Lorenzo Pezzato
La fibra ottica poetica

pezzato 2

Ospito un intervento sulla crisi della poesia insolito e ottimistico. Spero in una franca discussione [E.A.]
Siamo alla ricerca di un linguaggio ]poetico nuovo.
Falliscono i tentativi, sfioriscono al secondo vagito, marcescenti dopo solo poche ore.
Linguaggi verticali, linguaggi orizzontali, linguaggi asemantici, c’è caos, un moto furioso di particelle eccitate all’interno del cerchio poetico, una tempesta in un bicchier d’acqua, sovrapposizioni selvagge di tradizioni come se i poeti d’oggi non potessero far a meno di somigliare a quelli di ieri.
Ma il cerchio si è fatto sfera, le coordinate bidimensionali prima-dopo servono a nulla.
Emerge invece un linguaggio tridimensionale, un superlatino senza capo né coda in continua mutazione, l’Impero romano non ha più confini ed ogni sua parte comunica istantaneamente con ciascuna delle altre, le periferie improvvisamente diventano centri pulsanti poi si spengono e se ne accendono altre.
Questo linguaggio emergente non emargina, include semmai, si appropria senza averne diritto –ed è questa la sua forza, traente- di slash e underscore così come di qualunque altro fenomeno linguistico o paralinguistico, è una Babilonia autorganizzante, un Esperanto solipsistico che non contiene intenzioni distruttive ma che appare destrutturato come un fiume che arrivando alla foce si divide in (potenzialmente) infiniti rigagnoli, mischiandosi con i dialetti locali e con gerghi che possono essere riferiti a gruppi ristrettissimi di individui.
E non c’è nulla che si possa fare per bloccare il processo o farlo regredire, bisogna che i cuori siano messi in pace.
Liberarsi dalle reminescenze e ricominciare tutto, reagire istintivamente agli stimoli dell’habitat in cui si è inseriti, tornare allo stato ferino ed essere nuovamente capaci di assorbire gli impulsi, di sentire, di vedere, di annusare. Poi di raccontare.
Un raccontare che per farsi rappresentativo dell’hic et nunc deve disattendere canoni e anticanoni in multiproprietà, buttarsi in mare su una zattera alla deriva e affidarsi ai venti, interpretandoli, cogliendo gli odori che portano.
Un raccontare che sia un rigurgito omogeneo, a riprova dell’avvenuta digestione, non un mero evento di rigetto a pezzettoni, e i succhi gastrici sono propri, non poppati da biberon di surrogati massmediatici.
Ognuno per sé, niente scuole o filoni, solo singoli bulimici che consumano tutto nella giornata, che guardano con occhi di mosca, che raccontano rilasciando bolle come pesci sott’acqua.
Questo disordine disorienta, tanto più lo si affronta di cerebro tanto più disorienta. E felicemente disorientato ne esce pure l’Io, disorientante la sua rappresentazione. Una faccenda marginale (quella dell’Io) da un certo punto in avanti (o indietro, o sopra, o sotto), che non si saprebbe (il punto) individuare con precisione deterministica ma che sicuramente è stato superato. L’Io esploso che proietta ovunque frammenti di se stesso e diviene parte integrante di qualunque discorso, ponendo di conseguenza anche la questione del noi. Qui è in bilico l’Occidente.
L’(D)Io c’è.
La nueva religio è compiuta, la trasfigurazione in un ultraIo collettivo è compiuta e sotto la sua ala protettrice ci si può illudere di essere spariti. Spariti in quanto soggetto, in quanto fonte di. Invece proprio il tentativo di dis-apparire tradisce la pre-senza, semina indizi che possono essere usati per risalire all’ip d’origine e inchiodare nomi a cognomi.
Rimane comunque una faccenda marginale quella dell’Io –esplicito o implicito-, il poeta non è immortale così come non lo è il suo linguaggio poetico ma nell’obsolescenza inevitabile può trovare il motus per allinearsi con il margine estremo (più avan-zato) di quello che, del modo in cui, nel modo in cui, del mondo che. L’avan-guardia, il presidio del margine estremo, è allora tutto ciò che conta ora più che mai e il rimanente sono solo esercizi su materiale storicizzato privo di qualunque novità, declinazioni di verbi già noti, ri-neoclassicismo, pulviscolo che si aggrega attorno al centro di gravità aumentandone la massa e rallentandone la corsa.
Il senso poetico che affiora quando la forma compressa, iperevoluta, astratta incontra la resistenza dell’intelletto/animo/quelchesivoglia fruitore (principio di funzionamento della lampadina ad incandescenza) non tiene conto della trasmissione dati via fibra ottica (ad esempio), e appare ulteriore meccanismo di rallentamento della corsa. Di qui la necessità di lubrificare lo scorrimento della comunicazione con una forma meno spigolosa, più aerodinamica e compatta.zip, proiettili(pacchetti)-dati quasi quantici, quasi quadri o miraggi in pixel che impattano la corteccia visiva rilasciando energia sufficiente all’evocazione di un sentimento, di un’idea, di un’opinione, perfino di un bel niente eccetto la percezione di un bagliore qualunque senza conseguenze. Magari neanche quella.
La destinazione obsolescenza alla velocità di nMbps non lascia scampo e/o alternative.
Il nuovo linguaggio poetico è wiki, non viene più aggiornato da qualcuno in particolare a intervalli determinati e non è più comprensibile a blocchi, a matrici chiuse. Nel momento in cui prende una forma si può solo riconoscerne profondamente l’aderenza –o meno- al contemporaneo. In questo riconoscimento si resuscita la connessione transeunte con l’intelletto/animo/quelchesivoglia fruitore, fatto effimero finalmente più anarchico che cattedratico.
In quel mutuo riconoscimento si annulla il problema dell’autentico/inautentico, il linguaggio poetico si sovrappone a forme e sostanze quasi coincidenti della contingenza, e la racconta. La poesia diventa allora un insieme di keywords per avere accesso immediato (nell’accezione temporale) alla complessità.
Solo l’accesso però è guidato, garantito, la navigazione invece rimette mouse e tastiera nelle mani dell’intelletto/animo/quelchesivoglia fruitore che deve sbrigarsela da sé, imparando altre grammatiche e sintassi, personalizzando i percorsi.
Non c’è motivo quindi per cercare di intuire la direzione verso cui evolverà il linguaggio poetico, da un punto d’osservazione avan-guardistico non si vede l’orizzonte, si è sull’orizzonte, la prospettiva è schiacciata e il punto di fuga più lontano possibile è in punta di naso, ogni nuovo giorno richiede un upgrade (contingente) di sintonia rispetto al precedente. In fondo qualunque linguaggio, qualunque slang generazionale si forma spontaneamente senza premeditazione.
Stay tuned, si direbbe.

