Lucio Mayoor Tosi
Tr3 pannocchie

pannocchia (1)

L’incontro è tra due pannocchie, una cresciuta in fretta, tremenda come Kalì danzante la morte, l’altra come sospinta da verdi serpenti prima che s’accendessero i fiori attorno.

Cantano della morte, una canzone in diagonale nel quadrato dell’orto.

La tazza del tè sospesa sugli alti palazzi della città lasciata in attesa dei treni.
Qui la rugiada, là il pianto. Qui l’azzurro cielo, là una notte che sbiadisce tremolando in standby.

In standby. In standby.

*
Sopra di me giace lo sceicco bianco del vuoto terrestre, del vuoto tra le particelle del corpo.

Guarda senza respirare, guarda e non muore.

Non fa rumore dondolando appagato sull’altalena. Il rumore non gli appartiene. Il rumore dei corpi, il rumore degli astri, quel rumore è il suo vento.

Pensare è guardare, guardare è pensare. Un raro cavaliere pensante. Un maestro di luci.

Il sonno è legato a un filo.

*
Prenderò il pesce dorato, il pesce per la coda.
Sei gatto tu? E quanto gatto sei?

Nel vicolo corri saltando le buche, tra case che sembrano modellini di legno e colla, sul corpo gigante della terra. Come torrette.

Lì, sotto il cappello a cilindro, vivono pesci dorati. Nell’acqua dei libri.

Come gatti e come pesci siamo. Quante buche hai sul tuo corpo gigante? Quante torrette hai tu?

Di là dal cancello, dove non vediamo, quanto verde c’è? Hai mai fatto il conto degli alberi sull’abito lungo della notte che ieri posava rivolta ad oriente, con quella luna rossa in testa, quella luna rosso dorata?

Sebbene fosse già la più bella tra le ultime notti (pare avesse il volto bianco di cera), di lei ricordiamo i folti capelli neri, sotto il cappello a cilindro. Nell’acqua dei libri.

Annunci

10 commenti

Archiviato in RICERCHE

10 risposte a “Lucio Mayoor Tosi
Tr3 pannocchie

  1. Giorgio Linguaglossa

    In occasione del Salon del 1846 Baudelaire scrisse un saggio intitolato A che
    serve la critica? in cui sosteneva che la vera critica «deve essere parziale, appassionata, politica, vale a dire condotta da un punto di vista esclusivo, ma tale da aprire il più ampio degli orizzonti». Partirò da questa impostazione del problema. Ritengo che Lucio Mayoor Tosi abbia ben applicato il surrealismo delle immagini alla Magritte con il linguaggio baso e desublimato di tipo narrativo, azzeccata mi sembra la sostanziale abolizione del verso “musicale” per optare per una sintassi e un uso di locuzioni narrative, in questi testi il proposizionalismo si snoda da una immagina all’altra, è questo credo il vero distinguo della poesia dell’autore rispetto al versante narrativo, ed è un bene. Ma se dovessi fare un auspicio all’autore gli direi di accentuare l’accostamento delle immagini surreali incrementando le qualità dinamiche insite nelle immagini tralasciando gli inserti egologici, insomma, voglio esprimermi con un esempio. Scrive l’autore:

    Prenderò il pesce dorato, il pesce per la coda.
    Sei gatto tu? E quanto gatto sei?

    Nel vicolo corri saltando le buche, tra case che sembrano modellini di legno e colla, sul corpo gigante della terra. Come torrette.

    Lì, sotto il cappello a cilindro, vivono pesci dorati. Nell’acqua dei libri.

    A me sembra che i versi «forti» siano il primo e l’ultimo perché sono immagini astratte, che si librano per forza propria, come in stato di lievitazione, in virtù della propria leggerezza; invece mi sembra che i versi che stanno nel mezzo siano più deboli perché vogliono introdurre un “tu” che nel corpo del testo non abbia una sua intrinseca necessità; voglio dire che mi sembrano due direzioni diverse che vanno in direzioni che si divaricano e non riescono a trovare una loro statica e dinamica interna. Quindi, il mio auspicio è che l’autore trovi più coraggio per rendere più astratta e imprevedibile la sua poesia accentuando e sfruttando la logica interna delle immagini e lasciandosi portare dalla corrente della loro interna corrente di dinamismo. Proporrei di sostituire il “tu” con la terza persona e poi verificare il risultato.
    È ovvio che tutto il mio discorso ha validità soltanto a partire dal mio punto di vista; se si cambia il punto di vista cambiano anche le argomentazioni del giudizio.

