Loredana Magazzeni
Un’intervista a Giuliano Mesa (nov. 2000)

mesaGiuliano Mesa (Salvaterra, 1957-Pozzuoli, 2011)

da http://puntocritico.eu/?p=5678#more-5678

con NOTE IN APPENDICE  di Ennio Abate

*

Che radici ha la tua poesia?

Radici? Non saprei. Quando si comincia a scrivere molto giovani, quasi ancora bambini, di radici forse non se ne hanno… Poi, se uno è “sradicato” per temperamento! Forse potrei dire che la poesia, le poesie, sono diventate le mie radici, che nella poesia mi sono radicato: lì, e in pochissimi altri “luoghi”, forse soprattutto lì… Con qualche paradosso. Dopo aver scritto il primo verso (era una banalissima poesia d’amore, fatta di quel solo verso) capii che scrivere sarebbe stata la mia vita: non avevo scampo, ed essendo “sradicato” per temperamento, ho forse smesso soltanto adesso di “andarmene” anche da questo “luogo” (forse…). Non pensare, però, che io consideri la poesia più importante della vita, anzi! Si impara presto – e lo si reimpara sempre, poi – che il “benessere” della propria poesia non coincide quasi mai con quello della propria vita (e se coincide bisogna stare attenti: siccome non viviamo in un paradiso, si fa presto a diventare giullari dell’orrore – giullari, poi, di infima categoria, e sottopagati se non addirittura paganti… “c’est pas la peine”). Le radici più profonde, comunque, stanno nella vita stessa, nell’esperienza (qualcuno ha detto che l’unica identità di un uomo è la sua storia)… poi c’è la letteratura, ci sono i libri… l’Erfahrung e l’Erlebnis… ma, per dire, forse Benjamin ci ha insegnato più cose per come è vissuto, per come è morto, che non nei tanti libri che ha scritto… forza e fragilità, conflitti irrisolti, un’implacata avversione per il potere, compreso quello delle “sistemazioni teoriche”, e dunque i mutamenti, la loro storia… poi, qualcuno ci fa il santino, con tanto di decalogo… Alcuni – tanti, purtroppo – pensano che lo scopo della loro esistenza sia “sistemare” il mondo – quello letterario, o altri – dentro delle caselline, tutte ben ordinate, ognuna con la sua etichetta. Il peggio è che poi pretendano che scopo delle vite altrui sia quello di “apprendere” quel loro sistema… Così, mettendo tutto in ordine, non c’è più storia, esperienza, mutamento. Ciò che accade, accade per fornire materiale da incasellare (ché altrimenti, poi, ci si annoierebbe). Accade che questo sia un modo, spesso fintamente antagonista, di approvare, da una posizione di “tranquillità”, il mondo così com’è… Ecco, allora: le vite, certe vite, insegnerebbero molto, molto più dei libri… Se no, potrei risponderti: “le radici della mia poesia sono…” e giù un bell’elencone di autori e opere… Così, qualcuno dei signori a cui accennavo, saprebbe sùbito in quale casella collocarmi: neo-sperimentale, post-beckettiano, semi-allegorico, scemo-simbolico… per fortuna, di solito, non mi collocano proprio…

Tempo fa mi dicesti che ti senti “condannato a scavare dentro le parole”: questo esercizio di “scarnificazione” del linguaggio può essere paragonato alla ricerca praticata da altre arti (penso alla musica, alla pittura) su ritmi, fratture, segni?

Forse “condannato” è eccessivo. E’ meglio parlare di una “incapacità” nell’usare le parole, qualsiasi parola, anche le più “semplici” o forse soprattutto quelle, come se fossero dotate di una stabilità semantica… Ci sono poeti che usano le parole privilegiandone le connotazioni più diffuse, comunemente accolte, e che lavorano, poi, soprattutto sulla frase, o sul “narrato”… Non voglio, qui, entrare nel merito del rapporto parole-cose. Se scrivo “albero” o “pietra”, intendo riferirmi alle “cose” albero e pietra, così se scrivo “occhio” o “muscolo”. Ma ogni volta il problema del rapporto nome-cosa si ripresenta, non è mai “superato” in virtù di una relazione acquisita… non dimentico mai che per “quella” cosa io dico “pietra”, non “stein” né “kamen’”: la relazione nome-cosa non è naturale, è culturale, checché ne dicano certi poeti che si vogliono naturalisti e/o realisti… Soprattutto, però, sono incapace di lasciar quieti i “connettivi” anche più banali, o le espressioni idiomatiche, e le forme verbali, e la sintassi… tutto, insieme, deve concorrere a ottenere quel certo “suono”, la connotazione che sto cercando… E’ molto materico, tutto questo…
Nel tuo contributo per àkusma, “Frasi dal finimondo”, parli di fine della verità: “Due esperienze fondamentali dell’esistere sembrano scomparse: la verità, la sua percezione…”. Il linguaggio deve servire a ritrovare senso, altrimenti “ci viene così inesorabilmente sottratto”. E’ molto bella anche la citazione da Bachmann “giacché il poeta ha davanti agli occhi tutta l’infelicità dell’uomo e del mondo, è come se sanzionasse questa infelicità”. Tutto questo tu lo testimoni con la tua poesia, forse con la tua stessa vita.

Ho letto “Improvviso e dopo”, finalmente arrivato da Verona. Tutti i fili tornano ad una coerenza. Ritrovo le scansioni ritmiche di “ludus” e gli accumuli di materiali e rovine di “macchina”. Sul niente tu lanci la sfida di un progetto. Un progetto oltre la fine del mondo, in ricerca di una “felicità possibile”. A questo progetto è legato àkusma?

Intanto, su ciò che è più “delicato”, nella tua domanda, e che delicatamente, ma con fermezza, nego: nego di testimoniare alcunché, né con la poesia né tanto meno con la vita; nego anche che ákusma sia un progetto di “felicità possibile”; posso invece, forse, affermare che le poesie e i progetti alla poesia legati siano sintomi di profondo malessere: sintomi attivi, per così dire, e dunque, almeno, reagenti. Presi in una morsa soffocante, almeno, ancora, ci dibattiamo, e dibattendoci, forse, muoviamo l’aria, la rendiamo meno irrespirabile. Non è molto, ma è vero che abbiamo passato anni peggiori (parlo al plurale riferendomi a chi non ha gradito, e non è stato gradito, dall’egemonia politica e culturale dell’ultimo ventennio), anni di immobilità subita o di frenesìa imitativa, di mimesi dell’ipercinetismo yuppie (termine già più che desueto, tra l’altro). Posso ipotizzare, tuttavia, che l’attuale dibattersi sia molto simile a quello che si esperisce, nel sonno, per sfuggire alla morsa di un incubo, quello scuotersi estremo, proprio in extrema ratio, proprio forsennato, “fuori di senno”. Poi, hommes cultivés, sappiamo urlare sottovoce… Ancora una precisazione, importante: non affermo che il linguaggio deve servire a ritrovare senso. Se uno o più sensi sono andati perduti, lo sono irrimediabilmente. Io non ho memoria di nessun senso perduto e da ritrovare. Se nel passato c’era un senso è quello stesso che ha dato origine al presente, e dunque non posso certo averne nostalgia. Il problema che mi pongo non riguarda un senso, né da trovare né da ri-trovare: riguarda proprio, invece, il senso delle parole, e ancora non tanto perché ambisca a codificazioni rigide: è piuttosto all’àmbito dell’intenzione che mi riferisco, come a dire: pur nell’incertezza assoluta sul senso delle parole, dovremmo almeno, ancora, cercare di pronunciarle come se un senso, ad esse, volessimo attribuirlo, cioè trasferirlo, nell’interlocuzione, affinché un dialogo possibile non si spenga sùbito nella vacuità di parole soltanto fàtiche… E’ come se, nell’interlocuzione, delle parole fosse rimasto soltanto l’involucro, il valore di scambio… Infine, sulla citazione da Ingeborg Bachmann: dobbiamo sempre chiederci se la nostra “reazione estetica”, artistica, all’infelicità, non ne sia o ne diventi una “sanzione”… se leggiamo una poesia su, o contro, la guerra, e poi esclamiamo “che bella!”, qualcosa, nel nostro cervello e non soltanto lì, deve farci sentire uno stridore (agghiacciante, vorrei dire), ché altrimenti la “promessa di felicità” che nell’arte dovremmo trovare diverrebbe, immediatamente, immediato, innocuo, autoassolutorio “godimento estetico” (è quanto accade, notoriamente, con il cinema “di denuncia” hollywoodiano)…

In “Il verso libero e il verso necessario – Sulle forme chiuse nella poesia italiana contemporanea”, tu affermi che “né la metrica più libera né quella più costrittiva garantiscono, in sé, la certezza di poter evitare tratti di non necessarietà…” così “L’inquietudine metrica è un sintomo per cui si manifesta nel poeta l’angoscia della realtà, scriveva Giuliani” e ancora, con Adorno “il nuovo è fratello della morte” e ” La negazione e il cambiamento – il nuovo – , si oppongono alla morte in vita che l’esistente offre offrendosi come orizzonte e confine, come illusoria liberazione dalla morte“. Sono parole tue. E infine “Qualsiasi forma non libera deve…fare i conti con la sua libertà possibile …perchè libertà e necessità tornino ad essere centrali nel pensiero poetico”. La poesia italiana contemporanea ha bisogno dunque di tornare a interrogarsi sul proprio rapporto col reale? E ha speranze di cambiamento, confrontandosi magari con scritture poetiche altre, magari marginali?

Intanto, direi che la poesia ha sempre bisogno di interrogarsi sul proprio rapporto col reale. La poesia dovrebbe sempre interrogarci sul nostro rapporto col reale, e può farlo soltanto interrogando sempre anche se stessa, il suo linguaggio, le sue forme. Dunque, non può che essere sempre nuova, poiché il reale muta costantentemente. Che poi non muti “verso il meglio”, ebbene, ciò non attiene al concetto di nuovo inteso come proprio di un certo tempo storico in un certo luogo, bensì, e mettendolo in crisi, al nuovo inteso come “tappa di un progresso”. Invece, e per molti anni e ancora oggi, è stata accolta come “ovvia” l’equazione “fine del progresso” – “fine del nuovo”. Quel progresso, il procedere teleologico della storia umana verso la sua perfettibilità, se non perfezione, non è mai esistito: è stato, è ancora nella sua versione dominante – neoliberista, per intenderci -, ideologia. Ma il nuovo inteso come mutamento dei linguaggi, delle forme dell’arte in rapporto col mutare delle condizioni non è finito, non può finire. Sarebbe inutile dirlo, dirne, non fosse che, invece, si va dicendo, con insistita ottusità, che, ad esempio, la poesia italiana è finita trenta e più anni fa, che poi non c’è stato altro che epigonismo postmoderno. Anche ammesso che sia così – e non è così – quell’epigonismo rappresenta comunque, nelle sue forme, il nuovo di fine secolo… Cerco di riannodare i fili: finché ci si interroga sull’ipotetica fine della storia, sull’ipotetica morte della poesia intendendo il nuovo come mera ed “eclatante” innovazione tecnico-formale, su intenzioni più o meno avanguardistiche, non del “rapporto col reale” ci si sta occupando bensì di ciò che esso potrebbe essere se… esercitazioni masturbatorie – irrelate – della teoresi sistematica, sistematizzante, che ha spesso perso la testa perché la realtà gliel’ha, impietosamente, tagliata… “?Adesso occorrerebbe mettere in corsivo la parola reale, che io di solito non uso perché presuppone un irreale. Mi limito a dire che se la poesia è un modo del pensare, del conoscere, dunque del “mettere in relazione”, è anche, nella concretezza delle poesie, realtà, oggetto che, nel suo esistere, o sussistere, è immediatamente e inevitabilmente in rapporto con altri oggetti: a partire da questa condizione, da questo prerequisito, se ne può forse considerare la capacità di interrogare… Infine, pongo io a te una domanda: che cosa intendi per “scritture poetiche altre, magari marginali”?

Intendo scritture di una cultura definita, con grave pregiudizio eurocentrico, “marginali”, cioè satellitanti ai margini del nostro avvelenato e avvelenante mondo occidentale: scritture di confine, nomadi, decentrate, da riscoprire, con cui confrontarsi…”albe”, in cui la luce “porta con sé una lunga catena di sogni, alcuni plasmati in creature viventi, altri ancora privi di realtà”, ma comunque in cammino, perchè “l’uomo avanza a tentoni, sognando attivamente, sognando se stesso”, come dice la filosofa spagnola Marìa Zambrano…

Sì, il confronto con queste scritture, con queste culture, è fondamentale: per non assolutizzare la nostra condizione, particolare e particolarmente privilegiata, e per non ritenerla un “gradino superiore dell’evoluzione umana”, com’è accaduto e come accade, purtroppo, sempre più spesso, nell’Europa devastata dai seguaci di Haider, Le Pen, Berlusconi-Bossi-Fini, e dalle pessima “sinistre di governo” che ad essi si “oppongono” imitandoli… Tuttavia, ritengo che proprio la consapevolezza della “relatività” e “peculiarità” della nostra cultura e letteratura debba indurci a scavare dentro di essa: ciò che possiamo offrire alle altre culture è la nostra specificità, non “esotismi”, per lo più irriverenti, offensivi, ancora “colonialisti” nella pretesa di poter conoscere attraverso qualche libro e qualche viaggio ciò che richiederebbe una vita intera di “attenzione”, di “ascolto”, di studio…

e dunque, Giuliano, alla “rimozione della morte” cui ci costringe questo tempo in cui viviamo, alla “finzione di eternità” di questa realtà spettacolarizzata, contrapporre anche in poesia la nostra fragilità come dimora, il senso di una misura, “un’etica dell’obbligo e della responsabilità”, come per Simone Weil, ma riconciliati con la nostra “debolezza”…credi alla forza che cova dentro la debolezza, come in un fuoco?

