Per una poesia esodante
Intervista di Ezio Partesana a Ennio Abate (1)

Samizdat e poeta esodante logo IL MATTINO DELL'IMPIEGATO anni 80 circa
Su questo blog  tornano insistenti – nei post, nei commenti –  spunti per un  discorso critico  sulla poesia e sui modi di affrontare la sua crisi;  per uscirne, se possibile, o,  al minimo, viverla lucidamente e senza facili  compromessi, se una soluzione in tempi brevi non ci fosse. Sono domande e  preoccupazioni che  – ci tengo a dirlo, per evitare alle discussioni ogni taglio settario o esclusivista da primi della classe –  sentite da vari poeti e critici – più anziani o giovani –  che  provengono da ambienti e storie diverse e sentono di dover fare i conti con la fine di un’epoca (quella della modernità) e l’ingresso in un’altra epoca (per alcuni della postmodernità) o in un prolungamento esasperato o “senescenza” della modernità stessa (tarda modernità, ipermodernità, transmodernità). Vorrei che continuassimo ad approfondire le due ipotesi  che si sono  delineate  soprattutto negli interventi miei e di G. Linguaglossa: quella della poesia esodante e quella  della post-poesia.  Pubblico perciò – in più puntate perché il testo è molto lungo e tocca anche questioni “difficili” – l’intervista che sulla poesia esodante mi ha fatto Ezio Partesana*. Successivamente pubblicherò l’intervista che io stesso farò a Linguaglossa sul suo ultimo libro Dopo il Novecento. [E.A.]

***

Questa intervista è il risultato di un amichevole e fertile duello tra me e Ezio Partesana, filosofo agguerrito, uomo di teatro e poeta tuttora in disparte e ”in clandestinità” (quasi quanto me). Partendo dal mio saggio «Appunti – Per una poesia esodante. Sulla ex-piccola borghesia o ceto medio in poesia» (qui) e dalle «Quattordici tesi per una poesia esodante» (qui) del settembre 2012, Ezio mi ha incalzato con una serie di domande mirate soprattutto a scandagliare i punti che più potrebbero interessare un lettore esigente, non frettoloso né compiacente. La prima domanda porta la data del novembre 2012, l’ultima del luglio 2013. Ne è uscito un testo più che meditato, che spero dica di lui e di me e di una comune esigenza di rigore e sincerità.

PRIMA PARTE

I

Ipotesi di lavoro, padri e compagni di strada, correnti poetiche odierne.

Caro Ennio, prima di cominciare a parlare del contenuto del tuo saggio, vorrei farti una domanda di carattere più generale, che è questa: il tuo è un tentativo di descrivere una situazione di fatto, di descrivere un certo tipo di poesia che già esiste e della quale vuoi mettere in evidenza alcune caratteristiche, oppure si tratta di un vero e proprio “manifesto letterario”, un appello basato su criteri etici ed estetici?

No, non descrivo una situazione di fatto. La mia è soltanto e da tempo (dal 2000 circa) una ipotesi di lavoro. Se vuoi, è un segnale che continuo a trasmettere ad altri in assenza di ricezione attendibile. Ciò non mi incoraggia. Come pensare a un manifesto letterario, che presupporrebbe un gruppo promotore relativamente coeso o in buona sintonia? E poi non siamo – credo – in epoca di manifesti, né politici né poetici.

Se si tratta di un’“ipotesi di lavoro”, prima di addentrarci in quel che scrivi, puoi indicarci brevemente quali siano, o possano essere, i “padri”, gli antecedenti o i “compagni di strada” di questa tua intenzione?

Innanzitutto e senza esitazioni Franco Fortini, per me riferimento mai venuto meno dal ’78 in poi. Da lui ho assorbito un’attenzione inquieta al rapporto tra poesia e realtà (in particolare nei suoi risvolti storico-socio-politici). Sul lascito principale di problemi fortiniani hanno però interferito influenze precedenti e successive. Per limitarmi solo agli scrittori, farei i nomi di Verga, Pavese, Proust, Joyce, Brecht, Majorino, Ranchetti.

Si vede forse una linea, per quanto tortuosa, tra i nomi italiani che citi, mentre un po’ più difficile mi viene immaginare che cosa possa legare gli scritti di Brecht, per esempio, a quelli di Proust… ma questo lo capiremo meglio addentrandoci nelle idee esposte nel tuo saggio. Per intanto volevo chiederti se non ci sia nessuno tra chi scrive poesia oggi, tra i viventi intendo, che tu consideri un interlocutore, seppur magari solo interiore e privato.

Questa domanda mette a nudo un dato per me dolente: un mio prolungato isolamento rispetto ai poeti viventi. Non vorrei, però, esagerare perché alcuni amici poeti, noti o poco noti, con cui qualcosa scambio ne ho: Majorino, Neri, Ferrieri, Salzarulo, Simonitto, Corsi, Linguaglossa, Partesana stesso…). Ma un interlocutore affine e privilegiato – magari un critico invece che un poeta -, che pur vorrei, non l’ho trovato.

Ah… ci sarei anche io tra gli “esodanti”! Va bene, faremo finta di non aver sentito… C’è un punto, nel tuo scritto, che mi interessa particolarmente (lo vedremo tra poco), ed è quello dove ti sforzi di individuare la classe, per così dire, dei possibili autori e interlocutori di una poesia esodante. Vorrei chiederti, per completare questa prima ricognizione sul tuo universo di riferimenti, se a partire dalle stesse premesse si delineano anche altre “correnti” poetiche che tu ritiene valide o almeno degne di nota?

La situazione della poesia italiana è oggi talmente confusa e il lavoro della critica su una produzione spuria e mal indagata così in ritardo che mi pare difficile distinguere vere e proprie correnti. Siamo immersi in una “nebulosa poetante”, estesasi ora anche sul Web. Delle sue dimensioni e della qualità, varietà e singolarità di voci è difficile l’accertamento. Anche i poeti più in vista possono essere classificabili solo con categorie approssimative. E dopo il «Gruppo 63» i tentativi di darsi un programma (come fece, ad esempio, il «Gruppo 93») sono stati rari o non sono neppure decollati. Abbiamo, sì, varie antologie, che inseguono e selezionano come possono la produzione arrivata alla pubblicazione, ma, quando l’attenzione non si riduce alle cerchie amicali più vicine, si muovono davvero faticosamente. Un’antologia accademica ma abbastanza seria che ho letto risale al 2005. Si tratta di «Parola plurale» di autori vari coordinati da Andrea Cortellessa. Selezionava 64 autori nati tra il 1945 e il 1975. A dimostrazione di quanto sia improprio parlare di correnti, li raggruppava in categorie lasche del tipo: «Il domestico che atterrisce. Tematizzazioni del quotidiano», «Stili semplici», «Deformazioni. Comico, grottesco e altre vie», «Dialetto e post-dialetto». Poi ci sono alcuni tentativi di solitari e generosi outsider, come Giorgio Linguaglossa, ma passano quasi sotto silenzio e sono tenuti dai mass media e dall’accademia come in ghetto, “invisibili” loro e i poeti che seguono.

II

Legami espliciti o impliciti con la storia, strumenti per una rottura

Forse avremo modo di tornare su questo punto in conclusione di intervista, ma adesso vorrei cominciare a entrare nel vivo di quel che scrivi a proposito della “poesia esodante”. Che la poesia vada “misurata con qualcosa di esterno alla poesia”, mi sembra un’affermazione evidente, quasi un postulato; c’è però un punto dove tu parli di “misurare una poesia dai suoi legami espliciti o impliciti con la storia”, e vorrei chiederti: riusciamo a tratteggiare una prima “mappa” di questi “legami impliciti”? A cosa stai pensando quando li affianchi o contrapponi a quelli espliciti?