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13 commenti

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13 risposte a “Lorenzo Pezzato
La fibra ottica poetica

  1. emilia banfi

    Concludendo: la poesia è morta?

  2. Giuseppina Di Leo

    Per essere ironico lo scritto di Pezzato di certo lo è; non mancano neppure gli elementi che facciano ben sperare nella ripresa della comunicazione poetica in “multiproprietà”. Quanto all’ottimismo non saprei dire, anche se ci sono gli spunti per cercare una soluzione al problema della ricerca del “linguaggio poetico nuovo”, la cui risoluzione, se non può dirsi comune o condivisa, potrebbe essere auspicabile a tanti poeti, se non addirittura ai moltinpoesia.
    Nel suo foglio delle istruzioni – a me sembra capire – Pezzato ci dice che per superare “la grande crisi” occorre “Liberarsi dalle reminiscenze e ricominciare tutto, reagire istintivamente agli stimoli dell’habitat in cui si è inseriti, tornare allo stato ferino ed essere nuovamente capaci di assorbire gli impulsi, di sentire, di vedere, di annusare. Poi di raccontare.” Cosa che, se non rappresenta la soluzione ottimale, richiede intelligenza.
    Se in qualche modo fortuito – sempre Pezzato – siamo riusciti a superare l’orlo dell’abisso dell’”io” guadando il “noi”, oggi però attraverso una “zattera” presa alla “deriva” siamo tuttavia ancora ben lontani dalla terraferma, perché ci troviamo esattamente sull’orizzonte e, dunque, in mare aperto: “Non c’è motivo quindi per cercare di intuire la direzione verso cui evolverà il linguaggio poetico, da un punto d’osservazione avan-guardistico non si vede l’orizzonte, si è sull’orizzonte, la prospettiva è schiacciata e il punto di fuga più lontano possibile è in punta di naso, ogni nuovo giorno richiede un upgrade (contingente) di sintonia rispetto al precedente. In fondo qualunque linguaggio, qualunque slang generazionale si forma spontaneamente senza premeditazione”.
    Certo da qui la meta da raggiungere (quale?) appare molto lontana e forse anche improbabile.
    Uno sforzo comune auspicabile – a mio modesto avviso – consisterebbe allora nel ripartire daccapo e magari portare risposte all’antica domanda: “perché si scrive poesia?”.