Per credere, non so credere in nulla, anzi, penso che ogni “credenza” allontani dall’unica felicità possibile, quella terrena, e dunque sommamente imperfetta, e che pure abbiamo l’”obbligo” e la “responsabilità” di cercare, e, sì, con tutta la “debolezza” che abbiamo, rivendicandola – la debolezza, almeno, di non saper vivere secondo la regola – vigente più che mai – che vuole la forza mostrata e dimostrata attraverso l’annientamento di altri. Chi non vuole vincere non perde mai: può essere ferito, può essere ucciso, ma non perde… Ricordo, adesso, un pensiero molto lontano nel tempo, risalente alla fine degli anni ’70, probabilmente non mio ma che mio è diventato (e poi pensieri propri, propriamente, non ne esistono) e che riguardava il diritto di essere deboli senza per questo suscitare forza aggressiva… Ma non stiamo più parlando di poesia, o forse ne stiamo davvero parlando…
[ intervista precedentemente uscita ne “Il Vascello di Carta, diario di bordo sulle scritture nascoste”,
n. 4 novembre 2000 (Bologna)]

*

Appendice: Note di Ennio Abate

1.

Nella suddivisione per settori incomunicanti della poesia italiana contemporanea Giuliano Mesa è poeta noto, studiato e apprezzato soprattutto dalla cerchia che ruota attorno a «Nazione  Indiana». Devo dire che, proprio per questo, mi è rimasto distante.

Se pubblico volentieri questa intervista che gli fece Loredana Magazzeni,  è perché la trovo interessante. E vorrei con queste note  fare un primo tentativo per riconsiderare la sua figura e la sua poesia, estraendole da quella “foto di gruppo”, dove si trovava, secondo me, in brutta compagnia. Brutta, per ragioni politiche, che per me, specie di questi tempi, contano parecchio[1*].

2.

Mi pare innanzitutto intereressante che  in questa intervista che Mesa, pur dichiarando di aver trovato proprio nella poesia in qualche modo le sue radici, non  resti ad esse attaccato né idealizzi questo suo legame («Non pensare, però, che io consideri la poesia più importante della vita, anzi!»). E metta in guardia gli altri poeti dal rischio di «diventare giullari dell’orrore – giullari, poi, di infima categoria, e sottopagati se non addirittura paganti…».  Fuori del comune trovo poi il suo anteporre l’esperienza ai libri: « poi c’è la letteratura, ci sono i libri…». Fino alla paradossale apologia di un Walter Benjamin che «ci ha insegnato più cose per come è vissuto, per come è morto, che non nei tanti libri che ha scritto…». E’ un bel colpo  assestato agli intellettuali modaioli che dagli anni Novanta – Marx in via di liquidazione dalla cultura italiana –  hanno introdotto in Italia proprio l’idolatria del «santino» W.B., depurandolo dalle “scorie di marxismo” che Solmi e Cases e Fortini insistevano ad apprezzare . E condivido pure: la sua insistenza sui tre concetti di « storia, esperienza, mutamento»; la repulsione a farsi in qualche modo incasellare in etichette tribal-culturali; la consapevolezza (novecentesca) che «la relazione nome-cosa non è naturale, è culturale» (ma esiterei a confondere, come egli mi pare faccia, naturalisti e realisti: non sono la stessa cosa…).

3.

Non conosco i libri di Mesa  («Improvviso e dopo»; «macchina») citati in una domanda da Magazzeni, ma in ritardo ebbi modo di leggere il libro che raccoglieva i materiali del progetto «Ákusma».[2*] Che potrebbe essere utile ripensare, visto che il problema del «fare gruppo», da noi affrontato anche su questo blog (qui) resta urgente e irrisolto.

4.

Visto che agli inizi del 2000, redattore con altri di una rivista, “Inoltre”, ora defunta, mi ponevo problemi simili, avevo letto attentamente « Ákusma. Forme della poesia contemporanea», e ne avevo dato (nel 2003) una valutazione che può essere utile rileggere ancora oggi:

« 2. Secondo esempio: Ákusma. Forme della poesia contemporanea, Metauro Edizioni, Fossombrone (PS), 2000
Ákusma (=“ciò che si ode”) si presenta come un progetto di confronto e dialogo fra poeti e critici che  vogliono «ricominciare dalle opere, dalle poesie». Il sentimento di una  frattura forte col passato (poetico, ma anche politico) è qui tenuto in primo piano. A differenza de I quaderni di Hebenon, la volontà di voltar pagina e di ricominciare proprio dalla poesia dopo la «sconfitta utopico-rivoluzionaristica» vissuta durante il tempo della politica (Tronti) degli anni Settanta non si rifugia ancora una volta nell’autonomia della poesia o nel premoderno pagano o sacrale. Ákusma  raccoglie la ricerca poetica di una generazione che dichiara di aver  fatto «i conti con le avanguardie novecentesche e con gli sperimentalismi» e che viene dopo  anche la fallita esperienza del Gruppo 93[1], i cui  reduci qui  hanno una significativa presenza. Dando per esaurita  la «tradizione del nuovo» (della neoavanguardia) e mantenendosi critici verso il postmodernismo,  quelli di Ákusma vogliono tornare in poesia ad un «piano di comunicazione riconoscibile», non pacificato né omologabile a quello della consueta comunicazione letteraria, e mettono in primo piano «il narrato e il parlato, la memoria e il progetto, la secchezza e la lutulenza del linguaggio».[2]
In questo «progetto» la “storia” non è abolita e sono ancora presenti esigenze, oggi davvero rare, di tenere assieme il piano letterario-culturale  e quello socio-politico. Ma l’influsso delle tendenze impolitiche  prevalse negli anni Ottanta-Novanta si fa sentire e i legami più saldi  col passato sono cercati soprattutto con la cosiddetta «poesia etica»[3]. Anche quando, infatti, una tensione storica (con più chiarezza in Marco Palladini[4])  sembra spingere a risalire fino al ’68  (per capire «da dove veniamo»), i problemi degli anni Settanta  appaiono  tabù e, con troppo senno di poi, quanto allora si tentò si riduce ad ad un semplice «transitare per il politico», quasi ad un pedaggio servito in fin dei conti a un «riappropriarci del momento poetico»[5], scopo oggi considerato prioritario da quelli di Ákusma?
L’acquisizione di politicità anche in poesia in quegli anni lontanissimi (ardua e piena di trappole, ma innovativa) appare ora irrecuperabile e schiacciata. Qui non viene  detto che sarebbe stato meglio proseguire a far poesia senza immischiarsi di politica già allora (come viene da pensare leggendo gli interventi di Hebenon)  e neppure ci si abbandona a vecchi piagnistei sulla militanza politica che senza alcun buon motivo “castigò” o “represse” poesia e letteratura e chissà  quante altre cose. Tuttavia le ragioni profonde e serie di quel rifiuto della poesia degli anni Settanta da Ákusma non vengono più colte anche nei loro aspetti positivi[6], né a quella militanza politica vengono riconosciuti anche  alcuni meriti. E «la sconfitta utopico-rivoluzionaristica» non viene neppure spiegata, ma offerta come un postulato indiscutibile del discorso  d’oggi. (E se non fosse stata tutta sconfitta? E se, senza quel movimento,  neppure i problemi sollevati da Ákusma si sarebbero posti?)
Alla storia – pesante, tremenda, plumbea, anche se andiamo oltre gli anni Settanta o guardiamo quella che si va facendo sotto i nostri occhi –  Ákusma sostituisce la «sua storia». Che si fonda, in pratica, sul processo che ha portato ad «una piccola scelta di poesie» e di testi critici da esse suscitati. Il criterio selettivo è nettamente generazionale: le poesie sono quelle dei «nati dal 1950 in poi». Esso trascina con sé altre scelte: non si vuol sentir parlare di storia letteraria, di poetiche,[7]  di precetti teorici, di obbiettivi comuni di gruppo, di un canone di riferimento  né di «incasellamento di un autore all’interno di una tendenza o contro di essa».
Certo, accusare Ákusma di fingere un’impossibile virginalità culturale sarebbe esagerato, ma l’intento di diffondere la sua posizione aggregando nuovi partecipanti «per affinità» (non sfuggendo, dunque alla regola, magari non detta, di qualsiasi gruppo anche se non “partitico”), i toni mesti da pensiero debole che vorrebbe evitare il «carattere agonistico, classificatorio, gerarchico che la critica canonica, e anticanonica per conflitto di poteri, pratica con veemenza», nonché qualche eccesso nell’esibire volontà di «dialogo e confronto», lasciano perplessi, anche se l’iniziativa sotto vari lati ha un suo rigore.
L’antologia è suddivisa in  diverse sezioni: una di testi poetici, un’altra di lettura critica di alcuni di essi (da parte però degli stessi autori coinvolti nell’iniziativa), un’altra di saggi brevi e note di poetica, e una penultima con «prove di ascolto» su alcuni libri di poesia. Nell’ultima, Da Odradrek ad Ákusma, la “storia” del gruppo attraverso i suoi documenti motiva l’esclusione dei  più «adulti» dal progetto in modi  difensivi[8]».
 (Da Ennio Abate, POESIA MOLTITUDINE ESODO, «Inoltre», n. 7, inverno 2003/2004, Jaka Book, Milano)
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 [1] Il Gruppo 93  tentò di proseguire e aggiornare con molti distinguo e ambivalenze l’esperienza di  trent’anni prima del Gruppo ’63 di Sanguineti e altri. Raccolse poeti e critici  di diverso orientamento (i milanesi della rivista «Alfabeta», i romani di «Quaderni della critica», i senesi di «Allegoria», i napoletani di «Altri termini» e poi di «Baldus» oltre ad alcuni ex protagonisti della stessa Neoavanguardia) per svolgere una funzione “militante” contro il postmodernismo più ludico e disincantato. Il suo riferimento teorico oscillò fra il Benjamin dell’ allegoria e una concezione materialistica della letteratura.
[2] Giorgio Patrizi, Una generazione che riapre il conflitto, pag. 132, in  Ákusma etc.
[3]  Viene citata la «poetica della comunicazione» di Giancarlo Majorino e, oltre a lui,  si fanno i nomi di Pagliarani, Volponi, Roversi, Raboni e Giudici ( pag. 107). Non mancano richiami a Fortini, ad Adorno e a Beckett.
[4] Marco Palladini, Risposta all’Odradrek, in Ákusma. Forme della poesia contemporanea, Metauro Edizioni, Fossombrone (PS), 2000, pag. 265
[5]Sotto sotto traspare la comoda tesi della modernizzazione: al posto della “rivoluzione” abbiamo avuto una bella modernizzazione del Capitale, godiamocela nelle nuove professioni. La militanza politica degli anni Settanta  è comunque servita a farsi le ossa al nuovo ceto dirigente politico-culturale accademico o massmediale dopo più o meno dignitosi autodafé.
[6] Solo un Fortini poteva spingersi a tanto  (Cfr. Politica e poesia, in Non solo oggi. Cinquantanove voci, Editori Riuniti, Roma, 1991, pag.209-2011. Ma già lui era un “dialettico” e un comunista!
[7] Anche se poi in una delle sezioni, forma figurazione pubblico appaiono «brevi saggi e note di poetica» (pagg.139-192).
[8] Ci sarebbe stata un’urgenza di confrontarsi «con coetanei e più giovani, «vittime» della stessa krisis storica (culturale, sociale) esplosa (letteralmente e sappiamo con quanti morti…) nei secondi anni ‘70». Questo pare un tallone d’Achille di Ákusma : non si capisce infatti perché le “vittime” (ammesso che si debba ridurre la storia degli anni Settanta in Italia alle vittime)  sarebbero state solo o soprattutto fra i «nati dal 1950 in poi». Pare che non si colga che un’identità generazionale non surroghi davvero una identità politica, sicuramente persa, ma il cui vuoto fa problema. Più avanti: si afferma anche che  «il taglio eccessivamente intergenerazionale.. potrebbe, in questa fase, essere ipoteca troppo dura da sopportare» (pag. 260).
5.

Davvero «Ákusma» fu « Un progetto oltre la fine del mondo, in ricerca di una “felicità possibile”»? Mesa lo nega e mi pare insista  con intelligenza su un fatto che certi poeti tendono, illudendosi, ad eludere: « che le poesie e i progetti alla poesia legati siano sintomi di profondo malessere», anche se si tratta di «sintomi attivi, per così dire, e dunque, almeno, reagenti». Egli riconduce,  forse con un linguaggio troppo metaforico («una morsa soffocante»),  il malessere, il «dibattersi» dei poeti « molto simile a quello che si esperisce, nel sonno, per sfuggire alla morsa di un incubo», alla situazione sociale e politica degli anni ’80-’90 («l’ultimo ventennio»).  Ed evita ogni nostalgia regressiva quando affronta il rapporto passato-presente: « Se nel passato c’era un senso è quello stesso che ha dato origine al presente, e dunque non posso certo averne nostalgia». Attestandosi – e qui la mia sintonia è profonda –  su una posizione pascaliana di scommessa: «pur nell’incertezza assoluta sul senso delle parole, dovremmo almeno, ancora, cercare di pronunciarle come se un senso, ad esse, volessimo attribuirlo, cioè  trasferirlo, nell’interlocuzione, affinché un dialogo possibile non si spenga sùbito nella vacuità di parole soltanto fàtiche». Pienamente accettabile (e l’ho scritto già  nel post su Bolaño  (qui) mi pare poi la sua sana diffidenza verso ogni estetismo quando scrive: « dobbiamo sempre chiederci se la nostra “reazione estetica”, artistica, all’infelicità, non ne sia o ne diventi una “sanzione”… se leggiamo una poesia su, o contro, la guerra, e poi esclamiamo “che bella!”, qualcosa, nel nostro cervello e non soltanto lì, deve farci sentire uno stridore (agghiacciante, vorrei dire), ché altrimenti la “promessa di felicità” che nell’arte dovremmo trovare diverrebbe, immediatamente, immediato, innocuo, autoassolutorio “godimento estetico” (è quanto accade, notoriamente, con il cinema “di denuncia” hollywoodiano)…». 

6.

Ma in questa intervista Mesa  accenna a un’altra  questione controversa, che pure abbiamo affrontato su questo blog (qui),  quella del rapporto poesia-realtà . Dice  Mesa:

 «Adesso occorrerebbe mettere in corsivo la parola reale, che io di solito non uso perché presuppone un irreale. Mi limito a dire che se la poesia è un modo del pensare, del conoscere, dunque del “mettere in relazione”, è anche, nella concretezza delle  poesie, realtà, oggetto che, nel suo esistere, o sussistere, è immediatamente e inevitabilmente in rapporto con altri oggetti: a partire da questa condizione, da questo prerequisito, se ne può forse considerare la capacità di interrogare…».

7.

