lavoro e del reddito o il flusso dei capitali o le notizie che devono circolare. O di chi decide una guerra. Eppure che la poesia, questa minima tessera del mosaico sociale dei saperi, si armonizzi con il colore che domina nel mosaico complessivo o lo contraddica, evocando “altro”, conta, eccome.
Se, dunque, la poesia diventasse esodante, se quella tessera si staccasse dal resto, se cominciasse a cambiare colore, se – invece di stimolare atmosfere sognanti, abbandoni panici o mistici, elucubrazioni solipsistiche orgogliose o disperate – inducesse la gente comune a fissare l’orrore della storia non con l’occhio paralizzato e compiacente predisposto dalla TV e dai mass media, se allenasse i lettori a ragionamenti meno aridi di quelli fatti da troppi politici, filosofi, scienziati, economisti, si ricostituirebbe un noi non più costretto a nuotare solo sott’acqua, ma capace di arrivare in superficie, dove forse ci sono cieli più azzurri, venti più respirabili, e ci si potrebbe orientare verso qualche meta.

Bene, direi che abbiamo finito. Grazie per la pazienza.

 

* Ennio Abate (Baronissi, Salerno 1941) vive a Milano dal ’62 e ha insegnato nelle scuole superiori. Finalista al Premio di poesia Laura Nobile dell’Università di Siena nel 1991 presieduto da Franco Fortini, ha pubblicato cinque raccolte di poesia: Salernitudine (Ripostes, Salerno 2003), Prof Samizdat (E-book Edizioni Biagio Cepollaro 2006), Donne seni petrosi (Fare Poesia 2010), Immigratorio (CFR 2011), La polìs che non c’è (CFR 2013). Ha tradotto dal francese e curato manuali scolastici sulla Commedia di Dante. È coautore con Pietro Cataldi ed altri di DI FRONTE ALLA STORIA (Palumbo 2009). Suoi testi di poesia, disegni, saggi e interventi critici sono apparsi su varie riviste, tra cui Allegoria, Hortus Musicus, Inoltre, Il Monte Analogo, La ginestra. Dal 2006 al 2012, all’interno delle iniziative della Casa della Poesia di Milano presieduta da Giancarlo Majorino, ha condotto il Laboratorio MOLTINPOESIA. Condirige con altri la rivista Poliscritture (semestrale cartaceo + sito: http://www.poliscritture.it) e cura il blog POESIA E MOLTINPOESIA (https://moltinpoesia.wordpress.com/)
* Ezio Partesana è nato a Milano nel 1963. Laureato in filosofia con una tesi su Adorno, vive tra la sua città e Venezia e lavora come traduttore e autore di testi per il teatro. Tra le sue pubblicazioni Critica del non vero (La Nuova Italia, 1995)

* L’intervista completa si legge PER UNA POESIA ESODANTE. Intervista Partesana Luglio 2013

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2 commenti

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2 risposte a “Ennio Abate
Per una poesia esodante Intervista di Ezio Partesana a Ennio Abate (3)

  1. Giorgio Linguaglossa

    …parto da una constatazione di Ennio Abate:

    «È come se fosse avvenuto un “fall-out della poesia” (o delle “patrie lettere”). Scuola di massa, industria culturale e ora il Web diffondono la “radioattività poetica” oltre la solita cerchia dei “cultori della materia”, in Italia sempre ristretta, raggiungendo strati sociali acculturatisi (da poco e come possono) ai saperi moderni. È questo il fenomeno che io chiamo dei moltinpoesia, ma si potrebbe parlare anche di un fenomeno dei moltincritica o dei moltineditoria.
    Da una parte assistiamo alla semplificazione, velocizzazione, moltiplicazione delle pubblicazioni e della loro (spesso incerta) diffusione. E, come detto, si pubblica con eccessiva facilità, si valuta all’ingrosso, si promuovono a tutto spiano reading e premi. Dall’altra la ruminazione lenta del poeta, la critica seria, la diffusione ragionata di opere valide sembrano eclissarsi. La critica, in particolare, è quasi azzerata o stordita».

