Ennio Abate
Per una poesia esodante Intervista di Ezio Partesana a Ennio Abate (2)

Samizdat e poeta esodante logo IL MATTINO DELL'IMPIEGATO anni 80 circa

SECONDA PARTE
III

Esodo come fuoriuscita, esempi

Capisco… è per questo allora che hai scelto il termine “Esodo”? Se la risposta è affermativa mi rimane però un dubbio che la derivazione filosofica della parola da te usata da, diciamo, Toni Negri, non chiarisce: la fuoriuscita è solo dalle istituzioni poetiche, quella che potremmo chiamare la sfera della circolazione della merce-poesia, o anche dalla poesia in quanto tale? Ti domando, insomma, se credi si debba uscire dalle contraddizioni della poesia verso qualche cosa d’altro, e se sì, cosa?

La parola ‘esodo’ ha un affascinante alone, soprattutto biblico e più recentemente politico-filosofico (Walzer soprattutto; e poi da noi Negri, Virno ed altri). Vorrei però, senza respingerlo del tutto, che restasse sullo sfondo del mio discorso. E perciò, più terra terra, partirei da alcuni versi finali di una mia poesia, intitolata appunto Esodo: «Nell’esodo dunque. / La tana di sempre sfondata. / La gabbia approntata da secoli / aperta, finalmente deserta…». Non li commento o spiego. M’interssa quella immagine della gabbia. In essa vedo adagiata anche una certa poesia: quella cortigiana che produce la merce-poesia, mentre la poesia più inquieta – romantica o critica – ha tentato sempre di uscirne. E, in certi momenti eccezionali, ha persino, come tu dici, voluto uscire «dalla poesia in quanto tale». Verso cosa? Più di un trentennio fa, azzardando, avrei ancora dato un nome alla «cosa». Avrei detto: comunismo. Oggi il nome manca. Non dico che ci sia una rinuncia generalizzata e definitiva ad ogni forma di esodo. In giro non vedo solo resa. Possiamo negare, però, che i tentativi di sfondare la gabbia, oltre che falliti, non abbiano (più? ancora?)un nome; e che siamo in gravi difficoltà?

Scusa se ti interrompo, ma credo sia necessario a questo punto un chiarimento sul termine “esodo”; io l’avevo interpretato come “fuoriuscita”, l’atteggiamento, diciamo così, di chi pensa che il confronto sia falsato, o che non sia “lì” il vero punto, e abbandona quel luogo per eleggerne un altro (più corretto e centrale) al suo posto. Ma dalla tua ultima risposta sembrerebbe che tu abbia in mente una sfumatura diversa quando parli di esodo e esodante…

No, anche per me esodo è “fuoriuscita” proprio nei termini da te indicati. La sfumatura diversa tra noi consiste forse nell’accento. Io lo pongo sull’assenza (o opacità) dello scopo da raggiungere (e, perciò, anche del nome per designare tale scopo). Potrei quasi dire che siamo oggi come atleti proiettati ancora in una corsa, ma che si accorgono d’un tratto che il traguardo non si vede più o, addirittura, che stiamo avanzando su un terreno non più fermo come ci pareva prima. Da qui la reale difficoltà (più che l’incertezza) nell’abbandonare quello che pur vogliamo abbandonare. Ho vari e vecchi disegnini miei, in cui si vedono degli omini (aggiungerei ora: esodanti) in una difficile posizione di dinamismo frenato o impacciato. A me pare di cogliere questo dramma persino in alcune formule usate dagli studiosi di Marx. Ricordi il Marx oltre Marx di Negri, che sembra suggerire un oltrepassamento che ripropone la cosa oltrepassata? E La Grassa non continua a parlare di «uscire da Marx dalla porta di Marx», insistendo al contempo su quanto sia arduo indicare «l’altra strada»?

Quindi “esodo” per uno scopo? Continuo a credere che il termine possa dar luogo a equivoci, ma per chiarire, a noi stessi in primo luogo e poi anche a altri, il concetto, forse è più semplice che tu ci mostri qualche verso e ci faccia vedere questa uscita dalla poesia…

Non dispongo di prototipi di poesia esodante da mostrare (le mie tesi, infatti, s’intitolano banalmente Per una poesia esodante…). Posso, però, scegliere la poesia di un autore in cui scorgo tratti o buone premesse per avviarsi a una poesia esodante.
Leggiamo questa poesia di F. Fortini:

Gli ospiti

I presupposti da cui moviamo non sono arbitrari.
La sola cosa che importa è
il movimento reale che abolisce
lo stato di cose presente.
Tutto è divenuto gravemente oscuro.
Nulla che prima non sia perduto ci serve.
La verità cade fuori della coscienza.
Non sapremo se avremo avuto ragione.
Ma guarda come già stendono le loro stuoie
attraverso la tua stanza.
Come distribuiscono le loro masserizie,
come spartiscono il loro bene, come
fra poco mangeranno la nostra verità!
Di noi spiriti curiosi in ascolto
prima del sonno parleranno.

Tenendo sott’occhio le mie «14 tesi» (di cui citerò tra virgolette dei passi), mi pare di trovare, in buona parte e soprattutto nei primi otto versi di questa poesia, molti punti in sintonia con la mia idea di poesia esodante.
Li riassumo quasi a mo’ di titoli:

– attenzione vigile a «pensare l’orrore del mondo e della storia» che viviamo e subiamo, ma allo stesso tempo convinzione che «pensare in poesia l’orrore del mondo non può significare cedere a tale orrore, al Niente». (Vedi qui il verso: I presupposti da cui moviamo non sono arbitrari), anche se Tutto è divenuto gravemente oscuro);

– sforzo di destarsi dal «sogno della poesia» (non esiste in questi versi nessun abbandono all’«oasi di piacere-libertà-bellezza della Poesia». Piuttosto piena consapevolezza che la poesia, di per sé, non è libertà. E – aggiungerei – che i poeti esodanti «sanno di non essere liberi». E che, quindi, devono anche “uscire dalla poesia” (se questa finisce per combaciare con la gabbia di cui dicevo prima); ed essere, in altri termini, poeti-critici, evitando la dissociazione impostasi – direi dopo gli anni Settanta del Novecento – tra poesia e critica;

– tenacia nello stare addosso alla realtà e ai conflitti sociali (La sola cosa che importa è / il movimento reale che abolisce / lo stato di cose presente); il che non comporta una ottimistica o volontaristica «ripresa dell’impegno (etico, politico) in poesia». In questi versi, anzi, si insiste sia sulla necessità destruens (Nulla che prima non sia perduto ci serve) sia sulla modestia e l’assenza di tronfiezza e sicumera nel lottare: Non sapremo se avremo avuto ragione»;

– la capacità di «maneggiare la politicità del linguaggio» mira interamente a un dialogo, a un discorso persuasivo e problematico, da condurre tra persone che agiscono nella storia e hanno problemi da affrontare in comune; da qui un lessico concreto, la solida sintassi, la coincidenza tra metrica del singolo verso e frase compiuta nei versi più asseverativi: I presupposti da cui moviamo non sono arbitrari; tutto è divenuto gravemente oscuro; La verità cade fuori della coscienza);

– la scelta di muoversi in una zona lirico-politica, che io chiamerei dell’«io/noi», evitando sia il puro lirismo, sia il discorso politico diretto; anche perché questo poeta «sa che la realtà sfugge alla forma»; e lo ricorda qui nel verso: La verità cade fuori della coscienza.

Ecco, resterebbero da aggiungere oggi – ma in questo contesto è secondario – alcune mie riserve verso il contenuto “utopico” presente nell’ultima strofe, che evoca, sia pur sobriamente, un’allegoria di comunismo.

IV
Metrica sì, metrica no

Ci sono due passi della tua analisi che mi paiono particolarmente interessanti e, forse, da chiarire meglio, e si tratta degli ultimi due, ovvero della zona lirico-poetica e l’accenno che fai alla metrica.
Cominciamo dal secondo e vorrei chiederti: nelle tue tesi non mi pare sia presente una particolare attenzione né alle forme della poesia (dal sonetto alla ballata, per intenderci) né alla metrica; è perché ti paiono discorsi poco interessanti rispetto a una “poesia esodante” oppure vuoi cogliere l’occasione di precisare meglio il tuo punto di vista?

In effetti – ho controllato – il termine ‘metrica’ manca nel mio scritto. In tutta sincerità sull’argomento c’è da parte mia una “controllata” rimozione. Da una parte nella mia formazione scolastica la metrica come sapere specialistico dei metricisti restò per me come la matematica: un sapere di cui riconosco in astratto l’importanza e persino il fascino, ma che mi respinse per i suoi tecnicismi. Anche nei discorsi interessanti e da me condivisi (in particolare ho cercato lumi negli scritti di Fortini e specie in Metrica biografia) non sono mai riuscito a trovare spunti che mi appassionassero fino ad entrare consapevolmente nella mia pratica poetica. E certe letture di manuali scolastici (ad es. di Ramous) le ho fatte sempre con un atteggiamento scrupoloso ma in fondo scettico, come di uno studente ormai adulto e arrivato in ritardo alla lezione. Tutte queste letture sono rimaste come in sospensione. Non le ho “incorporate“. Mi resta dunque un buco. Le ho voluto tenere fuori (contraddittoriamente) dalla mia pratica di poeta? Oppure ho lasciato che le loro suggestioni sedimentassero in profondità per conto loro? Non so dirlo. In conclusione, sento che una metrica reale nelle mie poesie pur c’è, ma potrebbe essere evidenziata soltanto con uno studio sistematico (mio, ma non ho mai trovato tempo per farlo; o d’altri). Di sicuro c’è che sono rimasto estraneo sia alle metriche “anarchiche” dell’ultimo Pasolini o dei neoavanguardisti sia ai tentativi di ripresa dei metri “classici”. Questa è la mia esperienza. Che conta quanto può contare un caso singolo. E tuttavia conferma, mi pare, il venir meno tra una buona parte dei praticanti la poesia del secondo Novecento di una solida conoscenza della metrica tradizionale (o “dei metricisti”). È solo un limite, un deficit? O, facendo di necessità virtù, stiamo procedendo a tentoni verso altre metriche? Il dibattito, per quel che ne so, seguendo le ricerche di Paolo Giovannetti e di altri studiosi, è del tutto aperto.

È curioso che tu indichi la metrica come elemento rigido, formale. Certo lo sforzo e lo studio che si richiederebbero per apprendere qualche rudimento di quella classica (chiamiamola così, per quel che serve a noi adesso per intenderci) sono impegnativi, e pur tuttavia mi viene in mente subito che ritmo e metro dovrebbero far parte del canto della poesia, della parte seduttiva, non-concettuale, come la rima nelle filastrocche dei bambini. Quindi vorrei chiederti: nella poesia esodante che tu stai cercando di immaginare e scrivere, il potere seduttivo della poesia è sempre negativo, illusione di un bene che non c’è, oppure ha anche altri volti dei quali non abbiamo ancora parlato?

Sarà curioso, ma è così. Per me (e forse per molti altri). Non si tratta di rifiuto dello sforzo o dello studio. E almeno i rudimenti della metrica classica ce l’ho pure io. Sto solo dicendo che restano inoperanti oppure operano in me a livelli profondi e più inconsapevoli, che non saprei ora illustrare o teorizzare. Li avverto dopo. Faccio l’esempio di alcuni versi miei in dialetto:

Sette ‘e figlie e zi’ Assuntine.
Franch’Alfane, e frate e sore,
o primm’ere e tutt’e quante.

Franch’Alfane, o raggiuniere!
Proprie n’zicch’a Lungomare,
n‘front’ e palme, n’front’o mare,

mamma noste quacch’e vote
pe parlà cu stu nipote
dint’a banche nge purtave

Non mi pare che manchino le rime da filastrocca, il ritmo è quasi cantabile e ho usato persino la terzina. Ma il tutto è venuto fuori “quasi da sé”. Non pretendo comunque di abolire o rinnegare il potere seduttivo della poesia, ma non mi propongo l’obbiettivo di sedurre. A me preme una cosa: partire da un “garbuglio” iniziale, da parole venute fuori “di getto”. E non da un programma (“adesso provo a scrivere un sonetto”) o da un chiaro e consolidato schema metrico divenuto per me abituale. Punto alla “cosa” (l’immagine-pensiero, la figura), ma senza averla chiara in mente o intravvederla attraverso un modello approssimativo o regolativo che inforco come fosse un paio di occhiali. La costruisco man mano: per approssimazioni, correzioni, cancellazioni, ripensamenti a distanza di giorni. E, quando la raggiungo, vedo che metrica è venuta fuori e di quanto s’avvicini o s’allontani da quelle altrui. (E allo stesso modo opero in pittura, che pratico: raramente ho fatto “copia dal vero”, parto sempre da uno “scarabocchio” di linee o colori). Questo è il mio modo di stare in poesia. Ad esso, negli ultimi decenni, ho dato il nome di poesia esodante, supponendo di poter riconoscere pratiche somiglianti alla mia in altri e ipotizzando un possibile incontro/confronto dei vari percorsi. Penso, tra l’altro, che l’esodo sia oggi (per me, per altri) proprio un ritrovarsi in un “garbuglio”. Perché è imposto da situazioni d’emergenza; e, dunque, non è un percorso programmabile e, come detto, non ha (per ora?) una meta. I modelli sedimentatisi nella memoria – oscuri fantasmi o ricordi più netti – possono sia agevolarci che ostacolarci. La ”cosa” da afferrare, da costruire, alla quale dare forma, è innanzitutto l’esodo stesso. La questione, che tu poni – se il potere seduttivo che la poesia ha sempre avuto sia da salvare o da respingere – mi pare secondaria. Passerà nella poesia esodante da fare o da immaginare? O gli aspetti ascetici, duri, drammatici o magari tragici (calchi spesso fin troppo fedeli delle realtà storiche in cui si resta a volte schiacciati) vi prevarranno e lo diminuiranno? Non so dirlo. Resta per me che l’immaginazione stessa di altri “volti” della poesia ora incogniti, per irrobustirsi e non annegare nelle astrattezze dell’utopia, ha da fondarsi su rapporti sociali che devono diventare – e non è certo – più elastici e dinamici. L’esodo, poi, non può essere solo quello immaginabile e praticabile dai poeti, spesso portati ad un utopismo astratto o semplicemente capriccioso. In questo mi sento ancorato al vecchio Marx che non voleva sprecare tempo a immaginare la futura società comunista.