  2. Giuseppina Di Leo

    L’orto (lat. hortus) rappresenta simbolicamente il luogo della poesia: uno spazio aperto (di confronto) e privato nello stesso tempo, perché intimo.
    Le riflessioni sembrano partire dalla terra, dato reale per eccellenza (le pannocchie), per poi muoversi man mano.
    La tazza del tè, che, si presuppone, egli stringa tra le sue mani, capovolta diventa il tetto delle case lontane a lui intorno, in una distanza dove si disperde anche una nota di nostalgia: “Qui la rugiada, là il pianto. Qui l’azzurro cielo, là una notte che sbiadisce tremolando in standby.”.
    Attraverso l’elemento gioco (l’altalena) lo sguardo poi s’innalza fino al cielo, per poi inglobare tutti, o quasi, gli elementi (tra quelli presenti – terra, aria e acqua – mancherebbe il fuoco).
    Nell’estensione del campo visivo il sé sembra voler abbracciare l’intero cosmo, fino a disperdersi totalmente in esso.
    Ecco allora le domande: “Sei gatto tu? E quanto gatto sei?”, alle quali seguono risposte in-sensate, rivolte ad un “tu” fantastico.
    Ma l’orto è anche l’ortus, quello dove sorge il sole, l’oriente, il punto coincidente con il luogo di nascita della filosofia di vita di Lucio Mayoor Tosi, un luogo forte d’identità.
    “Nell’acqua dei libri”. – Bella questa immagine, come sapienza in divenire.
    Grazie Lucio.

  3. emilia banfi

    Ehi Lucio! mi sorprendi sempre!

    La prima in standby mi dà l’idea del non cambiamento , di quando le cose stanno come stanno e si mostrano in tutta la loro staticità. Il tuo cuore però vede in esse il trasporto che le passa a loro insaputa oltre la loro dimensione cioè in un mondo che tu ben conosci e che fa riscattare la loro immobilità , dal tamasico al ragiasico.
    Il gatto, l’acqua nei libri (se non perdeva la lavatrice), il cilindro insomma la sopresa,la terra in attesa, la cultura ed infine penso anche alla donna , la compagna felice.
    Lo sceicco bianco sei tu che attendi e cerchi la pace coraggiosamente ma il sonno arriva sull’altalena della vita prima o poi arriva , il filo è la fine.
    Così le ho interpretate e bevute come quando bevo un buon liquore che mi è molto molto gradito.
    lo stile appropriato all’argomento ed al poeta è perfetto.

  4. Rita Simonitto

    @ Lucio

    Le immagini surreali, colori impressionistici buttati a estro su una tavolozza, richiamano altre immagini, come un solfeggio.
    A me è venuto in mente il “sorriso-senza-gatto” del famoso Gatto del Cheshire e tutta la storia di Alice nel paese delle Meraviglie (*).
    Lo Stregatto appare e scompare. Parla per enigmi. E’ neutrale (non parteggia per nessuno). E’ saggio ma sa ridere e sghignazzare quando ne ha voglia.
    La domanda che si pone: attorno a quel “sorriso” si può costruire solo il gatto oppure anche qualcosa di altro?
    (*) Alice: “Mi è capitato spesso di vedere un gatto senza sorriso, ma un sorriso senza gatto è la cosa più curiosa che abbia mai visto in vita mia!”
    Complimenti!
    R.S.