Per “legami espliciti” tra poesia e storia intendo in primo luogo quelli che la poesia intrattiene con tutto il sistema dei saperi umanistico-scientifici. E poi quelli con tutti i linguaggi (gestuali, visivi, simbolici, astratti)che sono delle vere e proprie correnti oceaniche. Ma non basta. La poesia è legata ai corpi. I poeti stessi sono corpi che interagiscono con altri corpi (di singoli, di gruppi, di folle; e ci metterei persino i corpi “istituzionali”…). E poi non ha forse legami col tempo? Con gli anni in cui quel determinato poeta vive, ma pure con gli anni o i secoli che il poeta riesce a riassumere in sé, quando accoglie ora una Tradizione durata a lungo o ora solo pochi anni “rivoluzionari”? Quindi la mappa dei “legami espliciti” potrebbe essere cercata in un conglomerato che potrei chiamare: poesia-saperi-linguaggi-corpi-tempo(esistenziale,storico). Tali legami, però, diventano “impliciti”, se occultati, velati, ridimensionati, trascurati da quanti pensano la poesia come fosse o dovesse essere la negazione della storia o del “reale”. Per costoro il testo varrebbe soltanto “in sé”. Più esso ha “dimenticato” le sue radici(esistenziali, storiche) o più esso attinge a ben altre radici (sogno, inconscio, Altro) più sarebbe poetico. Eteronomia e autonomia della poesia, insomma. Per esemplificare i due poli farei i nomi di Brecht e Mallarmé.

Quindi, se ho capito bene, “impliciti” nel tuo scritto sarebbe sostituibile con “non esplicitati”; vorrei allora chiederti quali siano gli strumenti di chiarificazione o, detto altrimenti, se tu scrivi che: “La poesia esodante è il tentativo di rompere gli steccati […] in cui oggi sta una certa poesia”; vorrei tu indicassi in primo luogo quale sia la necessità (anche politica, naturalmente) di questa rottura e, in secondo luogo, quali siano gli strumenti attraverso i quali questa rottura dovrebbe consumarsi.

Vedo la poesia italiana d’oggi adagiata o peggio succube della crisi (generale e non solo economica). Anche le buone cose che si scrivono in un mare di tentativi più confusi e banali mi paiono venire da “cellette monacali”. Il dibattito, quando c’è, sul Web ad esempio, è un carosello ininterrotto ed effimero, incapace di pause di riflessione e di sia pur provvisori bilanci. Lo vedo promosso per lo più da giovani che cercano il loro “spazio vitale”. Ma a me pare che si autoconsumi per assenza di dialogo vero con altri interlocutori. I poeti con più esperienza, ad esempio, tacciono o continuano a farsi “le loro cose” tenendosene alla larga (e non sempre per buone ragioni. Non vedo posizioni ambiziose, capaci di misurarsi almeno sulla questione forse più urgente: se, in poesia, la globalizzazione comporterà uno sfaldamento completo dei residui recinti delle (ex) “patrie lettere” o susciterà una resistenza “nazionale” al postmodernismo cosmopolita americanizzato. Si ripercorrono invece sentieri già battuti (neo-orfismo, post-avanguardismo, mito-modernismo, “poesia civile”). E non ci si ascolta. Non ci si dà credito (reciprocamente). Per lo più si affrontano i problemi ammessi nella propria ristretta cerchia di “amici” o di “parrocchiani”. (Se segui un blog, dopo un po’ vedi che i commenti sono sempre quelli dei “fidelizzati”). Tutto ciò mi fa pensare a un sabotaggio inconsapevole, a una rassegnazione da epigoni. O comunque a un rifiuto di assumersi responsabilità di fronte alla crisi che incalza e si prolunga. Non so se si possa parlare di necessità di una rottura. Non vedo, infatti, energie decise a vere rotture (che andrebbero pensate innanzitutto). In campo poetico poi non so neppure quanto sia auspicabile una forma generica e confusa di rottura, specie dopo le avventure (o disavventure) paraistituzionali della neoavanguardia. Un “grillismo” in poesia sarebbe scelta infelice. Personalmente ho continuato a tentare di fare gruppo o laboratorio, ma è stato un mezzo fallimento. L’idea di una poesia esodante non interessa. È rimasta un mio tic.

È rimasta in sospesa la parte della domanda che riguarda gli eventuali “strumenti” di una rottura… Anche se la tua adesso è una visione piuttosto sconsolata della “patrie lettere”, così come dei “patri lettori”, vuoi comunque delineare, per favore, attraverso quali mezzi si potrebbe consumare questa rottura? Intendo chiedere: si tratta più di organizzazione della sfera del consumo della poesia, e quindi della sua funzione sociale, o pensi al momento produttivo, e quindi a elementi propri di quel genere letterario che chiamiamo poesia?

Ripeto. Non ho indicato «gli eventuali “strumenti” di una rottura» perché, nella confusa crisi che viviamo dopo l’eclisse di qualsiasi Progetto “forte”, evocare o auspicare genericamente delle rotture in assenza di soggetti chiari e affidabili mi pare un azzardo. Se ci troviamo al buio, meglio non agitarsi. Tanto più nel campo della poesia. Anche qui le conclusioni di certe rotture “rivoluzionarie” (ancora la neoavanguardia!) le abbiamo pur viste. Si sono avute mere spartizioni, del tutto ”endo-accademiche”, del potere culturale: al tradizionale baronato universitario s’è associata una quota di nuovi baroncini (anche sessantottini), tra i più svelti a legarsi, qui in Italia, prima all’industria culturale e poi a quella dello spettacolo. E oggi la sfera del «consumo di poesia» è del tutto congeniale a un «momento produttivo» sì, ma direi di poesia “per universitari”. La produzione e la distribuzione dei testi poetici vengono amministrate secondo una logica complementare e pseudo-gerarchica: una nicchia gratificante per la poesia “alta”; e un’altra – imitativo/”alternativa” – di poesia/similpoesia/falsa poesia. Di consumo, appunto. E che ora defluisce nei canali disordinati e in via di espansione delle piccole case editrici, dei festival, dei siti Web. C’è quasi da ritirarsi e tacere. Mi appare generosa ma scaduta persino l’ipotesi fortiniana di «ecologia della letteratura»; e ti ho detto del mezzo fallimento del «Laboratorio Moltinpoesia», con il quale ho cercato ancora di coniugare poesia e critica e far confrontare i discorsi elaborati nei cosiddetti livelli “alti” con quelli elaborati nei cosiddetti o realmente livelli “bassi”. Non vedo quasi più punti d’appoggio per un intervento di gruppo. Perché – ripeto – soggetti, capaci non di consumare ma di usare/riusare criticamente la poesia (passata e presente) in vista di un possibile nuovo progetto, non se ne vedono. Che «un esodo dalle forme istituzionali consolidate» (da tutte, comprese quelle che “istituzionalizzano” la “rottura”) possa avvenire solo alla spicciolata? Sperando almeno di evitare sia gli eremitaggi orgogliosi dei singoli sia le derive da gruppi “tribali” che comunque si formano?

[CONTINUA]

* Chi volesse scaricare da subito il PDF dell’intervista completa clicchi PER UNA POESIA ESODANTE 2013 intervista

——–
** Ezio Partesana è nato a Milano nel 1963. Laureato in filosofia con una tesi su Adorno, vive tra la sua città e Venezia e lavora come traduttore e autore di testi per il teatro. Tra le sue pubblicazioni Critica del non vero (La Nuova Italia, 1995)

 

 

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18 commenti

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18 risposte a “Per una poesia esodante
Intervista di Ezio Partesana a Ennio Abate (1)

  1. Giorgio Linguaglossa

    Partesana riassume bene il punto centrale della riflessione di Abate sulla «poesia esodante»:

    Che la poesia vada “misurata con qualcosa di esterno alla poesia”, mi sembra un’affermazione evidente, quasi un postulato; c’è però un punto dove tu parli di “misurare una poesia dai suoi legami espliciti o impliciti con la storia”.

    La risposta di Abate richiama la necessità di una «mappa dei “legami espliciti” potrebbe essere cercata in un conglomerato che potrei chiamare: poesia-saperi-linguaggi-corpi-tempo(esistenziale,storico)».