* L’ articolo completo si legge qui: PER UNA POESIA ESODANTE. Intervista Partesana Luglio 2013

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18 commenti

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18 risposte a “Ennio Abate
Per una poesia esodante Intervista di Ezio Partesana a Ennio Abate (2)

  1. Giorgio Linguaglossa

    caro Ennio,
    parafrasando La Grassa il quale scrive: «uscire da Marx dalla porta di Marx», io potrei dire: «uscire dalla Poesia dalla porta della Poesia»; ma si tratta di una metafora, di un gioco linguistico. Ma continuiamo il gioco: accettiamo la metafora: Che cosa vuol dire «uscire dalla Poesia dalla porta della Poesia»?, tutto e nulla: noi possiamo uscire dalla finestra del «Palazzo chiamato Poesia» dalla finestra del primo piano e scappare, darcela a gambe per la strada, oppure salire all’ottavo piano del Palazzo e saltare giù nel vuoto, e così finiremmo per romperci l’osso dl collo. Ma saremmo morti e quindi la partita finirebbe. E poi possiamo uscire dalla porta d’ingresso e dire a tutti gli inquilini del Palazzo: «c’è del marcio in Danimarca», ovvero, «qui i giochi sono già stati fatti, le carte sono state truccate, non c’è motivo per sedermi al tavolo di gioco»; oppure, possiamo decidere di stare al gioco (le cui regole sono state fatte da altri) e fare finta che le carte non siano truccate. E qui la partita si apre. O meglio si chiude. Oppure, come qualcuno fa, come il giovane Ivan Pozzoni, che io stimo e al quale va la mia considerazione: «dobbiamo far saltare tutto: il Palazzo e il sistema-poesia», «bisogna mettere della dinamite alle fondamenta del Palazzo»; simpaticissima metafora, che io trovo divertente, irriverente e che rispetto. Non ha fato così Sanguineti con “Laborintus” (1956)?, operazione indubbiamente geniale, che andava in consonanza con i tempi di un paese che doveva cambiare la classe dirigente intellettuale in un momento di grande ripresa economica del Paese, un momento di grande ottimismo del Paese e di grande rigoglio artistico e intellettuale. Ma oggi, chiedo, ci sono queste condizioni? – quello che vedo è che siamo immersi in una Grande recessione (economica, politica, etica, estetica e spirituale), non vedo all’orizzonte un’altra classe dirigente di scrittori e di poeti che vogliano prendere il timone della vita artistica e intellettuale del Paese: ciascuno va per conto proprio, alla spicciolata, alla ricerca del consenso e del successo.

    La proposta che tu chiami «poesia esodante», come di un qualcosa che si muove in esodo, verso l’esterno, verso la periferia, la posso anche condividere: ma ti chiedo: verso la periferia di che cosa va la «poesia esodante»?; si allontana del Centro?, e perché si allontana dal Centro?, e che cosa cerca verso la Periferia?, e quando raggiungerà la Periferia che cosa succederà?… E ti chiedo: ci sono oggi le condizioni affinché la direzione della poesia italiana si incontri o si incroci con il Politico?, come mi sembra che tu affermi?. C’è in te, caro Ennio, questa ossessione del Politico (che condivido ma fino a un certo punto), io preferirei lasciare fuori dal nostro quadro culturale dei teorici (tra l’altro che non si sono mai occupati di estetica come La Grassa e Negri e altri, lasciamoli stare, mi sembrano piccoli maestri che hanno avuto a loro tempo dei momenti di gloria, lasciamoli lì), e ricominciamo a mettere a fuoco il problema (che io ho tentato di indagare nei miei ultimi libri sulla poesia contemporanea scontentando un po’ tutti i vari protagonisti e gli agonici): a me sembra che la direzione della poesia italiana di questi ultimi 3, 4 decenni sia quella di una deriva prosastica sempre più disossata, debole, facile, democratica, piccolo borghese (nel senso di comprensibile a tutti), pensa che me la sono presa con il più grande poeta italiano del Novecento: Montale, di essere il più grande responsabile di quella scelta per una poesia diaristica e occasionale da “Satura” (1971) in poi; così oggi, giunti alla foce di quel fiume si scrive una «cosa» molto simile alla «prosa», che della «prosa» ha il vestito linguistico e concettuale: cioè si pensa in poesia come si pensa chi vuole fare della prosa: E, NO, SBAGLIATO!, e qui c’è un nodo che va sciolto subito, ancor prima di iniziare la riflessione: e dire una cosa molto chiara: LA POESIA E’ UNA COSA CHE SI SCRIVE E SI PENSA IN MODO MOLTO DIVERSO DA QUELLO CON CUI SI PENSA E SI SCRIVE IN PROSA.

    Poiché io non mi permetto di dire: «ecco, ho qua la ricetta di come si scrive una buona poesia», e credo che nessuna persona sana di mente possa dire questo, io dico solo una cosa: apriamo gli occhi e le orecchie e cerchiamo di vedere che cosa è successo nella poesia di questi ultimi 40 anni. E allora dobbiamo analizzare attentamente che cosa è successo (e sta succedendo) in questi ultimi decenni alla «forma-poesia»; che cosa è successo all’esterno di essa e che cosa è successo all’interno di essa. Per il momento mi fermo qui.

  2. Rita Simonitto

    Linguaglossa inizia così:
    *Ennio,
    parafrasando La Grassa il quale scrive: «uscire da Marx dalla porta di Marx», io potrei dire: «uscire dalla Poesia dalla porta della Poesia»; ma si tratta di una metafora, di un gioco linguistico. Ma continuiamo il gioco: accettiamo la metafora: Che cosa vuol dire «uscire dalla Poesia dalla porta della Poesia»?, tutto e nulla*.
    Però poi quando più avanti Linguaglossa scrive una cosa che condivido in pieno: *E, NO, SBAGLIATO!, e qui c’è un nodo che va sciolto subito, ancor prima di iniziare la riflessione: e dire una cosa molto chiara: LA POESIA E’ UNA COSA CHE SI SCRIVE E SI PENSA IN MODO MOLTO DIVERSO DA QUELLO CON CUI SI PENSA E SI SCRIVE IN PROSA*, – perché anche lo scienziato, quando pensa alle sue formule, le pensa in modo precipuo, non si mette a pensare in modo letterario o poetico – mi dà l’impressione che utilizzi l’analogia e una porta, dico una porta di riferimento, venga individuata, per difenderla o buttarla giù poco importa, ma qualche cosa da cui partire è stato sottolineato.
    (E qui, sulla specificità della poesia, si potrebbe inserire tutto il problema della metrica, del ritmo, del pensiero iconico ma lo riservo per un altro intervento).
    Anch’io avevo pensato che, per poter dire o denegare qualche cosa, un ‘a monte’ dovrà pur esserci stato. E quindi condivido quanto Linguaglossa sostiene quando invita *apriamo gli occhi e le orecchie e cerchiamo di vedere che cosa è successo nella poesia di questi ultimi 40 anni. E allora dobbiamo analizzare attentamente che cosa è successo (e sta succedendo) in questi ultimi decenni alla «forma-poesia»; che cosa è successo all’esterno di essa e che cosa è successo all’interno di essa*, ma non sono d’accordo quando svincola la poesia, la ‘forma-poesia’, da un processo che la poesia ‘patisce’, di cui non è più padrona (forse un tempo lo è stata?), ma ne è determinata da un qualche cosa (di che natura?) che surdetermina anche il pensiero poetico e lo ingloba a sé.
    E, con ogni probabilità, la stessa scissione forma-contenuto (con prevalente previlegio della prima sul secondo) non è stata così peregrina e ininfluente come di primo acchito sembrerebbe. Perché mai sposare la prima a detrimento del secondo? Solo perché sembra più facile, come la società ‘visiva’ di oggi ci porta a pensare, o non anche perché si impedisce la dialettica tra ciò che appare e ciò che sta sotto?
    Fare dunque una contrapposizione tra chi non capisce una mazza di estetica e chi non capisce una mazza di politica mi sembra una posizione sterile che raggiunge il solo risultato di spennarsi a vicenda come i famosi polli di Renzo.

    Giustamente Ennio riprende la poesia di Fortini, molto illuminante a questo proposito, e che ci porta ad interrogarci sulla natura degli ‘ospiti’ che *distribuiscono le loro masserizie*…[e] *fra poco mangeranno la nostra verità*.
    Chi sono veramente costoro? Fra loro si annidano anche quelli che continuano a parlarci di “Grande recessione” utilizzando parole a vanvera e nascondendo ad arte il significato profondo (non dunque in senso letterale, ma in senso strategico) di questa ‘Crisi’ di sistema dentro la quale, e con la quale, come al solito, ci sono quelli che si ingrassano e quelli che si impoveriscono sempre di più ed escono dalla scena?

    Linguaglossa chiede a Ennio: *ci sono oggi le condizioni affinchè la direzione della poesia italiana si incontri e si incroci con il Politico?*.
    Non si tratta di due viaggiatori ‘estranei’ che si incontrano a caso nel Cammino per Santiago de Compostela e dicono “Beh, facciamo il percorso assieme!”. Sarà anche un pallino di Ennio quello della Politica ma è da quel pallino, dal posto che quel ‘pallino’ occupa, che si sviluppa la partita.

    Poi, purtroppo, Ennio associa il termine ‘esodante’ ad un *ritrovarsi in un “garbuglio”. Perché è imposto da situazioni d’emergenza; e, dunque, non è un percorso programmabile e, come detto, non ha (per ora?) una meta*.
    Mentre invece una *meta* poi viene dichiarata, ovvero *pensare l’orrore del mondo e della storia* che viviamo e subiamo. E quindi restringe il territorio in cui spazia il pensiero poetico.

    Oppure quando poi richiama la *tenacia nello stare addosso alla realtà e ai conflitti sociali*: tutto ciò non può presentarsi come un ‘programma’ finalizzato alla scrittura poetica ma dovrebbe appartenere alla ‘maturità’ dell’essere umano o, tutt’al più, ad un progetto di acculturazione e di crescita affidato ad altre istanze. Che quella ‘maturità’ si sia perduta per far posto ad un individualismo d’accatto avrà pur un senso! Sondare quel senso non è compito della poesia ma del poeta, della sua sensibilità.
    Certo, sono tutti punti da chiarire, da sviluppare. L’importante è che non vengano cosificati immediatamente e quindi rigettati.
    R.S.

  3. Rita Simonitto

    Ogni campo di pensiero si regola con le sue peculiari norme interne non trasferibili, per cui la politica ha le sue e la poesia altrettanto. Possono però confrontarsi, questi campi, e vedere se hanno qualche cosa da condividere senza collassarsi l’uno sull’altro.
    Fatta questa doverosa premessa, mi auguro che G. Linguaglossa, che si è permesso l’ardire di prendersela con il più grande poeta italiano del Novecento, Montale, accetti poi che qualcuno possa prendersela con lui (Linguaglossa) per la faciloneria con cui ha accomunato due figure del pensiero politico (La Grassa e Negri) tra loro così distanti senza conoscere nulla di specifico nel merito. Ma fin qui, passi: non siamo tenuti a conoscere tutto. Ma poi Linguaglossa si spinge oltre quando annovera nel titolo di *piccoli maestri che hanno avuto a loro tempo dei momenti di gloria* Gianfranco La Grassa il quale, oltre non aver esercitato alcun ‘magistero’ né piccolo né grande, nè aver vissuto momenti di gloria, è un libero pensatore che ha prodotto importanti innovazioni teoriche nel pensiero politico attuale.

    Detto questo, non tanto per fare una difesa d’ufficio di La Grassa, quanto per significare come la deriva prosastica – che ha colpito anche il dire poetico – abbia radici ben più profonde e stanno proprio in quel ‘facile’ (e senza contraddittorio) o *comprensibile a tutti* che pur Linguaglossa denuncia.
    Per salvarsi da questo scivolamento forse che la poesia dovrebbe invece mantenere una condizione ‘auratica’, o, se non tale, almeno sollecitare l’interesse, l’indagine, lo scavo ermeneutico? Di appannaggio di pochi?