  5. “Sopra di me giace lo sceicco bianco del vuoto terrestre”
    Questa poesia è stata scritta pochi giorni prima che sul blog si parlasse dell’essere e di Heidegger ( commento di Linguaglossa in “Carlo Rovelli, “Nel paese dove gli asini volano”). Proprio in quei giorni stavo sperimentando la conoscenza dell’essere nelle fasi del dormiveglia, segno che non avevo di peggio a cui pensare. La sperimentazione di un entronauta non è filosofica, nel senso che non si avvale della logica, anche se anch’egli userà il linguaggio come strumento per fare nuova conoscenza. Quando si sconfina nell’indicibile il linguaggio della poesia è più adatto.
    In poesia l’essere è lo sceicco bianco che dondola sull’altalena, staccato dal corpo fisico di chi lo sta osservando. Sta nella “prossimità distante”.
    L’io non è l’essere. Nell’io si ha consapevolezza di se’ nella dimensione del corpo e della mente, mentre l’essere non ha identità e soprattutto non è influenzato dalle leggi fisiche cui è soggetto il corpo. Anche se può sembrare un paradosso credo si possa dire che l’essere è la morte.
    “Guarda senza respirare, guarda e non muore.”
    Non fa rumore perché i rumori che sentiamo sono di questa dimensione, non di quella dell’essere. Il poeta dice che i rumori, per l’essere, sono vento.
    “Pensare è guardare, guardare è pensare”, è un verso in altalena. Come lo sceicco (chiaramente lo sceicco ultrabello di Fellini).
    “Il sonno è legato a un filo” rimette il lettore al suo posto, nel tempo e nello spazio. Fa architettura. Ma dice anche della distanza tra l’io e l’essere, che è legata ad un filo ben visibile nel dormiveglia ( quando conscio ed inconscio ancora si confondono), e della pericolosissima circostanza che si viene a creare quando la coscienza dell’entronauta arriva ad osservare. Egli sa che se quel filo si spezzasse potrebbe non fare ritorno.

  6. ro

    interessante la tua dinamica tensione reale, fra situazioni surreali, in cui uniti gli opposti, o perlomeno il forte desiderio verso una loro pratica e non soloideale unità, ti fai demiurgo / sceicco con la tua altalena fra le due rive..

    un caro saluto

  7. Grazie. L’esame è stato amichevole e a parer mio anche generosissimo. Tutta la poesia “Prenderò il pesce dorato” è scritta in forma di dialogo, che è pretesto per dire altro. Ma considero le obiezioni sollevate da Linguaglossa con la dovuta attenzione, come sempre, in questo caso relativamente alla coerenza e all’armonia degli inserti. Ma vorrei evitare corsivi e inutili rientri, anche perché queste poesie nascono stilisticamente dall’abbandono dell’a capo ( quindi del verso breve o lungo), che è come far crollare il muro di una roccaforte. Non avrebbe senso cercar di salvare il salvabile tenendo in piedi almeno il verso libero, che questi versi non sono in quella forma. Ne’ sono informali perché non musicali (sempre LInguaglossa), ma narrativi semplicemente. Vale a dire che la giustezza del verso, fatto salvo per il punto a capo quando proprio ci va, potrà variare in base all’impaginato. In questo caso però mi è chiaro che la narrativa è scelta poetica, non un cedimento.
    Ringrazio Rita Simonitto per il bell’esempio che s’è inventata sul Gatto del Cheshire, temevo che “ma quanto gatto sei?” fosse un verso un po’ naif (che però quand’è arrivato mi ha fatto sorridere). Non capisco però la domanda, se si possa costruire qualcos’altro su quel sorriso senza gatto, anche se mi vien subito da dire: sì certo, perché no? Perché no, perché no? Ma poi penso alla leggerezza, di questi tempi, e alla paura. E se penso alla paura penso alla psicanalisi perché, penso, se tutti vincessimo la paura ( come lo pago il mutuo, e se resto senza lavoro?) alle banche non resterebbe che produrre caramelle per potersi creare degli utili. E questo varrebbe anche per quei parassiti che stanno al governo. Caramelle dello stato e altri prodotti, come fanno quasi tutte le comunità di recupero per autofinanziarsi. Se invece, cara Rita, ti riferivi alla poetica, ecco, secondo me funziona come quando ci vestiamo per uscire di casa: tu pensi di esserti messa elegante e gli altri pensano che sei eccentrica, o viceversa. Mondrian si riteneva un mistico ma la critica ci vide il post costruttivista, e l’uso ascetico dei colori primari non fecero che anticipare quelli della pop art o dei fumetti di Donald Duck. Quindi? Ma se tutto filasse come per Pasolini, ti chiedo: non c’è nella poetica consapevole una componente costrittiva?
    Ancora grazie. Anche ai poeti decadenti russi, di fine ‘800, a Anna Achmatova, e a Tranströmer per quel suo particolare surrealismo così acutamente realista.