    Mi sembra una buona base di partenza per la riflessione su una «nuova poesia». Il concetto di esodante richiama per affinità e anamnesi concetti analoghi come il mio (e non solo mio) «post-poesia», quello di Roberto Bertoldo di «post-contemporaneo», l’altro concetto con il quale ho intitolato un mio libro: «Dalla lirica al discorso poetico» (ma già Mandel’stam parlava negli anni Dieci di «discorso poetico» proprio richiamandosi alla Commedia di Dante); un’altra questione cui la riflessione critica italiana, dopo quasi settanta anni di oblio, sta facendo riferimento è quello di una «poesia modernista». Si tratta dunque di una piattaforma comune sulla quale, come da una piattaforma lunare, si tenta di operare delle trivellazioni per giungere in profondità; ma più si scava, più si va a fondo, più ci si rende conto che il terreno sotto stante si fa friabile, che il magma liquido che sta sotto la superficie impedisce, o rende difficoltoso, la costruzione di un terreno comune di concetti. Il fatto che «Parola plurale» di Cortellessa si occupi di 64 autori contemporanei e che tra di essi non ci sia neanche una personalità tra quegli autori che coincida con gli autori di cui invece si occupa il sottoscritto nei suoi libri di critica poetica del contemporaneo, non lo ritengo un limite o un difetto, né mio né di Cortellessa, ma è, ad un tempo, un sintomo della Crisi di visione e d’insieme e una spia del dato di fatto che anche i migliori critici sono costretti a muoversi in una nomenclatura di personalità talmente vasta (e auto referenziale) da rendere difficoltosa l’indagine e la navigazione in questo mare magnum; oltre al fatto dell’esistenza di “diadochie” (Donnarumma), «triarchie», «fratrie» e «municipi singoli» (sempre Donnarumma). Si tratta quindi di una difficoltà oggettiva.

    Poi, ovviamente, si deve dare per scontato che tra un critico e l’altro ci siano visioni e valutazioni anche molto differenti dello stesso autore; in ciò non c’è nulla di strano né di patologico. Il patologico subentra quando, tra critici, ci si ignora l’un l’altro (ma questo avviene per motivi legati a questioni tattiche e di dominio del proprio territorio, quindi questioni che attengono ad un uso proprietario del diritto, diciamo, di proprietà). Anche l’esercizio della «critica» è un aspetto della liturgia esercitata da uomini di fede, cioè da appartenenti a quella classe di sacerdoti laici dell’interpretazione che è rappresentata, in senso lato, dai giornalisti culturali e dai critici accademici. E, come avviene in ogni casta, ciascuna casta, dalla più piccola alla più grande, difende se stessa, la propria sopravvivenza. È questa la ragione per la quale io difendo il mio «isolamento» (non come medaglietta di elitarismo!), proprio il fatto di non volere appartenere ad alcuna casta mi mette fuori gioco, fuori casta. È sì una mia debolezza ma è anche una garanzia di genuinità della mia posizione, poiché non essendo io pregiudizialmente legato ad alcuna casta, ciò mi rende libero, mi permette una grande libertà di movimento che altrimenti non avrei. Certo, pago lo scotto di un isolamento in quanto le mie argomentazioni critiche sono imprevedibili, non molto addomesticabili alle esigenze di opportunità e alle logiche di potere cui invece gli altri critici soggiacciono.

  2. Rita Simonitto

    La proposta, sollecitata da Ennio, di aprire un discorso critico sulla poesia e sui modi di affrontare la sua crisi è molto importante al punto che ritengo necessario, come premessa del mio intervento, definire da quale posizione io stia parlando.
    Non ho titoli particolari (ovvero non vanto un lungo elenco di pubblicazioni in poesia) su cui fare leva a sostegno di quanto affermo e nemmeno letture approfondite nell’ambito della critica letteraria (e me ne dolgo). Non sono, quindi, una addetta ai lavori al punto da non scivolare in qualche ingenuità o discorso fuori tema, ma posso dirmi appassionata della poesia per il suo valore POIETICO che permane, anche se la cultura di oggi tende a minimizzarne il potenziale impatto, compresi anche alcuni lettori del blog quando ne sottolineano ‘soltanto’ il valore della parte estetica/estatica .
    Parlo dunque da qui, dal mio essere una sperimentatrice del verso poetico, linguaggio particolare che crea una misura, un ponte, che collega due esseri (chi scrive e chi legge) tra loro incommensurabili, e che, per un breve lasso di tempo, li fa sentire in contatto sull’oggetto del dire.
    E parlo anche dall’essere una lettrice che cerca (con i limiti di cui sopra) di partecipare all’impresa che, con una cocciutaggine che ha dell’eroico, Ennio sta portando avanti con ‘Moltinpoesia’ prima e ‘Poesia e Moltinpoesia’, adesso.
    Un ‘eroe’ che pensa non solo a sé ma anche ai suoi compagni di cammino con la differenza che, rispetto agli eroi antichi, non ha una qualche divinità che sposi la sua causa ma soltanto delle tracce che lo sospingono.
    Uno di questi fili conduttori dà corpo a questa intervista, e riguarda la poesia ‘esodante’ che ha suscitato da sempre le mie perplessità ma che, avendo già letto tutta l’intervista, mi sta sollecitando invece alcuni pensieri.
    Leggendo questa prima parte, mi ha colpito soprattutto il clima.
    Abbastanza ‘sintonico’ con la sensazione di stagnazione ribadita dalla frase : *vedo la poesia italiana d’oggi adagiata o peggio succube della crisi (generale e non solo economica)* (Abate).
    Pur non negando la crisi, essa però non può coprire tutto, meno che meno la nostra capacità di pensare, altrimenti non avrebbe senso che noi si stia qui a parlare.
    Quindi c’è qualcosa dentro di noi che si mantiene, o cerca di mantenersi, integro da questa contaminazione pervasiva, chiamata anche ‘globalizzazione’ (!).
    Qualche cosa che ci permetta di non impantanarci nei luoghi comuni e nelle facili frasi di effetto che vanno a titillare il nostro narcisismo illudendoci di essere bravi a capire mentre invece non abbiamo capito un bel niente (come è successo a me quando sentivo parlare di poesia esodante).
    E, perché questa integrità si salvi, non si può fare come fece il Barone di Münchhausen che si tirò fuori da solo dalla palude afferrandosi alla sua treccia di capelli.
    Abbiamo bisogno di punti di riferimento non solo nel presente ma soprattutto nel passato il quale, come diceva Benjamin, (cito a memoria) non deve essere considerato come inserito in un ordine lineare e progressivo, bensì come qualcosa di unico, un’”esperienza originaria” in cui il presente si incontra con il passato in una “costellazione critica” che “fa deflagrare la continuità della storia”. E’ pertanto lì che ci si incontra con la ‘crisi’, la ‘rottura’.
    Nell’intervista, vengono fatti riferimenti ai ‘padri’.
    Abate scrive: * Da lui [Fortini] ho assorbito un’attenzione inquieta al rapporto tra poesia e realtà (in particolare nei suoi risvolti storico-socio-politici).
    E riferimenti anche alla storia, ai *legami espliciti o impliciti con la storia*.
    ‘Padri’ intesi dunque come uomini facenti parte di una storia, a sua volta intesa nelle sue specifiche relazioni sociali ed economiche di cui loro ne erano portatori (‘passivi’) e interpreti (‘attivi’).
    Se l’osservazione di Partesana (* Che la poesia vada “misurata con qualche cosa di esterno alla poesia” mi sembra una affermazione evidente, quasi un postulato*) centra così in pieno il problema, poi ne scivola via quando fa seguire la domanda *vorrei chiederti: riusciamo a tratteggiare una prima “mappa” di questi “legami impliciti”?* in quanto bypassa proprio quell’implicito che è contenuto nella osservazione stessa (*affermazione evidente, quasi un postulato*).