    Bisogna partire dalla presa d’atto di una situazione oggettiva, storica, concreta: che gli unici luoghi di aggregazione sono quelli prodotti dagli apparati territoriali e istituzionali. Prendiamo la manifestazione di “Pordenone legge”: a guardare i facenti parte di questa kermesse editorial mondana, mi sembra che ci siano tutte le personalità della critica accademica e delle maggiori istituzioni editoriali di poesia, addirittura si stilano delle classifiche dei libri di poesia come si fanno le classifiche dei dischi di musica leggere più graditi al pubblico. Mi sembra che ciò che vale oggi sia nel campo della poesia che fuori di essa è la vetrina ufficiale della visibilità e della riconoscibilità. L’unica cosa che conta è Apparire tra i Vincenti e i Visibili. In questa corsa alla visibilità che tutto travolge e annega che cosa può fare un io tu (e pochi altri) isolati che cerchiamo di ragionare in termini di valori estetici? Nulla, sembriamo dei vecchi e buoni dinosauri erbivori lasciati alla mercé di famelici e aggressivi predatori dinosauri carnivori . Ma un conto è l’effimero e un conto sono i lavori seri. Direi di non occuparci e perdere tempo dietro la vetrina ufficiale della visibilità e continuare a fare le cose serie e disinteressate.

  2. Rita Simonitto

    Come nei fuochi d’artificio c’è un inizio in sordina e poi c’è il rush finale con molti scoppiettii e fantasmagorie, così questa intervista di Partesana ad Abate si chiude con ricchezza di stimoli in quanto ne conduce la tematica proprio in quello che è il tempio della odierna società dei consumi, la sfera della circolazione. Ed è un tempio che deve essere smascherato, ne devono essere abbattuti i totem.
    Se nell’ambito della ‘produzione’ dell’opera poetica l’autore gode di una libertà condizionata dall’ideologia dominante, ma a cui può cercare di opporsi oppure no – in quanto il poeta si relaziona con se stesso -, nella sfera della circolazione non solo deve relazionarsi con gli altri, ma il suo prodotto è comunque una merce che deve seguire determinate logiche, come ben sa quell’autrice di poesie che vendeva i suoi libretti in spiaggia ed è stata diffidata dal farlo, oltreché multata.
    Pasolini, in una intervista del 1975, diceva che “ l’acculturazione e l’omologazione che il fascismo non era riuscito ad ottenere, è stato raggiunto dal potere della società dei consumi che, in REGIME DEMOCRATICO, ha distrutto le varie realtà particolari”.
    E pertanto ogni tentativo di qualificazione e differenziazione, incluso quello di una eventuale ‘domanda’ per una poesia di qualità, tendenzialmente subirà una spinta alla omologazione.
    Fortini scriveva (e forse questo passo è stato citato anche in questo Blog) che il *processo di distruzione del corpo separato degli intellettuali è così avanzato [stava parlando nel 1971] che il termine stesso di “intellettuale” è quasi inutilizzabile*. Sempre più, infatti, l’”intellettuale” è sostituito dallo specialista, dal tecnico o dall’esperto che pone il proprio sapere AL SERVIZIO DI UNA ISTITUZIONE – poco importa se pubblica o privata – senza più capacità o possibilità di vedere al di là di questo orizzonte settoriale.
    *Ogni attività intellettuale, viene ridotta alla sua gretta specializzazione e tecnicità*, in questo modo il lavoro intellettuale viene a perdere la sua funzione inscrivendosi in un mero ‘ruolo’*.
    Dunque, sul versante sociologico/politico c’è un Totem che cade, quello della democrazia, come comunemente viene intesa, e ne vengono smascherati i suoi retroscena.

    Ma veniamo ad secondo punto, non meno importante.
    Ennio dice: *La “perdita dell’aura” ha suscitato – e non è una novità – da una parte entusiasmi ingenui, come si fosse raggiunta una vera liberalizzazione o democratizzazione della poesia. E dall’altra allarmi per una «dittatura dell’ignoranza» (Majorino ancora), che sembrerebbe fenomeno spontaneo, ma che invece a me pare pilotato*.

    E Partesana chiede: *Vogliamo finire l’intervista parlando del valore, o “senso” se preferisci, della poesia?*
    Visto che abbiamo citato Pasolini, seguiamolo in una intervista degli anni ’70, non ricordo più chi gliela avesse fatta. Alla domanda “che senso attribuisce ancora alla funzione dello scrittore: che scopi e che limiti”, lui rispose “senso, nessuno. E’ una cosa assolutamente priva di senso. Io continuo ad essere scrittore per forza d’inerzia, per abitudine, è come mangiare. L’unico senso possibile è un senso esistenzialistico.
    Quanto agli scopi, ci sono due categorie di scopi : il primo è legato all’assoluto non senso dell’essere scrittore . Uno scopo domestico, forse; metastorico, assurdo. Scopi che si adempiono sotto il segno della grazia. Sono carismatici. L’altra categoria riguarda lo scopo inteso come quando ci si pone come cittadini più che come scrittori, e quindi l’ ‘impegno’ che questo comporta”. Non c’era ‘snobismo’ in queste dichiarazioni, come poi si è appurato nei fatti.
    Naturalmente Pasolini specificava che lo scopo intimo e quello sociale si compenetravano, ma attraverso le sue parole si ‘sfatava’ quel clima ‘auratico’ di cui godeva, come fosse un appannaggio ‘divino’, lo scrittore, il poeta.
    Il poeta scrive perché è ciò che sa fare, ciò su cui ha cercato di perfezionarsi, né più né meno di come farebbe un bravo artigiano.