  3. Rita Simonitto

    Raccolta la proposta di Giuseppina Di Leo di cercare di rispondere alla domanda “perché si scrive poesia?”, e di rispondere anche all’allarme di Emy sulla ‘eventuale’ morte della poesia stessa, vorrei dire alcune mie impressioni su questo post.
    Se la descrizione umoristicamente spietata che L. Pezzato fa dell’attualità merita un dieci e lode (anche per lo stile serio/faceto con cui ce la rappresenta con immagini potenti, cinematografiche. Infatti mi ha subito richiamato alla mente due film, uno dei Monty Python, “Il senso della vita” (l’episodio in cui, in un ristorante francese, entra il signor Creosote, un gigantesco uomo grasso che mangia e vomita copiosamente senza risparmiare il cameriere . Dopo aver mangiato tutto il menù del ristorante, accetta di ingoiare una mentina digestiva offertagli e, a causa di questa, esplode imbrattando il ristorante di vomito e interiora); e l’altro è ‘Cosmopolis’ di D. Cronemberg, dove il protagonista, l’ultramiliardario Eric, cerca di ‘attraversare il mondo’ che in modo confusivo e vorticoso gira intorno a lui, intorno a quella linea che lui vorrebbe percorrere per andare dal suo barbiere all’altro lato della città.
    Ma il cosmo si è infilato ‘dentro’ la sua limousine blindata e ipertecnologica e da lì implode. Ogni tanto Eric ‘esce’ da questo involucro per recuperare pezzi di mondo fino alla drammatica soluzione finale); se dunque la parte destruens offertaci da L. Pezzato segue un suo percorso (anche ‘liberatorio’, se vogliamo) verso quel tornare allo stato ferino, in un processo di ‘spoliazione’ degli orpelli che via-via ci siamo (o ci sono stati) cuciti addosso, nella parte construens si presentano alcuni problemi.
    a) non è detto che tornare allo stato regressivo porti di per sé alla capacità di assorbire *gli impulsi, di sentire, di vedere, di annusare*. E poi raccontare. Sarebbe troppo semplicistico. Sono già state tentate queste vie. Fallimentari.
    b) se è vero che il momento del raccontare è un ex post del momento esperienziale, l’idea che il raccontare (*per farsi rappresentativo dell’hic et nunc deve disattendere canoni e anticanoni in multiproprietà, buttarsi in mare su una zattera alla deriva e affidarsi ai venti, interpretandoli, cogliendo gli odori che portano*), non solo sembra ricorrere ad una idea romantica di identificazione ‘panica’ con l’hic et nunc stesso senza residui, ma anche negare il fatto che, se ricorriamo al linguaggio, qualsiasi linguaggio anche quello dei pixel in una concezione *più aerodinamica e compatta.zip, proiettili(pacchetti)-dati quasi quantici, quasi quadri o miraggi in pixel che impattano la corteccia visiva rilasciando energia sufficiente all’evocazione di un sentimento, di un’idea, di un’opinione, perfino di un bel niente eccetto la percezione di un bagliore qualunque senza conseguenze), abbiamo comunque bisogno di qualcos’altro per poter rappresentare il sentimento, l’idea o l’opinione, ecc. ecc.
    c) il raccontare non può essere un *rigurgito omogeneo a riprova dell’avvenuta digestione*. Il racconto è sì una estrinsecazione, un portare fuori, un tentativo di mettere in forma, ma una espulsione gastrica non me la vedo proprio.
    d) * In fondo qualunque linguaggio, qualunque slang generazionale si forma spontaneamente senza premeditazione*, afferma L. Pezzato.
    Ma è l’animale che non ha bisogno di ‘apprendere’ il suo linguaggio, gli viene da sé.
    L’essere umano, per sua fortuna e per sua disgrazia, ha bisogno invece di questo apprendimento se vuole comunicare i suoi vissuti agli altri ‘umani’.
    Al momento funziona così.
    Può essere che fra un po’ questa comunicazione si degradi sempre di più e che al pensiero si sostituisca l’azione, così come fanno gli animali: “’accetta’ la ex moglie”; “ferisce mortalmente al cuore il figlio”; “sto correndo come il vento” (del macchinista spagnolo), e gli esempi non mancano.

    E, per quanto riguarda il rapporto tra il virtuale e il reale consiglio il film “S1Mone” di A. Niccol (2002) che tratta di una donna bellissima fatta di pixel e per la quale il suo creatore (Al Pacino) perde la testa.

    R.S.