    Ma è il nostro modo di pensare che oggi patisce e produce questo scadimento. E la cultura di massa non favorisce certo la pazienza necessaria nel cogliere le differenze ma, al contrario, va nella direzione di appiattirle in virtù di un bisogno di equiparazione veloce, in una notte dove tutte le vacche sono nere.
    Non è la prosa o la poesia o la loro ‘comprensibilità’ a rappresentare il punto di crisi: questi sono gli epifenomeni. E’ importante cercare di capire il ‘linguaggio’ entro il quale sono inseriti e il modo in cui vengono utilizzate.

    “Basta la parola”, verrebbe quindi da dire parafrasando la battuta di Carosello (ma oggi ci sono troppi giovani che non sanno della funzione ‘sociale’ avuta da quel programma televisivo, e troppi ‘non più giovani’ che sono andati in pensione con il cervello) che pubblicizzava la potenza del lassativo Falqui e soltanto usando il NOME del prodotto.
    Basta dunque dire “Marx” e subito vengono stimolati istinti più o meno contenuti e più o meno adeguatamente orientati. Che si tratti di un “Marx oltre Marx” (Negri) o di “uscire da Marx dalla porta di Marx” (La Grassa) farebbe lo stesso.
    Se quindi la ‘prosa’ mostra queste sue ‘fragilità’, ancor di più ne segnala la poesia dove il soggetto poetico (e ciò che egli scrive) non può essere sottoposto ad alcun contraddittorio.
    *Tutto è divenuto gravemente oscuro* scrive F. Fortini proprio perché tutto ‘appare’ così ‘chiaro’.

    R.S.

    • Giorgio Linguaglossa

      trascrivo una email privata inviatami da Luigi Manzi:

      Caro Giorgio,

      Montale ha sempre avuto il piacere di depistare: cosa che ha rimarcato esplicitamente. Per questo, a partire da Satura, ha assunto il ruolo di paladino della contemporaneità per rovesciarla, come le acque del Mar Rosso, sopra il passaggio che aveva aperto verso la modernità.

      Altrimenti, che senso avrebbe la magnificazione della “poesia” di Zanzotto?

      Saluti dalle valli, luigi

  4. ro

    Non so, forse c’è un problema di “trasmissione”( e anche linguaggio? etc etc), nonostante “il cervello” che possedete e che è di altissima qualità e quantità.

    Forse ho gia detto in altre conversazioni analoghe- dove si vive la contrapposizione del lato “politico”, escludendolo o rivendicandolo- che insomma non ritengo così in antitesi fra loro le posizioni di chi rivendica una ragione, e chi una opposta.

    Credo che nonostante l’intervento “se-vero” di Linguaglossa, egli solleva un’obiezione che, depurata dei fronzoli apolitici o più politici sebbene nascosti, anticipa la mossa sullo scacchiere propriamente politico che dovrebbe stare a cuore tanto agli uni quanto agli altri, e che dove si vuole andare… l’aspetto di una rinascita strutturata di un ambiente destrutturato come quello poetico e non solo, come si affronta, semplicemente innamorandosi della parola esodo? periferia? margini?

    Egli dice in sintesi: va bene l’esodo, ma per fare cosa e come e dove, sotto quali muse, cieli, stelle e per quali nuovi pianeti, direzione etc etc

    Forse la sua posizione critica-poetica, apparentemente apolitica, è come quella contenuta in questa frase dell’autore del “la variabile umana”. Bruno Oliviero, intervistato sul suo film (appena presentato a Locarno, il primo film dopo una serie di documentari, ossia piu pregni di realismo, ergo piu apparentemente politic)i, alla domanda ” Com’è nata la scelta di non mostrare l’aspetto politico (lo scandalo è solo accennato)?”, risponde: “non si può non considerare che ciò che resta fuori dalla Storia, fa comunque parte del racconto. Quanto più riesci a puntualizzare il racconto su un dettaglio della vita, tanto più riesci a far immaginare ciò che c’è intorno”.

    Forse l’ “anti” politico , che Linguaglossa sembra manifestare – peraltro come altri dei Moltinpoesia (penso a Emy o a Lucio et simili) – è solo un pre-testo del tutto complementare al testo politico, come l’intorno di cui sopra sta ai dettagli…ovviamente più il poeta apparentemente disinteressato all’intorno, ha talento, studio e stile, più quell’intorno strictu sensu politico emergerà dai dettagli a cui con dedizione rivolge il suo sguardo complementare.

    ps
    dico un’ovvietà stile Catalano, ovviamente da semplice lettrice delle vostre conversazioni. Da questi e altri vicoli ciechi, come pensate di uscirne? Se non siete con qualche elemnto comune – almeno fra voi “ribelli” a un certo mainstream intellettuale, politico-poetico – come si può pensare che possiate organizzare una qualche forma di disturbo al mainstream stesso, fatto di tanti zumpapà apoetici oltre che apolitici?

    • Giorgio Linguaglossa

      stimati interlocutori,
      la provocazione di Ennio Abate ci facilita le cose. “Esodo”: andare verso la periferia. Mi sta bene. Ma che significa?, andare verso la «dissolvenza di tutte le cose» come fa Dante Maffìa nel suo ultimo e fluviale libro di quasi 700 pagine? (“Io poema totale della dissolvenza” EdiLet Roma, 2013), verso l’entropia e il raffreddamento di tutto l’universo?, andare verso la «morte termica dell’universo»? – io avevo già espresso a Maffìa la mia resistenza intellettuale ad accettare gli esiti ultimi di una tale impostazione che coinvolge nel suo processo di sviluppo aspetti politici, etici, estetici, esistenziali e filosofici. Intendo dire che all’«esterno» c’è solo l’entropia dei linguaggi e la dissoluzione della forma-poesia.
      Giustamente Abate accenna alla poesia «decorativa» così diffusa ai giorni nostri; pochi giorni fa durante uno scambio di vedute con Sandra Evangelisti io le facevo notare come la poesia di De Signoribus sia altamente decorativa, lì la stilizzazione fa uso di un eccentrico ventaglio di retorizzazioni e di tecnicismi facilmente decrittabili, e le facevo notare anche i singoli passi (fraseologie lambiccate) dove l’autore faceva sfoggio di tecnicismi non aderenti alla tematizzazione delle sue poesie.

      Ma torniamo al dunque: a me sembra che la produzione di poesia dei nostri tempi non possa essere ragguagliata al concetto di “merce”, né a quella di “antimerce” ma al concetto marxiano di iperproduzione di una merce non richiesta né dal mercato né dalle esigenze profonde della società: in tale accezione la poesia che si fa da alcuni lustri a questa parte in Italia è diventata «autoreferenziale», nel senso che parla della propria suprematica «bellezza» (come vanno dicendo i fautori della «Bellezza») e della propria necessaria e presunta a priori necessitarietà. Io invece ritengo che la migliore poesia che si fa oggi (come quella di Maria Rosaria Madonna e Luigi Manzi) è qualcosa che non può essere racchiusa nel concetto di «produzione» o di «merce», per la semplice ragione per la quale le nuove condizioni del mercato e della produzione che si indirizza al mercato, semplicemente non la considerano una «merce».

      Allora io dico una cosa: SI ESODO MA VERSO IL CENTRO. Bisogna avere il coraggio di andare verso il centro delle questioni che il Novecento Italiano ha lasciato insoluti. Caro Ennio, è questo il mio modo di essere «esodante». Ritornare al problema «politico» per cui il più grande poeta del Novecento, Eugenio Montale, ad un certo punto cambia strada, cambia le carte in tavole e, con “Satura” (1971), imprime alla poesia italiana una spinta verso un pendio che io ho definito in discesa, declinante, verso una poesia di «occasioni», del «vissuto», del «privato», della «chiacchiera», desultoria, non-progettuale la cui unica tematizzazione è affidata alla casualità della ispirazione privata e saltuaria. Sarà pur vero quel che dice Mengaldo quando afferma che con “Satura” Montale inventa un nuovo tipo di «forma-poesia», quello che io stigmatizzo è però che questo nuovo tipo di «forma-poesia» ha finito per condurre alla pianura dove tutto è dicibile e tutto è tematizzabile. Soluzione pericolosissima che ha contribuito a sproblematizzare la poesia italiana del dopo “Satura” che è poi sfociata nel minimalismo e nel post-minimalismo. Man mano che la poesia italiana occupava un demanio sempre più vasto, tanto più cresceva la sua autoreferenzialità.

      Allora, io ritengo che sia venuto il momento di ANDARE VERSO IL CENTRO o, come scrivevo in un saggio sulla tarda poesia di Milo De Angelis, SPOSTARE IL CENTRO DI GRAVITA’ DEL DISCORSO POETICO, ma il mio intento era non quello di minimizzare la portata della poesia di De Angelis (come è stato erroneamente inteso dai più) quanto di indicare i pericoli di lasciarsi indurre in tentazione verso la deriva di una poesia che faceva della irrazionalità dell’occasione e del privato la sua ancora di salvataggio e la sua zattera filosofica.

  5. emilia banfi

    George Orwell diceva: -I pensatori della politica si dividono generalmente in due categorie: gli utopisti con la testa tra le nuvole e i realisti con i piedi nel fango- Oggi mi pare che sia il contrario . La poesia prende atto, essa non deve stravolgere ma coinvolgere , il suo linguaggio sarà valido quando arriverà dove nessuno avrebbe pensato che potesse arrivare e non si arriva da alcuna parte usando sempre lo stesso linguaggio. Oggi la parola ha subito variazioni e collocazioni. seguirla è difficile senza porci il dubbio sulla sua validità . La ricerca si estende in ogni settore, anche in quelli in cui non vorremmo mai entrare, ma la società ci chiede di essere capita e la poesia si ferma per comprendere ciò che spesso viene solo per distruggere, ma è il suo compito. L’immobile osservazione per capire è indispensabile per l’arte che nel frattempo si muoverà in quel poco spazio che gli è riservato producendo quello che il suo sguardo coglie come denuncia sicuramente anche politica ,celando dietro una tenda il suo ribrezzo o la sua rivoluzione .Ai critici il compito di scostare la tenda.

  6. emilia banfi

    Dalla Sardegna
    acre odore di fumo di fiamme
    sulla campagna alla valle
    Tra un flebile belato
    le urla del mirto del tasso
    del lentisco con le sughere
    alle retrodune
    nessuno più le ascolta.

    Emilia B

  7. Dove mi trovo in vacanza ho accesso solo per qualche ora a Internet e non posso ora replicare ai vari interventi di Simonitto e Linguaglossa. Mi limito a pubblicare il commento che avevo preparato prima di questi vostri interventi.

    @ Linguaglossa

    Caro Giorgio,
    comincio con una battuta: se tu sostieni la tesi della post-poesia, dovremmo di fatto già essere usciti dalla Poesia. Almeno da quella con la maiuscola. E in modi che non ti hanno molto entusiasmato, a vedere da come te la prendi col Montale di *Satura*. Di conseguenza «far saltare tutto: il Palazzo e il sistema-poesia», come suggerisce Pozzoni dovrebbe apparirti un’operazione attardata. Oggi rifare Sanguineti o rifarsi all’avanguardismo più o meno dinamitardo e vitalistico appare un’operazione intempestiva, specie in tempo di crisi. E rischia il surrealismo. Quasi presentarsi con una fanfara militare e pimpante a un funerale o in ospedale.

    La mia idea di una «poesia esodante», che si muove decisa (a staccarsi anche dalla Poesia o dal Novecento), ma problematicamente e a tentoni, mi pare più adeguata ai tempi. Con essa però non voglio andare «verso la periferia». Questo lo dice papa Bergoglio, che riprende l’ideale cristiano dell’andare verso gli “ultimi”. Non io, che in periferia – una precisa e non generica, dove ho trovato gli “ultimi” corrotti quasi quanto i “primi” o i “secondi” – ci vivo da decenni e ne conosco i limiti; e so che anch’essa è «gabbia». Ho chiarito, rispondendo a Partesana, che «per me esodo è “fuoriuscita”», ma nell’«assenza (o opacità) dello scopo da raggiungere (e, perciò, anche del nome per designare tale scopo)». Il che differenzia l’esodo d’oggi da quello biblico con tanto di Terra promessa. È un paradosso o una contraddizione. Capisco che uno a cui dici: suvvia, esodiamo!, chiederà: ma dove vuoi andare? Non lo so, non lo sappiamo. Dobbiamo/possiamo rivolgerci solo a chi è almeno molto stufo della «gabbia» (anche quella della Poesia) ed è disposto a una scommessa. Senza però l’enfasi o la grinta dell’avanguardismo. Senza darci delle arie.
    Quanto alla mia troppo insistente *critica politica della Poesia* a me pare che possa incontrarsi – in parte e con alcune precisazioni – con la tua denuncia di «una deriva prosastica» della poesia italiana degli ultimi decenni.
    Non si tratta di «ossessione del Politico», ma di consapevolezza che la poesia è vissuta finora in una qualche polis (anche quando lo negava) e che il rischio è che in assenza di polis anche la poesia rischia di non esserci più.
    E allora mi chiederei quanto questo eccesso di “prosaicità” in poesia faccia il paio con una dannosa “depoliticizzazione” della nostra vita. Oppure: quanto il diarismo dell’ultimo Montale potrebbe essere letto proprio come rassegnarsi alla “depoliticizzazione” dell’esistenza e a una poesia “depoliticizzata”, “privatizzata”.
    Preciserei per ultimo tre cose:
    1. che si possa/si debba «uscire dalla Poesia dalla porta della Poesia» invece di abbracciare la via della prosa (specie quando la si contrabbanda per poesia);
    2. che c’è prosa e prosa e non vorrei rischiare di disprezzare la prosa e non vedere quanto la buona prosa possa alimentare la poesia esodante. (E forse ci può essere anche una prosa esodante, perché no …);
    3. che poesia esodante e prosa esodante devono tener ferma la “critica politica” di se stesse e imparare dalla critica politica (anche indiretta) dei non poeti ( o dei critici della politica).