  8. Rita Simonitto

    @ Lucio
    *… Se invece, cara Rita, ti riferivi alla poetica …*

    Sì, ed ha a che vedere con il percorso espressivo che continuamente facciamo dal dentro al fuori e dal fuori al dentro, che ce ne rendiamo conto oppure no.

    Nel primo movimento abbiamo uno stato d’animo indefinito che ha bisogno di un pensatore che lo pensi e lo descriva [*Proprio in quei giorni stavo sperimentando la conoscenza dell’essere nelle fasi del dormiveglia *]: sarebbe un po’ come il sorriso senza gatto.
    Così – sto semplificando al massimo, sia chiaro – può venire alla mente la figura delle sceicco *(chiaramente lo sceicco ultrabello di Fellini)* che non è soltanto “lo sceicco” ma è tutta una storia di seduzione fantastica e fantasmagorica.
    *Prenderò il pesce dorato, il pesce per la coda.
    Sei gatto tu? E quanto gatto sei?*

    E c’è l’altro movimento, quando già delle immagini ci vengono fornite.
    Si tratta di un qualche cosa che, dal di fuori, sollecita una vagonata di impressioni interne che cercano di essere messe ‘in forma’ perché sono come le cascate dei fuochi d’artificio che emozionano ma hanno bisogno di trovare una loro *consapevolezza*, un loro contenimento linguistico.
    Ad esempio, le immagini delle pannocchie che hanno suscitato le brillanti considerazioni di Giuseppina Di Leo.
    Emy invece è stata colpita dallo *standby*.
    Io sono stata colpita dal paradosso della suggestiva espressione *Sopra di me giace lo sceicco bianco del vuoto terrestre, del vuoto tra le particelle del corpo*.
    Lo sceicco bianco ‘dondola’, non ‘giace’; e il vuoto, casomai, sarà extraterrestre. Mi sono venuti alla mente i paradossi Dodgsoniani, sia quelli dell’ “Alice nel paese delle meraviglie” che in “Dietro lo specchio”. Da qui il personaggio dello Stregatto con i suoi enigmi.
    Quindi, pur sapendo che *la sperimentazione di un entronauta non è filosofica, nel senso che non si avvale della logica, anche se anch’egli userà il linguaggio come strumento per fare nuova conoscenza. Quando si sconfina nell’indicibile il linguaggio della poesia è più adatto*, io ho cercato di mettere dei confini, o dei tratteggi, attorno al sorriso (=stato emotivo) che mi suscitava la lettura e la visione di quelle immagini.
    Questo secondo movimento, certamente è più ‘costruttivo’ e ‘costrittivo’ (ti chiedi: non c’è *nella poetica consapevole una componente costrittiva?* Sì, certo che c’è) e si accentua il conflitto con il linguaggio.

    I due percorsi però non sono da intendersi come antitetici ma come complementari.
    Ciao.
    R.S.