Su un altro punto le opinioni di Mesa sembrano quasi interferire con la discussione di questo nostro blog. In questo passo, infatti, a me pare metta apertamente in discussione una delle tesi dell’amico Linguaglossa, che tanto insiste sulla poesia degli ultimi decenni come condannata all’«epigonismo» ( e mi attendo un approfondimento da parte di Giorgio…):

«Ma  il nuovo inteso come mutamento dei linguaggi, delle forme dell’arte in rapporto col mutare delle condizioni non è finito, non può finire. Sarebbe inutile dirlo, dirne, non fosse che, invece, si va dicendo, con insistita ottusità, che, ad esempio, la poesia italiana è finita trenta e più anni fa, che poi non c’è stato altro che epigonismo postmoderno. Anche ammesso che sia così – e non è così – quell’epigonismo rappresenta comunque, nelle sue forme, il nuovo di fine secolo… Cerco di riannodare i fili: finché ci si interroga sull’ipotetica fine della storia, sull’ipotetica morte della poesia intendendo il nuovo come mera ed “eclatante” innovazione tecnico-formale, su intenzioni più o meno avanguardistiche, non del “rapporto col reale” ci si sta occupando bensì di ciò che esso potrebbe essere se… esercitazioni masturbatorie – irrelate – della teoresi sistematica, sistematizzante, che ha spesso perso la testa perché la realtà gliel’ha, impietosamente, tagliata… “?»

8.

Infine, se approvo la raccomandazione di Mesa a non abbandonarsi all’entusiasmo per ogni facile interculturalismo:

«Tuttavia, ritengo che proprio la consapevolezza della “relatività” e “peculiarità” della nostra cultura e letteratura debba indurci a scavare dentro di essa: ciò che possiamo offrire alle altre culture è la nostra specificità, non “esotismi”, per lo più irriverenti, offensivi, ancora “colonialisti” nella pretesa di poter conoscere attraverso qualche libro e qualche viaggio ciò che richiederebbe una vita intera di “attenzione”, di “ascolto”, di studio…»

non riesco ad accettare questa sua rivendicazione del «diritto di essere deboli», che mi pare troppo inquinata dalla moda del «pensiero debole» ( Vattimo, Rovatti,ecc.):

«Per credere, non so credere in nulla, anzi, penso che ogni “credenza” allontani dall’unica felicità possibile, quella terrena, e dunque sommamente imperfetta, e che pure abbiamo l’”obbligo” e la “responsabilità” di cercare, e, sì, con tutta la “debolezza” che abbiamo, rivendicandola – la debolezza, almeno, di non saper vivere secondo la regola – vigente più che mai – che vuole la forza mostrata e dimostrata attraverso l’annientamento di altri. Chi non vuole vincere non perde mai: può essere ferito, può essere ucciso, ma non perde… Ricordo, adesso, un pensiero molto lontano nel tempo, risalente alla fine degli anni ’70, probabilmente non mio ma che mio è diventato (e poi pensieri propri, propriamente, non ne esistono) e che riguardava il diritto di essere deboli senza per questo suscitare forza aggressiva… Ma non stiamo più parlando di poesia, o forse ne stiamo davvero parlando…


[1*] Anche sul piano  personale ho avuto aspre polemiche con alcuni di «Nazione Indiana» nel 2011, in occasione sia della prima rivolta in Egitto contro Mubarak (qui) sia della guerra in Libia (qui).

[2*] Ákusma  nacque a da un incontro svoltosi a Bologna il 16 aprile 1999 e che vide vari poeti discutere sul tema forme della poesia contemporanea. I poeti, selezionati  nella prima fase in base ad un criterio anagrafico («i nati dal 1950 in poi») avevano presentato una piccola scelta di loro poesie; e alcuni di loro avevano poi presentato delle letture critiche sulle poesie pubblicate. I promotori prevedevano «una diffusione per affinità» dell’esperienza (che però   s’interruppe; e  ignoro le ragioni del suo fallimento). Rileggo nella premessa al libro, firmata proprio da Giuliano Mesa: «Ákusma, “ciò che si ode”. Ascoltare, anteponendo alla soggettività di chi ascolta le parole che si offrono all’ascolto, la conoscenza ancora possibile alla conferma del sapere presunto. Ciò che si ode occorre ascoltarlo. Non basta sentire. Ancora meno ascoltare sentendo soltanto le parole che possono confortare il risaputo». E più avanti: « Ákusma non è un gruppo né una scuola: del gruppo non ha il collante costituito dalla identificazione di un obiettivo comune, della scuola non ha il libro di testo, un canone di riferimento da tutti condiviso. Coincide con la sua storia […] Storia plurivoca, per quante sono le voci che possono narrarla, e forse unica identità possibile. Ákusma è un luogo in cui alcuni individui hanno scento di confrontare le loro individualità, non in esso stemperandole. Dialogo e confronto posson tramutarsi in conflitto, quando poesie e idee sulla poesia lo richiedano per non svilirsi in conciliazioni opportunistiche: purché questo accada dopo l’ascolto».

*

**Una scelta di poesie di Giuliano Mesa e un saggio critico su di lui di Paolo Zublena si leggono a questo link:

http://antoniobux.wordpress.com/2012/10/27/selezione-poesie-di-giuliano-mesa/

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41 commenti

Archiviato in CANTIERI

41 risposte a “Loredana Magazzeni
Un’intervista a Giuliano Mesa (nov. 2000)

  1. Giorgio Linguaglossa

    Leggendo questa intervista, che rimane sempre prudentemente sulle generali, poi leggo che la poesia degli ultimi 30 anni non sarebbe “epigonica” come qualche critico maldestramente afferma. Ma a questa denegazione (che potrebbe anche essere fondata!) manca la contro prova, la verificazione, mancano i nomi degli autori che proverebbero che la poesia degli ultimi 30 anni invece è ben viva e vegeta (secondo Mesa). Se ci si limita ad argomentare in termini generici sulla questione della Crisi della poesia (e del Paese), allora tutti i gatti diventano bigi e grigi.

  2. emilia banfi

    E l’ermetismo?

  3. Stelvio Di Spigno

    Che oggi non siano più i tempi di Zanzotto, Pasolini, Luzi, Caproni, Sereni, penso che lo sapesse anche Mesa. Aveva una concezione della Storia molto articolata, anche se gli ho sentito dire che il bisogno di una forma pura, in poesia, deriva proprio dal fatto che la Storia non è innocente. L’ho conosciuto a Cassino nel 2001, dopo aver sentito parlare di lui da un poeta napoletano che si diceva suo amico, ma che poi alla prova dei fatti non si è dimostrato tale. Era un uomo segnato dalla malattia e dalla vita, e per questo ogni sua parola assumeva come un’aura di disincanto luminoso e cosciente. Con lui si poteva parlare di tutto, perché era proprio “il tutto” che gli interessava come poeta. Lo rividi poi in qualche occasione romana tra il 2002 e il 2003, dopo le nostre strade si sono divise. Ho amato alcuni suoi libri, mi avrebbe fatto piacere, e forse anche bene, frequentarlo di più, ma era distante e all’epoca mi sembrò un poeta tanto profondo da poter fagocitare quel pò di cultura e di idee che avevo. Evitai così, per eccesso paura, di frequentarlo, anche se casa sua era sempre aperta. Oggi lo ricordo come posso, con affetto, per prima cosa. Non la penso come lui, e riconosco che anche a quel tempi molte cose ci dividevano, anche se quando si è a contatto con una persona dalla personalità così forte e spiccata, e si è così giovani, com’ero io allora, si rischia di diventare il megafono vuoto di un maestro, piuttosto che crescere autonomamnete. Alla fine le cose sono andate come dovevano. Eppure oggi, che è troppo tardi, vorrei incontrarlo ancora e parlare con lui delle nostre tante differenze.

    • Laura Canciani

      ho l’impressione che l’atteggiamento di moltissimi addetti ai lavori rispetto alla questione sollevata da Linguaglossa della “Grande Crisi della Poesia Italiana”, sia di superficiale liquidazione e respingimento al mittente; insomma ho l’impressione che si voglia esorcizzare la questione archiviandola come una semplice questione dialettica tra il «nuovo» e la tradizione; si dice che se c’è il «nuovo» c’è storia e quindi un movimento della storia. E’ tipico di questo modo (direi a-dialettico) di ragionare quello adottato da Mesa il quale non si rende conto di cadere in una visione meccanicistica del movimento tra il «nuovo» e il vecchio, e che finché c’è il primo ci sarà anche il secondo, e che insomma non c’è niente di nuovo sotto il sole. C’è in questo comportamento mentale molta presunzione e pessima concezione della dialettica, c’è in Mesa e negli altri numerosissimi epigoni un tale timore nei riguardi della @Crisi@ che la si vuole esorcizzare con un colpo di spugna, si ripesca la categoria del @nuovo@ per legittimare il movimento della storia. Scrive infatti Mesa

      «Ma il nuovo inteso come mutamento dei linguaggi, delle forme dell’arte in rapporto col mutare delle condizioni non è finito, non può finire. Sarebbe inutile dirlo, dirne, non fosse che, invece, si va dicendo, con insistita ottusità, che, ad esempio, la poesia italiana è finita trenta e più anni fa, che poi non c’è stato altro che epigonismo postmoderno. Anche ammesso che sia così – e non è così – quell’epigonismo rappresenta comunque, nelle sue forme, il nuovo di fine secolo…

      • Ennio Abate

        @ Canciani

        Gentile Laura,
        stiamo al concreto.
        “Nuovo-centrici” o “crisi-centrici”? Questi gli schieramenti degli “addetti ai lavori”? Chi sono poi questi “addetti”? Il sottoscritto?
        Se la sua “impressione” è indirizzata al solito mucchio generico ( gli “addetti ai lavori” sono tanti, meglio precisare facendo nomi e cognomi possibilmente), mi pare cadrà nel vuoto: non c’è un ufficio stampa degli “addetti ai lavori” che si prenderà la briga di risponderle.
        Se fosse indirizzata a me che ho curato il post su Mesa, sbaglia bersaglio: io non sono un “nuovista” a tutti i costi e non ho mai liquidato o respinto al mittente le questioni sollevate dall’amico Linguaglossa, ma sono forse uno dei pochi che le prende in seria e dialettica considerazione, come questo blog prova.
        Se, infine, fosse indirizzata al povero Mesa, che dall’aldilà non può certo replicare, mi pare – ipotesi mia – che dai testi che egli scrisse e dalle riflessioni critiche che essi hanno poi suscitato ( vedi link:http://antoniobux.wordpress.com/2012/10/27/selezione-poesie-di-giuliano-mesa/ ) non si deduce affatto «una visione meccanicistica del movimento tra il “nuovo” e il vecchio. E l’atteggiamento di «ascolto» (non so se poi praticato fino in fondo e realmente da lui medesimo o dagli altri suoi amici di Ákusma») o una singola affermazione («quell’epigonismo rappresenta comunque, nelle sue forme, il nuovo di fine secolo…») non mi paiono affatto segno di presunzione o sintomo di volontà di esorcizzare la crisi.

  4. Laura Canciani

    gent.le Abate,
    non sapevo che Mesa non è più di questo mondo, e me ne dolgo; quanto alla terminologia di Mesa: «ascolto, cura, confronto, conflitto, dialogo», non la capisco, o meglio, la trovo stantia: in realtà, ciascuno si sceglie i propri interlocutori e mi sembra che gli interlocutori di Mesa siano stati un piccolo ghetto di terziari di irriducibili post ’68 tipo Marco Palladini i quali non hanno mai saputo uscire dal piccolo ghetto post-sessantottesco di cui reclamavano di essere gli unici eredi. A me l’intervista mi è parsa piena di luoghi comuni e generica: non si fanno nomi, non si esplicitano gli interlocutori, non si esplicitano le tesi (se non in modo criptico secondo una ben nota abitudine), insomma, se Mesa vuole dire che non c’è alcuna Crisi della poesia italiana, buon per lui e per chi la pensa come lui, io sono di parere contrario, la Crisi mi sembra evidentissima, e non solo perché, come scrive Stelvio di Spigno, non ci sono poeti del livello di «Zanzotto, Pasolini, Luzi, Caproni, Sereni» (e poi chi l’ha detto che ci sono bravi poeti in giro? volete qualche nome?, sì, li faccio: Luigi Manzi Dante Maffìa, Giorgia Stecher, Maria Marchesi, Maria Rosaria Madonna, Helle Busacca, lo stesso Linguaglossa e altri che non sta solo a me nominare) ma per ragioni molto più profonde. Perché non si ha il coraggio intellettuale di riconoscere che le cose non stanno così? e si parla genericamente di «ascolto», in modo un po’ gesuitico?

    • Ennio Abate

      @ Canciani

      Gentile Laura,
      mi tolga un dubbio: ma lei i post che pubblichiamo li legge con un minimo di attenzione? non ha visto, sotto la foto di Mesa l’indicazione dell’anno di nascita e di morte?
      Lei può trovare stantia la terminologia di Mesa, piena di luoghi comuni l’intervista, generiche ed evasive le sue opinioni. È suo diritto affidarsi o fidarsi soprattutto delle sue impressioni; e anche saltare a pie’ pari la lettura dei testi e la nota critica che ho linkati.
      Il risultato però è che invece del confronto nel merito dei testi e delle poetiche – che dovrebbe essere lo scopo di questo blog – lei adotta una tattica di “respingimento” sistematico di tutto quello che è fuori dalla sua cerchia.
      Cosa c’entra poi il discorso complesso che si tenta di fare sulla Crisi della poesia (e che non necessariamente deve essere sempre un’elencazione di nomi, del resto controversi) con questa sua riproposizione, che trovo un po’ settaria, dei “suoi” bravi poeti d’oggi?
      Non riduciamo la discussione a tifo sportivo o a difesa della propria parrocchia.
      Questo blog s’intitola POESIA E MOLTINPOESIA anche per segnalare una contraddizione (dialettica?) tra quella che una volta, senza troppe incertezze, passava per poesia e la situazione d’oggi, caratterizzata da una pluralità di voci tanto dissonanti e di vario valore, sulla quale è difficile pronunciarsi in modi definitivi e convincenti.
      Oltre ai poeti che lei nomina, io ne avrei un’altra decina da citare. E su ogni blog di poesia o in ogni redazione di riviste di poesia o dipartimento di italianistica troverà persone – oneste (fino a prova contraria) quanto lei e me – disposte a giurare di aver individuato, proprio e soltanto tra quelli che hanno sott’occhio, dei “bravi poeti”.
      Come la mettiamo?
      Pensa che è facendo tra noi il braccio di ferro per stabilire chi sono “i più bravi” li imponiamo all’attenzione del cosiddetto pubblico della poesia o di quanti ancora in Italia s’interessano di critica della poesia?
      E con quali criteri – che non siano impressionistici – stabiliamo chi sono i “bravi poeti”, se diciamo che sono cadute le Grandi Narrazioni, le Teorie esplicative, le Visioni del mondo? E ammesso che ci siano questi “bravi poeti” (tanti e non solo i “suoi” o quelli che convincono lei), come mai il senso di crisi nel fare poesia e nel discuterne persiste?