  4. emilia banfi

    Se parliamo di sentimenti sotterrati, messi in conserva oppure qualcosa di cui vergognarsi a meno che non siano fugaci, allora la poesia prenderà un’altra rotta correrà in un mare che non avrà neppure il tempo di accoglierla di ascoltarla , perché la poesia va ascoltata, metabolizzata ed io aggiungo amata. Perciò io preferisco remare e guardarmi attorno, ascoltare tutti i suoni da qualsiasi parte essi provengano, lasciarli entrare e passare e poi essere pronta ad accoglierne di nuovi , ma mai abituare il mio udito e il mio cuore ad un solo messaggio ad una unica idea che potrebbe non solo fermare il mio andare ma addirittura ferire quel percorso che io chiamo poesia. Un bacio alle mie stimatissime Giuseppina e Rita (manca Ro ma prima o poi la leggeremo) ,Ciao!

    • Giorgio Linguaglossa

      …certo, la grammatica garantisce un ordine, una ratio, una civiltà. Essa può essere da tutti compresa. La sintassi è la legislazione della lingua, è il patto che tutti i cittadini devono rispettare. A volte, leggendo la poesia dei miei contemporanei, mi chiedo se la «poesia» voglia veramente essere compresa da tutti. Il vero problema è se mai si potrà continuare ad esprimere nello pseudolatino internazionale del minimalismo dei nostri tempi i drammi dei tempi nuovi, la vita delle nostre città, i conflitti interpersonali tra gli uomini, la scandalosa morte di Dio, la mutazione indotta dalla rivoluzione mediatica in atto. Le idee e i conflitti di questa età devono trovare il proprio linguaggio, così come il nuovo ordine costituzionale di Augusto l’aveva trovato in Virgilio e il volgare di Dante aveva espresso i conflitti della civiltà delle città-stato.

      Ma c’è oggi un nuovo «ordine»?, c’è una lingua da adottare come proprio linguaggio poetico?, non è diventato già l’italiano poetico in auge una lingua artificiale?, mi chiedo se non siano diventati anche i linguaggi poetici in idioma altrettanti linguaggi artificiali. Impossibile – mi si risponde – perché essi affondano nella matrice matria, radicati, prima di ogni parola, nella nostra infanzia. Dobbiamo davvero credere a questa leggenda?, dobbiamo ancora credere alla deità di una lingua inconsapevole dell’infanzia?, dobbiamo ancora credere alle tesi prescientifica espressa da Dante Alighieri nel De vulgari eloquentia secondo il quale insieme al dono stesso della libertà, Dio infonde nella nostra anima quella forma locutionis, che ci rende capaci di assumere, senza nessuna regola, qualsiasi lingua con cui la madre ci chiami?. Non c’è nessuna forma locutionis che ci è data per legato testamentario o per eredità, ogni nuova generazione deve lottare, ogni giorno, contro i conformismi della propria cultura e contro i truismi della propria lingua per potersi esprimere in un linguaggio forte e autentico.

      Una Lingua poetica non nasce dal nulla, non nasce dal caso o dall’abilità di un poeta artifex se non c’è una Città-Stato, una res publica, una società civile viva, un consorzio culturale, degli interlocutori di rango con i quali interloquire. Se c’è il deserto come nella nostra povera Italia, un Nuovo Linguaggio Poetico faticherà a nascere; se tutto si risolve in opportunismi di letterati e in piccoli municipati non c’è alcuna possibilità di costruire una Lingua Nazionale (intendo un linguaggio poetico nazionale), si scriverà in quello pseudolatino tutto italiano fatto di pseudo ambizioni e di perbenismo, di conformismo e di arroganza letteraria.

  5. ro

    ciao Emy ( e un saluto a tutte/i)…non so come raccogliere il tuo invito a una mia riflessione..avevo già letto questo intervento di Pozzato nel suo sito, e mi era piaciuto soprattutto in un punto principale, almeno per me, del suo pezzo, laddove esplica “il disordine”, che quindi coinvolge anche il disordine poetico…non sono così erudita per poterti dire se questo caos è come dice Linguaglossa, un disordine tutto italiano, temo per altri tipi di strategie sul caos, che sia un disordine a piu livelli geografici- geopolitici che quindi si riflette anche in campo artistico…Tuttavia forse perché non sono addetta ai lavori poetici, ma più semplice lettrice anche di questta arte, mi ha un po’ stufato il perché e il per come della “crisi poetica”, rischia di diventare un tormentone, contagiato dunque l’ambiente degli addetti ai lavori, di tutte le identiche strategie, terrorismi e sicurezze di altri tormentoni. Non credo insomma che si possa mettere in sicurezza un territorio quale quello poetico, che come il cinema o la pittura o altre arti, vive in questo contesto mondiale che fa simile il mondo più a un cumulo di spazzatura, che a un cumulo di bellezza. Credo invece nella capacità , sicuramente anche ad opera dei poeti (quelli più lontani dalle logiche di chi butta il mondo nel caos per meglio ordinarlo ai suoi scopi), di continuare a produrre come nel cinema, o altri settori, opere che scavano dentro le cose della vita e della morte con l’arte della parola, tramite l’evocazione di suoni e immagin, dissolvenze e silenzi come nel cinema. I lettori come gli spettatori, hanno bisogno estremo di essere “educati” ai propri occhi e orecchie, portandoli per mano nei paesaggi perduti( per sempre o da ritrovare in altro disperso nella spazzatura), presenti e in quelli da venire quando un altro mondo, finito questo, potrà rinascere in un inferno (anche poetico) peggiore o migliore.

