SEGNALAZIONE
Massimo Rizzante su poesia e storia in Roberto Bolaño

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Sul blog « Le parole e le cose » ho letto un bel saggio di Massimo Rizzante, « Come salvarsi la pelle senza rinunciare alla poesia. Su Roberto Bolaño» (http://www.leparoleelecose.it/?p=11371#more-11371). Non  conoscevo  questo autore cileno. Ho letto nel 2012  qualcosa di lui sul Web (http://www.archiviobolano.it/index.html ; http://mrearbrass.com/tag/2666/ ;  http://www.leparoleelecose.it/?p=5439#comment-35301), ma quel che ora m’interessa è  come egli affronta il tema del rapporto tra poesia e storia. Stralcio perciò alcuni passaggi del saggio di Rizzante e chiedo a chi è interessato d’intervenire. [E.A.]

*

Il mondo romanzesco di Bolaño è sovrappopolato di poeti, scrittori, critici letterari. Ma soprattutto di poeti.

Una folla di poeti inventati: Carlos Wieder, il poeta che ama l’arte della tortura diStella distante (1996); Auxilio Lacouture di Amuleto (1999), che non è una poetessa, ma «la madre della poesia messicana» e l’amica di tutti i poeti – i vari Arturo Belano, Ernesto San Epifanio, Lilian Serpas, León Felipe, Pedro Garfias – perduti nella «disperazione congetturale» del tempo «senza ordine né successione rispetto al passato e rispetto al futuro» che si fa strada nella sua stessa memoria e nella memoria delle strade di Città del Messico; il poeta B, emigrato dal Cile in Spagna, protagonista di un racconto tratto dalla raccoltaPuttane assassine (2001), che cammina per le vie di Parigi e Bruxelles sfogliando un’obsoleta rivista d’avanguardia sulle tracce di uno dei suoi collaboratori, defunto da molto tempo; Enrique Martín, il personaggio del racconto eponimo incluso nella raccolta Chiamate telefoniche, che vuole a tutti i costi essere poeta. La sua tenacia, narra l’amico e narratore, il poeta Arturo Belano, era «cieca e acritica», come quella «dei cattivi pistoleri dei film, quelli che cadono come mosche sotto le pallottole dell’eroe e che tuttavia perseverano in modo suicida».

E una folla di poeti dall’incontestabile esistenza storica: José Emilio Pacheco (1939), il poeta messicano, autore di raccolte come Los elementos de la noche(1963) o No me pregunten cómo pasa el tiempo (1969), amico di Carlos Monsiváis e Sergio Pitol, nonché traduttore di Beckett e Marcel Schwob che, nella parte di confidente di Auxilio Lacouture, la protagonista e voce narrante di Amuleto, svela i segreti dell’incontro tra Ezra Pound e W. B. Yeats, così come fantastica sul valore dell’incontro mancato tra Ruben Darío e Vicente Huidobro; Auxilio Lacouture, la protagonista di Amuleto, che snocciola, con l’aiuto di quella che chiama «la voce dei sogni», un lungo rosario di profezie sul destino di molti poeti e scrittori del XX secolo, tutti rigorosamente dotati di certificato di nascita e di morte: «Paul Celan rinascerà dalle sue ceneri nel 2113. André Breton rinascerà dagli specchi nel 2071. Max Jacob non sarà più letto, cioè, il suo ultimo lettore scomparirà nel 2059 […] Virginia Woolf si reincarnerà in una narratrice argentina nel 2076 […] Louis Ferdinand Céline farà la sua entrata nel Purgatorio nel 2094 […] Paul Éluard sarà un poeta di massa nel 2101»; il premio Nobel Octavio Paz, «il nemico» dei poeti realvisceralisti nel romanzo I detective selvaggi; César Vallejo (1892-1938), il grande poeta modernista peruviano, autore di raccolte esplosive come Trilce (1922), o della silloge postuma, uscita nel 1939, Poemas humanos (titolo ironico, poiché di umano nell’umanità rappresentata da Vallejo c’è rimasto ben poco), sul suo letto di morte a Parigi inMonsieur Pain (1999); Pablo Neruda che declama alcuni versi alla luna in Notturno cileno (2002).
Una folla di poeti inventati che, a volte, amano coesistere con una folla di poeti la cui vita e la cui opera sono storicamente documentate. È il caso, ad esempio, dell’incontro onirico tra un personaggio chiamato Roberto Bolaño e il poeta cileno nato nel 1929 e ormai defunto Enrique Lihn di un racconto di Puttane assassine. È il caso soprattutto de La letteratura nazista in America (1996)

[…]

In Bolaño la geografia della poesia è molto vasta.
L’enigma, tuttavia, che si trova al centro della sua opera consiste in questo: che la poesia possa coesistere con la Storia; o meglio, che i crimini della Storia possano coesistere con la poesia; che i poeti possano, in particolari condizioni storiche, trasformarsi in criminali; che la poesia, oscurata dai crimini della Storia, possa essere interpretata come un crimine, cioè come qualcosa di non necessario alla sopravvivenza umana.