    • Giorgio Linguaglossa

      caro Ennio Abate
      è il caso di rispolverare la polemica tra Pasolini e Montale oggi quanto mai attuale vista la deriva perbenista e piccolo borghese presa dalla poesia italiana. Leggiamo:

      Montale / Pasolini
      Una polemica in versi

      Nel 1971, su “Nuovi Argomenti” (n. 21, gennaio-marzo), Pier Paolo Pasolini scrive una recensione al vetriolo sul volume di poesie Satura pubblicato nello stesso anno presso Mondadori da Eugenio Montale:

      Montale è o non è narcisista? Mi chiedevo spesso questo, mentre leggevo Satura. Non potrei rispondere né sì né no. Se lo fosse, egli sarebbe, quanto a capacità di autocontrollo, un mostro. Ma evidentemente la «correzione» è inaugurale, e vale una volta per tutte. Montale ha corretto se stesso alle origini, e lo ha fatto proiettandosi in una figura da romanzo: di un romanzo analogo a uno dei pochi che durante la vita gli son piaciuti. Egli ha fatto trapelare nei suoi tre libri che chi dice «io» è un uomo grigio, laconico, irreprensibile, romantico ma ironico; che la sua vita, se si vuoI proprio dedurlo, si svolge tra un appartamento elegante ma non eccezionale e un soggiorno in qualche albergo di prima categoria, tra lunghi periodi assolutamente oscuri di stretta privacy e qualche viaggio – turistico, oppure ufficiale o semi-ufficiale – in luoghi mai né troppo comuni né troppo originali; che egli è occupato dai suoi ricordi (non necessariamente da poeta) e così dalle sue rare relazioni femminili
      – piene di un sentimento più cosmico che amoroso, e che facilmente cedono ai comportamenti prestabiliti della buona borghesia – la cartolina, il souvenir, la mancia al portiere; che tutto questo è condito da un «umorismo professionale», quello per esempio che fa uso, sorridendo, dell’arcaico «satura» al posto del più recente «satyra». Montale ha così ricostruito se stesso con ciò che egli in effetti è; perché tutto questo «romanzesco» che ho qui sopra elencato corrisponde né più né meno che alla realtà, e non avrebbe mai potuto offrire alcuna diversa alternativa.
      Montale si è accettato per quello che è; e, nel momento in cui, col cambiare dei «tempi» (che, ha ragione lui, sostanzialmente non cambiano, perché non cambia il «tempo»), questa accettazione ha traballato, egli si è affrettato – stavolta ingenuamente! – a trasformarla in un «pronunciamento» (un poco teppistico e reazionario!): «Ebbene, sì, io sono un signore elegante e un po’ cinico, che non si compromette e non crede in nulla: io sono un borghese».
      È vero che nel mondo di Montale ancora continuano ad apparire porcospini e marmotte (in villini contigui, modestamente, e con l’umiltà della grande superbia, ai villini adibiti a caserme dei carabinieri), ma in realtà tutto il sistema lessicale montaliano, corrispondente a un «realismo» anacronistico, o è disparito o si è fatto ironico. Siamo di fronte a un altro Montale: cioè al vero Montale.
      Per sfiducia nella storia e nella poesia, il vecchio Montale ha gettato la maschera – quella sua maschera meravigliosa e inimitabile – e ha fatto lo scherzo di mostrarsi com’è: è uscito dal romanzo e è entrato nella cronaca. In conclusione, egli avrebbe compiuto quell’operazione di moda che viene chiamata trionfalmente dissacrazione (e, nella fattispecie, auto-dissacrazione).
      Ma strano: la dissacrazione che Montale ha fatto di sé, benché lo sembri, non è riduttiva, non è degradante e non è provocatoria. E infatti vedo già le critiche piene di elogi e di omaggi, che faranno piovere sul bagnato di tale dissacrazione: e, non tanto per cambiare, sbaglieranno, perché di dissacrazione in realtà non si tratta, ma si tratta semplicemente di una «mossa» diplomatica, che ha la qualità non diplomatica di essere determinata da ragioni reali e angoscianti, da un confronto reale e angosciante con i «tempi».
      L’esito reazionario e quasi teppistico, a cui Montale ingenuamente giunge, scoprendosi, viene corretto e incamerato in una nuova stilizzazione, che egli chiama «mezzo parlare», e che da principio traumatizza il suo lettore, presentandosi come il suicidio di Montale, una beffa umana, uno scherzo quasi volgare.
      Piano piano però il «mezzo parlare» si presenta come un vero e proprio sistema stilistico, e in quanto tale si impadronisce del Montale cinico e sfiduciato, svuotato e ingenuo, smascherato e nudo, che ha letto Arbasino (!) e anche altri nuovi e più giovani, che l’hanno umiliato; del Montale che parla, mettiamo, del portiere di un grande albergo veneziano come se tutti non l’avessero conosciuto e non sapessero che è assolutamente privo di mistero, che la sua mitizzazione è un luogo comune nelle relazioni fàtiche (che stringono il cuore) di una borghesia funeraria – s’impadronisce, dico, di questo Montale martire (che non cessa però di sorridere, fabulatore di apparenti futilità senili) e lo ripropone in una nuova oggettività, che aggiunge alla «correzione romanzesca» di cui parlavo prima, un «autolesionismo», che, se abbassa il romanzo a livelli talvolta addirittura brachilogici – ha le qualità di ogni autolesionismo eroico, dei grandi e dei piccoli eroi.
      Il cosmo che si era calato e occultato dentro l’insignificante fisicità di alcuni ricordini o regali o luoghi di questa vita non eroica – riempiendoli di significato, non effabile se non attraverso l’elegante faticità, quasi madrigalesca, che dava un che di mozartiano alle tragedie borghesi degli amoretti turistici o balneari – il cosmo (è il cosmo) è divenuto oggetto diretto ed esplicito di questa poesia che si è sempre guardata bene, secondo le buone regole, dal nominarlo!
      E, naturalmente, accanto al cosmo, la storia. Presiedendo Einstein alla loro interpretazione, essi sono sottratti all’illusione dei comuni mortali, e mortificati per bene – insieme allo stesso autore, che ci aveva un tempo così creduto da non avere appunto il coraggio o la cattiva educazione di affrontarli direttamente, come si fa con le cose vere e quindi compromettenti.
      Non dico che un certo antico madrigalismo non persista in questa satira: perché in fondo, come vuole la coerenza (sempre ingenerosa), Montale non crede neanche nel non credere; e se diventando vecchio, ha capito che è meglio ridere (ma proprio ridere anche letteralmente e banalmente) di certe cose – e soprattutto della poesia – tuttavia sa che prima di tutto, per essere logici e conseguenti, non bisogna fare della delusione una tragedia.
      Come in ogni satira anche in quella montaliana è immanente una filosofia stoico-epicurea; immanente proprio alla sua coscienza metalinguistica, determinandone la forma. Ma credere nel nulla non impedisce, tuttavia, di fare delle scelte: e infatti la satira è un genere «morale», a proposito dei vizi, delle virtù, ecc.: ed essa è fondamentalmente pratica fino al qualunquismo, ecc. Anche il Montale satirico opera sotto il segno di una filosofia di tipo stoico-epicureo, l’incombere dell’epochè – che è la filosofia che riempie il vuoto lasciato dalle filosofie, e quindi anche in Montale c’è l’affermazione di un nulla che non impedisce tuttavia la scelta: senonché in Montale la scelta non è morale, ma è ideologica. Tanto ideologica da comportare una specie di eteronomia dell’arte (!) che riduce l’arte a un mezzo anziché a un fine: di qui lo scandalo di quest’ultimo libro «impoetico», scandalo che non viene preso in considerazione dai critici di mestiere e dagli adulatori: che lo riducono alla solita inattendibiità – quasi infantile – degli atti di un «poeta»: lo estetizzano, insomma, offendendo dunque l’autore, che pur sapendo, che ciò che conta è la maledetta grazia che egli possiede, tuttavia ideologizza questo come un momento della sua presa di posizione politica: e poiché egli è un cittadino come un altro, ciò non deve non esser preso seriamente in considerazione.
      Sapendo che l’«impoeticità» e il «contenuto» di Satura pertengono alla sua forma – avendo essi presieduto alla sua coscienza metalinguistica – non mi sembra che possa in alcun modo considerarsi prevaricatore un lettore che risponda al pragma col pragma, alle idee con le idee.
      A parte dunque la sezione Xenia e le poesie per la morte della Mosca (che sono le più belle del volume, certo) tutto il nostro libro non è in fondo che la volgarizzazione – sentita linguisticamente come registro poetico – delle idee della scienza più recente e quindi più attendibile, sul «tempo»: si tratta dunque di un libro anti-positivista e anti-hegeliano (in quanto tale io lo considero un libro che sta dalla parte della ragione).
      Ma poi c’è, appena oltre il punto di partenza, una diversione pretestuale e in fondo anche un po’ vile (posso usare questi termini perché, ripeto, è lo stesso Montale, in quanto poeta satirico, che me ne dà il diritto). Dagli errori del positivismo e della filosofia hegeliana, Montale deduce «a braccio» gli errori del marxismo, che si fonda appunto filosoficamente sul positivismo ed Hegel. Il marxismo crede nel «tempo» e i suoi critici letterari credono nei «tempi»: la scienza dimostra che sbagliano, che non ci sono né «tempo» né «tempi»; che la logica, oltre che dialettica, può essere puramente oppositoria, o addirittura monadica: che tutto ritorna, oppure sta fermo, insomma, e non è vero che ci sia un «progredire». Dunque se il marxismo è un’illusione ormai insostenibile, Montale si libera dal marxismo e dal peso che questo può essere sulla coscienza.
      Tutta Satura è in fondo un pamphlet antimarxista. Ma se fosse soltanto così, io mi limiterei a prenderne atto (chiamato in ballo dal registro satirico). Se lo disapprovo è invece perché Montale ha voluto ignorare che anche la pragmatica borghese, oltre che la prassi marxista,
      si fonda sull’illusione del «tempo», e che i borghesi, come i comunisti, non fanno altro che parlare del «domani». Se il «mondo migliore» (di questo maledetto domani) è una promessa dell’opposizione è anche un’assicurazione del potere.
      Ma, a differenza che dal marxismo, Montale non si «libera», in quanto poeta satirico, dal potere. Anzi, compie una specie di identificazione tra potere e natura.
      Il suo libro è tutto fondato sulla naturalezza del potere. L’ambiente del romanzo in cui il narcisista così ben controllato che dice «io» vive le sue avventure oraziane (e il dolore che non chiede nulla di Xenia) è l’ambiente assicurato dal potere: i milioni di scalini (senza sapor di sale) che egli ha salito e disceso con la Mosca, i giardinetti dei villini dove si ha l’epifania del porcospino, i grandi alberghi, i luoghi stranieri dai nomi rivelatori, insomma «tutto», se è illusione, è l’illusione per eccellenza, l’illusione per diritto: non è l’illusione da cui ci si deve liberare.
      Ed è qui che i primi libri di Montale permangono in questo ultimo: ciò che li unisce senza soluzione di continuità è quell’illusione [1] che le istituzioni garantiscono come l’unica valevole.
      [1] Immaginare Montale nella Sala degli Orazi e dei Curiazi in Campidoglio, tra il presidente della Corte Costituzionale Branca, il presidente del Consiglio onorevole Colombo, il cardinale vicario di Roma Dell’Acqua, il ministro della Marina Mercantile senatore Mannironi, non è un’epifania dell’inesistente storia? Intendiamoci: Montale fa benissimo, se gli piace, a stare nella Sala degli Orazi e dei Curiazi: non si sa mai dove la vita coltivi la sua grazia!
      Ma perché negare che anche il potere ha una storia, e che questa non è un’illusione solo delle opposizioni?
      Certo, ha ragione Montale: la verità sulla storia è, espressa in termini storici, reazionaria: e dunque alcune proposizioni reazionarie andrebbero reinserite nel discorso rivoluzionario… Ma quest’ultima deduzione e mia…
      Nel Diario del ’71 e del ’72 (il quinto libro di poesie di Eugenio Montale, 1973), dopo alcune composizioni sarcastiche sulla società italiana definita ne Il trionfo della spazzatura si arriva a una poesia emblematicamente polemica nei confronti di Pier Paolo Pasolini, che, oltre a recensirlo, aveva censurato Satura per l’atteggiamento tiepido dimostrato dal poeta sugli argomenti più controversi della politica contemporanea: il conflitto sociale, le stragi e, a livello internazionale, la guerra del Vietnam. Nella poesia che segue, Lettera a Malvolio, Montale affronta i suoi critici, fa i conti con la società italiana degli anni del boom e si rivolge, con Pasolini, a tutti gli intellettuali che ne hanno, in qualche modo, tratto profitto:
      Non s’è trattato mai d’una mia fuga, Malvolio,
      e neanche di un mio flair che annusi il peggio
      a mille miglia. Questa è una virtù
      che tu possiedi e non t’invidio anche
      perché non potrei trarne vantaggio.
      No,
      non si trattò mai d’una fuga
      ma solo di un rispettabile
      prendere le distanze.