    Ma poi ecco di nuovo, incalzante, la domanda di Partesana: *dove avviene la decisione (di che cosa pubblicare)?*
    Sembra avvenire alle varie kermesse, alle varie Fiere culturali di cui ormai ogni paesello è ‘tribalmente’ dotato; sì perché è diventato un rito ‘tribale’, non c’è nulla di culturale in questo.
    Allora, che si fa?
    Ci si arrabbia contro questa decadenza o ci si trincera dietro la palese difficoltà a fare alcunché, oppure, paludandosi della verità che, non potendo avere certezze assolute non possiamo dire niente (come sostenuto nella poesia di Montale “Non chiederci la parola”), ci sottraiamo, di fatto ad una presa di posizione?
    (Cfr. G. Linguaglossa in un suo post del 2.7.2013 :*… mima un senso plausibile ed effimero per poi subito dopo negarlo e de-negarlo ammiccando alla impossibilità per la poesia di prendere la parola, di parlare facendosi schermo dei famosi versi di Montale: «Solo questo oggi possiamo dirti / ciò che non siamo ciò che non vogliamo»*).
    Quindi anche l’idea di una poesia esodante che * invita a NON cedere NE’ alle semplificazioni populiste NE’ all’individualismo elitario-corporativo* rischia, lavorando sul negativo (= ciò che NON deve essere), di portarci fuori strada.
    Mentre, per quanto riguarda bellezza e bruttezza, Ennio vorrebbe utilizzare un metodo inclusivo e non escludente, tende a dimostrarsi più scissionista quando afferma : * [la poesia esodante] se – invece di stimolare atmosfere sognanti, abbandoni panici o mistici, elucubrazioni solipsistiche orgogliose o disperate – inducesse la gente comune a fissare l’orrore della storia…*, come se non fossero altrettanto importanti le atmosfere sognanti, ecc, ecc.
    Qui ci sarebbe un discorso molto lungo da fare e che contempla proprio il senso del conflitto tra bellezza e bruttezza, il conflitto estetico. Ma rinvio ad altra occasione.
    Pensiamo soltanto, come input, ai film che registi statunitensi hanno coraggiosamente mostrato sull’”orrore della storia” (la loro stessa guerra di Secessione, ad esempio): è cambiato forse qualche cosa nell’assetto culturale di quel paese (o di altri paesi) nella gestione delle loro mire egemoniche?
    Quello che sta succedendo oggi in Egitto scanterà o no le anime belle che credevano alle primavere arabe e alle elezioni democratiche?
    L’orrore della storia di oggi non sta nella scissione della ‘bellezza’ da un lato e della ‘brutta violenza’ dall’altro, bensì nella insipienza e ignavia colpevole che accompagna questi fatti soprattutto da parte di ‘intellettuali’ che hanno rinunciato alla loro capacità di pensiero.

    Quando Pasolini, nel 1974, scrisse sul Corriere della Sera il suo famoso “Io so”, egli ci delineava quale è il mestiere, e l’istinto del mestiere, di scrittore nel suo rapporto con la realtà, di cui mette assieme pezzi disorganizzati e frammentari e ristabilisce una logica – pur ipotetica e temporanea – in luogo dell’arbitrio e della follia.
    “Io so.
    Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato “golpe” (e che in realtà è una serie di “golpe” istituitasi a sistema di protezione del potere).
    …. Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli.
    Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.
    Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero.
    Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell’istinto del mio mestiere.”
    Forse che queste dichiarazioni abbiano sortito effetti ‘straordinari’? No. Però hanno certamente raggiunto qualcuno, lo hanno fatto sentire meno solo nella sua ricerca.
    Come si fa a raggiungere qualcuno, oggi come oggi?
    Utilizzo questa idea come esemplificazione:
    partirei da due domande di Mayoor: a) come si può andare oltre Montale; b) che parallelismi si possono fare fra L. Manzi e E. Montale?
    Perché i vari L. Manzi, G. Linguaglossa, E. Abate e altri interessati non producono un progettino minimo, che delinei dei punti significativi e solleciti domande che, nel giro di tre lezioni, si possa proporre alle scuole superiori?
    Perché non ‘esodano’ dalle loro posizioni e vanno a ‘tastare’ il terreno dove non ci sarà certo nessun riscontro ‘mediatico’ né ‘mercificato’ e vanno a parlare della loro esperienza?

    R.S.

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