    un abbraccio
    ro

  6. Ennio Abate

    @ Lorenzo Pezzato

    CON SIMPATIA MA…

    Spremere il succo magico che esisterebbe in certe parole (ad esempio, «nuovo», «nuovo linguaggio poetico») fa ancora effetto nella nostra società di massa e dello spettacolo, ma – ahi noi! – non è così che si smuove la crisi della poesia. Con tutta la simpatia e senza acredine, Lorenzo Pezzato, con il quale ebbi già modo di polemizzare (cfr. ad esempio:http://moltinpoesia.blogspot.it/2011/11/ennio-abate-glossa-linguaglossa.html….), mi pare uno che non vede il muro, che tutti vedono e perciò dubbiosi si vanno chiedendo se sia valicabile o meno. Peggio: lo cancella, non ne vuol parlare, parla d’altro. E con baldanza e soverchio ottimismo. Solo così può disegnare la sua utopia poetica, “un nuovo mondo” dove esisterebbe «un superlatino senza capo né coda in continua mutazione», un Impero sconfinato nel quale «ogni sua parte comunica istantaneamente con ciascuna delle altre, le periferie improvvisamente diventano centri pulsanti poi si spengono e se ne accendono altre». Di più: «una Babilonia autorganizzante», «un Esperanto solipsistico che non contiene intenzioni distruttive ma che appare destrutturato come un fiume che arrivando alla foce si divide in (potenzialmente) infiniti rigagnoli». A noi poveretti *moltinpoesia*, che non vediamo questo superlatino ma un egemonico anglo-americano contrastato da spagnolo, cinese, russo, ecc.; che vediamo sì alcuni benefici ma anche i molti danni della comunicazione istantanea marca Web; e Babilonie sì, ma caotiche e violente; e qualche minima esperienza poveramente autorganizzata e presto e quasi sempre schiacciata dai panzer multinazionali del capitale quanto non dalle bombe degli eserciti “democratici”, cosa ci suggerisce? Di «liberarsi dalle reminescenze e ricominciare tutto, reagire istintivamente agli stimoli dell’habitat in cui si è inseriti, tornare allo stato ferino ed essere nuovamente capaci di assorbire gli impulsi, di sentire, di vedere, di annusare. Poi di raccontare».
    Ma, caro Lorenzo, vedi che già lo facciamo! Ci sono milioni di disoccupati e precari in tutte le nazioni del mondo che si sono liberati (più spesso sono stati “liberati”) dalle scomode «reminiscenze» (tipo diritti sindacali) e, costretti a guerreggiare tra poveri, non hanno potuto fare altro che « reagire istintivamente agli stimoli dell’habitat» sempre più degradato e minaccioso in cui si sono ritrovati. Hanno pure già sentito, visto, annusato e raccontato le loro misere esistenze «hic et nunc» sui blog e giornali dove hanno potuto; e senza dover «disattendere canoni e anticanoni» (ignorandone l’esistenza). Si sono presto buttati in mare (più spesso sono stati buttati e da forze insospettabili), hanno annaspato su zattere alla deriva (nel Mediterraneo soprattutto, ma metaforicamente anche in quelle zattere che si chiamano “corsi d’aggiornamento”, “master a pagamento”, “call center”, ecc.). E i venti, pur interpretati alla buona, sai che odori gli hanno portato? Solo e soltanto quelli che venivano dalle feste tipo film «La grande bellezza» di Sorrentino. E per pochi minuti. Perché altri venti gli hanno portato soprattutto il puzzo degli slum o del piccolo e falso decoro delle periferie occidentali o delle città deindustrializzate (Ah, Detroit!). O quelli dei cadaveri delle guerre civili aizzate – sempre democraticamente – in Irak, Afghanistan, Libia, Siria.
    «Ognuno per sé, niente scuole o filoni». Ottimo. Ma, come puoi ben vedere dalle rovine fumanti dell’università e delle scuole pubbliche, questa «descolarizzazione» (Ah, povero Illich!) è avvenuta non per libera scelta individuale, ribelle, anarchica, liberatoria, ma per scelte imposte dall’alto (luigiberlingueriane prima, gelminiane poi, e così via seguitando). Insomma, «tutto ei provò» (il neoproletariato intendo), ma è rimasto come il grande Napo confinato *semper* nel suo ghetto.
    Non mi dire però che «questo disordine disorienta, tanto più se lo si affronta di cerebro»! Sono proprio i pochi residui esseri pensanti, che non hanno scisso il cerebro dai sentimenti (d’indignazione, di rabbia) a non essere del tutto disorientati. Gli altri – quelli che fingono di essere privi di cerebro – sono in preda a mille giustificatissime, ma paralizzanti paure. Poi ci saranno anche le (per me eterne e riciclabili) a-van-gua-r-die. Figuriamoci se possono mancare all’appuntamento. La «nueva religio» (economia digitale) del *Deus absconditus*, che alcuni poveretti insistono ancora a chiamare *Das Kapital*, ne ha bisogno per squalificare quegli «esercizi su materiale storicizzato» che resistono alla corsa (alla distruzione). Addà passà a nuttata! Nel frattempo guardiamoci il firmamento di pixel davanti al PC.