    • Se non hai nulla in contrario vorrei approfondire “il percorso espressivo che continuamente facciamo dal dentro al fuori e dal fuori al dentro”.
      Prima però vorrei chiarire che stiamo parlando di tre poesie diverse, che parlano di cose diverse, nate in giorni diversi ma vicini, nelle stese condizioni, del dormiveglia, e più o meno allo stesso orario. Nulla unisce lo sceicco bianco al pesce dorato o alle pannocchie, ( ho titolato con tr3 pannocchie – tre poesie – per questo, ma solo per il blog, questo e il mio).
      E’ vero, c’è un’incongruenza semantica nel dire che lo sceicco giace e poco dopo che dondola. Ma è così, o forse avrei dovuto essere più descrittivo? Dicendo che l’essere-sceicco giace indico il luogo dell’essere che è separato, poco sopra il corpo mio, giacente quanto me, in una nuvola immaginaria (speculare) non descrivibile a meno di usare la metafora della nuvola, come ora appunto, o dello sceicco bianco che mi venne in soccorso. Altrimenti non me la sarei potuta cavare ( e se non c’è riuscito Heidegger…). M’ero accorto anch’io di questa incongruenza, ma ho lasciato correre perché mi interessava parlare del suo non-rumore, e l’altalena, che è un’immagine successiva, mi sembrava perfetta a questo scopo. Però, che occhio formidabile hai!
      A me piace particolarmente “Guarda senza respirare, guarda e non muore.”
      Mi sembra che in questa poesia il dentro, che è l’esperire, e il fuori, il linguaggio, per come ho potuto si siano tenuti tutto sommato saldamente per mano. Dimenticavo: il vuoto tra le particelle del corpo è il vuoto tra le parti che costituiscono l’atomo ( quindi la materia, i corpi tutti), dove si vanno formando misteriosamente i fotoni che sono trasmettitori di sempre nuove valenze vitali. Il rapporto qui è tra corpi e corpi sottili, l’essere appunto, almeno per come la vedo io. Il concetto non è difficile, è solo insolito. Per queste ragioni ho scritto nel commento precedente: “Anche se può sembrare un paradosso credo si possa dire che l’essere è la morte.” L’approccio non è filosofico ma esoterico-esperienziale ( da entronauta o psiconauta a seconda dei casi).
      Farne poetica? Mi piacerebbe, ma su questi temi è un attimo scadere nella pedanteria o nella svenevolezza. Preferisco armarmi di pazienza e leggere tutto ciò che scrive Ennio Abate. Imparo. Anche questa è una scelta di campo, per altro neanche tanto originale, lo fece anche San Francesco, lo fece Buddha. In India vengono detti bodhisattva, qui militanti. Mi piace di più il primo ma pazienza.

  9. Rita Simonitto

    @ Lucio
    Partiamo da questa osservazione.
    *Prima però vorrei chiarire che stiamo parlando di tre poesie diverse, che parlano di cose diverse, nate in giorni diversi ma vicini, nelle stese condizioni, del dormiveglia, e più o meno allo stesso orario. Nulla unisce lo sceicco bianco al pesce dorato o alle pannocchie, ( ho titolato con tr3 pannocchie – tre poesie – per questo, ma solo per il blog, questo e il mio)*.

    Invece non è così quando trattiamo di aspetti che, come tu dici, non sono suscettibili alle regole della logica. Lo so che la mia è una deformazione professionale, ma a volte aiuta. Il testo diventa il contesto. E’ come il sogno che contempla luoghi e tempi diversi però, nel suo rendersi manifesto, ha bisogno di disporre di una, sia pure fittizia, unità di tempo e di spazio (‘facciamo finta che’).
    Nonostante tu voglia sganciarti da ogni ‘regola’ [*Non avrebbe senso cercar di salvare il salvabile tenendo in piedi almeno il verso libero, che questi versi non sono in quella forma. Ne’ sono informali perché non musicali (sempre LInguaglossa), ma narrativi semplicemente. Vale a dire che la giustezza del verso, fatto salvo per il punto a capo quando proprio ci va, potrà variare in base all’impaginato. In questo caso però mi è chiaro che la narrativa è scelta poetica, non un cedimento*], sta di fatto che comunque ciò che hai messo assieme è un linguaggio.
    E, differentemente da quanto tu credi [*Altrimenti non me la sarei potuta cavare ( e se non c’è riuscito +Heidegger…)] io penso che quanto tu hai detto sia importante.
    So bene che è una esagerazione, una forzatura ma è solo per rendere l’idea della potenza del dire poetico: ci starebbe bene, come chiosa al concetto di “prossimità distante”, quello che tu esprimi “poeticamente”, attraverso una immagine ‘poetica’:
    *In poesia l’essere è [come] lo sceicco bianco [e qui si aprono tutte le dotazioni di senso legate a questa immagine] che dondola sull’altalena [e, anche qui, altra apertura di dotazioni di senso], staccato dal corpo fisico di chi lo sta osservando [ma che appartiene anche, in termini somatopsichici, al corpo osservante]. Sta appunto nella “prossimità distante”*.
    Il dire poetico ha questo vantaggio di poter disporre di espressioni eidetiche, come una specie di film che viene sviluppato.
    R.S.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...