Ciò è tanto più vero dal momento che la Storia che Bolaño esplora non si concentra soltanto su una delle molteplici varianti latinoamericane dei totalitarismi del XX secolo: la cruenta caduta di Allende; l’insediamento del regime golpista di Pinochet; gli interrogatori e le torture; l’esilio in massa; la scomparsa di migliaia di persone; i morti senza tomba. La sua esplorazione supera le frontiere geografiche del Cile, del Messico, dell’America Latina e quelle temporali degli anni sessanta e settanta. Ritorna a vivere le vicende della seconda guerra mondiale, i suoi effetti in Europa e in America Latina, e si spinge ancora più indietro, negli anni dieci e venti, alle radici moderne del mondo e dell’arte. Poi, con lucidità e umorismo, attraversa il deserto europeo degli anni ottanta e l’epoca post-comunista e si perde nuovamente, alla fine degli anni novanta, nel deserto di Sonora, dove si ritrovano Juan García Madero, il giovane poeta «realvisceralista» di Detective selvaggi, e Lupe, la puttana adolescente, in fuga dal suo protettore.

Il XX secolo, nelle opere di Bolaño, viene percorso seguendo i labirinti o le cloache in cui scorre una «disperazione congetturale» del tempo che comporta la creazione di un mondo possibile in cui tutto ciò che appartiene al mondo “reale”, storicamente documentato, viene convocato, interpellato, messo alla prova. Per questo nei racconti e nei romanzi di Bolaño troviamo spesso, accanto a personaggi inventati, molti personaggi fittizi la cui identità storica è incontestabile. Non è un caso che questi personaggi fittizi e allo stesso tempo storici siano dei poeti, degli uomini di lettere.
L’ideale di Bolaño risiede nel creare uno spazio estetico in cui la memoria storica sia costantemente assediata dalla memoria poetica – dalle voci della poesia, le voci senza le quali la Storia sarebbe soltanto una sequela di sacrifici, di violenze, di equivoci –, cioè dalla sola memoria in grado di ricordare ciò che non è «veramente» accaduto, e perciò stesso capace di mettere alla berlina la Storia. Come se il tribunale della Poesia chiamasse a testimoniare i colpevoli della Storia. E il giudizio della Poesia fosse un canto antilirico e irriverente, un canto-amuleto, fatto di specchi, piacere e desiderio, grazie al quale è permesso a noi lettori, esseri storici e limitati, di attraversare la frontiera della “realtà”.

Da qui una delle strategie dello scrittore: costruire un personaggio narrante la cui memoria storica deve fare i conti continuamente con la memoria poetica. Tale lotta svincola il personaggio dalle leggi della verosimiglianza e lo rende libero di spaziare nel tempo. In questo modo egli ottiene un ulteriore risultato: grazie a una tecnica digressiva spesso incessante – riflesso letterario della sequela di sacrifici, violenze e equivoci che è la Storia – il personaggio viaggia oltre gli angusti confini della propria personalità e oltre i confini del proprio tempo.

[…]

Come spesso accade in Bolaño siamo precipitati in uno scherzo dove nulla è verosimile ma tutto è “vero”: Pinochet, l’Opus Dei, la Chiesa alleata al regime, il marxismo, il fascismo, la destra, la sinistra, Cuba, la donna, puttana e musa ispiratrice. Il Cile del XX secolo è racchiuso in alcune sequenze. Non solo: il mondo occidentale è stato condensato vertiginosamente in uno spazio ridottissimo.
Al centro della deformazione grottesca di Bolaño non c’è, in questo caso, l’ignoranza dei dittatori. Pinochet s’impegna seriamente per comprendere i fondamenti del marxismo. In una conversazione privata con Urrutia gli confessa che tutti i capi di stato che l’hanno preceduto, incluso Allende, non erano «uomini da libri, ma piuttosto uomini da giornali». Lui, al contrario, sebbene introvabili perché pubblicati da case editrici marginali, ha scritto tre libri. Legge romanzi. Non ha affatto paura di studiare. Scrive «costantemente».