    Nel senso che, nonostante il buon proposito di Ennio (*Se ci si trova al buio, meglio non agitarsi. Tanto più nel campo della poesia*), e complice anche il mezzo del Blog che funziona con lo schema ‘a domanda, risponde’, ci si lancia nel circoscrivere le definizioni di quell’esplicito che è evidente di per sé (la poesia intrattiene legami con tutto il sistema dei saperi umanistico-scientifici e con un sistema linguistico che va oltre quello strutturato sulla base della grammatica e della sintassi); ma poi, a partire da questa evidenza, non ne viene indagato l’implicito, ciò che sta dietro questi legami e il loro funzionamento, OGGI.
    Perchè il senso dell’implicito si sposta dal concetto di ‘implicante’, ovvero ciò che sta sotto, al concetto di occultamento perpetrato da *quanti pensano la poesia come fosse o dovesse essere la negazione della storia o del “reale”. Per costoro il testo varrebbe soltanto “in sé”. Più esso ha “dimenticato” le sue radici (esistenziali, storiche) o più esso attinge a ben altre radici (sogno, inconscio, Altro) più sarebbe poetico* (Abate).
    A parte il fatto che queste radici (sogno, inconscio, Altro) sono ‘reali’ tanto quanto quelle ‘storiche’, si parla come se l’implicito, l’occultato fossero la storia o il reale.
    Ciò che viene occultato è il senso, il processo che ha portato a tutto ciò.
    La palese negazione della storia (o del ‘reale’) non è avvenuta a caso; rappresenta la cifra culturale odierna, ultima deriva di quel ‘pensiero debole’ che, scardinando i concetti di ‘soggetto’ e di ‘essere’ ha reso indebolita ogni teoria della conoscenza.
    Un ‘soggetto’ de-responsabilizzato e de-colpevolizzato, unitamente ad un ‘essere’ senza statuto, attraversato dalle contraddizioni e privo di un’origine e di un destino, non hanno rappresentato soltanto gli spunti di un legittimo dibattito all’interno del pensiero filosofico ma, per mezzo di una volgarizzazione spinta di quei principi e un loro uso strumentale da parte di un sistema di potere politico/economico (che ha eretto questi maîtres à penser a suoi funzionari culturali), sono purtroppo diventati le espressioni agite, concrete, con le quali ci confrontiamo ogni giorno con manifesto disagio.

    La funzione ‘etica’ dell’arte (e la poesia, fino a prova contraria, è un’arte) dovrebbe mirare alla dialettica, se non alla ricongiunzione tra l’esplicito e l’implicito, tra il mostrato e l’eclissato partendo dalla presupposizione di Adorno: *Possibile, dopo Auschwitz, è solo quell’arte che, avendo rinunciato alla bellezza, assume una funzione innanzitutto etica, diventando testimonianza di tutto ciò che per la sua insensatezza non può essere detto né spiegato e che proprio l’arte deve mantenere, appunto conservandone il ricordo*.

    Se ci fermiamo solo (dico, “solo”) alla espressione di Abate: *La produzione e la distribuzione dei testi poetici vengono amministrate secondo una logica complementare e pseudo-gerarchica* senza ampliarla con un pensiero ‘a monte’ che ci permetta di avvicinarci al ‘reale’ inteso come simbolo e non come ‘feticcio’ (così come il “testo” e la “forma” possono essere feticci e non rappresentazioni simboliche del reale), rischiamo di scivolare nella moda (perché la lamentazione ormai è diventata una moda) della critica alle consorterie che minano sia la produzione della poesia sia il consumo della stessa.

    R.S.

    • Ennio Abate

      @ Simonitto

      Cara Rita,
      scusa il ritardo con cui riprendo questo tuo commento. Ti ringrazio di avermi paragonato a un eroe « che pensa non solo a sé ma anche ai suoi compagni di cammino », ma devo confessare che, incerto sul senso complessivo di quanto scrivi, vorrei che chiarissi pubblicamente, in modo che possiamo poi discuterne insieme anche ad altri, se è esatta la mia sensazione di aver colto tre legittime critiche, semmai velate e fin troppo caute, ad alcune mie affermazioni fatte nell’intervista; e vorrei che me le confermassi, per poter poi replicare o riconoscere che hai ragione tu.
      La prima riguarda un taglio troppo “sociologico” nell’analisi delle cause della crisi odierna della poesia. Essa, mi pare di capire, potrebbe incoraggiare una unilaterale, facile e a volte lamentosa « critica alle consorterie che minano sia la produzione della poesia sia il consumo della stessa». Mentre ci sarebbe invece da porsi una domanda ben più importante: esiste ( o se non esiste si sta tentando di costruire) un pensiero (della poesia e non solo) « che ci permetta di avvicinarci al ‘reale’ inteso come simbolo e non come ‘feticcio’».
      La seconda critica: sottovaluterei che sono altrettanto ‘reali’ non solo le radici ‘storiche’ ma anche quelle che affondano nel sogno, nell’inconscio e nell’Altro. Per cui parlerei « come se l’implicito, l’occultato fossero [soltanto] la storia o il reale». E – diciamo così – mi preoccuperei solo di un certo tipo di «occultamento». (Anzi di più: contrapporrei il positivo – un ritorno di storia e reale in poesia – ad un negativo – la tendenza a trovare poetico soprattutto o soltanto il testo che «attinge a ben altre radici (sogno, inconscio, Altro)»).
      La terza critica: da queste mie due prime posizioni deriverebbe una difficoltà ad attuare quella «ricongiunzione [dialettica] tra l’esplicito e l’implicito, tra il mostrato e l’eclissato», di cui parlava Adorno e che permetterebbe di svolgere «la funzione ‘etica’ dell’arte».
      Attendo le tue precisazioni.
      Un caro saluto

  3. Argomento complesso, che mi piacerebbe ridurre alle componenti di etica ed estetica, disunite, perché arrivo a capirlo che il problema nasce proprio da questa separazione. Ma riducendo, invece di semplificarsi, osservo che il problema s’allarga a dismisura. Troppo per me. Mi limito quindi a qualche osservazione.
    Per l’etica forma e linguaggio hanno un’importanza relativa, e infatti Ennio in queste sue 14 tesi per la poesia esodante, considera questo argomento mantenendosi sulle generali, anche quando Partesana gli chiede di fornire qualche esempio. Il problema non è affatto secondario perché se un poeta tentasse di volgere la propria attenzione creativa nella direzione di un maggiore impegno sociale o politico, si troverà inevitabilmente a dover riconsiderare il proprio linguaggio, che potrebbe rivelarsi inadeguato o poco adatto allo scopo. Si sa che poche cose possono scontentare l’autore come fare opere che siano al di sotto della propria immaginazione o che non corrispondano ai sentimenti che questi temi solitamente comportano. Potrebbe rendersi necessaria una svolta, un cambiamento di rotta verso un linguaggio condivisibile, comprensibile, o almeno questo vien da pensare seguendo logiche prevedibili. Infatti sia Abate che Majorino adottano versi e prosa, indifferentemente, a seconda dei casi, come se per loro il contenuto debba prevalere su tutto. Si potrebbe dire che per loro la poesia sia sbilanciata in favore dell’etica?
    Dati i tempi che stiamo vivendo è una cosa che posso capire, capisco cioè che possa essere una necessità primaria quella di porsi in opposizione all’ignoranza creata e voluta dall’epoca dei consumi e che vi si debba porre rimedio. Ma allora bisognerebbe mettere al centro proprio questo tema e porsi un obiettivo in divenire, cosa non facile per chi metta l’etica al primo posto perché l’etica svolge il suo compito nell’interpretazione di ciò che accade e non va oltre, non è compito suo (Lukas, mi pare). L’etica è analisi dei fatti, è giudizio e valutazione costante. Nel migliore dei casi, quando si fa progetto, si rivolge alla storia, cioè progetta il passato ( qui mi riferisco ad Argan, a certe sue considerazioni sulla morte dell’arte).
    Per il resto, pur apprezzandolo moltissimo, trovo che il dualismo bellezza-orrore andrebbe aggiornato con bellezza-camuffamento, per dirla qui sbrigativamente, per il fatto che oggi la guerra mondiale è data dall’economia, che è guerra senza eserciti. Niente eserciti niente orrore. Solo raggiro e morti invisibili, che poi sono i numeri della povertà riportati ogni giorno dai giornali. Veri bollettini di guerra.
    Altro il discorso che si potrebbe fare sull’estetica, e qui entrerebbe in campo Linguaglossa, perché l’estetica un impegno in divenire se lo pone. Lukas fa notare che anticamente l’etica era scontata, quasi un’ovvietà. Ma qui mi fermo. Grazie.