      Non fu molto difficile dapprima,
      quando le separazioni erano nette,
      l’orrore da una parte e la decenza,
      oh solo una decenza infinitesima
      dall’altra parte. No, non fu difficile,
      bastava scantonare scolorire,
      rendersi invisibili,
      forse esserlo. Ma dopo.

      Ma dopo che le stalle si vuotarono
      l’onore e l’indecenza stretti in un solo patto
      fondarono l’ossimoro permanente
      e non fu più questione
      di fughe e di ripari. Era l’ora
      della focomelia concettuale
      e il distorto era il dritto, su ogni altro
      derisione e silenzio.

      Fu la tua ora e non è finita.
      Con quale agilità rimescolavi
      materialismo storico e pauperismo evangelico,
      pornografia e riscatto, nausea per l’odore
      di trifola, il denaro che ti giungeva.
      No, non hai torto Malvolio, la scienza del cuore
      non è ancora nata, ciascuno la inventa come vuole.
      Ma lascia andare le fughe ora che appena si può
      cercare la speranza nel suo negativo.
      Lascia che la mia fuga immobile possa dire
      forza a qualcuno o a me stesso che la partita è aperta,
      che la partita è chiusa per chi rifiuta
      le distanze e s’affretta come tu fai, Malvolio,
      perchè sai che domani sarà impossibile anche
      alla tua astuzia.
      Versi furenti, feroci. Ai quali Pasolini rispose con alcuni versi a Montale, versi venati di solitudine più che di rabbia o rancore. Nella poesia L’impuro al puro (appunti), Pasolini dirà a Montale:
      Non ho banda, Montale, sono solo.
      Non ti rimprovero di aver avuto
      paura, ti rimprovero di averla giustificata.

      Male forse ne voglio; ma il mio.

      Ti ha ottenebrato la tua un po’ troppo italiana
      Musa Oscura

      Astuto poi non non lo sono:
      di solito è astuto chi ha paura.

      Da Poesie varie e d’occasione, in Raccolte minori e inedite, in Pasolini. Tutte le poesie, a cura di Walter Siti, Meridiani, Mondadori 2003.
      .

      INVITO ALLA LETTURA:
      BRANI DI PIER PAOLO PASOLINI

      TUTTI GLI AGGIORNAMENTI
      A “PAGINE CORSARE”
      DA OTTOBRE 1998

      ——————————————————————————–

      Montale / Pasolini: una polemica in versi, a cura di Angela Molteni

      • Giorgio Linguaglossa

        caro Ennio Abate,
        è sempre imbarazzante per un critico (o chi assuma la veste di critico come me) dire dove va e dove non va la poesia: non sono un veggente e diffido, ho sempre diffidato, dei veggenti. Quando io ho parlato, nei miei libri di critica di poesia di «post-poesia» e di «post-contemporaneo» intendevo alludere a quel fenomeno presente sia nella vita quotidiana delle masse che nella scienza, che in filosofia, con quel fenomeno che va sotto il nome di «un presente grasso» che regola la nostra vita quotidiana… ma in termini astrofisici il concetto di presente è un ossimoro permanente, un errore concettuale, una inesattezza macroscopica. Ciò che sembra indiscutibile per la nostra vita quotidiana: che c’è un prima (il passato), un adesso (il presente) e un dopo (il futuro), in termini astrofisici è una corbelleria; il termini astrofisici ci sono tanti presenti quanti sono i punti di vista posti nello spazio e nel tempo e nella velocità. Voglio dire che la poesia italiana contemporanea (tranne pochissime eccezioni) accetta in modo acritico e ingenuo la posizione di un «io» posto in un «presente grasso» che parla un linguaggio riconoscibile. Questa è la post-poesia, in negativo; poi c’è un concetto di post-poesia da considerare in positivo.

        Questo per dire che quando leggo la poesia contemporanea (fatta eccezione per poeti di rango superiore come Maria Rosaria Madonna, Maria Marchesi e Luigi Manzi), quello che mi colpisce in negativo è vedere come i poeti accettino, senza battere ciglio, la visione (direi piccolo borghese) del tempo basata sul presente come un dato di fatto ovvio e intramontabile. È qui sulla questione del «tempo» che si arenano gli sforzi della poesia contemporanea italiana. Un’altra osservazione la vorrei fare: quando leggiamo un autore di oggi dobbiamo porci sull’onda di ascolto, diciamo, «atemporale», dobbiamo chiederci: chi è che parla?, che cosa fa l’autore, l’impiegato del catasto o l’impiegato delle poste?, parla un professore universitario o di liceo?, oppure una casalinga?; ecco, direi che, ad occhi chiusi, si potrebbe, dall’esame dello stile e del lessico, indovinare chi è che parla (o meglio scrive); voglio dire che, nella stragrande maggioranza, sono scritture riconoscibili, riconducibili ad un ceto sociale, intellettuale, ad un ambiente, che condivide (inconsciamente) un certo impiego del linguaggio. Ma pongo un quesito ai lettori: se sono riconoscibili sono scritture già morte, nate morte.

        Dunque, direi che prima regola per una poesia «esodata» è che sia veramente «esodata», cioè che sia andata per i fatti suoi senza badare alla decrittabilità di sponde contemporanee, dei critici adulatori, degli amici, dei sostenitori, dei giornalisti culturali etc.; la prima regola è che essa sia irriconoscibile e intraducibile in termini di salario pre-pagato e intraducibile alle opzioni di poetica già sperimentate con successo, intraducibile alle opzioni degli ismi di moda in ogni epoca. Leggendo una pagina dei poeti citati sopra ci si rende conto di quello che voglio dire: il lettore è costretto a chiedersi: ma questi da dove vengono?, da Marte?, da chi sono foraggiati? dal centro Montale della Spaziani?, chi imitano? – La risposta è che questi poeti non imitano nessuno. E questa è la migliore garanzia della loro genuinità.

        Voglio raccontare un aneddoto: tempo fa quando proposi all’editore Lietocolle di pubblicare “Tutte le poesie” di Maria Rosaria Madonna, mi fu risposto che i testi erano incomprensibili, scritti in un linguaggio (una sorta di neolatino) che non avrebbe capito nessuno. Ergo, prima regola per pubblicare è che i testi siano comprensibili (ma a chi? al lettore medio mediamente acculturato?); devono essere scritti in modo che la pubblica opinione degli incolti li accettino. Per fortuna le poesie di Madonna usciranno presto con l’editore EdiLet di Roma.

  8. “No, non hai torto Malvolio, la scienza del cuore
    non è ancora nata,”
    Davvero è difficile credere che un problema psicologico possa diventare oggetto di complesse scelte filosofiche, ma oggi si può tentare di guardare al cinismo, alla satira, ponendosi di traverso alla questione, con l’attenzione rivolta ai piedi piuttosto che alla testa dell’infante, perché forse son solo capricci. Prendere il bambino Montale tenendolo capovolto e chiedergli “perché piangi?”. In fondo hai tutti i giocattoli che desideri, non ti manca niente, perfino la natura non fa che sorriderti ovunque guardi… dov’è nata la tua delusione? Dal dopoguerra, dalle speranze deluse di una vita paradisiaca dove tutti avrebbero riacquistato il diritto di vivere come Adamo e dEva, e così non è stato?
    Scrive interpretando, Pasolini: “non bisogna fare della delusione una tragedia.” E parte con l’accusa da sinistra di qualunquismo, andando contro quei critici che lo “estetizzano” per via di quella “maledetta grazia che egli possiede”. E arriva alle sue conclusioni : “Tutta Satura è in fondo un pamphlet antimarxista.”, che ci può stare se l’universalità della conoscenza fosse tutta raccolta tra il Capitale e la Bibbia.
    Rispondono le motivazioni al premio Nobel del ’75:
    « Per la sua poetica distinta che, con grande sensibilità artistica, ha interpretato i valori umani sotto il simbolo di una visione della vita priva di illusioni. »
    Pasolini ne fa questione di parte, non sapeva quanta importanza avrebbe avuto il tema dell’illusione negli anni a seguire.
    “Dunque se il marxismo è un’illusione ormai insostenibile, Montale si libera dal marxismo e dal peso che questo può essere sulla coscienza.”
    “Ma perché negare che anche il potere ha una storia, e che questa non è un’illusione solo delle opposizioni?”. Ma Montale parla di altra illusione, non di quella marxista, marxista non lo è mai stato.
    Non ho mai creduto all’esistenzialismo di Montale, ne’ al suo pessimismo e come dite voi, dopo Satura, Montale l’ha confessato. Ma allora è cinico? Non ha fatto che deridere tutto e tutti?
    “«tutto», se è illusione, è l’illusione per eccellenza, l’illusione per diritto: non è l’illusione da cui ci si deve liberare.”
    Di quell’illusione non ci si può liberare perché è questione mistica, del tutto che appare e scompare quando apriamo e chiudiamo gli occhi. Montale avrebbe potuto essere un bravo Yogi, tutto dedito alla a pratiche meditative se non avesse amato il confort (che è la versione occidentale del nulla). E del resto, che ne poteva sapere? Infatti scrive:
    “No, non hai torto Malvolio, la scienza del cuore
    non è ancora nata”.
    Dunque è perbenismo, snobberia aristocratica. Un brav’uomo, ma con in dote quella “maledetta grazia” che lo rende intoccabile. Quindi ne farei questione estetica e personalmente non cercherei altro. Piuttosto mi chiedo come si possa andare oltre Montale.
    A Ennio:
    Non ti sarà certo sfuggito questo passaggio di Pasolini: “la logica, oltre che dialettica, può essere puramente oppositoria, o addirittura monadica”.

  9. emilia banfi

    Ah il confort! Vorrei sapere chi ne farebbe assolutamente a meno!
    Mi faccio alcune domande , forse qualcuno potrà o vorrà rispondermi:
    1) La finzione che in poesia è spesso presente impedisce al poeta di rivelare se stesso?
    2) Perché voler a tutti i costi analizzare il poeta quando la sua poesia potrebbe dire tutto e il contrario di tutto di ciò che lui è?
    3) Il distacco dalle emozioni (argomento ampiamente dibattuto) rende spesso illeggibile la personalità di chi scrive e di conseguenza non è perfettamente inutile parlare di cinismo?

    In questa poesia di Montale trovo l’uomo e le sue speranze ma anche le sue debolezze esposte con grande ed eccezionale sapienza:

    A galla

    Chiari mattini,
    quando l’azzurro è inganno che non illude,
    crescere immenso di vita,
    fiumana che non ha ripe né sfocio
    e va per sempre,
    e sta – infinitamente.

    Sono allora i rumori delle strade
    l’incrinatura nel vetro
    o la pietra che cade
    nello specchio del lago e lo corrùga.
    E il vocìo dei ragazzi
    e il chiacchiericcio liquido dei passeri
    che tra le gronde svolano
    sono tralicci d’oro
    su un fondo vivo di cobalto,
    effimeri…

    Ecco, è perduto nella rete di echi,
    nel soffio di pruina
    che discende sugli alberi sfoltiti
    e ne deriva un murmure
    d’irrequieta marina,
    tu quasi vorresti, e ne tremi,
    intento cuore disfarti,
    non pulsar più! Ma sempre che lo invochi,
    più netto batti come
    orologio traudito in una stanza
    d’albergo al primo rompere dell’aurora.
    E senti allora,
    se pure ti ripetono che puoi
    fermarti a mezza via o in alto mare,
    che non c’è sosta per noi,
    ma strada, ancora strada,

    e che il cammino è sempre da ricominciare.

  10. Giuseppina Di Leo

    Quando, diversi mesi fa, ho letto per la prima volta “Per una poesia esodante” apprezzai lo scritto sia per la forza con la quale Ennio Abate argomenta su una materia importante come la poesia sia per le dichiarazioni in esso contenute: la “scommessa” per un progetto di poeti cetomedisti in grado di affrontare, e magari di sconfiggere, con la forza del confronto critico-politico, i *convitati di pietra*.
    Qualche perplessità l’ho anche avuta. Riprendendo in mano quei fogli, trovo qui e là appuntate mie considerazioni, come ad esempio quando, parlando genericamente dei “quotidianisti” o “minimalisti”, Abate dice che le critiche sono da muovere «non perché abbiano vinto e imposto un loro paradigma, ma perché si sono adagiati nella “quotidianità” e non si pongono di fronte al vuoto *storico* che si è creato», trovo annotato: “non credo che sia una presa di posizione da parte dei poeti”; nel senso, che forse i poeti quotidianisti non possono fare altro che registrare *quel* vuoto.
    « Ma è il nostro modo di pensare che oggi patisce e produce questo scadimento.», dice Rita Simonitto (su questo post). E di ciò sono ancora più convinta.

    Altra perplessità è sul significato che Abate dà alla parola *Altro* (identificato con Dio?), ma su questo punto vorrei dire qualcosa dopo.