  5. Laura Canciani

    gent.le Abate,
    dei 7 poeti citati 4 sono morti (M.R.Madonna, H. Busacca, M. Marchesi, G. Stecher) solo tre sono vivi ma hanno passato la sessantina e la loro opera dura quindi da molto tempo e sono poeti che io ho letto e meditato per lunghi anni. Nel mio giudizio ci sono riflessioni che durano da almeno due decenni. Detto questo, perché mi rimprovera per aver fatto dei nomi, quando invece chiedeva a Marisa Papa Guggiero di fare dei nomi esemplificativi?, io mi sono permessa di indicare dei nomi (non di giovani alle prime armi ma di persone che hanno molti decenni di poesia alle spalle) per dire che ci sono bravi poeti (il livello poi lo stabiliranno un giorno chi verrà dopo di loro), ma ciò non toglie che oggi viviamo in mezzo a una crisi profondissima che ha investito anche il settore poesia. Recentemente ho sentito dire ad un autore romano, Elio Pecora, che da Omero ad oggi la poesia non è cambiata; buon per lui, io invece penso che in questi 2.700 anni la poesia sia cambiata, e molto, e in specie nel Novecento e in questi ultimi decenni. Ma c’è chi nega l’evidenza. Riguardo a Mesa, non avevo fatto caso alle date di nascita e morte, e me ne dolgo, ma io devo giudicare l’intervista, gli argomenti che porta, gli spunti che offre e francamente mi sembra che anche nella terminologia l’autore ripercorra una certa cultura di indirizzo contestatorio in auge nel tardo Novecento. Infine, ci terrei a precisare che non faccio parte di alcuna parrocchietta, non porto legna da ardere a nessuno e non devo niente a nessuno. E’ questa la mia libertà. Della sua poesia ho le idee chiare ma poiché qui si parla dell’intervista io mi sono attenuta al tema. E poi sia chiaro che io non voglio fare nessun “braccio di ferro” con chicchessia, non è mia intenzione di litigare con nessuno, però mi si lasci la libertà di dire la mia di opinione.

    • Ennio Abate

      @ Canciani

      Gentile Laura,
      ho riconosciuto il suo pieno diritto ad esprimere le sue opinioni. E pure a fare i nomi dei bravi poeti che lei in piena autonomia riconosce come tali.
      La sostanza della mia obiezione è però un’altra e lei la sorvola.
      Riguarda la conoscenza e la valutazione seria del panorama generale della cosiddetta poesia italiana contemporanea, che mi paiono, in genere, carenti.
      Io vedo dei veri e propri compartimenti stagni, per cui ci si ignora vicendevolmente.
      Le pare normale che lei ignori un Giuliano Mesa, che invece è apprezzato molto in altri “compartimenti”? E viceversa?
      Mi dirà, forse, che lei non è tenuta a conoscere tutti i bravi poeti ritenuti tali nei vari compartimenti. Che questo è un compito dei critici. Eppure io noto che gli stessi critici tendono oggi a concentrare la loro attenzione e a fare un lavoro di spoglio critico serio soltanto su alcuni poeti.
      Se faccio, ad esempio, un confronto tra i nomi dei poeti citati in un’antologia che ho considerato seria, “Parola plurale” di Cortellessa et alii (2005), e quelli citati nei libri di Linguaglossa o di altri, vedo notevoli vuoti e silenzi reciproci!
      Mi chiedo perché e se la cosa sia tollerabile.
      Ora non voglio considerare le cose in astratto. I critici mi potranno rispondere che essi pescano in questo “mare magnum” abnorme della poesia italiana contemporanea, dal quale altri (Mengaldo etc.) sono fuggiti, con le loro reti (i loro concetti-guida, le loro visioni-guida). O che un buon critico non è tenuto mai a vagliare tutti i testi che arrivano alla circolazione e segue un suo pensiero ed in base a quello sceglie i poeti da valorizzare.
      E tuttavia a me restano due gravi dubbi su questi procedimenti, comunque non rigorosi da un punto di vista scientifico:
      1. è come se un geografo mi parlasse di una Paese e mi saltasse varie regioni;
      2. è come se non ci si confrontasse più sulle “reti” (gli strumenti interpretativi che si adottano): ognuno usa le sue e non c’è più alcuna voglia di valutare quali siano le migliori; prevale insomma la propria soggettività, si evitano i confronti, le polemiche, che invece per me restano fecondi, anzi indispensabili.
      Ne risulta una – sempre per me – intollerabile ignoranza o disinteresse per quello che pensano o fanno gli altri.
      Fino, appunto, ad ignorarne i nomi.
      Si preferisce una valorizzazione (accorta o settaria?) dei propri (più vicini). Si accetta una logica, appunto, per compartimenti stagni, che né comunicano tra loro né polemizzano più tra loro, ma s’ignorano o tirano diritto ciascuno per la propria strada.
      E questo – devo dire – avviene sia da parte di chi gode di un certo potere (accademico – politico- editoriale) che ancora sostiene economicamente l’attività (però residuale rispetto ai mass media) della critica letteraria sia – e mi spiace dirlo, ma devo dirlo – quando ci si erge – anche giustamente (ed è il caso di Linguaglossa) – a paladini degli “esclusi”, degli “invisibili”, dei “dimenticati”. Due snobismi si scontrano e si respingono.
      E’ un danno enorme.
      Per me questa incapacità (o rifiuto?) di rompere gli scompartimenti stagni, questo non voler praticare quella che io chiamo l’*arte del contrabbandiere* (che porta nel proprio compartimento la voce di chi sta in altri compartimenti e viceversa) è uno dei più gravi segni della Crisi (della poesia e della critica). E’ una subdola accettazione di spinte “privatizzanti”, che non hanno nessuna giustificazione seria.

      P.s.
      A riprova del fatto che cerco di praticare sia nel compartimento “militante” sia in quello accademico la funzione del “contrabbandiere le copio un commento lasciato su «Le parole e le cose» ad un critico accademico:

      Donnarumma:

      1. 12 luglio 2013 alle 20:12
      @ Crocco (e Marchese).
      La mia impressione è che la poesia abbia perso centralità nel dibattito generale sulla letteratura (del resto, se ci pensa, anche Jameson citava pochissimi poeti): non tanto perché non si parli di poesia, ma perché il discorso sulla poesia è sempre più a sé. Questo non ha nulla a che fare con la sua qualità; né significa che non sia riguadagnabile a un disegno storiografico complessivo. Ma mi sembra che negli ultimi anni le discussioni si siano accese sulla narrativa (fiction o non fiction): viene percepita come più legata ad altre forme di rappresentazione (tv, cinema, rete), pare più sociologicamente (o forse meno mediatamente) emblematica del presente, è più letta e venduta. Non sono criteri di giudizio, ovviamente: sono constatazioni, persino un po’ desolate. Resta che anche dal punto di vista teorico, le cose più nuove e interessanti che almeno io ho letto ultimamente riguardano appunto la narrazione piuttosto che la lirica (con un’eccezione parziale: Mazzoni).
      Se ci limitiamo all’Italia, esiste un postmoderno poetico, riconoscibile per lo più in forme di manierismo e di falsetto, ma anche in forme di rifiuto dell’avanguardia, o di re-incantamento orfico: ne hanno parlato critici diversi (da Luperini a Berardinelli a Benedetti; anche io ne ho scritto qualcosa; oltre al fatto che il Gruppo 93 si autodesignava come postmoderno critico). Così credo esista oggi un ipermoderno poetico soprattutto in poeti dai quaranta in giù, che recuperano la lezione del modernismo: me lo confermano spesso anche i poeti di quell’età pubblicati su LPLC. Proprio alla rinfusa, le citerei Del Sarto o Mazzoni o Gezzi o Inglese; ma pure Anedda o Testa o Buffoni. Davvero, però, occorrerebbe pensarci con calma: a naso, sono sicuro che se ne avrebbero conferme al quadro generale.
      Aggiungo che in poesia la tradizione modernista è molto forte per tutto il secolo e riprende in concomitanza con la neoavanguardia dalla metà degli anni Sessanta (Zanzotto Pasolini Sereni Luzi Giudici Fortini Bertolucci Raboni Rosselli Pagliarani…); che gli stessi autori possono oscillare tra modernismo e postmodernismo (senza che questo ci costringa a classificazioni brutali); che questo pone le cose in termini diversi rispetto alla prosa, come lei osserva.
      Insomma: anche io ho la sensazione che ci sia oggi una tendenza a trattare la poesia come un regno a giurisdizione storiografica propria, nel quale uno rischia di perdersi tra diadochie o, a volte, in municipi singoli. Anche se questo in parte risponde a un effettivo statuto speciale della poesia, non è certo il caso di chiuderla e abbandonarla in una riserva indiana.
      Il lavoro sull’ipermoderno è appena iniziato: cosa di cui qualche commentatore quassù (o quaggiù) sembra non si sia neppure accorto. Lo sforzo che ho fatto sulle forme narrative è stato già tanto: mi sono soffermato su quelle perché mi sembrava ponessero con più evidenza i problemi di questa nuova fase, e quindi riuscissero più utili dimostrativamente. Grazie mille, quindi, per il suo commento e il suo invito a integrare.

      Abate:

      @ Donnarumma

      Il discorso sulla poesia è sempre più a sé e le discussioni si sono accese sulla narrativa.
      È un caso? Cosa significa? Cosa rivela anche dello stato politico di questo Paese?
      I maligni suppongono che la poesia si sia acquattata in qualche nicchia per viltà o narcisismo. Le anime belle che resti ai margini – a differenza di molta narrativa – per non svendersi, sottomettendosi alle regole imposte dalle grandi case editrici, dalla TV, dal cinema e dal Web stesso (dal Capitale).
      Mi permetto una piccola raccomandazione, sperando che la sua ironia e la sua intelligenza critica non la trovino impertinente o petulante.
      Se e quando dovesse occuparsi più da vicino di poesia italiana contemporanea, non si fermi alla più prossima, amicale e universitaria. Ridiscenda anche nel suo Ade. Si fermi un po’ ed ascolti le anime dei «moltinpoesia» lontane dalle aule universitarie, noiose o quasi inclassificabili per Berardinelli, Allegoria, LPLC. Ai setacci accademici (Convegno di Pontignano del marzo 2001: Genealogie della poesia nel secondo Novecento, «Parola plurale» di Cortellessa del 2005) ma anche a quelli post/iper/moderni di «Nazione Indiana» o LPLC esse neppure arrivano.
      Le indaghi lei. Non se ne tenga alla larga come tanti schifiltosi critici che “hanno già dato”.

      • Giorgio Linguaglossa

        caro Ennio,
        ti rispondo io perché mi hai chiamato in causa nelle mie vesti (improprie) di critico; mi sembra che l’analisi di Donnarumma fotografi la realtà. Lui scrive: «anche io ho la sensazione che ci sia oggi una tendenza a trattare la poesia come un regno a giurisdizione storiografica propria, nel quale uno rischia di perdersi tra diadochie o, a volte, in municipi singoli». È vero, c’è, di fatto, una giurisdizione storiografica propria di cui ciascun «critico» tende ad aggiudicarsi l’esclusività: ciascun critico si coltiva un certo numero di “poeti”, come i polli in batteria, e ciascun gruppo è ovviamente in rapporto di rivalità con gli altri gruppi, o di alleanza strategica. Perché mai chi sta in un gruppo, diciamo, «forte», dovrebbe allearsi con chi avverte essere più «debole»?. È un crudo rapporto di «forza» tra proprietari della forza lavoro, e tu che sei un marxista dovresti afferrare il concetto; è un rapporto (o meglio: un non-rapporto) che si nutre dei dislivelli di «forza» (academica, istituzionale, editoriale, di visibilità). Qui non c’entra affatto la critica letteraria o i metodi della critica letteraria: qui la questione è una mera questione di «forza». Poi, i più in vista si sono costruiti un «municipio singolo», come scrive Donnarumma, ma l’aspetto più rilevante è che nessuno abbia nulla da obiettare a questo stato di cose, nessuno si meraviglia che la cosa chiamata poesia sia ridotta in Italia ad essere ostaggio di meri potentati di «forza» bruta, e che i più forti (e abili) potentati, con l’ausilio di importanti case editrici si sia costruito una propria storiografia di supporto, insomma, una propria municipalità. Il principio-faro è la conventio ad excludendum.
        caro Ennio, davvero in questo spaccato della piccola Italia non c’è nulla da restare allegri, qui la questione della crisi della poesia in Italia è grave prevalentemente per un motivo fondamentale: la estrema pochezza intellettuale di chi dirige le collane di poesia degli editori maggiori, e ti dirò di più: se mettiamo per ipotesi (impossibile!) io dovessi dirigere la collana di poesia della Mondadori o dell’Einaudi, la prima cosa che farei sarebbe quella di mettere alla porta tutti i modesti autori che in questi ultimi decenni hanno pubblicato nei loro cataloghi; chiuderei le pubblicazioni ai mediocri, creerei un filtro rigorosissimo tale da impedire l’accesso agli autori modesti. Chiuderei invece di aprire come hanno fatto fino ad oggi coloro che sono stati al vertice di quelle collane di poesia. Ristabilirei il principio di gerarchia della qualità letteraria.
        Poi, caro Ennio, di tutto mi si può rimproverare ma credo di essere tra i pochissimi che legge tutto quello che gli capita sottomano di poesia italiana contemporanea.