  4. emilia banfi

    Conobbi una donna povera
    un orecchino brillava per terra
    era robaccia non oro né pietre preziose
    solo di un verde brillante alla luce del sole
    Al suo orecchio segnale di lampi mai visti
    un sorriso e scomparve dietro a una porta.

    Emilia

  5. Dimenticavo: dove si dice che la realtà sfugge alla forma, che la forma è distanziamento problematico, e di Fortini che ricordava che la forma è segnata dal marchio secolare dei dominatori (chissà in quale contesto e in riferimento a chi o a cosa l’avrà detto). Non posso credere che la poesia non colga l’attimo fuggente del reale, pur nella rappresentazione e nella distanza, perché il linguaggio è fatto di oggetti, non solo di pensieri, gli oggetti sono/erano reali, vivono e rivivono nella poesia al punto che credo si possa dire che c’è più realtà in una poesia di quanta ce ne possa essere in qualsiasi libro di filosofia. Se così non fosse non ci sarebbe realtà nemmeno nelle poesie sociali o politiche.

  6. Rita Simonitto

    @ Ennio

    A) Innanzitutto vorrei fare due precisazioni. Non si tratta di ‘critiche’ perché, come ho anticipato nel post, non ne ho la necessaria competenza, quanto di segnalazioni di ‘incrocio sospetto’. Ovvero sollecitare a riflettere dove ci può portare un certo pensiero o una certa presa di posizione. Mi rendo conto che questo atteggiamento sa tanto da ‘maestrina’ o da ‘mosca cocchiera’, ma tant’è!!
    Inoltre, e questo è il secondo punto, ritengo che la ‘critica’ sia un lavoro troppo difficile per me, esige di lavorare ‘a bocce ferme’, come si suole dire, e di essere ‘super partes’, appartenere ad una specie di ‘magistratura’, magari ‘libera e democratica’. Io invece sono ‘partigiana’, ovvero prendo partito per una determinata posizione che, al momento, mi fa da ‘base’ per osservare ed esplorare anche le altre posizioni.
    ‘Prendere partito’ per me non significa ‘sposare una causa senza ‘se’ e senza ‘ma’’, la qualcosa rischia di diventare un ‘feticcio’, cioè essere investita di un potere arcano, sacro, intoccabile.
    Il mio ‘prendere partito’ rispetto alla poesia ha a che vedere:
    – con l’ipotesi che l’arte non possa essere separata dal contesto politico economico in cui si inscrive: l’arte partirà da lì per precipitarvi dentro o per venirne fuori con qualche cosa di nuovo.
    – con l’ipotesi che i legami che la poesia intrattiene con tutto il *sistema dei saperi umanistico-scientifici e con il sistema linguistico* abbiano a loro volta un aspetto manifesto e uno implicito; quest’ultimo molto spesso li surdetermina ed è occulto.

    B) Va bene il ‘taglio’ sociologico, e perché no, a condizione che non si dimentichi in che rapporto stia con quello politico/economico che lo determina. Rimane da vedere e capire come avviene questa determinazione, se c’è qualche cosa di mutato oppure no.
    Anche in questo caso vorrei sollecitare l’attenzione sul privilegio che viene dato agli aspetti legati alla ‘distribuzione’, al consumo del prodotto poetico su cui si appoggerà la produzione, e non invece al suo senso e al come si collochi oggi il prodotto (!?) ‘poesia’.
    E’ una specie di riflesso di quel pensiero politico (e che oggi va per la maggiore) che ritiene che una migliore distribuzione possa risolvere i problemi delle masse diseredate sia in termini economici che culturali.
    Quanto al punto * sottovaluterei che sono altrettanto ‘reali’ non solo le radici ‘storiche’ ma anche quelle che affondano nel sogno, nell’inconscio e nell’Altro*:
    risponderei di ‘sì’, per quanto riguarda questa prima parte dell’intervista, perché più avanti il discorso si fa più complesso.
    Ho l’impressione che la critica che tu fai a chi trova poetico soltanto ciò che *attinge a ben altre radici (sogno, inconscio, Altro)*, fatta in questo modo ad escludendum, non possa che creare una sterile contrapposizione.
    Analoga contrapposizione rispetto a chi pensa che la poesia debba avere come interlocutore soltanto la ‘realtà’ (nelle sue espressioni/rappresentazioni politico economiche, come se non ci fosse anche un soggetto attraverso le quali esse passano).
    Similmente a chi investe solo sulla bellezza della forma intesa come luogo plastico che andrà a determinare il contenuto.
    E qui accolgo in pieno la segnalazione di Mayoor fatta più sopra quando richiama *Fortini che ricordava che la forma è segnata dal marchio secolare dei dominatori *: la ‘forma’, con il suo investimento visivo, è uno strumento molto importante per avvicinarci o allontanarci dall’oggetto. E chi dispone di potere questo lo sa molto bene!
    L’occultamento avviene quando un aspetto parziale assume il posto della totalità, una pars pro toto che viene vissuta non nella sua ‘funzione retorica metonimica’ dentro un campo di comunicazione, ma come una ‘cosificazione’ che precipita sul reale senza residui.
    C) Quanto al terzo punto direi che la ‘ricongiunzione’ è l’asintotico di un processo; è una tendenza non priva di passione nel ricercarla e di frustrazione nel non raggiungerla.
    R.S.

    • Ennio Abate

      @ Simonitto

      Cara Rita,

      nessuna remora. Per quanto mi riguarda, le tue sono critiche legittime e a pieno titolo, anche se non fatte «a bocce ferme», ecc. Entrando perciò nel merito:

      1. Alla domanda di Partesana («si tratta più di organizzazione della sfera del consumo della poesia, e quindi della sua funzione sociale, o pensi al momento produttivo, e quindi a elementi propri di quel genere letterario che chiamiamo poesia?») credo di aver risposto in termini più che pessimistici, nulla concedendo ai discorsi di quanti pensassero che la crisi della poesia derivi solo o soprattutto da una scarsa o cattiva distribuzione dei suoi attuali prodotti. Questa – per me, ma posso dire anche per Ezio – è una posizione acritica, ingenua e tardo-illuminista: la poesia sarebbe valore in sé indiscusso, basterebbe solo farla conoscere di più alla “gente”, che la trascurerebbe solo perché disinformata o grezza o ignorante (mentre esistono impedimenti materiali e ideologici – sconquasso delle vite quotidiane di milioni di uomini e donne, tempo mangiato dal lavoro coatto e dal “tempo libero” altrettanto coatto, ecc. – a impedire sia un “uso religioso” che “laico” della poesia). Esiste anche una variante diciamo antiaccademica e “anti-monopolista” di questa posizione, che forse ci riguarda più da vicino e riecheggia anche nella polemica dell’amico Linguaglossa (e di Lucini, di Bertoldo e forse mia): c’è in giro una poesia fatta da un certo numero di poeti, “bravi” ma “invisibili”, perché quei cattivoni dei manager delle case editrici maggiori e i professori d’italianistica li tengono a bagnomaria o li snobbano e preferiscono i soliti poeti della ex- linea lombarda, i minimalisti, gli orfici nicciani, i post-avanguardisti, etc. Tengo a dire provocatoriamente che, pur avendo tali fenomeni – cattiva distribuzione, distribuzione selettiva ma non basata sulla qualità effettiva o indiscussa dei poeti “visibili” – un peso rilevante (anche perché la poesia buona non s’impone automaticamente da sé o col Tempo, immaginato da molti in veste di “mano invisibile” che alla fine ristabilirà le giuste gerarchie), la crisi della poesia contemporanea non verrebbe superata se – miracolosamente – s’investissero miliardi per istituire una “scuola pubblica di Poesia” o i manager della Mondadori o dell’Einaudi pubblicassero tutti i poeti oggi “invisibili”. Mi spiace per chi è stufo/a di sentir parlare di crisi della poesia, ma essa c’è. E tocca non solo questi aspetti sociologici (pubblico, produttori), ma corrode – oggi più che in altre epoche – le sue stessa fondamenta, tra le quali ci sono proprio «i legami che la poesia intrattiene con tutto il *sistema dei saperi umanistico-scientifici e con il sistema linguistico». Che la poesia sia in crisi da tempo rispetto ad altre forme di conoscenza ( le scientifiche, ad es.) più “aggressive” e socio-politicamente “utili” lo sappiamo. E lo si vede oggi emblematicamente quando si consideri lo scontro “a morte” fra poesia boccheggiante e di nicchia e mass media trionfanti e pervasivi. Se il sapere sul mondo e su noi offerto dalla poesia (tradizionale o d’oggi) – complesso, profondo, consolidatosi nei secoli – non riesce a imporsi o a scalzare o a penetrare nel sapere (e ora dal Web) – semplice, superficiale, immediato che il capitalismo ( o i capitalismi) sanno imporre subordinando ai loro scopi saperi scientifici ed umanistici – la crisi continuerà. E dobbiamo anche pensare che un’agonia prolungata può portare alla morte della poesia. I singoli poeti possono anche trascurar l’analisi di questa crisi, ma la vivono lo stesso in vari modi. La questione resta e chi ha la vista più lunga farebbe bene a pensarci.