  7. Carissimo Ennio,
    ti rispondo per seguire un ragionamento che ha poco di poetico. La mia sull’argomento penso sia condensata nelle righe che hai già pubblicato.
    Ti ringrazio della simpatia, che sai essere pienamente ricambiata, ma.
    Quel che vedo io è un tuo affrontare queste tematiche sempre da un punto di vista storico, o storicistico. È questo differente angolo visuale che divide i sentieri delle nostre impressioni.
    Ti seguo, dunque. E mi chiedo cosa ne sarebbe stato del crollo dell’arcicitato muro di Berlino se tutti avessero continuato in eterno a vederlo lì, un muro, solido e concreto, un ostacolo insormontabile destinato a permanere nei secoli dei secoli. Se è crollato, è anche perché qualcuno ha vissuto e pensato come se non esistesse affatto, perché quei qualcuno si sono fatti avanguardia utopica.
    Fatti enormi come questo non sono mai stati frutto di una improvvisa presa di coscienza collettiva dei moltinqualcosa, derivano da un processo che inizialmente coinvolge ristrette cerchie di soggetti e poi di lì si diffonde a mezzo metastasi. Poi, come pulviscolo di particelle che si aggrega fino a raggiungere la massa di distacco gravitazionale, ad un certo punto scende la valanga che tutto travolge.
    Viviamo un’epoca, un habitat, degradato e minaccioso. Lo fecero, per altri versi e molto più drammatici, i nostri nonni e bisnonni, ma noi ora siamo qui, loro discendenti ancora vivi e vitali.
    Viviamo in un habitat di egemonico anglo-americano contrastato da spagnolo, cinese, russo e via dicendo. Cosa ci si aspettava? Una globalizzazione dialettale? L’imposizione di un Esperanto miscellanea di dialetti? E in fondo, quando capaci di preservare culturalmente se stessi, che importa una soluzione o l’altra? O una terza in corso di definizione?
    Il problema è che viviamo in un habitat sociale incapace di decriptare il proprio presente, ignorante rispetto alla contemporaneità proprio perché ancora legato alle riflessioni sul capitale, sulla lotta di classe. Evidentemente in questo caso concordo, questi sono gli unici materiali che sembrano resistere alla corsa (alla distruzione). Ma li vorremmo bruciati, tutto qui. Solo che non bruceranno finché gli abitanti delle degradate periferie occidentali, i cassaintegrati, i lavoratori dei call centers, i disoccupati e gli occupati pretenderanno di avere cellulari, pc, scooter, automobili, due cani, tv a schermo piatto, cene al ristorante, abiti ed accessori griffati e ogni altro ben di dio. Finché non chiuderanno il rubinetto lavandosi i denti o facendosi la barba, finché per la sicurezza non si terranno più accesi milioni di lampioni stradali distanti due metri uno dall’altro, finché l’istruzione non sarà più un fenomeno totalmente delegato per mancanza di tempo da dedicare ai figli (e, mi scuserai, ho solo un residuo di compassione per coloro che si sono fatti imporre la descolarizzazione…la cultura vive indipendentemente dalla scuola, volendolo, ma è un discorso gigantesco da affrontare in questa sede). E potrei andare avanti all’infinito, o quasi. Le guerre, i cadaveri, gli sfruttamenti e la fame sono solo conseguenza di questo, smettiamola di nasconderci dietro un filo d’erba, ormai essiccata.
    Che barba, però. In questa prospettiva si finisce comunque per ripetere vuoti rosarii, con lo sguardo ebete perso delle beghine.
    Questo è quel che c’è, tutti (nessuno escluso) ne siamo causa e parte in gioco. Tutti quelli che hanno un minimo di scolarizzazione vera sanno a memoria la filastrocca sul perché ci troviamo in questa penosa condizione, a che serve discuterne ancora? Serve a distogliere l’attenzione dalle soluzioni, perché sono troppo faticose e impattanti sulle nostre comodità.
    E allora che Roma resti in fiamme, che il latino si mescoli alle lingue del mondo, che il latino scompaia se non è in grado di autotutelarsi. D’altronde, pretendere che la nuova lingua sia etichettata come Superlatino è ancora una volta l’applicazione della mentalità coloniale occidentale. Se fosse Supercinese?
    Personalmente continuerei a sentirmi (e ad essere) occidentale, europeo, italiano e veneto anche se poeticamente mi esprimessi in Supercinese. E dubito che, anche provandoci con tutte le forze, io come tutti gli altri, potremmo non esserlo più.
    Gli strumenti, e il linguaggio è lo strumento principe dell’essere umano, sono inerti, inermi, innocui. Dipendenti dall’uso che se ne fa.
    La poesia, sofisticazione massima dello strumento principe dell’essere umano, non muore mai e muore ogni giorno. E la rete non ha fatto altro che alterare la durata del suo ciclo vitale.