  6. Ennio Abate

    @ Linguaglossa

    Caro Giorgio,
    brevemente alcuni appunti:

    1. è semplicistico ridurre la questione (l’esistenza nel campo delle istituzioni che oggi si occupano di poesia in Italia di «diadochie» o «municipi singoli» o, più semplicemente, di compartimenti stagni e aggiungerei gerarchizzati) a «una mera questione di forza»;

    2. Nessun potere si perpetua solo sulla forza. Se nessuno o pochissimi (noi, gli esclusi, gli “invisibili”) hanno qualcosa da obiettare su questo sistema “semifeudale” della poesia italiana, vuol dire che tantissimi stanno al gioco, si sottomettono a questi potentati, vengono, se non soddisfatti nei loro reali bisogni di riconoscimento o visibilità, almeno egemonizzati e tenuti in posizione gregaria. Danno, in altri termini, il loro consenso ai “governatori” di diadochie e municipi singoli, li riconoscono come autorità, ambiscono al loro riconoscimento, non al tuo o al mio;

    3. Ma nel dare il proprio consenso questi tantissimi si sentono “liberi”, niente affatto coartati da autorità che s’impongono *soltanto* con «un crudo rapporto di forza». Sarebbe allora molto più facile sostituire queste autorità oppressive. Magari con qualche piccola congiura di palazzo. No, qui intervengono a complicare le cose la (marxiana) ideologia o il (freudiano) immaginario, che “indorano la pillola” della sottomissione. Squadernando, davanti ai tantissimi desiderosi di riconoscimento, carriere e visibilità, teorie letterarie, metodologie, interpretazione della storia letteraria, canoni, filosofie, dottrine. Saperi, insomma, di cui sono effettivamente gestori e produttori queste autorità, sostenute da assistenti, dottorandi che lavorano gratis per loro, schiere di studenti che leggono e comprano e discutono i loro libri. Accusare costoro di «pochezza intellettuale» mi pare consolatorio e inesatto. Non è vero che sono degli stupidi e stanno a quei posti di rilievo pubblico malgrado la loro conclamata stupidità. Non bisogna mai sottovalutare gli avversari. Penso anzi che, anche quando fossero davvero singolarmente stupidi o impreparati, hanno al loro servizio schiere di teste d’uovo informate, intelligenti, che gli suggeriscono il da fare. Un’istituzione si regge appunto su un gioco complesso e utilizza a suo vantaggio (e dei singoli che vi appartengono e che qualche vantaggio lo ottengono) le energie intellettuali diffuse tra l’intellettualità di massa costretta al loro servizio ( e in parte – ripeto – consenziente). Né penso che hanno pubblicato nei loro cataloghi esclusivamente dei «mediocri». Qui ancora una volta mi pare che tu la faccia troppo facile. E ti dico perché.
    Non esiste oggi un indiscutibile «principio di gerarchia della qualità letteraria». La critica letteraria non può essere condotta secondo metodi scientifici. (E poi persino in campo scientifico si combattono teorie diverse). Semmai, come ho detto, l’assenza di vero confronto e di vere polemiche fa coesistere pigramente varie definizioni della (mai neutra) “qualità letteraria”. Quindi i “mondadoriani” possono difendere con alcune buone ragione le loro scelte di qualità. Così fanno gli “allegorici”. Così i tanti piccoli editori, ecc.

    4. Non ti ho rimproverato di non leggere tutto quello che ti «capita sottomano di poesia italiana contemporanea». Il problema, che ho posto e che non è affrontato, è un altro: quello della conoscenza del panorama complessivo della produzione di poesia contemporanea. Chi davvero lo possiede e vi mira come obiettivo importante? Gli specialisti in “poeti visibili” si occupano dei pochi che gli “capitano sottomano”. Tu puoi accontentarti di diventare lo “specialista degli invisibili”?
    Qualcosa non torna. Ripeto che è grave la reciproca ignoranza di quanti operano nei vari compartimenti stagni. È il sistema delle diadochie dei municipi singoli che deve saltare. Bisogna a tutti i costi uscirne.

    • Laura Canciani

      Veda Abate, che tra i cd. critici ci sia una rivalità reciproca è dovuto al fatto che ciascuno vuole imporre la propria egemonia culturale sugli altri; di solito avviene che il più autorevole (Linguaglossa dice il più «forte»), impone la propria scelta strategica alla quale i “critici più giovani” o meno noti, si debbono attenere. Penso che questo accada anche con Andrea Cortellessa (critico di indiscussa capacità) il quale ha attorno a sé una pletora di altri critici e poeti interessati a sostenerlo (perché così sostengono se stessi); è una sorta di catena che si sostiene perché ciascun anello è legato all’altro, mi spiego? – Per quanto riguarda i “diadochi” di Donnarumma, penso sia chiarissimo il riferimento, e altrettanto chiaro è il riferimento ai “municipi singoli”, all’appoggio che i dipartimenti di italianistica e di letteratura italiana contemporanea svolgono in favore di alcuni poeti appartenenti alla “pletora” mediante un vero e proprio scambio di favori: con l’attribuzione delle tesi di laurea ad alcuni e non, ovviamente, ad altri; questo smercio è cosa notissima e diffusissima e chi fa finta di non averlo visto scagli la prima pietra. Io posso dirlo, dall’alto della mia età non più verde, e lo dico senza alcun rancore, lo dico con amarezza, questo sì. Insomma, non facciamo i finti ingenui: se scorriamo i cataloghi di poesia degli ultimi dieci venti anni degli editori Einaudi, Mondadori, Garzanti vedremo una grande quantità di persone che hanno pubblicato colà: è chiaro, non sono tutti poeti, e nemmeno poeti di modesto livello, sono tuttalpiù dei letterati, dei traduttori, degli scrittori di successo (Erri De Luca), dei politici (Ingrao) dei magistrati influenti (Calabrò), dei bravi giornalisti letterari (Marcoaldi), dei professori universitari (Frabotta, Testa, Buffoni, Ballerini), dei bravi attori di teatro (Gualtieri), dei personaggi legati a carrozzoni forti e influenti (C.L. etc) e quant’altro. Detto questo, non ci sarebbe nulla da ridire, anche nella prima metà del Novecento illustri critici come Flora e Ravegnani e, dopo, anche Spagnoletti hanno pubblicato le loro poesie nelle collane dei grandi editori, ma questi intellettuali avevano il buon gusto e la cultura da non erigersi a poeti nazionali; sapevano di aver pubblicato soltanto dei libri di quella cosa chiamata “poesia” ma che sarebbe stato indecente da parte loro dichiararsi “poeti”, perché sapevano di non esserlo. Adesso, invece, che di cultura ce n’è molto poca e di arrivismo tanto, questi personaggi hanno la supponenza di presentarsi come poeti (sfiorando il ridicolo).

      Che dire?, non so, è uno spettacolo squallido, ma pur sempre umano; se noi pensiamo a una poetessa letterata come la Spaziani che ha pubblicato tutti i suoi libri con Mondadori quasi ci avesse un abbonamento. E’ chiaro che i motivi sono da ricercare altrove, nell’influenza nelle pubbliche cose che aveva la Spaziani con il premio Montale che lei teleguidava etc. Se noi pensiamo che i critici di rango come Berardinelli dopo che hanno stroncato i libri di Magrelli e altri sono stati costretti, a distanza di molti anni, a ritornare sui propri passi e a rivedere i giudizi, possiamo misurare quanto forte sia l’influenza dei poteri forti su tutti, critici e autori non allineati. E’ molto semplice: se tu non sei allineato alla strategia dei “diadochi” non pubblicherai mai nelle collane degli editori maggiori. Punto. Io questo lo dico perché ormai non mi aspetto nulla dalla cd. poesia, tranne quelle pochissime persone che stimano ciò che scrivo, ma si contano sulle dita di una mano!

      Per venire a Linguaglossa, non credo che gli faccia piacere essere eletto a paladino degli “invisibili”, lui fa semplicemente il suo lavoro, con onestà intellettuale e competenza, e se trova degli autori di qualità cerca di evidenziarne i meriti; se poi questo lavoro di scavo e di ricerca viene valutato per un lavoro in favore degli “invisibili”, va bene, chiamiamolo così: il critico dei poeti invisibili.

      • Splendido e giustamente spietato, ma soprattutto onesto sul piano intellettuale, l’intervento di Laura Canciani! Così bisognerebbe avere il coraggio di esprimersi; ma per farlo occorre non avere nulla da perdere, rivendicando la libertà di dissentire, di essere cioè “politicamente scorretti” e non rendersi complici del sistema; e invece la più parte dei critici e dei poeti ha, in fondo in fondo, interesse a difendere il proprio sia pur piccolo orticello di prebende e prelazioni, e dunque si esime dal dire apertamente ciò che pensa (ciò che tutti pensano e sanno) per paura di rompere le “uova nel paniere” entro qualche gruppo o gruppuscolo al quale già si appartiene o si aspira ad essere cooptati, provocando turbative e/o alienandosi simpatie, nella delicata alchimia di gestione e spartizione dei poteri di rappresentanza. Le dinamiche della “società letteraria” sono a mio parere desolanti: almeno quanto quelle di altri settori della società italiana. Conta sempre meno il riscontro della pagina scritta, il valore intrinseco-oggettivo del lavoro svolto sulle opere (che peraltro quasi nessuno legge). Ci sono delle guarentigie “sine qua non” è impossibile entrare nella casta dell’ufficialità, ma anche essere semplicemente presi sul serio. E si resta pressoché invisibili, malgrado i libri scritti e pubblicati, se non c’è nessun potentato politico o massonico o cardinalizio che lavora per imporre il nome dell’autore. O se non c’è uno scrittore affermato che fa da mentore e apre le porte del Tempio. E’ passato purtroppo questo messaggio: conta più intessere p.r. (presenziare, farsi vedere, farsi conoscere, farsi accettare) che dedicarsi al lavoro vero, sudando sulla pagina per estrarne il meglio che si può. E la crisi della società letteraria riflette quella più generale della società in cui viviamo, nelle sue multiformi radici etiche, politiche, economiche. L’organizzazione dei processi culturali agisce per sopravviventi sacche di feudalesimo, affatto incompatibili con lo sviluppo storico e civile degli ultimi tre secoli. La cultura è avvertita ancora come trasmissione di un “potere invisibile” (prestigio e rappresentanza) da gestire con cautela e condividere tra sodali fidati, di comprovata e certificata appartenenza. Occorrono “garanzie” per entrare a far parte dei gruppi che, come club esclusivi, si spartiscono questo potere. Garanzie che non risiedono nel valore e nel talento dell’individuo, bensì nel livello sociale della famiglia da cui proviene, nella struttura che eventualmente lo sostiene e protegge, nelle segnalazioni che lo precedono, nel potere di scambio che veicola rispetto all’opportunità di proporlo e imporlo alla pubblica attenzione. E il malcapitato talentuoso, privo delle garanzie che contano (ad es. bravissimo scrittore ma di estrazione piccolo-borghese, senza agganci politici, inquietamente “isolato”, forte soltanto delle proprie capacità), verrà fieramente ignorato e, al limite, osteggiato dai gruppi di potere, che vedranno in lui un germe allogeno pericoloso (oltre che un pungolo alla cattiva coscienza del merito mancante) e lo accerchieranno per isolarlo, per farlo sbattere inutilmente e invariabilmente contro i muri di gomma del sistema. Voglio qui denunciare, insomma, lo scandaloso classismo ancora imperante nella cultura italiana. Perché dovrebbe anzitutto contare il padre che uno ha avuto in sorte (professionista, ricco, ammanicato) e non soprattutto e, anzi, soltanto se e quanto si è capaci?

  7. Sandra Evangelisti

    Incisivo questo intervento di Laura Canciani: fotografa in modo realistico la situazione della letteratura in Italia. A proposito della crisi della poesia, noto che attualmente sono molti gli autori di versi e tanti i libri di poesia pubblicati soprattutto dalle piccole case editrici, ma pochi i lettori. Anche questo è sintomo di crisi. I libri di poesia non vendono. Gli autori si leggono fra di loro.
    Mi chiedo perché. Provo a rispondermi: forse perché la poesia non è al passo con i tempi, non si fa voce dei vertiginosi cambiamenti che avvengono nella società contemporanea. Sono altri i linguaggi che prevalgono e che attirano l’attenzione delle persone, soprattutto dei giovani.
    Oppure è proprio questo dilagare di potentati, di piccoli o grandi feudi nel mondo letterario che impedisce alla letteratura di arrivare alla gente?
    Sì, io credo che questo prevalere di fattori di interesse economico o di potere nella selezione degli autori e delle opere letterarie porti ad essere visibili prodotti di scarsa qualità che non possono avere presa sulla gente.
    Se il giudizio e la scelta nella pubblicazione dei manoscritti e nella loro diffusione fossero frutto di competenza e di onestà intellettuale ,probabilmente i libri pubblicati sarebbero di meno, ma di qualità e potenzialmente apprezzabili da chi legge. In realtà la società si ribella già alle “diadochie” e ai “municipi singoli”, e lo fa non leggendo poesia, purtroppo.

    Sandra Evangelisti

    • Giorgio Linguaglossa

      gent.li Laura Canciani, e Ennio Abate
      non ritengo la dicitura “critico dei poeti invisibili” un’offesa o un’onta da cui mi debba lavare in pubblico le vesti, tutt’altro, quando questi poeti si chiamano Helle Busacca (della quale è uscito il libro «I quanti del suicidio» proprio adesso), Maria Rosaria Madonna (della quale uscirà tra breve per EdiLet di Roma “Tutte le poesie”), poeti del calibro di Maria Marchesi o Giorgia Stecher mi sento onorato di poter fare qualcosa per non far cadere nell’oblio autori che altre tradizioni letterarie valorizzerebbero. Sarebbe agevole da parte mia scrivere saggi accondiscendenti verso gli autori delle istituzioni letterarie come si fa in genere per ottenerne delle restitutio; ritengo invece che sia un dovere del cittadino oltre quello di pagare le tasse e andare a votare anche quello di esercitare il diritto della parola libera non sottomessa ai vincoli dell’opportunità.
      Caro Ennio ti pregherei di non mettermi in bocca termini che non ho usato, io non ho mai detto che ai vertici di quelle istituzioni di poesia ci siano degli “stupidi”, è un termine che non fa parte del mio vocabolario, ho solo detto che sono delle figure di secondo piano, autori minori se paragonati ai Sereni, ai Calvino, ai Pasolini, ai Bertolucci di un altro tempo e di ben altra temperie culturale.