La domanda – e uno dei grandi enigmi del XX secolo – che Bolaño si pone è: come possono coesistere nella stessa scena e perfino nello stesso individuo la poesia e il crimine? (Milan Kundera, nel 1973, proprio nell’anno del golpe militare di Pinochet, pubblica La vita è altrove, dove domina, in una situazione storica diversa, la stessa interrogazione). Come mai la lettura degli antichi poeti greci, di Dante e Cavalcanti, dei classici spagnoli e francesi, di Whitman, di Pound, di Eliot, di Neruda, di Borges, di César Vallejo non è in grado di impedire a Urrutia di essere così ossequiente alle lusinghe dei criminali, così affascinato dalla loro personalità?

Si tratta forse dello stesso fascino a cui soggiace, all’epoca dell’occupazione tedesca di Parigi – secondo quanto riferito da un testimone in una conversazione che Urrutia intrattiene in un circolo letterario –, Ernst Jünger, inguainato nella sua uniforme di ufficiale della Wehrmacht, quando si sofferma rapito da un quadro surrealista, opera di un malinconico pittore guatemalteco in esilio?
La seduzione di fronte a un quadro surrealista è della stessa natura di quella che si prova di fronte al potere criminale di un dittatore? Forse. Quel che è certo è che gli artisti, i poeti, gli scrittori, per vivere, hanno soprattutto bisogno di conversare, di riunirsi: hanno bisogno della «vicinanza fisica di altri scrittori».

È il caso di María Canales, donna ricca, attraente, scrittrice alle prime armi e di un certo talento, che decide di accogliere regolarmente nella sua villa i colleghi più celebri, mentre nello scantinato suo marito Jimmy, un agente statunitense al soldo dei servizi segreti cileni, interroga e tortura con scariche elettriche, dopo averle denudate e immobilizzate, decine di persone. Gli incontri letterari al primo piano, così come gli interrogatori e le torture nello scantinato, proseguono parallelamente per anni.
L’enigma della «vicinanza fisica» del poeta e del boia, tuttavia, non è ad esclusivo appannaggio di un momento storico o di una sola nazione.
Urrutia, dal suo letto di morte, naviga nella memoria. Si ricorda quando, dopo la fine del regime di Pinochet, ha fatto visita a María Canales, scoprendo altri dettagli sull’atroce episodio di cui lui stesso, come invitato alle riunioni letterarie, era stato un inconsapevole testimone. Mentre sta tornando in auto verso Santiago, ripensa alle ultime parole che María ha appena pronunciato sotto un cielo stellato: «Così si fa la letteratura in Cile». Che cosa significano, si chiede ora in auto? Che fare letteratura in Cile, senza tale «vicinanza fisica» tra poesia e crimine è impossibile? Forse. In ogni caso, Urrutia è sicuro che tale «vicinanza fisica» dipende dalla comune consuetudine del poeta e del boia all’orrore. È questa consuetudine all’orrore il vero enigma dell’uomo?

[…]

Una consuetudine che unisce Jimmy, sua moglie, Ernst Jünger, Farewell, Urrutia, il pittore guatemalteco in esilio, tutti i criminali nascosti negli scantinati di tutte le ville di Santiago e tutti i poeti che nello stesso istante commentano al piano di sopra un verso di Leopardi? Era stata la consuetudine all’orrore che aveva provocato un allentamento della sorveglianza da parte del marito di María, così come era stata la stessa consuetudine all’orrore che aveva fatto restare in silenzio lo scrittore che, smarritosi nei corridoi della casa di María Canales, per primo e per caso aveva scoperto nello scantinato un uomo nudo, con gli occhi bendati e legato a un letto metallico. La consuetudine all’orrore produce dei «pozzi neri» nella memoria: gli stessi che l’ufficiale della Wehrmacht Ernst Jünger, in un atelier di Parigi, evoca guardando il quadro surrealista di un pittore guatemalteco e che, negli anni novanta del XX secolo, provocano il riflusso del popolo nella noia, questa «portaerei gigantesca che circumnaviga l’immaginario cileno».
La consuetudine all’orrore, «i pozzi neri» della memoria, la noia, e sullo sfondo la Storia cilena che non muta, la casa di María Canales in rovina.
Qualcosa, tuttavia, non si cancella dall’immaginario cileno di ogni tempo: «per fare letteratura» è necessaria «la vicinanza fisica» degli scrittori e dei boia. Ma non solo in Cile, riflette Urrutia sulla strada per Santiago: «Anche in Argentina e in Messico, in Guatemala e in Uruguay, e in Spagna e in Francia e in Germania, e nella verde Inghilterra e nell’allegra Italia. Così si fa letteratura. O quello che noi, per non cadere nell’immondezzaio, chiamiamo letteratura».