      2. Se ci pensi più a fondo, la mia critica «ad escludendum» a chi trova poetico soltanto ciò che « attinge a ben altre radici (sogno, inconscio, Altro)» vuole essere una contrapposizione ai liquidatori estremi della ragione. E qui devo per forza tirare in ballo il pensiero nicciano e quello psicanalitico (e, più sullo sfondo, ogni pensiero religioso), che più hanno posto l’accento sui limiti della Ragione (illuministica) e valorizzato la soggettività, l’intuizione come vie maestre per l’esplorazione di altre realtà squalificate come irrazionali, inconsce, misteriose, ignote. Non mi sento di dire che avesse visto tutto giusto Lukàcs quando scrisse «La distruzione della ragione». Mi attesto sulla distinzione dialettica tra conscio e inconscio, tra realtà e sogno, tra vita diurna e vita notturna, tra desideri normati e desideri “selvaggi”. E perciò mi sento di dire che sbagliano quelli che puntano tutto sulla coscienza (ignorando quali danni comporti l’ignoranza della dialettica dell’illuminismo chiarita da Horkheimer e Adorno nel loro famoso e omonimo libro). Ma sbagliano pure – e fai bene a rilevarlo nel commento al post di Lorenzo Pezzato – quelli che trovano liberatorio un bel ritorno allo «stato ferino». Entrambi occultano qualcosa (la coscienza nel primo caso, l’inconscio nel secondo) e (con onnipotenza infantile?) fanno in modo che «un aspetto parziale assum[a] il posto della totalità». Però, qui differenziandomi da te, oggi insisto di più contro quanti vedono *soltanto* le radici sognatrici, inconsce, “altre” della poesia perché rappresentano secondo me il conformismo oggi maggioritario, sono cioè i portatori (a volte sani) di quella “malattia” che Fortini definì «surrealismo di massa». Mi trovassi, invece, in cui i pensatori fossero tutti in maggioranza assatanati dalla ragione illuministica o negatori positivistici dell’inconscio, darei battaglia a loro. La mia posizione mi pare, dunque, più vicina alla tua. Anch’io tento di tener conto della totalità. Ma – forse qui ci differenziamo – vedo quanto oggi la totalità sia scissa, quanto preponderante sia la sopravvalutazione (capitalistica, se posso usare questo aggettivo che qualifica politicamente il mio atteggiamento) dell’inconscio, dello «stato ferino», del “naturale”, dello “spontaneo” rispetto al peso della coscienza, della ragione, giudicati vecchi arnesi da buttare. Dunque mi oppongo come posso proprio perché « quella «ricongiunzione [dialettica] tra l’esplicito e l’implicito, tra il mostrato e l’eclissato», di cui parlava Adorno e che permetterebbe di svolgere «la funzione ‘etica’ dell’arte» è traballante o – come tu dici – «è l’asintotico di un processo».

  7. Claudia Azzola

    Penso sia utile far conoscere quanto mi scrive in una mail Claudia Azzola sull’intervista fattami da Ezio Partesana [E.A.]

    Ciao Ennio,

    sto leggendo, tra un lavoro e una partenza, l’intervista sulla “poesia esodante”, che trovo vitale, nella scarsità del dibattito culturale sopratutto da parte di chi avrebbe i mezzi, i “media” ove fare approdare un’analisi della portata e della situazione del pensiero poetante, oggi. Non so se leggerò tutto, perchè a mia volta sono presa in reti di vario genere, in primis la redazione dei quaderni Traduzionetradizione, di cui uscirà il numero 9 alla fine di novembre.
    Ogni lavoro fatto in coscienza e consapevolezza si tira dietro aggiornamenti, studii varii, lacune da colmare, e poi lavoro fisico, il classico olio di gomito. Comunque, apprezzo la tua serietà e il tuo sincero desiderio di scavare in profondità nel terreno che ci accomuna, che dissodiamo giornalmente, nonostante punti di vista diversi sotto certi aspetti, del resto esplicitati.
    Un punto in comune, comunque, è innegabile: la definizione di un fare poetico qualificato, che inglobi la storia, la complessità, e se ideologia vi cresce dentro, è intrinseca al farsi del testo, non spinta dentro a forza. In tal senso, può assumere molte forme.
    Giro abbastanza l’Europa, per quaderni di traduzione, e incontro diverse modalità poetiche. Non è facile capire bene dove va la poesia in realtà culturali quali, ad es. il Regno Unito, la Francia, la Svizzera, che sono i luoghi dove a volte sto e resto. Sembra che ci siano molte sfaccettature, molti mondi poetici operanti (parlo di quelli autentici, veri). E’ un flusso che ha diversi approdi, alcuni franti, altri più discorsivi, tanto per usare due termini che qualcosa indichino.
    E’ che in Italia si è affermato un mondo poetico da salotto, che privilegia l’incontro, l’esibizione della vanità, e spesso si sente che dietro non v’è una vera ricerca, una riflessione poetica che, però, liberi l’inconscio. Insomma, il discorso è ampio. Io mi occupo di traduzione come lavoro mio, e come lavoro di altri, dato che molte lingue europee vi compaiono, cercando, appunto, di proporre uno scenario abbastanza ampio di ciò che avviene.
    Ho partecipato ad alcuni poetry slams in GB, leggendo miei testi in inglese, per stare con gli altri e capire il più possibile della loro realtà.
    Ci sarebbe anche il discorso della metrica, ma richiederebbe tempo. Volevo, intanto, testimoniarti almeno una partecipazione appassionata alla tua ricerca, sia aderendovi, sia magari discostandomi. E lasciare in solitudine un poeta vero è proibilto. Anche questo fa parte del poetare.
    Ti rinnovo i saluti,

    Claudia

    • Giorgio Linguaglossa

      C’è nella poesia che si “fa” oggi un «quotidianismo di massa» (gli epigoni dell’esistenzialismo milanese), un «virtuosismo giornalistico» (Franco Marcoaldi), una «teatralizzazione di massa», un «surrealismo di massa», un «catastrofismo di massa», un «manierismo di massa», una «oligarchia esoterica» (De Signoribus), insomma c’è tutto di tutto. In queste condizioni si ha una grande confusione: nessuno sa che cosa bisogna scrivere e su che cosa, tutti scrivono di tutto, c’è una libertà sfrenata, una Disneyland, una pista di autoscontro; c’è poesia per tutti i gusti e tutti i palati; ci sono i restauratori dei bei tempi antichi, i neomanieristi, i neomaterici, gli sperimentatori, gli psicopompi dell’anima… gli editori piccoli, medi e grandi sfornano di tutto secondo la logica delle cointeressenze e delle alleanze, insomma delle conoscenze personali, degli opportunismi e delle logiche di snobismo e di circoli tipo Lyons…
      In queste condizioni, Vi chiedo e mi chiedo che senso ha fare una critica seria; non c’è alcuna ragione di fare una critica di testi di poesia, quello che conta è solo l’appartenenza ai circoli che contano in termini editoriali e accademici, una sorta di ridicolo circolo di psicopompi. Come la poesia è un mondo di plastica così anche la cd. critica è un mondo di plastica.