  8. Ennio Abate

    @ Linguaglossa

    Infatti essere “invisibili” e dar valore agli “invisibili” che scrivono cose altrettanto valide o addirittura migliori di quelle dei “visibili” è un merito.

    • Giorgio Linguaglossa

      Cari Ennio Abate e interlocutori,
      riprendiamo il filo del discorso, spostiamo la nostra attenzione indietro, alla metà degli anni Ottanta. Nel 1985 Fortini tiene un “Discorso per il conferimento del premio Montale Guggenheim a Milano” e ricorda un episodio:
      «il 6 ottobre 1951 Montale mi scriveva per darmi un giudizio assai severo e, a ben considerare, assai giusto ed equilibrato, di un fascicolo di una cinquantina di poesie manoscritte che gli avevo mandato. Avevo allora 34 anni, il mio primo libretto di versi era del 1946 e mi pareva lontanissimo; e andavo cercando confusamente e senza neanche sapere di cercare, dopo qualche plaquette, i versi per la mia seconda raccolta, che venne dodici anni dopo la prima. Montale, fra l’altro, mi scriveva:
      “L’ispirazione che ti muove è una ispirazione religiosa, non però, beninteso, della religione che corre oggi nelle strade e nelle chiese. Dei due fili che vi si intrecciano (l’umiltà, l’orgoglio, la dedizione e la rivota) molto più tuo mi sembra il primo… Ammetto, insomma, che la tua mira è alta e che una certa tua non-forma nasce dal miraggio di una forma più nuova, più impalpabile, più vera. In complesso, credo che la cosiddetta ‘arte’ ti ripugni soprattutto per ragioni morali. Qui però entra in gioco anche l’orgoglio di cui t’ho parlato. Ti rassegneresti poi a dire (a sentirti dire): tu arrivi fin qui e basta? Ti adatteresti a sentirti stimato meno di quanto tu potenzialmente sei? Ti piacerebbe sentire che c’è in te una parte inutilizzata e forse inutilizzabile? E una parte che in certo senso è la migliore di te? Tali sono i guai, le umiliazioni, le sofferenze che toccano agli artisti. Più volte ho avuto (non dico oggi, leggendo i tuoi versi) l’impressione che tu sottovaluti il travaglio degli uomini della tua generazione e di quella che t’ha preceduto, nel senso che molti problemi che ti preoccupano sono stati sentiti e parzialmente espressi anche da altri; da altri che apparentemente non pensano o pensano meno di te”.

      I miei ascoltatori non hanno bisogno di essere avvertiti: qui Montale parla anche… di se stesso. E questo spieghi perché la lettera fu per me tanto sconvolgente quanto deprimente. I rilievi negativi erano inconfutabili ma la via indicata m’era impercorribile proprio a causa di quel nesso di dedizione e di rivolta che Montale mi aveva diagnosticato. Quella lettera faceva mancare il respiro. Quando mi ripresi mi mossi, come un ragazzo protervo, in direzione opposta…».

      Ho trascritto questo brano del discorso di Fortini per rendere chiaro che cosa significa che in un sistema-poesia ci sia una personalità di superiore caratura alla quale ci si rivolge per un confronto, un dialogo, un consiglio etc.; all’epoca quella personalità era Montale… negli anni Sessanta e Settanta si aggiunsero le figura di Sereni prima e Pasolini poi e, limitatamente per la poesia della sua parte, Sanguineti… poi venne il magistero di Raboni. Morto Raboni, nel bene e nel male, con i suoi limiti e i suoi pregi, nella poesia italiana è venuta a mancare quella personalità, riconosciuta da tutte le parti, in grado di svolgere una funzione di “garanzia”, di “consiglio”, di “intuito”, sì insomma, in un certo senso di “guida”. Questa mancanza, questa lacuna si è rivelata vistosa e nefasta in particolare in questi ultimi tre decenni: le istituzioni della poesia sono state affidate a dei poeti e critici manager i quali non hanno né la rappresentatività, né le capacità intellettuali dei loro predecessori (né sul piano critico né su quello poetico), con il che si è verificato un fenomeno doppiamente inquietante: da un lato la “chiusura” degli autori messi di serie A accanto a una miriade-pletora di autori di serie B messi colà per motivi politici, di visibilità, di alleanze, di clacca, insomma per una serie di motivi che con la poesia non c’entravano affatto. Questo sistema (insieme chiuso/aperto) ha determinato un impaludamento del sistema poesia in un immobilismo totale, nelle sabbie mobili, in una stagnazione da cui non sarà facile per nessuno uscirne. Addirittura, dico di più, anche se ai vertici “politici e manageriali” delle maggiori collane di poesia nazionali si verificasse una sostituzione di personalità (cosa del tutto improbabile), il risultato in termini di scelte di autori-testi da pubblicare, non cambierebbe granché. Se mi guardo intorno, non vedo in giro delle personalità poetiche che per personalità, preparazione, talento abbiano le carte in regola per occupare una posizione di tale prestigio e responsabilità. Certo, la situazione attuale di degrado “politico” del sistema-poesia è sotto gli occhi di chi vuole vedere, ma, ripeto: da questa crisi “istituzionale” non credo che ne usciremo facilmente. E forse la soluzione che i critici-manager hanno in mente è proprio quella di far dire questo: non c’è alternativa. Come non c’è alternativa al governo Letta PD-PDL, con buona pace dei ribellisti del Movimento 5 Stelle. E il fatto stesso che pochissimi poeti si espongano in questa sede significa una cosa: che sta bene a tutti così.

  9. Ennio Abate

    @ Linguaglossa

    Ho una mano fuori uso e non posso scrivere troppo, ma concordo in pieno con quello che scrivi. E tuttavia, pur nella posizione di nani che non possono salire sulle spalle di nessun gigante, facendoci forza e senza “grillismi” dobbiamo pensare a un’alternativa vera.
    Vorrei dedicare alcuni dei prossimi post ai discorsi che su questo blog si sono affacciati: il mio sulla “poesia esodante” e il tuo sulla “post-poesia”.

    • antonella catini

      Dal mio mondo invisibile, perché generato da un Poeta; più visibile dei visibili, perché il suono che rimando dall’inesistenza mi rende persistente nei secoli, faccio ingresso, tentando di districarmi – me, ospite giovane ( e non di vita) di questo congresso – tra i molteplici sentieri, “sacri” e “ profani”, contingenti e trascendenti, sceheggiati di luce o offuscati dalle ombre degli inferi, che disegnano una ragnatela multiforme del mio pensiero tracciata dalla lettura, profondamente assorto, di queste vostre “lettere”.
      Sarà sogno? realtà sognata? Ma cosa conta nel mondo delle visioni? nel mondo della Poesia, che aleggia, LIBERA, sulle miserie; sulle briciole di tempo che ci è dato percepire: così tristemente radicati ai richiami illusori e miseramente terreni di questo qui e ora.
      Sommessamente, e dalla mia persistentemente viva invisibilità ( non voluta per necessità meschina di dissimulare il volto, e con esso la riconducibilità dei miei pensieri; né per esigenza di ergermi a giudice, censore o ancor peggio sostenitore di teorie che, in quanto teorie, sono transeunti e sempre e comunque opinabili; ma solo perché mi appare, dopo aver letto tutta la discussione, l’unico strumento idoneo a tentare umilmente di dire la mia – esiste poi una mia? e, in fondo, è poi così rilevante? – non già con la veste del critico o del poeta ( quali non sono, almeno credo), ma di chi “ sente” e “ , da estraneo, percepisce forse nella maniera di chi guarda da lontano, l’immagine intera che, da vicino, appare sfocata), vi scrivo.
      Non voglio, e credo non potrei, argomentare colpo su colpo sulla morte – non morte, grandezza o indegnità, potenza o diffusa banalità di contenuti e forme della poesia attuale; non voglio, e credo non potrei, entrare nell’agone delle scansioni temporali che, in tempi più o meno recenti, hanno rappresentato ( sempre secondo la critica) le anse del fiume della poesia, con connesse connotazioni terminologiche che, come è stato in passato, serviranno a soddisfare l’esigenza di catalogazione e riconduzione a categorie delle variegate correnti; non voglio, e credo non potrei, perché mi chiedo, anche nell’ipotesi in cui fossi in grado di farlo, se e a cosa sarebbe utile.
      Infatti, mi sembra di cogliere, che la domanda ultima sia “ come superare questo assordante silenzio, spesso espresso con dissonanti e sgraziate note scomposte e settarie, o biecamente “ contenuto” da ben selezionati prodotti poetici / pseudo poetici ( e, ovviamente, i produttori di essi) da parte di diversamente prezzolati mentori, critici, editori, accademici; politici, corrotti, imprenditori; cricche più o meno riconosciute di “ detentori della cultura”, della Verità, del sapere, della Conoscenza.
      Come “ ridare Voce, sapendo ascoltare” alla Parola nella sua manifestazione poetica; come rendere di nuovo visibile, anche mediante un’opportuna e libera- e dico libera- critica e riconoscimento, la “Bellezza”, quella che resta, della parola poetica, spesso nascosta negli “ invisibili” che, ritengo, non ci tengono affatto a divenire visibili.
      Se questa è la domanda, la mia umile opinione in proposito è che non è ad oggi possibile, ma soprattutto e prima di ogni altra cosa, non è importante né per la storia, né per la collettività, né per la Poesia. Così come, penso, non è importante, ma soprattutto è assai triste, inutile e, consentitemi, banale, oltreché assai terreno, contingente, prosaico e accessorio, lasciare spazio e spendere parole – in un ambito che ritengo sommamente elevato ( le volte in cui tale si manifesta), a questioni che attengono a logiche ben note da sempre e che sono lo specchio vivente delle parti più vili, meschine, utilitarie e penose dell’animo umano: ambizioni bieche e risibili di rosicchiarsi un attimo di falsa e insensata notorietà; smanie di essere accettati, riconosciuti e graditi in cenacoli che hanno l’estensione spazio – temporale di un formicaio; accanimenti scomposti, dietro i quali si svende il proprio tempo e la propria vita, per vedersi attribuita una parte da comparsa in uno spettacolo di quartiere.
      Se questa è la domanda, credo ci si debba interrogare insieme e in silenzio, ma con animo nobile e adogmatico, e soprattutto scevro da un’acredine dialettica che svia il lettore e lo conduce su di un terreno partitico e di fazione, su di un terreno non fondato sulla argomentazione quieta che deriva dal distacco; quell’argomentazione che ritiene che “essere persuaso , sia più importante che persuadere”, nella convinzione che la poesia, la scrittura e l’arte non chiedono platee, né consensi, né piazze; non reclamano riconoscimenti e legittimazioni; non implicano, per essere e vivere, ratifiche ufficiali e legalizzazioni, né spettatori e pubblici uditori. Che soprattutto non rivendicano la conta degli adepti, la loro qualifica, ruolo, status.
      Tutto ciò, almeno per la mia irrilevante e invisibile persona, è senza valore.
      E ciò per più ordini di ragioni: la scrittura, se libera è e deve essere, la si fa in solitudine: se un giorno si sarà riconosciuti, è un corollario. La grandezza di un poeta è quella che vince il tempo, che continua nel tempo a parlare alle viscere facendosi assoluta: nessun critico, né legittimazione che derivi da altro che sia “ Armonica Bellezza”, può conferirgliela; ed essa implica il distacco. Che tale nostra era vede svilita, misconosciuta, umiliata e asservita a logiche distorte la letteratura, la poesia e la bellezza, poco importa: lo sappiamo, e ben conosciamo i perché. Il tempo renderà giustizia, non attraverso la notorietà, della grandezza e dell’immortalità delle parole. Anche se esse non dovessero mai essere pubblicate, conosciute o riconosciute.
      Perdonate e, se potete, assolvetemi a priori da tutte le critiche che susciterò con questi miei pensieri scomposti: non valgono risposta, né essa servirebbe a nulla. “ spesso scrivo senza voler pensare, in un vaneggiamento esterno, lasciando che le parole mi accarezzino, bambino piccolo in braccio a loro. Sono frasi senza senso che scorrono morbide, in una fluidità di acqua sentita, oblio di fiume ove le onde si misurano e si indefiniscono, diventando sempre alte, succedendo a se stesse. Cos’ le idee, le immagini, tremule di espressione, sfilano davanti a me in sonori cortei di sete sfumate, dove un chiardiluna di idea riluce, macchiato e confuso”.
      da un luogo “ invisibile”
      Bernando Soares

      [Nota di E.A.
      Ah, non la disturbo! Ma il commento appariva due volte e ho tolto il doppione… ]

      • Ennio Abate

        Gentile Antonella Catini ,
        adesso sì la disturbo con una letterina che subito dopo potrà cestinare per rimanere nella sua bolla d’invisibilità (in cui però almeno un attimo, col suo intervento, riesco/riusciamo a vederla).
        Ci rifletta: non è che stare nella « viva invisibilità», come dichiara di fare lei, è meno scomodo che stare tra i visibili?
        Non voglio mettere in discussione l’autoritratto che fa di sé: non vuole ergersi a «giudice, censore o ancor peggio a sostenitore di teorie» ovviamente «transeunti» e «opinabili», vuole dire «umilmente» la sua, ma come si spiega tanto sottile disprezzo per il lavoro dei critici e dei poeti che, secondo il mio punto di vista, non si vogliono più lasciare infinocchiare dalla «Parola» e dalla «Bellezza»?
        Non la voglio costringere di botto a volgere il suo sguardo dalle stelle alle stalle. Però un suggerimento per guardare più da vicino « le parti più vili, meschine, utilitarie e penose dell’animo umano» mi sentirei di darglielo.
        Lei, come me e tanti del resto, può disprezzare le « ambizioni bieche e risibili di rosicchiarsi un attimo di falsa e insensata notorietà; smanie di essere accettati, riconosciuti e graditi in cenacoli che hanno l’estensione spazio – temporale di un formicaio; accanimenti scomposti, dietro i quali si svende il proprio tempo e la propria vita, per vedersi attribuita una parte da comparsa in uno spettacolo di quartiere». Ma
        farebbe molto bene, stia certa, al suo « animo nobile e adogmatico, e soprattutto scevro da un’acredine dialettica che svia il lettore», se prendesse atto della loro esistenza, s’interrogasse sul perché di queste “cattive passioni” e sul come raddrizzarle (se possibile, certo) invece di rimuoverle. Conoscerle più da vicino, le metterebbe forse qualche sano dubbio.
        Ad es., che libertà è quella di una scrittura che si fa esclusivamente «in solitudine»? Non è forse vero che anche il più solitario dei poeti, dal momento in cui scrive (e cioè usa una lingua che non è soltanto sua, ma è diffusa in una comunità, una nazione, persino in una corporazione), finge di esser solo, ma solo non è? Perché il riconoscimento da parte degli altri dovrebbe essere per alcuni una realtà accertata e per altri «un corollario»? Se è legittimo che un bene venga riconosciuto come bene o una necessità come necessità (ad es. mangiare, ma anche scrivere), perché dovrebbero esserci dei rimpinzati da una parte e degli affamati dall’altra? E perché questi ultimi dovrebbero convincersi – forse perché sono tanti, troppi? – che il riconoscimento (in poesia, nel lavoro, nei sentimenti) per loro deve essere soltanto un «corollario» ( cioè un optional)? Oppure dovrebbero accontentarsi di promesse (in futuro, nell’al di là, chissà)? L’ha mai vista lei – se non nei film di Hollywood o nelle filosofie idealistiche – «la grandezza di un poeta» vincere il tempo senza che schiere di amici, critici, accademici, reti di sponsor abbiano mosso un dito? E quali sono poi «i perché» per i quali una certa letteratura o poesia ( e magari una certa bellezza, meno appariscente di quella ammessa dai mass media) è « svilita, misconosciuta, umiliata e asservita a logiche distorte»? Lei dice che li conosciamo questi perché. Ne è proprio sicura? E i suoi sono gli stessi perché che direi io o Linguaglossa o altri? Davvero «il tempo renderà giustizia», davvero è questo giudice saggio ? Davvero lei, oggi, può citare Bernardo Soares/ Fernando Pessoa, se il reale autore de «Il libro dell’inquietudine» non si fosse sottoposto almeno un poco – come tutti – alle «logiche distorte» di questo mondo?
        Sperando di non averla troppo disturbata, la saluto dalla mia «invisibilità» più terra terra.