    Un abbraccio afoso

    • Ennio Abate

      @ Pezzato

      Caro Lorenzo,
      sì, a dividerci è proprio il peso che io do alla dimensione storica o alla storicità delle pratiche umane, poesia compresa. Non allo storicismo – una concezione progressiva, finalistica e ottimistica della storia, che non è mai diventata mia.
      Tu, invece, la storia la sottovaluti di grosso e te ne dai spiegazioni secondo me davvero approssimative. Ad esempio, il muro di Berlino – che è poi solo il simbolo massmediatico di processi storici complessi (della Guerra Fredda fra capitalismo e “socialismo reale”) che, se non compresi, rendono il simbolo stesso superficiale e banale – non è crollato per l’insistenza di qualche utopista a vivere e pensare come se quel muro non ci fosse, ma per l’esaurirsi appunto della Guerra fredda con implosione dell’Urss e temporanea egemonia “imperiale” degli USA; e il conseguente ricostituirsi, al di là degli entusiasmi di Vattimo per la “società trasparente” o di Veltroni inneggiante alla Libertà, di ben altri muri (basti pensare alle guerre in corso dagli anni Novanta, alle immigrazioni planetarie, ecc.).
      Concordo, invece, che i mutamenti non avvengono soltanto per « una improvvisa presa di coscienza collettiva dei moltinqualcosa» e che un ruolo importante possono averlo le minoranze pensanti, diciamo pure le élites (con opportune distinzioni al loro interno). E con una precisazione importante sia pur generale: senza una dialettica reale pochi/molti, i molti rischiano di restare meri consumatori teleguidati e i pochi, se non già appartenenti alle élites dominanti, di ridursi in sette che testimoniano un’alternativa solo ideale. ( E questo vale anche per la poesia).
      Differiamo – di nuovo! – nell’atteggiamento nei confronti della globalizzazione culturale. Qui a proposito di Superlatino e Supercinese forse polemizzi indirettamente con Linguaglossa, ma devi tener conto che sempre la questione della lingua rimanda alla questione di chi comanda (Gramsci) e che l’ ”anglo-americanizzazione” o l’eventuale “cinesizzazione” non ha o non avrebbe effetti politici e culturali irrilevanti sul sistema culturale mondiale. Poi ciascuno in cuor suo ha/avrà sempre una scappatoia e può/potrà sentirsi, come tu dici, «occidentale, europeo,italiano e veneto anche se poeticamente [si] esprimess[e] in Supercinese». (Illudendosi, perché se su un quadro una macchia di colore prende più spazio rispetto alle altre preesistenti, queste ultime comunque cambiano tono…). Insisto nella mia «ossessione per il Politico» (che Linguaglossa mi ha amabilmente rimproverata): la sostanza di certi problemi linguistico-estetico-culturali sarà più chiara solo se confrontati e contestualizzati nei processi storico-politici in atto nella tempesta globalizzante. Perciò bisogna occuparsi di storia. Il presente nel suo farsi in profondità e non nella sua variopinta ed eccitante superficie non si legge solo con il presente. D’accordo, dunque, che viviamo « in un habitat di egemonico anglo-americano contrastato da spagnolo, cinese, russo e via dicendo», ma perché imputare « alle riflessioni sul capitale, sulla lotta di classe» l’incapacità di «decriptare il proprio presente». Lo fanno forse meglio i neoliberisti? Temo purtroppo che di queste riflessioni sul capitale tu abbia una conoscenza davvero esterna e approssimativa. Ce ne sono invece di serie e innovative rispetto ad una certa ortodossia marxista. E ti aiuterebbero, se ti venisse la curiosità di studiarle, a non ridurti a una visione davvero grezza di una società che sarebbe composta solo di aspiranti consumatori di merci metropolitane o alla soluzione vagamente “decrescista” della crisi con tanto di appello all’autoeducazione del singolo, che intravvedo nelle tue parole. Vedi poi che spesso oggi i «vuoti rosari» sono proprio questi che tu riecheggi. E che non è affatto vero che della crisi « tutti (nessuno escluso) ne siamo causa e parte in gioco». O che tutti gli scolarizzati « sanno a memoria la filastrocca sul perché ci troviamo in questa penosa condizione». Non è vero. Le responsabilità di chi gestisce governi e banche è incomparabile a quella di chi – in posizione subordinata e oggi del tutto disorganizzata (vedi precari) – ne trae vantaggi massimi, decenti o miserevoli. Esiste una “incultura colta”, tipica del “ceto medio mediatico” che ignora i meccanismi complessi e reali che caratterizzano le società capitalistiche in mutamento. Ed è totalmente depoliticizzata, tanto che si lascia ingannare dal teatrino politichese del Berlusconi sì/Berlusconi no e s’indigna per gli “scandali erotici” e tace sulla guerra alla Libia. Anche se, presuntuosamente, ritiene di sapere perché s’informa su Repubblica o non so dove.