      La cosa chiamata poesia fa parte di quel gigantesco prefabbricato di conglomerati i cui singoli elementi sono costruiti di altrettanti pezzi prefabbricati (materiali leggeri e resistenti alle scosse telluriche); la sostanza, il sostrato ontologico del Dopo il Moderno è qualcosa di dis-locato, di Altro, di «sempre nuovo» i cui conglomerati appartengono alla categoria, appunto, dei conglomerati, fatti di giustapposizioni ed emulsioni, di lavorati e di semilavorati, quali metamateriali che si offrono alla auto-costruzione e alla auto-combustione, in una parola, alla auto-produzione, come frasari che riecheggiano e ripercorrono le frasi un tempo già pronunciate: frasari conglomerati, liquidiformi, vetrificati, vetroresinati, perplexizzati. La cosa chiamata poesia diventa «autoproduzione», «promozione pubblicitaria», «scrittura pubblicitaria», Disneyland della scrittura creativa. L’ingresso in questi grattacieli del prefabbricato e dei conglomerati è permesso a tutti: è scritto nella costituzione delle società democratiche, è una società democratica che qui ha luogo: sono le novelle piramidi del nostro tempo, fatte di effimero e di transeunte, di trasparenza e di leggerezza che transita nel nihil, ponti di corda stesi sopra gli abissi del nichilismo della nostra civiltà dove impera il manufatto merce nel viluppo delle sue cornici.

      L’ingresso, dicevo, in questi grattacieli prefabbricati di frasari nobili e non-nobili qual è la poesia è, certamente, un tortuoso e lunghissimo cunicolo. Dentro di esso, ci si muove come dentro un imbuto, tra sogno e veglia, nel tempo della post-utopia in preda ad una ossessione, ad un delirium, ci si muove a tentoni, non si vede dove conduce il cunicolo ma si tenta egualmente la via di uscita nella speranza che uscita veramente ci sia; l’attraversamento di questo interminabile e ridicolo cunicolo oscuro è per la poesia contemporanea un incubo…

  8. “E’ che in Italia si è affermato un mondo poetico da salotto, che privilegia l’incontro, l’esibizione della vanità, e spesso si sente che dietro non v’è una vera ricerca, una riflessione poetica che, però, liberi l’inconscio.”
    Mi domando se non possa servire anche una critica sociale dell’arte, ad esempio: non è che il mondo poetico da salotto derivi in qualche modo anche dagli anni ’80, dall’arrivismo craxiano (erano gli anni di Raboni)… un male mai estirpato?

  9. emilia banfi

    Caro Mayoor,
    troppe domande si fanno sull’arte e non la si cerca. L’arte non ha mai smesso di vivere. L’artista ha bisogno di tempo , di spazi, di concentrazione devi scovarla lontano da qualsiasi salotto . Ma oggi è quasi impossible trovare una collocazione che rispetti l’arte e la sua grande dignità. Adeguarsi a questa società significherebbe uccidere l’arte? Forse, ma credo che l’arte possa superare ogni barriera e l’artista purtroppo avrà le solite sofferenze causate da una società indifferente e qualunquista. Siamo ormai all’INTEGRALISMO DELL’IDIOZIA difficile uscirne , ma solo difficile non impossibile…

  10. emilia banfi

    Oh, dimenticavo… però avremo il marchio del Colosseo sulle scarpe.

  11. Rita Simonitto

    Se possiamo dire che la cultura è quel luogo dei saperi in cui (e attraverso cui) una società racconta se stessa vediamo come oggi si siano impastati e confusi tra loro anche quei dislivelli che Gramsci, schematizzando, definiva come “Cultura Egemonica” (che ha il potere di definire i suoi confini) e “Cultura Subalterna” che, non avendo tale potere, non ha possibilità di definirsi.
    La pigrizia intellettuale alla quale siamo stati condotti (e, a volte, anche ben contenti di esserlo, vedi l’uso indiscriminato dei servizi in rete) attraverso l’assunzione di omogeneizzati già preconfezionati ad arte (luoghi comuni) ci ha fatto diventare ‘diversamente l-abili’ quanto a capacità di pensiero; e l’aver guardato sempre al potere intellettuale come ‘status’ da raggiungere a qualsiasi costo ha fatto il resto chiudendo il cerchio di una irresponsabilità soggettiva senza precedenti.

    Il problema non è solo italiano ma ha a che vedere con un mutato orientamento politico strategico che schematizzo al massimo: un viraggio/accettazione verso forme di pensiero relativistico (che al suo estremo sconfina con le teorie della New Age) poteva avere più successo per garantire l’esercizio del potere e quindi essere favorito e sostenuto. Non c’è più bisogno del conflitto edipico (i figli che uccidono i padri) né, a ritroso, il conflitto di Laio, la vita mia o quella di mio figlio. Se i figli rimangono sempre ‘piccoli’ e ‘timorosi’, voilà, il gioco è fatto. Ripeto: sto semplificando a gogò, solo per rendere l’idea.
    Riporto questo fatto:
    Nella primavera del 1996, Alan Sokal (professore di fisica alla New York University) invia alla rivista americana Social Text un articolo dal titolo intrigante:
    “Trasgredire le frontiere: verso un’ermeneutica trasformativa della gravità quantica”.
    L’articolo è accettato dalla prestigiosa rivista che la pubblica in una sezione appositamente dedicata alle voci critiche verso il postmodernismo da parte di esponenti del mondo scientifico nel chiaro intento di contrapporre una voce “partigiana”. L’articolo si rifà a citazioni di autori celebri, sia scienziati che letterati, muovendo una critica unilaterale all’idea di una realtà oggettiva. In particolare, nell’introduzione all’articolo, Sokal annuncia che:
    *è diventato sempre più chiaro che la “realtà fisica”, così come la “realtà sociale”, è fondamentalmente una costruzione linguistica e sociale; che la “conoscenza” scientifica, lungi dall’essere oggettiva riflette e codifica le ideologie dominanti e le relazioni di potere della cultura che la ha prodotta; che le affermazioni della scienza sono, in modo inerente, dipendenti dalla teoria e autoreferenziali; e di conseguenza, che il discorso della comunità scientifica, malgrado il suo innegabile valore, non può pretendere ad uno statuto epistemologico privilegiato rispetto ai resoconti anti-egemonici provenienti da comunità dissidenti o marginali*.
    L’articolo è frammentario e stilisticamente complesso, farcito di note a margine e bibliografiche.
    Poco dopo la pubblicazione dell’articolo, Sokal scrive a una seconda rivista rivelando che si tratta di una parodia, un lungo testo farcito di assurdità, contraddizioni, parallelismi dovuti a fortuite e assurde affinità linguistiche che in generale non hanno semplicemente nessun significato e descrive l’articolo come «un pasticcio di ideologie di sinistra, riferimenti ossequiosi, citazioni grandiose e prive di senso, strutturato attorno alle più sciocche frasi di accademici postmodernisti che avevo potuto trovare riguardo alla fisica ed alla matematica».
    Questo esperimento sociologico era inizialmente volto a testare il rigore intellettuale della rivista, in modo da vedere se un tale giornale avrebbe “pubblicato un articolo pieno di frasi senza senso se suonavano bene ed erano in accordo con i presupposti ideologici degli editori”, ma intendeva anche denunciare l’uso arbitrario e confuso che una parte del mondo accademico fa del linguaggio (pseudo)scientifico, e la pretesa delle correnti più radicali di certa filosofia relativista e postmoderna, secondo cui l’oggettività è una semplice convenzione sociale.
    A qualche anno di distanza Sokal, in collaborazione con Bricmont, dettaglia in un libro (“fashionable nonsense”, anche intitolato “intellectual impostures”) e spiega alcuni casi flagranti di una pretesa erudizione scientifica, dietro la quale, in generale, si trova il nulla più assoluto.