  10. emilia banfi

    GRANDI CREATURE

  11. Giorgio Linguaglossa

    Antonella Catini Lucente scrive:
    «nel mondo della Poesia, che aleggia, LIBERA, sulle miserie; sulle briciole di tempo che ci è dato percepire»; «La grandezza di un poeta è quella che vince il tempo, che continua nel tempo a parlare alle viscere facendosi assoluta: nessun critico, né legittimazione che derivi da altro che sia “ Armonica Bellezza”, può conferirgliela»; «immortalità» della poesia; «la scrittura, se libera è e deve essere, la si fa in solitudine: se un giorno si sarà riconosciuti, è un corollario»…

    da queste e altrettali proposizioni si evince che Catini Lucente ha della Poesia un concetto atemporale, sovrastorico, assoluto, che si impone da sé nel tempo e contro il tempo, che si fa in solitudine (ma perché non si può scrivere al bar? o in una metro?, e poi che significa “solitudine”?); ho l’impressione che Antonella Catini abbia della poesia un concetto analogo a quello teologico che la vede (e la pone) nella sua dimora nell’empireo, che vincerà in Tempo contro gli uomini che vivono nell’inautenticità, «distorti» in interessi utilitaristici e pragmatici… etc. – è possibile, è anche possibile che avvenga che una poesia (di un autore invisibile perché non ha trovato nel suo tempo lettori e critici), trovi nel tempo futuro dei lettori e/o critici che si interesseranno di essa… ma, appunto, deve trovare dei lettori, vivi in carne ed ossa, e appassionati, altrimenti l’opera di quell’assoluto poeta che ha scritto in solitudine i propri capolavori, rischierà di affondare del tutto nell’invisibilità. Insomma, voglio dire che, al di là di elitarie concezioni di assoluta alterità dell’opera di poesia (ciascuno può coltivare la convinzione che più crede) sia convenevole scendere sul piano del pianeta fatto di terra: se si scrive e si pubblica anche solo in due copie un libro vuole dire che si vuole trovare un lettore oltre lo scrivente, che il lettore quindi è necessario, anzi, indispensabile… altrimenti pubblicheremmo i libri in una sola copia. Tanto la Poesia (con la maiuscola) si imporrà da sé contro il Tempo e contro gli uomini «distorti».

  12. emilia banfi

    Io sono come tutti gli altri, vedo il mondo come vorrei che andasse, e non come va veramente. (Coelho)

    • ro

      il massone Coelho , come moltissimi fenomeni editoriali, ha ben poco a che fare con la spiritualità; ben preparato su certe “alchimie”, è stato molto furbo (del resto sostenuto dal sistema) a promuovere certe anestesie promosse come guerriere della luce.

  13. emilia banfi

    a Rò

    Ok quel che tu dici potrebbe essere vero. Resta il fatto che i sentimenti , la spiritualità e la bellezza sono anch’essi realtà ..perché respingerli come se fossero demoni ingannatori? Allora anche tutto il resto è inganno, compresa la politica e spesso anche la scienza per non parlare della storia…ma qui il discorso è molto lungo e dopo uno stravolgente temporale estivo l’aria fresca mi fa sentire più pigra del solito.. Ciao

  14. ro

    cara EMy, innanzitutto sistemo il periodo precedente che nella sua seconda parte per troppa rapidità ho scritto maluccio, quindi meglio rifare in: Coelho, e non è il solo, è stato molto furbo (del resto sono tutti ben sostenuti da un certo “sistema”) a promuovere certe anestesie, vendute al lettore come guerriere, guerriere della luce.

    Non credo che il discorso che qui si fa sia parente o simile allla grande famiglia del “negazionismo”….. in questo questo genere di conversazioni sicuramente ci sono approcci piu yin o più yang… durezze o asprezze / morbidezze o dolcezze . Tuttavia se uno o una deve proprio “farsi” di “SEMPLICE” profondità -dove semplice sta per custode dell’uomo “antico”- sia che si tratti di profondita emotiva, che intellettiva, materiale e immateriale, poetica e politica, allora dunque è meglio che si faccia con roba buona, NON con suoi succedanei, né tantomeno con autori che di quei succedanei/inganni sono artefici, consapevoli o meno, del surrogato finale, a cui non solo certa produzione letteraria ha teso per arrivare, a un uomo 2.0 già prima di qualsiasi manipolazione genetica.

    Questo pre-impianto a una come te , che ogni due per tira giustamente tira in ballo i sentimenti, lo spirito e la bellezza, dovrebbe stare a cuore ben di più di me, eppure alla fine quel che penso dentro me, senza nulla togliere al mio sentimento di amicizia viscerale verso te, è che in parte hanno preso anche te e così per primi anche i tuoi sentimenti…

  15. emilia banfi

    Oh mio dio Ro! Quella frase mi aveva colpito perché ci sta anche col mio pensiero… in questo caso lui l’ha pensata da furbo, io no. Per quanto riguarda i miei sentimenti il tempo e la vita non hanno ancora finito di insegnarmeli, ma sono la cosa più bella che ho imparato. Grazie per l’amicizia che sento sincera.

  16. Trascrivo e imparo, e sogno (qui è poesia anche la poetica espressa in prosa, con il massimo rispetto per i signori critici):
    “Ho detto altre volte che al poeta la “sua” parola non gli appartiene, non ne può delimitare l’uso e il significato, non può porre alcun veto reale alla sua interpretazione e alla sua appropriazione.Per di più essa si sottrae al suo dominio, ritorna allo stato di neutralità.”
    “Nei primi tempi egli è asservito ad alcune fondamentali necessità: il suo demone lo trascina a distinguersi, a edificare un ego che abbia la distanza conveniente per essere percepito e visto in rilievo, ad acquistare un tono e uno stile. L’essere e l’avere sono allora le coordinate dominanti della affermazione o della negazione di sé : due imperativi latenti, talvolta complementari, che presiedono alla interpretazione e alla lettura della realtà. In modo speciale, dovrei dire superlativo, il poeta si presume colui che ha. “Ma io sono, ho natura e fede”- opponevano alla tentazione della morte e del dissolvimento miei versi giovanili in un tempo di coralità coatta e alienata, equivalente all’anonimo flusso delle ombre al seguito di atroci bandiere.
    In ogni caso è certo che la soggettività tanto perseguita e tanto dibattuta dal poeta , tanto dissipata e tante volte riacciuffata come ancora di salvataggio finisce per farsi mal tollerare, è subita come limitazione e prigionia. Arriva il momento in cui quella soggettività energica, talora violenta, che contrapponendosi ad altre e al mondo stesso aveva dato al poeta una specie di riprova se non della sua unicità almeno della sua singolarità più o meno, ripeto più o meno, autorizzata a dire e a parlare, non desidera più nulla che di essere ricevuta, bevuta, mangiata dagli uomini ai quali ha parlato della sua differenza. Quella soggettività aspira profondamente a scomparire nella moltitudine delle cose e delle creature e nella moltitudine dei destinatari del suo messaggio. Meno astrattamente il poeta nella parte più segreta di sé tende a non essere più niente se non ciò che di lui è passato o passerà negli altri come sostanza umana, grazia e canto. Allora la condizione dell’essere e dell’avere sembra appena preliminare a questa nuova che si delinea dell’essere avuti.” “E’strano ma solo a un certo punto della sua storia il poeta scopre questo segmento fondamentale , questo versante immancabile nella regione del linguaggio poetico. Coincide forse con il momento in cui uscito dalla cittadella dei principi e della solitudine, per così dire alchemica,s’incontra con la città dove è in corso l’esperienza e dove in fin dei conti si consuma la prova.E allora può pensare che il linguaggio singolare che la soggettività si era costituito ritorni ma non sconfitto, alla lingua alla quale si era contrapposto, ad operare dentro di essa in modo che essa si accresca di virtualità Sarebbe sciocco ora cercare di distinguere da che parte è il cedimento, visto che solo da questa riciprocità di attesa si opera il ricongiungimento necessario. La vita e lo sviluppo di una lingua si nutrono di questo cibo sacrificale che è insieme offerto e conquistato: offerto dal poeta e conquistato dalla comunità dei parlanti ed è chiaro ch’esso riconosce il suo potere nutritivo solo dall’essere ingoiato.
    Il mito di Orfeo reca come conclusione il delirio cruento delle baccanti che si dividono i lacerti del signore del canto.
    Non cambierà per molto questo destino ma a me pare che, presa coscienza di questo destino, la testimonianza cui la poesia non è venuta meno vada sempre più somigliando al suo primo significato, cioè al martirio.”
    Mario Luzi da “Naturalezza del poeta”

    • Ennio Abate

      APPUNTI (IN CONTROTENDENZA) SU LUZI

      Con tutto il rispetto per un grande poeta come Luzi, faccio notare come, smentendo il titolo stesso del libro (Naturalezza del poeta, Garzanti 1995), egli storca in senso spiritualista il fare poesia.
      In questo stesso brano il lessico rimanda a concetti («il suo demone», «solitudine, per così dire alchemica», «questo cibo sacrificale», «martirio») che confermano la sua nota visione religiosa della poesia.
      Che – sia chiaro – è una delle vie della poesia, non l’unica.
      L’assenza di visione storica impedisce a Luzi di capire che la parola, anche quella poetica, «non gli appartiene» ed egli « non può porre alcun veto reale alla sua interpretazione e alla sua appropriazione», perché è comunque dedotta da una lingua. Che è e resta fatto sociale; e mai può diventare esclusivamente fatto individuale. E mai quella parola – anche questo Luzi non riesce a vederlo – «ritorna allo stato di neutralità»: è invece perennemente sottoposta a mutamenti conflittuali, che sono omologhi a quelli della società conflittuale, in cui soltanto la *langue* e la *parole* assumono senso (storico).
      Faccio notare anche come Luzi tenda a distanziare da sé e a sorvolare, sminuendoli, gli eventi storici. Fascismo, antifascismo, Seconda guerra mondiale sono eventi che vengono da lui stemperati (e non nominati); e si riducono a «un tempo di coralità coatta e alienata, equivalente all’anonimo flusso delle ombre al seguito di atroci bandiere».
      Né Luzi riconosce (almeno in questo brano…) che sono stati proprio gli eventi storici e tragici vissuti durante la sua stessa vita a – mi si permetta l’espressione irriverente – prendere per il bavero quella sua « soggettività energica, talora violenta, che contrapponendosi ad altre e al mondo stesso aveva dato al poeta una specie di riprova se non della sua unicità almeno della sua singolarità». È stata, insomma, proprio la storia a fargli tira fuori il capino dall’ermetismo più spiritualista. E a indurlo a immaginare – ma l’immagine è ancora unilateralmente religiosizzante e richiama il modello eucaristico, il «cibo sacrificale», il «martirio» di Cristo – che ora – sotto le bastonature della storia – quella sua soggettività (quella sua poesia…) « non desidera più nulla che di essere ricevuta, bevuta, mangiata dagli uomini ai quali ha parlato della sua differenza». Che è, se ci si pensa bene e fino in fondo, ancora una gran bella pretesa. Ci si potrebbe anche chiedere se e di quanto Luzi sia « uscito dalla cittadella dei principi e della solitudine» e si sia incontrato «con la città». O in altri termini quanto la sua *parole* si sia accostata e abbia inteso anche il valore della *langue* della gente comune alle prese con le fatiche e gli orrori della storia.