    La “strada da imboccare” (o “ipotesi di lavoro”) per uscire dal “pantano” restava ancora da scegliere: «Il ceto medio è nel pantano, senza autonomia culturale e senza consapevolezza della situazione reale (si veda il silenzio e la rimozione sulla crisi!), in cui si trova. E non sa quale strada prendere […]. Perciò il discorso va spostato sulla scommessa in un progetto da fare, sulla scelta della strada da imboccare e sulle difficoltà che incontra una tale ipotesi di lavoro». «Che fare allora? Piangerci addosso? Continuare a rissare in bicchier d’acqua?» sono le domande di Abate.
    Il blog ha costituito un’ottima palestra per confrontarsi sui quattordici punti di una “poesia esodante” – riportati in sintesi in seno alla bella intervista di Partesana – la piazza “virtuale” della “pòlis” che non c’è, dove tradurre l’”io” in “noi”; e di certo rappresenta per i “molti” (invero sempre di meno) un luogo – direi singolare – di confronto (ma anche di scontro!).

    Nonostante – uso il plurale senza timore di esagerare – *siamo* tutti concordi nell’ammettere «che i poeti esodanti sanno di non essere liberi», tuttavia – e da qui sorgono le mie obiezioni – « la scelta di muoversi in una zona lirico-politica, che io chiamerei dell’«io/noi» (Abate), conduce spesso a differenziarci proprio sulla base della propria “origine”, che è un elemento in sé legittimo, ma che, proprio per la sua legittimità, non si comprende perché mai debba diventare motivo di discrimine. Se non lo sia già (!?).
    Se, cioè:
    – il poeta esodante «Sa che la realtà sfugge alla forma. Sa che la forma (e la forma in generale, non solo la “bella forma”) è in sé già distanziamento (problematico), se non repulsione (problematica) della realtà.»,
    – è implicito “sapere di non sapere”,
    risultano per me davvero *incomprensibili* i *distinguo* rivolti «a chi trova poetico soltanto ciò che « attinge a ben altre radici (sogno, inconscio, Altro)» vuole essere una contrapposizione ai liquidatori estremi della ragione. » (Abate – risposta del 5 agos. 013).
    Ad Abate chiederei: crediamo davvero che parlando del sogno si possa “liquidare”, sic et simpliciter, la ragione/realtà?
    La risposta data da Ennio Abate alla domanda di Partesana a proposito di «misurare una poesia dai suoi legami espliciti o impliciti con la storia», mi ha poi ha sollecitato una certa curiosità nella parte in cui afferma che i legami da “espliciti” possono diventare “impliciti” «se occultati, velati, ridimensionati, trascurati da quanti pensano la poesia come fosse o dovesse essere la negazione della storia o del “reale”. Per costoro il testo varrebbe soltanto “in sé”. Più esso ha “dimenticato” le sue radici (esistenziali, storiche) o più esso attinge a ben altre radici (sogno, inconscio, Altro) più sarebbe poetico.» Le puntuali osservazioni di Rita Simonitto, e le contro osservazioni di Abate (ma anche di Mayoor e Linguaglossa) hanno diradato in parte le mie domande.
    Il fatto è che proprio l’immagine di quella “gabbia” della realtà qui rischia di trasformarsi in vicolo cieco se, pur affermando, come Abate fa, che «[il poeta esodante sa che la realtà] ”così com’è” non entra nelle parole della poesia come in una scatoletta preconfezionata.», si continua tuttavia a distinguere proprio sui «modi» in cui la realtà entra in poesia.

    Dal canto mio condivido in pieno quando Lucio Mayoor dice : «Non credo si possa chiedere alla poesia, al suo farsi, di svolgere il compito di trascrivere in bella forma risposte ponderate e sapientemente confezionate.» Mayoor – commento del 7 agos. 013) – riprendendo in parte, paradossalmente, proprio quanto è asserito nel punto “i”.
    Sul blog di Mayoor Tosi, a proposito delle sue tre poesie “TR3 pannocchie” (postate anche su questo blog), ho scritto che “la poesia non è una monade”, volendo con ciò dire che personalmente rifuggo da una poesia che sia rivelatrice di una qualsivoglia riposta “verità”; la poesia dovrebbe semmai fornire domande per aprire la nostra mente a nuovi dubbi.
    Ed il mio riferimento era anche alla frase di Pezzato (sull’altro post), proprio per la evidente contraddizione che si trova in essa contenuta. – Pezzato dice che per raccontare occorre(-rebbe) prima liberarsi del sapere, passare quindi alla fase istintiva (quasi neonatale) per poi “essere nuovamente capaci di assorbire gli impulsi, di sentire, di vedere, di annusare”, capovolgendo così le categorie del pensiero con uno sforzo non comune.

    Faccio un rifermento all’Altro, da Abate citato e riferito non so come in relazione al sogno. Ebbene il concetto di alterità non riguarda certo il sogno ma il prossimo, il *noi*. In Levinas l’Altro è responsabilità etica dell’*Io* verso il proprio simile (l’Autrui).

    A tal proposito, riporto una parte del capitolo “ La diaconia” tratto dal volumetto di Levinas su Keikegaard (KIERKEGAARD (etcetera), Castelvecchi (Lit Edizioni Srl), Roma 2013):

    «L’Io davanti all’Altro è infinitamente responsabile. L’Altro è il povero e l’indigente, e nulla di ciò che riguarda questo Straniero può lasciarlo indifferente. L’Io raggiunge l’apogeo della sua esistenza come io quando tutto, nell’Altro, lo riguarda. La pienezza del potere in cui si mantiene la sovranità dell’Io non si estende all’Altro per conquistarlo, ma per sostenerlo. Ma nello stesso tempo sostenere il peso dell’Altro significa confermarlo nella sua sostanzialità, situarlo al di sopra dell’Io. L’Io resta responsabile di questo peso proprio nei confronti di colui che egli sorregge. Colui del quale devo rispondere è colui al quale devo rispondere. Il «del quale…» e l’«al quale…» coincidono. È questo doppio movimento della responsabilità quello che indica la dimensione dell’elevazione. Esso mi impedisce di esercitare questa responsabilità come pietà, poiché io devo render conto proprio a colui del quale sono responsabile. Mi impedisce di esercitare questa responsabilità come obbedienza incondizionata all’interno di un ordine gerarchico, poiché proprio di colui che mi comanda io sono responsabile». (Emmanuel Levinas)

    Sull’ultima precisazione di Abate trovo oscuri alcuni passaggi nei punti 1) e 3). In particolare chiedo:
    – 1) Davvero si può contrabbandare la prosa per poesia?
    – 3) D’accordo, o quasi, che la poesia e prosa esodante «devono tener ferma la “critica politica” di se stesse», ma “imparare dalla critica politica (anche indiretta)” o *dei non poeti ( o dei critici della politica)*, mi auguro non sia una condicio sine qua non.

    Al di là che si vada in centro (Linguaglossa) o in periferia (Abate) credo importi di più interrogarsi a fondo su “cosa” si scrive quando scriviamo in poesia. Una sana autocritica in tal senso non farebbe male a nessuno. Per comprendere (e accettare) meglio noi e gli altri e il mondo in cui ci troviamo.

    Grazie al riferimento di Giorgio Linguaglossa sulla disputa tra Pier Paolo Pasolini e Montale mi è sovvenuto uno scritto dal titolo emblematico “Le ossessioni di Fortini”- apparso nella rubrica “Il Caos” (Tempo, n. 11 a. XXXI, 15 marzo 1969) – in cui Pasolini esprime le sue riserve proprio sul concetto di “realtà” e di impegno politico in poesia così come inteso da Fortini. Lo trovo illuminante oltre che per la perspicacia, anche per l’ironia che Pasolini non lesina su una materia tanto dibattuta su questo blog. Interessante trovo il concetto di “metastoricità”. (Sarebbe interessante leggere la risposta, se c’è stata, di Fortini).
    – Parafrasando Pasolini, non credo possibile per i poeti potersi trasformare in inviati di guerra o in giornalisti/economisti, ecc. Ma poi perché non si dovrebbe scrivere de «la religione della vita quotidiana»?

    Ne riporto un ampio stralcio:

    Le ossessioni di Fortini

    È uscito un libro di vecchie poesie di Franco Fortini, «Poesia e errore» (Mondadori), vecchie, dico, perché già pubblicate, e scritte tra il 1946 e il 1957. Questa non è una recensione al libro, ma una nota marginale e pretestuale. Sul libro, infatti, avrei ben poco da dire: mi interessa, invece, per la mia nota, un opuscoletto o estratto, inserito come corpo a parte tra le pagine del volume. Si tratta di un gruppo di venticinque poesie recenti, scritte dal ’61 al ’68. Esse non rappresentano stilisticamente una novità, rispetto all’opera precedente. Si configurano anch’esse come una «fuga dallo zelo», un ripensamento in una zona patetica – con caratteri crepuscolari e metafisici, che fanno pensare un po’ a Luzi – su argomenti trattati altrove, e con tanta maggiore forza, necessità e genialità, dall’autore in veste di saggista e di moralista: di uomo politico. Ciò che è curioso in queste poesie, per quanto riguarda il mio attuale interesse per la situazione politica, sono i riferimenti stilistici, su un piano un po’ ingenuamente metaforico, al mondo terminologico della guerra. Su queste stesse colonne avevo già parlato dell’illusione, da parte di alcuni leaders dei movimenti giovanili, di una guerra guerreggiata, in parte in atto, in parte imminente: a cui comunque ci si deve preparare considerandoci in uno stato d’emergenza. E facevo un po’ di ironia (molto amara, s’intende) su questo zelo la cui goffaggine si spiega in modo molto schematico, rozzo, brutale e anche un poco demagico: la guerra la fanno gli operai, e può dirigerla solo il PCI. Una guerra fatta da giovani intellettuali, diretta dal Movimento Studentesco o da «Quaderni piacentini», non è decisamente pensabile, e si presta anche a facili ironie (di cui mi vergogno e che qualcosa di torbido, di amaro, di ingiusto mi spinge a fare).
    Le poesie di Fortini (vecchie e recenti) sono una conferma della ragion d’essere di questa mia triste ironia. Tutte le poesie di Fortini hanno l’aria di essere scritte durante una «sosta della lotta». (Cosa che del resto in sostanza risponde a verità). Scende la notte, le sparatorie si diradano, i guerrieri accendono il fuoco, e chi canta sulla chitarra, chi scrive lettere a casa, e chi si raccoglie in un angolo buio, dove stenta giunge la luna, e sul vecchio quadernetto scrive i suoi amari versi. Ma è chiaro tuttavia che per lui la metastoricità dell’atto poetico (che necessariamente avviene appunto in una «sosta», in un angolo fuori dell’azione, in una piega segreta della storia) in tanto vale in quanto è ancora ripensamento della lotta, attraverso un semplice mutamento di registro. Faccio un rapido elenco dei *riferimenti bellici* delle poesie di Fortini. La seconda poesia si intitola «La linea del fuoco», e comincia: «Le trincee erano qui»; e finisce: «Con fretta e con pietà – abbiamo dato il cambio. – Fra poco sarà l’assalto». […] Comunque di tutte le poesie l’elemento che fino a un anno fa si chiamava obbligatoriamente «strutturale» è l’allusione alla lotta e al diritto alla sosta: che avviene sempre in un luogo di campagna o di collina: a) simile a quelli della lotta partigiana, b) legato da mistriose analogie al mondo campestre della rivoluzione culturale cinese. Anche le tre memorie funebri (Elio Vittorini, Raniero Panzieri, il padre) assomigliano alle lapidi poetiche per i caduti.
    Un’ossessione di guerra guerreggiata, dunque: che rispecchia, contro uno schermo poetico necessariamente ambiguo, l’idea che ha attualmente Fortini della situazione, come di una situazione di emergenza: in cui il poeta si deve trasformare in uno stratega, in un soldato. Se questa idea di Fortini della situazione fosse giusta e corrispondesse alla realtà, le sue metafore avrebbero un senso: se invece tale idea fosse arbitraria e illusoria, allora quelle metafore avrebbero un altro senso. Io credo a questa seconda ipotesi. Ma Fortini, io penso, ha bisogno di sentirsi in guerra, perché solo in tal caso egli esiste, e trova una necessità al proprio esistere. La pace («la religione della vita quotidiana») è una cosa ch’egli non ha avuto in sorte: lo interessa solo come nostalgia, che attanaglia durante la tregua della lotta. Come ebreo per necessità, e come uomo politico per scelta, Fortini non ha mai avuto diritto alla pace. E questo me lo rende fratello e caro.
    Ma la sua cecità di fronte alla realtà, e il fanatismo che non può non derivarne, mi spinge a polemizzare con lui. Non siamo in guerra. La classe operaia e il PCI non la vogliono. Quella del Movimento Studentesco è una illusione di guerra.. Dunque Fortini si muove, pensa e opera fuori dalla realtà: come i poeti… Tuttavia l’essere poeta è per lui motivo di vergogna: egli deve cercare delle scusanti, deve tentare una sorta di continua «captatio benevolentiae», patetica, presso i suoi rigidi compagni di lotta, la cui unica categoria valevole per giudicare un uomo è l’utilità.
    L’idea della guerra cui Fortini fa continui riferimenti, non è la guerra reale (che nella realtà non si combatte), ma una guerra puramente metaforica; curiosamente arcaica. Essa ricorda la povera guerra partigiana e addirittura la guerra del ’15-’18, con le sue trincee, le sue fucilazioni, i suoi addii, ecc. Tale guerra metaforica è dunque, come forma d’immaginazione, una forma arcaica e *dunque è un contenuto ritardato*. Non c’è chi non veda qui una insanabile contraddizione nel fondo del rivoluzionario Fortini. Del resto egli ne è cosciente: e ciò è ben chiaro nel senso di pudore linguistico che egli prova quando fa «il verso al poeta»: al poeta solo con se stesso, intento alle vecchie contemplazioni della «sua» natura – con le eterne foglie, i boschi, le stagioni. Qui la massima preoccupazione di Fortini sembra quella di stilizzare e rendere comprensibile (e perdonabile) attraverso una specie di codificazione in gradi di essere decifrata da tutti, la radente e atroce disperazione dell’ascesi che ha come fondo il nulla: un vecchio nulla leopardiano, montaliano, messo a nudo appunto dall’indifferenza, stupenda, della natura e dall’uomo in quanto creatura. Cosa che Fortini tenta veramente di mascherare, cercando di trasformare anche questa circostanza in lezione (i suoi avi usano parlare in lui col dito alzato); oppure cercando la complicità di un lettore come compagno di lotta. Ne nasce una poesia «rifatta»: che rivive, in falsetto, i sentimenti dei poeti seri (i padri): l’italiano poetico di Fortini è così strettamente affine a quello di Bassani. Un « mélo » pudico: il cui risultato è perfettamente manieristico. Anche Fortini è nella morsa del dilemma: egli bara, fingendosene fuori, in una «tensione» diversa. Non solo chi è costretto quotidianamente a vivere e a dibattersi a un avvilente livello televisivo e consumistico, ma *anche lui* è nello schema: ascesi (sia pur atea, poetica) o patto zelante con l’azione.
    Quanto a me, quando prima dicevo amaramente che la guerra non è voluta dalla classe operaia e dal PCI, lo dicevo assumendo un atteggiamento ingloriosamente neutrale e «realistico». E quando dicevo che il Movimento Studentesco non può fare la guerra, volevo dire che la guerra la fanno gli eserciti, e che gli eserciti sono delle *istituzioni*.
    (Pier Paolo Pasolini)