  8. emilia banfi

    Ho letto con molto interesse questo ultimo commento di Pezzato e mi congratulo con lui per la sua larghezza di vedute e per la sua chiarezza.

  9. emilia banfi

    “Storicamente” Ennio è imbattibile

  10. “Tutti quelli che hanno un minimo di scolarizzazione vera sanno a memoria la filastrocca sul perché ci troviamo in questa penosa condizione, a che serve discuterne ancora?”. Potrà anche non essere vero ma Pezzato aggiunge: ” Serve a distogliere l’attenzione dalle soluzioni, perché sono troppo faticose e impattanti sulle nostre comodità.” Io aggiungerei che che le soluzioni sono nebbiose perché solo interpretative, della storia avvenuta e di quella che si sta facendo. Ogni sguardo più in là mancherebbe di sostegno comprovante, di dati, si sconfinerebbe nell’utopia, o peggio nella speranza. Il linguaggio che rimanda alla questione di chi comanda, affermazione marchiata Gramsci (non si discute?), ha sicuramente una falla, e sta perdendo acqua perché sta dimostrando di avere caratteristiche auto generanti, e questo perché dall’anno 2.000 (il mese esatto non lo so) quello scatolone a colori che chiamiamo TV ha cessato di essere il solo distributore di informazioni e spettacolo. E’ stato un bel periodo, ammettiamolo, lotterie telegiornali e giannimorandi, ma è finita, o sta per finire, per sempre. Non sono TV quelle sempre accese a Wall street o in Piazza affari. Si potrebbe affermare che cambiando linguaggio cambino anche le persone? Io penso di sì, anche se preferirei dire il contrario: che cambiando le persone cambieranno i linguaggi. Date un’occhiata qui
    http://www.worldometers.info/it/

  11. Tutti riecheggiamo falsi rosari, è esattamente quello che intendevo quando l’ho scritto…ma non si può fare altrimenti miscelando analisi storica e poetica con questa ricetta. Senza contare la naturale diffidenza nei confronti di una Storia che, anche conoscendola a menadito nelle versioni “ufficiali”, rimane materia opinabile e densa di tratti oscuri. Altrimenti gli archivi segreti non esisterebbero.
    Passare da un’egemonia all’altra forse è naturale -da millenni accade-, passare da un’egemonia all’altra non ha impedito di produrre poesia. Questo conta.
    Cambiando linguaggio cambiano le persone e cambiando le persone cambia il linguaggio.
    Questo conta.
    Altrimenti si finisce per parlare di Berlusconi.
    Questo non conta.

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