Un po’ più in là – siamo alla fine del romanzo – Urrutia, dal suo letto di morte, lo ripete ancora una volta al «giovanotto invecchiato», che è il suo interlocutore muto e che, come un’angelica presenza, lo ha fin dal principio gettato nell’inferno del discredito, dell’infamia e della colpa, e agli occhi invisibili del quale, egli, attraverso un’estrema confessione, cerca di riscattarsi:

Così si fa la letteratura in Cile. Così si fa la letteratura in Occidente. Ficcatelo bene in testa, gli dico. Il giovanotto invecchiato, quello che di lui rimane, muove le labbra formulando un no che non si sente. La mia forza mentale l’ha fermato. O forse è stata la storia. Uno da solo può poco contro la storia. Il giovanotto invecchiato è sempre stato solo e io sono sempre stato con la storia.

Il romanzo termina con il volto di Urrutia, deformato dalla consuetudine all’orrore, che si domanda se non sia lui stesso «il giovanotto invecchiato» che urla e che nessuno ascolta.

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3 commenti

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3 risposte a “SEGNALAZIONE
Massimo Rizzante su poesia e storia in Roberto Bolaño

  1. L’ha ribloggato su Flavio Villanie ha commentato:
    Segnalo a mia volta la “segnalazione” di Ennio Abate: molto interessante il saggio di Rizzante sul ruolo della poesia nell’opera di Roberto Bolaño, pubblicato ieri su Le parole e le cose. Se come me amate questo autore leggetelo!