    Ho riportato questa esperienza per far pensare un po’, di riflesso, anche al campo della poesia che non è ‘Divina’ al punto tale da essere esente da queste problematiche.
    E per sottolineare l’importanza del Blog ‘Moltinpoesia’ come agone di confronto.

    R.S.

    • Non credo si possa chiedere alla poesia, al suo farsi, di svolgere il compito di trascrivere in bella forma risposte ponderate e sapientemente confezionate. Per me il problema sta solo qui, e questo vale sia per verità scientifiche che per interpretazioni politiche o filosofiche. Se si riconosce alla poesia il diritto di essere un evento bisogna aspettare onestamente che venga il momento in cui accada ciò che si vorrebbe. Un atteggiamento deterministico, dovuto a volontà, comporta una maturità stilistica, e sopratutto una fiducia interiore tali da poter reggere l’urto della scrittura, che non è da tutti. Questo per evitare la scontatezza dell’esito, anche nel caso in cui l’enunciato abbia grande valore. Rimando a Leonardo (la pittura affronta sempre la verità per vie significanti), che pur mantenendosi coerentemente sul margine della conoscenza scientifica non trascurava l’imponderabile e il mistero, che Leonardo nominava immancabilmente nel contesto dell’opera, negli sfocati e nelle architetture paesaggistiche, come luoghi sempre aperti e indefiniti. Il fatto che ciò che viene sostenuto dalla new age sembri una deriva scientifica, filosofica o religiosa (e lo è, anche commercialmente), non basta a risolvere il rapporto che esiste tra noto ed ignoto. Trovo anche giusto e naturale che ciascun poeta riversi nella scrittura le proprie verità soggettive, anche per fare questo serve fiducia e abilità, e coraggio, a volte anche più di quanto ne serva per dire di verità condivisibili.

  12. LEONARDO: SOGGETTIVITA’ VS OGGETTIVITA’?

    @ Simonitto e Mayoor

    Rita (Simonitto) ricorda la beffa con la quale Sokal ha svelato come le «forme di pensiero relativistico» ( o postmoderno) soppiantino il primato che le scienze miranti all’oggettività s’erano conquistate e facciano comodo ad un esercizio del potere quantomeno più disinvolto; e suggerisce (sempre nei suoi modi sornioni…) che anche in poesia – dove starebbe sennò la crisi? – si sia passati dalle “divine” certezze o dall’attenzione (quantomeno) ai dati forniti dalle scienze all’adesione a tesi “deboliste”, che cancellano le une e gli altri.
    Lucio (Mayoor) proprio di tali atteggiamenti relativistici (e debolisti) mi pare si faccia difensore (non accanito, ma anche lui in modi sornioni e indiretti…), sottolineando quanto sia complesso « il rapporto che esiste tra noto ed ignoto», agitando il brutto fantasma (positivistico-ottocentesco) di un «atteggiamento deterministico» in agguato, se qualcuno (per caso Abate coi suoi discorsi sulla “poesia esodante” o Linguaglossa con quelli sulla “post-poesia”?) si permettesse di chiedere alla poesia (o ai poeti in carne ed ossa?) di «svolgere il compito di trascrivere in bella forma risposte ponderate e sapientemente confezionate».
    (Quest’ultima perifrasi andrebbe per me tradotta così: se qualcuno si permettesse di invitare i poeti a smetterla di presentarsi come esploratori in esclusiva dell’ignoto e a riconoscere che essi – come gli scienziati – non possono esplorare l’ignoto senza partire dal noto e non cancellandolo o prescindendone come se si trattasse di sapere “inferiore”. Tanto più che chissà quanto ignoto si nasconde nell’apparentemente noto. Un esempio banale: nei discorsi “noti” sulla crisi mondiale, europea, italiana quante cose restano *ignote* per noi poveri mortali, poeti compresi?).
    Lucio, a sostegno della sua tesi, rimanda all’autorità di Leonardo, che « pur mantenendosi coerentemente sul margine della conoscenza scientifica non trascurava l’imponderabile e il mistero». Ottimo esempio, se non venisse forzato a sostegno di una maggiore importanza delle «proprie [?] verità soggettive».
    In altri termini io direi che Leonardo, *proprio attenendosi coerentemente a quella parte dei saperi che ai suoi tempi passavano per “scientifici” e venivano considerati “secondari” quanto non da condannare*, poteva interrogare meglio «l’imponderabile e il mistero». E cioè: senza contrapporre « le proprie verità soggettive» (della pittura? della poesia?) alle «verità condivisibili» (in genere quelle delle scienze); senza feticizzare «l’imponderabile e il mistero»; senza approfittare dell’indubbia angoscia che esso (l’imponderabile, il mistero) in genere ci procura per sminuire soprattutto il valore della conoscenza scientifica o – diciamolo apertamente – subordinarla ai gestori dei saperi tradizionali politici e religiosi. (Che oggi non sono soltanto quelli delle Chiese o delle religioni più diffuse, ma anche dei guru dell’economia e delle finanze: Cfr. Agamben sulla “nuova religione” del Denaro: https://moltinpoesia.wordpress.com/2013/05/17/discussione-giorgio-agamben-benjamin-e-il-capitalismo/).

  13. emilia banfi

    La poesia è talmente dentro la psicologia che non si può non pensare che anche la poesia sia scienza.

  14. Esploratori dell’ignoto sì, ma non certo in esclusiva. Dico solo che alla poesia un posto autonomo e indipendente, tra le svariate scienze, andrebbe riconosciuto. Ai margini del non detto, se vogliamo, o perché no anche dell’indicibile. Le verità poetiche sono quasi sempre indicative, non comprovanti, sono espressione del sintomo, non sono la cura. Spesso sono verità in forma di domanda, e si sa che le buone domande sono quelle che hanno già in se’ le risposte. O almeno questo è ciò che ci si aspetta dai non Pound o Pasolini.
    Ennio teme che il poeta si presenti in veste sacerdotale, che si metta sul pulpito per dire cosa sia superiore e cosa l’inferiore ma, a parte il fatto che il tempio della poesia non esiste, e se esistesse sarebbe tutt’al più un supermarket ( oggi nemmeno quello perché ci han sfrattati anche da lì), e se un tempio è esistito non l’han certo costruito i poeti, se mai la critica; a parte questo, dicevo, l’esempio della crisi mondiale e del poeta che l’interpreti (perché è a questo che l’osservazione di Ennio per logica dovrebbe portare), a me sembra superi per ottimismo anche la mia fiducia nella poesia come forma particolare di conoscenza. Tant’è che spesso nei discorsi del blog si finisce col parlare della crisi come fosse crisi della poesia, cioè si scambia il sintomo con il male, che è come curare il cancro con un analgesico ( cito Beppe Grillo). Risultato: al cancro s’aggiunge frustrazione e senso di colpa, e proprio in coloro, i poeti, che della libertà di pensiero ne vorrebbero fare perfino un’arte ( altro che subordinati al sapere politico e religioso, o dei guru dell’economia che i poeti li han scaricati da un pezzo, preferendone altri che san scrivere cose come: il primo sorso affascina, il secondo strega). Ma già, in questa merda i poeti le mani non ce le vogliono mettere, nemmeno per trarne un’arte di riciclo, come fecero in pittura Rauschenberg o in genere gli artisti della pop art. Già fatto, o tentato, negli anni ’70. E oggi ci risiamo col web.
    Personalmente vivo il rapporto con la critica come fossi in una palestra di arti marziali. Però fuori ci vado da solo, mi spiace, mi sono appena preso un gatto pensando così di rimediare alla solitudine: gravissimo errore, la solitudine è il tempio! Il gatto serve a diventare gatti. Amici.

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