      • Giorgio Linguaglossa

        Luzi parla di «cibo sacrificale», di «martirio», di una «soggettività (che) non desidera più nulla che di essere ricevuta, bevuta, mangiata dagli uomini ai quali ha parlato della sua differenza. Quella soggettività aspira profondamente a scomparire nella moltitudine delle cose e delle creature e nella moltitudine dei destinatari del suo messaggio. Meno astrattamente il poeta nella parte più segreta di sé tende a non essere più niente se non ciò che di lui è passato o passerà negli altri come sostanza umana, grazia e canto»; etc. –

        Ho l’impressione che Luzi confonda il piano dell’arte con quello teologico, di una teologia storicamente condizionata, la religione del cattolicesimo, che assimila la poesia alla «preghiera», alla «testimonianza» (ma di che cosa?, di quale Dio?)… procedendo su questa strada il poeta toscano si ingolfa in una serie di equivoci e di irresolubili antinomie che si riflettono anche sulla sua poesia post- anni Sessanta Settanta. Poi Luzi parla della «solitudine» accentuando il piano sovrastorico della «solitudine» come una posizione privilegiata della poiesis, parla del conflitto tra la «solitudine» della «soggettività» con «la città» vista come il luogo del dispiegamento della Storia alienata e peccaminosa degli uomini… insomma c’è tutto un repertorio concettuale astorico e acritico in questa impostazione del problema. Luzi parla di «il poeta nella parte più segreta di sé tende a non essere più niente», affermazione che non riesco a comprendere: che cosa significa questo nullismo acritico e filosoficamente ingenuo?, io, lo ammetto, non riesco a seguirlo in queste circonlocuzioni astratte e gratuite. Lo ammetto: tutto il pezzo citato di Luzi è un vero campionario di asserzioni gratuite e arbitrarie fondate sula indistinzione dei piani: quello del sacro e quello del profano, quello del teologico e quello del filosofico; senza parlare dei luoghi comuni di una filosofia spicciola: che cosa significa che la «parola» della poesia «non appartiene al poeta»?, a me sembra che in Luzi convivano enormi difficoltà e contraddizioni filosofiche e terminologiche oltre a una buona dose di luoghi filosofici accettati senza previa riflessione critica. Tanto che non vale la pena di approfondire il discorso. Anche il discorso abbozzato sulla «soggettività» mi sembra molto spicciolo e in saldo.

  17. emilia banfi

    MARIO LUZI riflettiamo…

    Poesie sparse: Vita fedele alla vita

    La città di domenica
    sul tardi
    quando c’è pace
    ma una radio geme
    tra le sue moli cieche
    dalle sue viscere interite

    e a chi va nel crepaccio di una via
    tagliata netta tra le banche arriva
    dolce fino allo spasimo l’umano
    appiattato nelle sue chiaviche e nei suoi ammezzati,

    tregua, sì, eppure
    uno, la fronte sull’asfalto, muore
    tra poca gente stranita
    che indugia e si fa attorno all’infortunio,

    e noi si è qui o per destino o casualmente insieme
    tu ed io, mia compagna di poche ore,
    in questa sfera impazzita
    sotto la spada a doppio filo
    del giudizio o della remissione,

    vita fedele alla vita
    tutto questo che le è cresciuto in seno
    dove va, mi chiedo,
    discende o sale a sbalzi verso il suo principio…

    sebbene non importi, sebbene sia la nostra vita e basta.

  18. Rispondo agli interlocutori brevemente e qui sotto. Che Mario Luzi sia uno dei maggiori poeti del Novecento e non solo, non credo abbia bisogno di essere discusso o motivato, è così e basta, poi ognuno ha i propri gusti in materia e le proprie preferenze. Ringrazio Ennio Abate per le cortesi e profonde precisazioni. Certamente il passo che cito può risultare meno incisivo al di fuori della sua naturale collocazione che è quella di un saggio dal titolo “Naturalezza del poeta” contenuto in “L’inferno e il limbo”, 1945. Io lo traggo da “Autoritratto”, opera di Mario Luzi pubblicata postuma da Garzanti nel 2007. Questo brano scelto da Luzi , come gli altri collocati in questo libro particolare che vuole essere una scelta fatta dall’autore dei passi più incisivi della sua vasta opera letteraria e non solo, dicevo questo brano che ho letteralmente trascritto è posto alla fine del libro( pp. da 307 a 313, e chi desidera approfondire se lo può agevolmente leggere). Siamo nel 2007, ma non c’è nulla di astorico in quello che viene riportato. Ci sono il segno ed il dolore di una decadenza di valori e morale, che era oggi come allora base della crisi della società. E che sempre nella storia ricorre, e alle decadenze di solito si accompagna, purtroppo, un bagno di sangue.
    Come adesso. Il rapporto fra l’opera di Mario Luzi e la storia e la cultura del suo tempo nazionale ed internazionale, non solo mi sembra esemplarmente esplicato dalla poesia stessa di Luzi, e anche e soprattutto dalle opere teatrali, a cui lui era particolarmente legato , ma comunque è chiaramente trattato prima in “Leggere e scrivere” , a cura di Mario Specchio , 1993, ma poi più ampiamente in “Colloquio”, 1999, sempre a cura di Specchio.
    Si tratta di una lunga intervista in cui Luzi si fa condurre per mano dall’illustre e compianto studioso ripercorrendo la sua vita e le sue opere in una chiarissima ed esemplare convivenza e reciprocità con la storia e la cultura del suo tempo. Nessuna astoricità e tantomeno soggettivismo, ma un profondo e commosso connubio con il reale. Che dovrebbe esserci di insegnamento. Per quello che riguarda la fede, sì senz’altro c’è e ci sono i valori della fede. Ci sono il Bene e il Male come nella Commedia di Dante, l’eternità presente, ed è proprio alla luce di questa eternità che è possibile parlare dei valori, cosa che diversamente non è possibile fare. Solo partendo dal riferimento ad un Bene assoluto, l’inferno ha un senso, diversamente c’è il limbo, il male non può essere nominato, perché manca un punto di riferimento.
    A Giorgio Linguaglossa dico solo che uno studioso del suo calibro dovrebbe avere il dono dell’umiltà e del rispetto per le opinioni di tutti. Da tutti c’è da imparare, e nulla di quello che viene qui inserito per commento è “spicciolo e in saldo”. Caro Giorgio, permettimi, il tuo intervento al di là della tua presumibile competenza, e delle tue personali opinioni, è del tutto spocchioso e privo di rispetto per chi si adopera a confrontarsi con gli altri su questo blog. Impiegando tempo ed energia preziosa.
    Grazie invece a Ennio Abate per la cortesia, e gli stimoli che sempre offre nelle sue risposte.
    Sandra Evangelisti

  19. Volevo da ultimo sottolineare che la citazione da Mario Luzi voleva collegarsi e rispondere all’intervento di Antonella Catini , non era una farneticazione gratuita e solitaria priva di nesso con il tema degli interventi. Ma forse mi sono espressa in modo poco chiaro.
    Può succedere. Adiòs
    Sandra Evangelisti

    • Ennio Abate

      @ Sandra Evangelisti

      Sto preparando un approfondimento dei miei appunti su Luzi.
      La pregherei di non salutarci in maniera così brusca.
      Non c’è nessun fuori tema o farneticazione. Si tratta più semplicemente di dissenso. E il dissenso può essere approfondito e motivato.

      • Giorgio Linguaglossa

        @ Sandra Evangelisti,

        cara Sandra, io mi sono limitato a indicare una serie di improprietà terminologiche e filosofiche purtroppo tipiche della nomenclatura dei poeti quando si cimentano in discussioni filosofiche; io mi sono limitato a dire che termini come soggettività, solitudine del poeta, preghiera ed altri tantissimi sono assunti in maniera acritica, posso dirlo senza ferire nessuno?, è possibile criticare chi è considerato dalle Parti Interessate come un “grande poeta”?, è possibile dissentire senza ferire nessuno?, o devo accodarmi al coro dei sostenitori di una Parte a discapito dell’altra?; io ritengo che anche la poesia di Mario Luzi sia da rileggere con occhi disincantati, per quanto mi riguarda io non ritengo che la sua adesione alla Fede lo abbia aiutato, credo invece che lo abbia danneggiato, gli ha interdetto la possibilità di una visione maggiormente critica, e che ciò abbia influito negativamente anche sulla sua poesia degli anni Ottanta e Novanta (che si muove secondo uno sviluppo narrativo del tutto prevedibile, di scuola, anche se di “alta” scuola); intendo dire che la poesia del tardo Luzi non abbia aggiunto nulla alla sua poesia maggiore degli anni Sessanta Settanta, si iscrive in quel processo che ha sospinto la poesia italiana verso una posizione minoritaria, una poesia facile, troppo facile, una facilità di scrittura tipica di chi fa poesia come se tutto fosse sussumibile in poesia, una poesia di tematica ampia non sorretta però da un armamentario di retorizzazioni, da un linguaggio tale che potesse recepirla in modo adeguato; anche quell’abbondanza di prosaicizzazione del tardo Luzi è una spia di quella inadeguatezza globale del suo approccio all’oggetto poesia. Anche la poesia citata da Emilia Banfi è un esempio indiscutibile di poesia facilitata, facile, con espressioni generiche, non incisive, tutto scontato, tutto già visto e scritto innumerevoli volte. E dicendo questo non intendo tacciare di incompetenza né sminuire il giudizio di nessuno, ognuno si prenda il suo Luzi e, se vuole, se lo metta in bacheca; io, per parte mia, non ho nessun santino da santificare e da esaltare.

  20. emilia banfi

    La poesia di Luzi che ho scelto dopo l’ intervento di Linguaglossa , l’ho voluta mettere lì proprio per la sua semplicità che il critico in questione considera scontata e non incisiva. Riflettendo l’ultimo verso esalta questa semplicità. Ma questo era solo un esempio. Per quando riguarda i santini, tutto sono i poeti, tranne che santi e per quanto riguarda Luzi , a mio parere, non so fino a che punto arrivasse la sua fede, metto in dubbio tutto, è un mio difetto? Ma penso che per cercare certezze (soprattutto in poesia) bisogna avere prima grandi dubbi.

  21. ” tutto il pezzo citato di Luzi è un vero campionario di asserzioni gratuite e arbitrarie fondate sula indistinzione dei piani.” Linguaglossa.
    E’ possibile dissentire, anzi è normale e bello dissentire. Il dissenso anima la discussione e il confronto che tutti qui vogliamo e auspichiamo. Il rischio della odierna società è quello dell’indifferenza. O dell’estremismo di azione e di pensiero. Ma è giusto e razionale motivare e approfondire. Ora la tua affermazione che cito sopra non mi sembra frutto di volontà di confronto, ma piuttosto di una chiusura sulle tue posizioni ben barricate, visto che poi dopo addirittura affermi: “Tanto che non vale la pena di approfondire il discorso. Anche il discorso abbozzato sulla «soggettività» mi sembra molto spicciolo e in saldo.” E questo sarebbe desiderio di approfondimento? A me non sembra. Per quello che riguarda i santini in bacheca, io non ne ho più e di nessun genere, causa la mia età non più giovane( ho quasi cinquant’anni) e l’esperienza di vita, dura, che ho affrontato finora. Sì, il ricordo di Mario Luzi è quello soprattutto di un poeta e di una bella persona. La prima persona che mi ha chiamato poeta, leggendo quello che scrivevo. E’ stato commovente, era il 1995 e io avevo trentuno anni, e tante pagine scritte tenute per me soltanto. Mi ha cambiato la vita. Ma basta con i discorsi soggettivi e personali, basta con i ricordi e le suggestioni giovanili.
    Entriamo sul piano della ragione e della critica. Ennio Abate ha abbozzato un bell’approfondimento della sua nota scritta qui sopra il 30 luglio 2013 alle 22,08, e io dopo averla letta più volte, dopo avere tutto considerato e meditato con calma, e soprattutto avere riletto in modo approfondito Mario Luzi e i saggi su di lui, in relazione alle affermazioni di Franco Fortini, cercherò di abbozzare una risposta degna, almeno in piccola parte ai nomi e agli interlocutori in campo. Ho anche dei miei appunti per una ipotesi di poetica e metterò in campo anche quelli.
    Concludo con alcuni versi di Luzi :
    “Ora che tutt’intorno, a ogni balcone,
    la donna compie riti
    di fecondità e di morte,
    versa acqua nei vasi, immerge fiori,
    ravvia le lunghe foglie, schianta
    i seccumi, libera i buttoni
    per il meglio della pioggia,
    per il più caldo del sole,
    o miei giovani e forti,
    miei vecchi un po’ svaniti,
    dico, prego: sia grazia essere qui,
    grazia anche l’implorare a mani giunte,
    stare a labbra serrate, ad occhi bassi
    come chi aspetta la sentenza.
    Sia grazia essere qui,
    nel giusto della vita,
    nell’opera del mondo. Sia così.”
    Mario Luzi “Augurio” da “Dal fondo delle campagne”, 1965.

    Sandra Evangelisti

  22. @ Sandra Evangelisti

    “cercherò di abbozzare una risposta degna, almeno in piccola parte ai nomi e agli interlocutori in campo. Ho anche dei miei appunti per una ipotesi di poetica e metterò in campo anche quelli.”.

    Benissimo. Se vuole, può preparare una bozza di post a suo nome, me lo manda a :moltinpoesia@gmail.com
    e lo pubblichiamo

  23. Sono rimasta colpita dalle risposte così dure di Giorgio Linguaglossa e di Ennio Abate nei confronti di un testo in cui Mario Luzi parla della condizione dell’ essere poeta e allo stesso tempo uomo nella società. L’attacco, su tutti i punti, mi è sembrato eccessivo e apprezzo molto le risposte di Sandra Evagenelisti.
    Giorgio Linguaglossa afferma, senza porsi nessun dubbio, che Luzi avesse della religione una visione cattolica. Forse non conosceva bene Luzi sotto questo profilo. Mario Luzi aveva un concetto molto ampio della religione e, se doveva definirsi, si definiva cristiano, anzi, “cristico”.
    E’ inoltre innegabile che l’ultimo Luzi si sia molto esposto, manifestando il suo pensiero anche sulle vicende civili e sociali, non rimanendo certo a guardare. Da tempo Luzi aveva tirato fuori “il capino dall’ermetismo più spiritualista” Si rilegga la poesia “Presso il Bisenzio”.
    Penso che ci sia un po’ il dente avvelenato nei confronti di Luzi, per scagliarsi così violentemente contro un testo risalente a molti anni fa, quando il cammino di Mario Luzi ancora non era compiuto, anzi aveva ancora molto da scrivere, e, come la maggioranza dei critici conviene, in una crescita continua.

  24. Ennio Abate

    @ Caterina Trombetti

    Si sbaglia di grosso. Il dente avvelenato non fa bene alla critica.
    Rivendico le cose che scritto. Credo di averle argomentate a sufficienza. Mi pare che lei non abbia letto i due post che ho dedicato a Luzi:

    https://moltinpoesia.wordpress.com/2013/07/31/ennio-abaterileggendo-i-poeti-del-novecento-di-f-fortini-luzi-4/

    https://moltinpoesia.wordpress.com/2013/08/01/ennio-abate-rileggendo-i-poeti-del-novecento-di-f-fortini-luzi-4-1/

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