    • Giuseppina Di Leo

      Puntualizzo che:
      – nella frase: “Per comprendere (e accettare) meglio noi e gli altri e il mondo in cui ci troviamo.”, manca: “ma anche per contestare e contrastare ciò che del mondo e degli altri non è possibile tollerare”;
      – il commento è rivolto: @ Ennio Abate.

  11. Ennio Abate

    @ Di Leo (ma anche ad altri/e)

    Il tuo commento sembra comprovare, al di là degli attestati di stima, che le tesi sulla poesia esodante non ti convincano affatto. Come ho già detto a Simonitto, preferisco un dissenso chiaro che un’approvazione a mezza bocca. Rispondo comunque su alcuni punti:

    1. Quotidianisti e minimalisti.

    Io contestavo in parte la critica di Linguaglossa a quotidianisti e minimalisti, sostenendo che essi più che “vincitori” o portatori di una paradigma vincente si erano «adagiati nella “quotidianità”»: hanno cioè rinunciato come tanti e per sempre a porsi i problemi della storia. O, si potrebbe dire in altro modo, hanno sganciato il quotidiano dalla storia, l’hanno isolato dalla storia, si sono disinteressati del « vuoto *storico* che si è creato» oggi. E qui dovremmo pensare all’implosione dell’Urss, alle teorie sulla «fine della storia» di Fukuyama, alla cosiddetta “Fine delle Grandi Narrazioni” del Progresso, del Socialismo, ecc.
    Constatare da parte tua che «i poeti quotidianisti non possono fare altro che registrare *quel* vuoto» suona come mezza giustificazione per la loro scelta. Ma per me un poeta non è mica un *registratore*. E poi i quotidianisti non registrano affatto *quel* vuoto di cui io parlo. Non possono farlo (se non molto indirettamente, a essere generosi) perché rimuovono la dimensione storica, la storicità e non sentono più né il bisogno né alcun senso di colpa per questo loro disinteresse. (Cfr. intervento di Pezzato, ma torna buono anche la polemica Montale-Pasolini rispolverata da Linguaglossa). Semmai vedono nella (loro) quotidianità -“piccolo borghese” o “cetomedista” (perché esiste anche una quotidianità dei precari, dei morti di fame, degli immigrati candidati ad affogare nel Mediterraneo che ignorano o fingono d’ignorare) – un *pieno*. E s’accostano e s’immergono tanto in questo *pieno* da non vedere nient’altro. Ne fanno indirettamente, senza dichiararlo, una totalità e sotto sotto l’apologia.

    2. Ragione/ Altro.

    «Chi trova poetico soltanto ciò che «attinge a ben altre radici (sogno, inconscio, Altro)» cammina su una strada che non è la mia e non approvo. Pur non negando il valore poetico di un De Angelis, ad es., lo avverso, perché è un esempio dei «liquidatori estremi della ragione» o di quello che oggi in poesia hanno rafforzato un «conformismo oggi maggioritario», quello dei «portatori (a volte sani) della “malattia” che Fortini definì «surrealismo di massa»». E non casualmente evocavo la figura del vecchio Lukàcs e il titolo del suo libro “estremista” (ma dal lato opposto): «La distruzione della ragione».
    Questo non vuol dire che trattare in poesia del sogno o dei sogni significhi abbandonare la ragione o la realtà.
    Lo faccio anch’io. Ma la realtà onirica (soggettiva: fino a prova contraria non si sogna in compagnia) non va confusa con la realtà diurna (comunque in qualche misura condivisa con altri). E perciò, rispondendo a Simonitto, avevo detto: « Mi attesto sulla distinzione dialettica tra conscio e inconscio, tra realtà e sogno, tra vita diurna e vita notturna, tra desideri normati e desideri “selvaggi”»). Dunque, è vero, io continuo a distinguere i «modi» in cui la realtà (onirica o condivisa socialmente) entra in poesia. E disapprovo i poeti che « trovano liberatorio un bel ritorno allo «stato ferino»» e sto coi poeti che cercano soluzioni (politiche o estetiche) entro le condizioni storiche in cui ci ritroviamo e non fuori o prima di esse.
    3. Altro (ma Levinas non c’entra).

    Non ho fatto nessun collegamento tra ‘sogno’ e ‘Altro’. (E quindi non mi apre il caso di scomodare Levinas, che non ho letto). Sono ricorso forse troppo sbrigativamente a un elenco approssimativo ( «(sogno, inconscio, Altro)»). Ma l’ho fatto soltanto per distinguere tra ricerche in campi dove la ragione non è necessariamente lo strumento principale da ricerche in campi (ad es. quelli scientifici) in cui lo è. E ho precisato, anche a scanso di equivoci, che anche la ragione ha la sua zona d’ombra ( Adorno, Horkheimer, Dialettica dell’illuminismo).

    4. Prosa/poesia.

    « Davvero si può contrabbandare la prosa per poesia?». Beh, ci sono esempi in tal senso. Basta visitare il sito di Nazione Indiana (ad es.http://www.nazioneindiana.com/2009/12/07/appunti-sulla-poesia-in-prosa-eo-viceversa/) o cliccare ‘Andrea Inglese’ o ‘ Alessandro Brogi’. E, tra l’altro, è un filone teorizzato e non solo praticato. (Ovviamente i suoi protagonisti respingono il termine ‘contrabbandare’ da me usato).

    5. Nessuna “conditio sine qua non”.

    Nel mio scritto “Per una poesia esodante” e nell’intervista a Partesana ho escluso l’ipotesi di scrivere un manifesto. Ergo: non sono un legislatore.

    6. Pasolini vs Fortini.

    Lo scritto di Pasolini, «Le ossessioni di Fortini», lo si può usare in due modi: per tifare Pasolini contro Fortini o viceversa; per approfondire quel complesso rapporto tra due amici-antagonisti. Ho sempre preferito la seconda strada ( Cfr. http://moltinpoesia.blogspot.it/2011/05/contributi-ennio-abate-le-ceneri-di.html).

    @ Linguaglossa

    Mi pare che nella polemica Montale-Pasolini (che riecheggia quella Montale/Fortini di cui trattai l’anno scorso qui: http://moltinpoesia.blogspot.it/2012/07/per-una-poesia-esodante-ennio-abate-la.html ) su due passi dello scritto di Pasolini ci sia maggiormente da riflettere oggi:

    1.
    « Dagli errori del positivismo e della filosofia hegeliana, Montale deduce «a braccio» gli errori del marxismo, che si fonda appunto filosoficamente sul positivismo ed Hegel. Il marxismo crede nel «tempo» e i suoi critici letterari credono nei «tempi»: la scienza dimostra che sbagliano, che non ci sono né «tempo» né «tempi»; che la logica, oltre che dialettica, può essere puramente oppositoria, o addirittura monadica: che tutto ritorna, oppure sta fermo, insomma, e non è vero che ci sia un «progredire». Dunque se il marxismo è un’illusione ormai insostenibile, Montale si libera dal marxismo e dal peso che questo può essere sulla coscienza».

    2.
    « Ma, a differenza che dal marxismo, Montale non si «libera», in quanto poeta satirico, dal potere. Anzi, compie una specie di identificazione tra potere e natura. l suo libro è tutto fondato sulla naturalezza del potere».

    Vedi che la polemica tira direttamente in causa lo “spettro di Marx” (Derrida). E allora la via più ardua ma inevitabile per chi vuole approfondire la questione è proprio quella di conoscere che fine ha fatto il marxismo e cosa può dirci oggi Marx. Ne ho accennato nella replica a Pezzato (qui: https://moltinpoesia.wordpress.com/2013/08/02/lorenzo-pezzatola-fibra-ottica-poetica/#comment-7452 commento11 agosto 2013 alle 15:22). Ma direi che sarebbe proprio il caso di accostarsi alla riflessione radicale e fuori moda di Gianfranco La Grassa, discutibile ma serissima nel delineare l’esigenza di «uscire da Marx dalla porta di Marx» sia contro gli scolastici che i denigratori di Marx. A volte ci lamentiamo dell’universale decadimento culturale, ma poi ignoriamo o trascuriamo proprio quelle riflessioni preziose (ma faticose e difficili) che potrebbero tirarci fuori dalla attuale confusione di idee. Eppure basterebbe decidersi a uscire dal nostro orticello e non stare sempre lì a coltivarlo e ricoltivarlo. (Ovviamente condivido gli appunti di Simonitto nel commento9 agosto 2013 alle 18:28): ci sono dei momenti in cui i poeti e i critici devono imparare anche dai pensatori politici ( oltre che a distinguere tra loro).

    @ Mayoor

    No l’universalità della conoscenza non è «tutta raccolta tra il Capitale e la Bibbia». Ma il problema è se si debba staccare l’ideale di una conoscenza *tendenzialmente* universale dalla storicità dell’uomo socialmente organizzato o no.
    Montale accetta questo stacco (e perciò, credo, tu l’arruoli con piacere nella tua ricerca: « avrebbe potuto essere un bravo Yogi»). Pasolini e (soprattutto) Fortini no.
    No, non mi è «certo sfuggito questo passaggio di Pasolini: “la logica, oltre che dialettica, può essere puramente oppositoria, o addirittura monadica”». Anche perché, proprio in questi giorni, ho citato la «Dialettica dell’illuminismo», che questo rischio l’ha tenuto ben presente.

  12. Rita Simonitto

    @ Ennio
    Sul tuo * preferisco un dissenso chiaro che un’approvazione a mezza bocca* ti ho già espresso la mia posizione in una risposta precedente ma che ricapitolo qui:
    a) non posso formulare un dissenso ‘chiaro’ se non ho gli strumenti per farlo (parlo in un campo professionale che non è il mio) e se alla parte ‘destruens’ non si può aggiungere, anche se in abbozzo, una parte ‘costruens’ .
    Inoltre non sono una fautrice della critica solo perché viene intesa ‘in sé’ come ‘rivoluzionaria’ (c’è, ad es., chi sostiene: “apprezzo le critiche”); non lo ero nemmeno nei tempi in cui questo dire era di moda, e quindi spesse volte si ‘criticava’ solo per dimostrare quanto si era rivoluzionari e non opportunisti!!
    b) non è nemmeno una approvazione a mezza bocca. Si tratta di qualche cosa che cerco di capire e ‘comporre’ via-via a partire dalle risposte che trovo dai partecipanti al dibattito e da quanto può essere per me fonte di ulteriore ricerca.

    Dalla espressione di Linguaglossa (che condivido) *LA POESIA E’ UNA COSA CHE SI SCRIVE E SI PENSA IN MODO MOLTO DIVERSO DA QUELLO CON CUI SI PENSA E SI SCRIVE IN PROSA.*
    mi sembra si possano dipartire tre filoni:
    A) il primo che attiene alla ‘poesia’ e a come essa ‘scaturisce’
    B) il secondo che riguarda la persona che pensa e scrive in poesia
    C) il terzo riguarda la poesia stessa, ovvero il prodotto delle prime due istanze.

    Quindi, l’interrogarsi sulla diversità fra il pensiero poetico e il pensiero prosastico, o affermare che i *poeti accettino, senza battere ciglio, la visione (direi piccolo borghese) del tempo basata sul presente come un dato di fatto ovvio e intramontabile* (Linguaglossa), o porsi la domanda “dove va la poesia” (e se questa debba essere ‘esodante’ – verso la periferia o verso il centro ? – o poesia ‘post-moderna’, o ‘post-poesia’) è molto importante a condizione che si tenga presente l’interagire dei tre fattori di cui parlavo all’inizio.
    Questa interazione non avviene ‘in vacuo’ ma in un tempo storico ben definito e qui sono pienamente d’accordo con l’affermazione di Ennio * sto coi poeti che cercano soluzioni (politiche o estetiche) entro le condizioni storiche in cui ci ritroviamo e non fuori o prima di esse*. Con questa sola correzione: cercano ‘ipotesi’ (più che soluzioni).