  2. Un romanziere, da giovane poeta e rimasto poeta anche da romanziere. Così Rizzante presenta Bolaño, aggirando così ogni rigida contrapposizione tra poesia e prosa. Ma, rivedendo se stesso e altri poeti da romanziere, spostandosi di stanza – potremmo dire – e tenendo a mente cosa faceva nella stanza precedente, Bolaño s’inventa «una folla di poeti», li sparpaglia nei suoi vari romanzi, li mescola con un’altra «folla di poeti dall’incontestabile esistenza storica». Di costoro si diverte a profetizzare rinascite o reincarnazioni, a dimostrazione della continuità carsica della passione per la scrittura che scorre sotto la crosta dei decenni o dei secoli.
    Quindi – prima constatazione – leggendo le opere di Bolaño, un lettore si fa una sorta di ripasso, sicuramente meno sgradevole e neutro di quelli imposti scolasticamente – almeno degli scrittori che l’hanno più appassionato.
    Un puro gioco da letterato postmoderno, un saltabeccare disordinato e giocherellone in tempi e spazi diversi?
    Non pare. Perché, pur essendo molto vasta la sua «geografia della poesia» (Rizzante), Bolaño è incappato nella Storia (ma potremmo scriverla anche in minuscolo…).
    Di peggio: ha visto pararsi davanti alla poesia ( ma alla stessa sua esistenza: nel 1973 era stato rinchiuso in carcere nel Cile di Pinochet e era stato liberato dopo otto giorni solo grazie all’aiuto di un secondino, suo ex compagno di studi) il macigno della storia.
    Questo è il punto di maggior sintonia e vicinanza (di pensiero, di poesia), che sento con questo scrittore fino a poco tempo fa a me sconosciuto. Mi azzardo a scrivere che, se ci fossimo conosciuti, avrebbe potuto apprezzare quella mia poesia intitolata «I poeti in tempo di guerra non tremano abbastanza» e che avrebbe messo anche Sereni, Pasolini, Fortini nella sua folla di poeti dall’incontestabile esistenza storica.
    Rizzante scrive infatti: « L’enigma, tuttavia, che si trova al centro della sua opera consiste in questo: che la poesia possa coesistere con la Storia; o meglio, che i crimini della Storia possano coesistere con la poesia; che i poeti possano, in particolari condizioni storiche, trasformarsi in criminali; che la poesia, oscurata dai crimini della Storia, possa essere interpretata come un crimine, cioè come qualcosa di non necessario alla sopravvivenza umana».
    E a me non possono non venire in mente le tante pagine di Fortini (e di Adorno edi Lu Hsun), che insistono sulla «falsa libertà» della poesia, oggi invece così freneticamente occultata da nuovi sacerdotini e nuove sacerdotesse invasati dall’idea della potenza della Parola, della “Poesia-Poesia”.
    Certo, come Rizzanti fa notare (e lasciando stare per il momento che non accetto la categoria del totalitarismo per lui ovvia), il macigno della storia latinoamericana del XX secolo («la cruenta caduta di Allende; l’insediamento del regime golpista di Pinochet; gli interrogatori e le torture; l’esilio in massa; la scomparsa di migliaia di persone; i morti senza tomba») è ben più pesante di quello paratosi dinanzi a noi, nei medesimi anni Settanta, e rimosso in fretta con un bel “compromesso storico”, un po’ di “anni di piombo” e il silenzio tombale di intellettuali e “popolo di sinistra”.
    Forse proprio da quella pesantezza, da quella imponenza della storia sulla sua volontà di poesia, Bolaño trasse la forza per superare « le frontiere geografiche del Cile, del Messico, dell’America Latina e quelle temporali degli anni sessanta e settanta»; e ripensare – da romanziere/poeta – « le vicende della seconda guerra mondiale, i suoi effetti in Europa e in America Latina» o spingersi anche più indietro « negli anni dieci e venti, alle radici moderne del mondo e dell’arte».
    Beato lui, direi, se «con lucidità e umorismo, attraversa il deserto europeo degli anni ottanta e l’epoca post-comunista». A me pare che questo a poeti e narratori italiani non riesce. Perché seguono solo alcuni dei «labirinti» e delle «cloache» nostrane; e non riescono/non riusciamo a convocare, interpellare, mettere alla prova « tutto ciò che appartiene al mondo “reale”, storicamente documentato».
    Scrive ancora Rizzante: «L’ideale di Bolaño risiede nel creare uno spazio estetico in cui la memoria storica sia costantemente assediata dalla memoria poetica – dalle voci della poesia, le voci senza le quali la Storia sarebbe soltanto una sequela di sacrifici, di violenze, di equivoci –, cioè dalla sola memoria in grado di ricordare ciò che non è «veramente» accaduto, e perciò stesso capace di mettere alla berlina la Storia. Come se il tribunale della Poesia chiamasse a testimoniare i colpevoli della Storia».
    Su questo «tribunale della Poesia» (ancora la maiuscola!) sono perplesso e scettico. Rispunta ( non so se solo in Rizzante o nello stesso Bolaño) una certa idealizzazione della onnipotenza della poesia e una centralità dello «spazio estetico» che mi paiono consolatori. Resto dell’idea che né i poeti, né i romanzieri né tutti noi dovremmo accontentarci *soltanto* di «mettere alla berlina la Storia». Proprio perché «i colpevoli della Storia» stanno tutti ancora lì e continuano a fare con agio «i colpevoli». Né vengono sfiorati dai nostri sberleffi. Anzi li commercializzano, fanno soldi anche con quelli di Bolaño e continuano la « sequela di sacrifici, di violenze, di equivoci». Quegli sberleffi devono diventare progetto politico e – terribile, quasi impensabile, visto come siamo ridotti in Italia – dobbiamo tornare a proporci di cambiare la storia, di assumersi politicamente questa “colpa”.
    Importante e ammirevole in Bolaño è che egli non abbia mollato – a differenza di tanti poeti, romanzieri, intellettuali e “gente comune” – insistendo a porre dove poteva (in quello «spazio estetico») questioni scandalose simili a quelle che turbarono anche le menti di Benjamin e di Brecht: « come possono coesistere nella stessa scena e perfino nello stesso individuo la poesia e il crimine?»; « Come mai la lettura degli antichi poeti greci, di Dante e Cavalcanti, dei classici spagnoli e francesi, di Whitman, di Pound, di Eliot, di Neruda, di Borges, di César Vallejo non è in grado di impedire a Urrutia di essere così ossequiente alle lusinghe dei criminali, così affascinato dalla loro personalità?». Di questo bisogna ringraziarlo.

    • Giorgio Linguaglossa

      Trascrivo una poesia di Adam Zagajevski da “Dalla vita degli oggetti”, Adelphi, 2013 a cura di Krystyna Jaworska:

      Anni Trenta
      Io ancora non ci sono
      Germoglia l’erba
      Una ragazza mangia un gelato alla fragola
      Qualcuno ascolta Schumann
      (il folle Schumann,
      smarrito)
      Che felicità
      Io ancora non ci sono
      Sento tutto.

      Ritengo che in questa poesia ci sia più Storia che in tutti i libri di poesia storica o a sfondo storico pubblicati in Italia da autori italiani di questi ultimi due decenni.

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