    Il punto A), invece, sembrerebbe il solo a beneficiare di quella ‘atemporalità’ di cui parla Linguaglossa sia pure riferendosi ad un altro contesto (che mi sembra attenere più al rapporto individuale-universale).
    Come si pensa quando si pensa ‘in poesia’?
    L’esperienza di questo diverso processo di pensiero ben la conosce chi scrive e di poesia e di prosa e di elaborati scientifici.
    E ciò non ha nulla a che vedere con la differenza, di cui pur teniamo conto, quando parliamo in un consesso di studiosi o davanti a un pubblico eterogeneo: essa differenza non ha a che vedere con il LINGUAGGIO ma con l’attivazione iniziale nella mente di aree e raffigurazioni diverse, anche se a volte sovrapponibili a seguito dei vari stimoli emotivi che vi afferiscono, quando pensiamo ‘in’ poesia, ‘in’ prosa, oppure ‘in’ scienza.
    Possiamo fare delle analogie con il sogno e sul che cosa ne facciamo.
    a) un sogno ‘ci viene’ , e ci sorprende, in relazione ad eventi che ci hanno colpito ma di cui non sappiamo niente a livello di consapevolezza;
    b) un sogno ci permette una digeribilità, un gioco tra il latente e il manifesto; c) un sogno lo ‘facciamo’ per dare realtà ‘per via onirica’ ad una realtà quotidiana che ci si oppone (es. il bambino che sogna di gustare quel cono gelato che gli è stato negato durante la vita diurna).
    Il pensare poetico si attiva a partire da una situazione esterna o interna idiosincratica e PENSA IMMEDIATAMENTE (tempo puntuale) PER IMMAGINI E RITMO, a differenza del pensiero prosastico che pensa narrativamente per storie (tempo esteso in un prima-adesso-dopo), utilizzando le strutture linguistiche più raffinate della retorica.
    Il pensiero scientifico, poi, ha una funzione diversa e da questa è determinato: è tendenzialmente rivolto alla prassi più che al senso da dare alle cose.
    Il fisico Fritjof Capra sosteneva che la scienza non ha bisogno del misticismo e il misticismo non ha bisogno della scienza: sono gli esseri umani che hanno bisogno di ambedue.
    Non a caso, la mistica Teresa d’Avila, con ‘determinada determinacion’ unì alla più alta contemplazione una intensa attività come riformatrice dell’ordine Carmelitano (impedendo così a molte giovani fanciulle di essere processate come streghe per le loro ‘visioni’ e di essere protette da una struttura ecclesiastica).
    Questo principio di ‘atemporalità’ poteva ben far supporre che il pensiero poetico derivasse dal Dio (il ‘Senza-Tempo’, o il Tempo Assoluto), vedi ad esempio l’implorazione “Cantami, o Diva…”.
    Ma se leggiamo Hölderlin, possiamo scoprire qualche cosa di interessante.
    Il poeta scriveva:
    *Pieno di merito, ma poeticamente, abita l’uomo su questa terra* riconoscendogli, questa ‘doppia’ natura, la parte ‘tecnologica’ (legata al merito, al fare) e quella poetica, del sentire, a cui dava la preminenza.
    E poi, *vicino/e difficile da cogliere è il dio*.
    Possiamo ipotizzare che l’incontro non riguardi la divinità come comunemente viene intesa, ma con ciò che il divino rappresenta, ovvero quell’Unità di cui noi vediamo soltanto una parte, quella manifesta.
    E’ quel ‘reale’ alla cui completezza noi aspiriamo ma che non riusciamo mai a raggiungere.
    Ci sarà dunque una tensione linguistica verso l’avvicinamento, che poi determinerà l’allontanamento frustrato, ovvero l’impossibilità di un’ulteriore parola. Il linguaggio viene dunque dopo, viene dalla tensione verso il colloquio con il dio (cioè rendere manifesto il latente, l’oscuro: dare un nome, pur sapendo che la riconoscibilità di quel nome sarà destinata a sparire per fare posto ad altro).
    * Ma giacché son così vicini gli dei presenti,/io devo essere come se fossero lontani, e oscuro nelle nuvole/ dev’essere il nome loro*.
    Pertanto il colloquio non è il modo di utilizzare il linguaggio, ma è piuttosto quest’ultimo ad avere nel colloquio la sua origine.
    Tradotto in termini altri: ci possiamo accostare al famigerato ‘reale’ credendo che ciò che vediamo (o che ci fanno vedere) corrisponde a quello che è; oppure ‘sentiamo’ che quel reale che ci viene presentato è monco, è spezzato, frantumato e ‘abbiamo il bisogno’ di ritrovarlo, ricrearlo nella sua interezza.
    Quindi, quando Ennio scrive: *«Chi trova poetico soltanto ciò che «attinge a ben altre radici (sogno, inconscio, Altro)» cammina su una strada che non è la mia e non approvo*, mi trova concorde se in quell’attingere si comprimono fonte e foce. Cioè se l’input (che, ribadisco, viene sia dall’esterno che dall’interno) si perde narcisisticamente nella contemplazione di sé e non affronta la dialettica io/mondo.

    E qui veniamo al poeta.
    Il personaggio ‘poeta’ non gode di uno statuto speciale solo perché persona dotata di quella capacità di pensare poetico di cui ho parlato e dove il tempo (Kairos) è una esperienza qualitativa interiore non soggetta a misura, ma si deve confrontare anche con il Kronos, il tempo dell’orologio che segna uno sviluppo temporale (prima, adesso, dopo): il tempo dello stare nel mondo. Non gode dunque né di extratemporalità e né di extraterritorialità: deve essere calato nel suo tempo storico.
    Ed è in questo momento storico che siamo invasi dalla propaganda relativa a tutte le ‘eclissi’ possibili ed immaginabili: del soggetto, del padre, di dio, della ragione e della storia. Motivo per cui si vive in un interminabile presente e in una ‘liquidità’ che non ammette confini.
    Per non parlare poi del desiderio di abolire le differenze e le conflittualità. Vivere tutti amorevolmente e in pace.
    Perché mai accade questo a livello di trasmissione culturale (e qui sì i poeti dovrebbero sentirsi chiamati in causa) mentre a livelli politico-strategici i massacri sono all’ordine del giorno e, piano-piano, invadono anche la nostra quotidianità? E chi si avvantaggia di tutto questo?
    E’ qui che si colloca il pensiero di Ennio: *Pur non negando il valore poetico di un De Angelis, ad es., lo avverso, perché è un esempio dei «liquidatori estremi della ragione» o di quello che oggi in poesia hanno rafforzato un «conformismo oggi maggioritario», quello dei «portatori (a volte sani) della “malattia” che Fortini definì «surrealismo di massa»»*?

    Ma, per essere in contatto con tutto ciò il poeta non può trasformarsi in un ‘quotidianista’, un reporter o un inviato speciale.
    Non può essere obbligato a scrivere in merito ai ‘barconi’, solo perché quel tema è pregno di richiami e suggestioni socio-politiche, se quella realtà in lui non fa risuonare niente. Come abbiamo visto leggendo alcune poesie di L. Manzi (“Il naufrago” o “L’ospite” ad esempio), esse sono pregne di attualità: non si nomina la cosa ma la si fa emergere dal testo dove giace, come in un gioco di Fata Morgana. Lì avviene la presentificazione e l’evento si dilata nel tempo e contempla la narrazione intima del poeta con quella storica.
    Non si può scrivere ‘su commissione’: tutt’al più si può presenziare a qualche discussione o chiedersi come mai si è tetragoni a certe sollecitazioni. Bisognerebbe smetterla di portare all’occhiello la coccarda della “Resistenza”: sappiamo quanti, anche poeti, ne hanno usato e abusato. E ne abbiamo visto gli esiti!

    Una poesia esodante potrebbe avere dunque una funzione epifanica, un portare fuori quei fantasmi che sono stati rinchiusi nell’antro.
    O ai quali, troppo rapidamente sono stati dati dei nomi per imbrigliarli in qualche cosa di conosciuto, di definito. E perciò carichi di effetti mortiferi.

    R.S.

    • Giorgio Linguaglossa

      cari interlocutori,
      io sono del parere che una soluzione estetica è una soluzione estetica: una soluzione estetica la si ha soltanto nella sua formalizzazione in una “forma”, la forma” è un discrimine assolutamente necessario alla poesia, in sua assenza, quello che ne deriva è soltanto un composto irregolare e disarticolato di «cose» linguistiche. Ma il problema di trovare una soluzione estetica non ci esime dal dire che essa per esserci deve fare i conti con quella cosa che chiamiamo “tradizione”; voglio dire che non si dà alcuna “forma” in assenza di una “tradizione” e in assenza di quell’altra cosa che chiamiamo “storia”.
      A me sembra però che in molti autori di poesia di oggi risalti proprio il loro voler essere fuori dalla storia e dalla tradizione, molti autori vogliono liquidare la questione, posta in termini forse un po’ troppo frontali da Abate, del rapporto che lega la poesia alla storia e quindi al Politico. Essi fanno poesia in modo irriflesso, riducono la “tradizione” ad un campionario di oggetti retorici da saccheggiare, costoro non si accorgono di indossare un abito manieristico, fanno del manierismo un bell’abito da indossare, si vestono a festa, vogliono ingannare il lettore mostrandogli i dettagli dell’abito, le sue qualità, le sue (false) profondità, le sue quintessenze, le sue insostanziali qualità auratiche e spirituali: in proposito mi viene in mente la poesia di un de Signoribus, che è la tipica poesia di chi vuole prendere le distanze da tutto, che vuole eccedere in zelo, nello zelo profumato del manierismo e dell’eufuismo. C’è molto profumo in questo tipo di poesia. Con il che questa poesia corre il rischio di diventare un esercizio di stile, magari ben cucito e confezionato ma di stile. È una nuova forma di retorica che qui ha luogo, con tutto l’appannaggio di retorismi e di preziosismi e di inversioni sintattiche e semantiche. La poesia diventa così una particolare confezione di retorismi e di barocchismi.

      Scrive Giuseppina Di Leo riepilogando una affermazione di Abate:
      «il poeta esodante «Sa che la realtà sfugge alla forma. Sa che la forma (e la forma in generale, non solo la “bella forma”) è in sé già distanziamento (problematico), se non repulsione (problematica) della realtà.»,
      – è implicito “sapere di non sapere”, risultano per me davvero *incomprensibili* i *distinguo* rivolti «a chi trova poetico soltanto ciò che « attinge a ben altre radici (sogno, inconscio, Altro)» vuole essere una contrapposizione ai liquidatori estremi della ragione».

      Concordo con la precisazione della Di Leo: sfuggire alla forma equivale al voler sfuggire al problema, fuori della forma non si dà letteratura per il semplice fatto che quando si infrange una forma si precipita inconsapevolmente in un’altra forma, non c’è via di uscita da questa regola della dialettica delle forme. Ed è il succo della critica che Pasolini muove alla “forma” desublimata e alto borghese della poesia di Montale il quale vuole sfuggire al problema della storia e dei conflitti che in essa insorgono con il semplice appannaggio della forma poetica. Era una via di fuga quella apprestata da Montale, qui non c’è ombra di dubbio che Pasolini avesse intravisto un problema reale, ed era un appunto molto acuto Pasolini quando indicava, a proposito della poesia di Fortini, che essa nascesse da “un momento di sosta della lotta”:

      «Tutte le poesie di Fortini hanno l’aria di essere scritte durante una «sosta della lotta». (Cosa che del resto in sostanza risponde a verità). Scende la notte, le sparatorie si diradano, i guerrieri accendono il fuoco, e chi canta sulla chitarra, chi scrive lettere a casa, e chi si raccoglie in un angolo buio, dove stenta giunge la luna, e sul vecchio quadernetto scrive i suoi amari versi. Ma è chiaro tuttavia che per lui la metastoricità dell’atto poetico (che necessariamente avviene appunto in una «sosta», in un angolo fuori dell’azione, in una piega segreta della storia) in tanto vale in quanto è ancora ripensamento della lotta, attraverso un semplice mutamento di registro».

      Oggi mi è arrivato un corposo libro edito da LietoColle di Daìta Martinez “la bottega di via alloro” (2013); ecco, come critico sono rimasto senza parole; ho avuto la sensazione come se l’autrice fosse tutta dentro una “vacanza” della ragione della Lingua, la quale ha una sua ferrea legislazione fatta di regole sintattiche che nessuno può infrangere; libro che ho trovato incomprensibile (sicuramente per miei limiti) ma anche perché ormai oggi ciascuno scrive per se stesso, ciascuno si fabbrica in privato un proprio idioletto senza curarsi di quel dialetto della comunità nazionale qual è l’italiano letterario. La grandissima parte dei giovani pensa alla poesia come a un affare privato che più privato non si può, che anzi debba essere un privato privatissimo, la privatizzazione del privato, talché la lingua in cui quel privato si esprime ne è il corrispondente linguistico: di qui la privatizzazione della lingua in idioletto. È chiaro che qui viene meno la necessità di un ermeneuta, il quale non ha più alcuna ragion d’essere.

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