Gabriella Montanari
Da “Arsenico e nuovi versetti”

Con una nota di Giorgio Linguaglossa

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Gabriella Montanari Arsenico e nuovi versetti La Vita Felice, Milano, 2013

papa

alla fermata dell’autobus
l’attesa si prolunga,
per terra c’è un profilattico esausto
e io m’interrogo sull’utilità del papa.
sì, papa con la minuscola
perché il rispetto non è grammatica

il paperone in mitria impartisce dal deposito degli orrori
inaccertabili benedizioni
farcite di bocconi reazionari

i roghi sono spenti,
ma l’aria ricorda ancora l’odore stucchevole delle carni arse
e resta aperta la caccia
alla strega che vuole abortire,
al prete eretico che chiede moglie,
al perverso che si accoppia contro natura,
a quella diavoleria di lattice che ostacola l’epidemia

il capobranco e la muta di cani in gonnella
terrorizzano le pecore ingozzate di paure e colpe,
abbindolate con promesse eteree,
impalpabili,
pronte a esplodere
come dogmi di sapone

in verità vi dico…
la domenica mattina è fatta per dormire
e non per lo shopping al Supermarket del Buon Pastore
tirati a festa, con in tasca la lista dei peccati

il paradiso è un morso in un tartufo d’Alba
il purgatorio, il risveglio dopo una sbornia
l’inferno, il frigo vuoto

la giustizia
ce la siamo giocata in eterno

dio – o chi ne fa le veci
è affar mio
affar nostro
affare di donne e uomini in croce
in cerca di pace.

papà

c’era una volta un tizio
sotto il mio stesso tetto;
mi si diceva di chiamarlo babbo
così, un giorno dopo l’altro,
come un occhio strabico,
come un piede piatto,
ho finito per accettarlo

il cranio duro come una bietola,
l’intestino ingordo,
i sensi alla guida del cervello,
gli urli per mendicare rispetto,
fottutissimo padre padrone
seminava il terrore
scavandosi la fossa

la mediocrità è longeva
e oggi il pater familias,
cariatide di muscoli paralizzati e neuroni atrofizzati,
si avvinghia come una pulce infetta
all’epidermide della vita

il silenzio che ci separa
mi urla di perdonare un misero vecchio
ma il cuore è sordo da anni
e lo stomaco non regge più
alla vista degli spettri

gli porto in dono la morte
che rende vittime anche i carnefici;
ne avrò in cambio rimorsi
e magari quel che mi spetta

per estinguere il mutuo della casa al mare.

enten-eller

e tu questa la chiami poesia?
– mi chiede la stronza
insinuando il bacillo del dubbio nei miei polmoni sani
perché, tu sapresti riconoscerla, Saffo?
– rispondo da sadica
rispedendoglielo indietro ancora più virulento

anche questa presunta amicizia è finita così
per una balordissima questione di poetica

i versi seguono le mode e la domanda di mercato,
si attengono al formato e ai criteri editoriali,
non sgarrano, non dicono una parola di troppo,
profondi perché incomprensibili,
sublimi se lo decreta l’Arnoldo

l’orifizio anale non è degno di menzione,
la vita va bene finché non sporca
e a forza di ermetismo e introspezione
vien voglia di scalfire, sverginare
non per posa, ma per amore

se Aristotele avesse concluso che

se l’uomo è il frutto della vita
e la poesia è il frutto dell’uomo
allora la poesia è il frutto della vita

quella stronza avrebbe già avuto la sua risposta…

se poi è l’uomo il soggetto che non vi aggrada

basta dirlo,

al poeta gli si troverà qualcos’altro da fare.

per un sortilegio di troppo

quella sera di giugno
il mare pestò i piedi
perché la luna ordinasse marea
e se anche non era il gran bosco,
al crocicchio mi ritrovai con Belzebuth
già ebbro di megere al sabbath

si fece commercio d’organi e d’intenti,
bevemmo linfa diluita col sangue,
vendemmo l’anima per un mezzo abbraccio
al risveglio, da quel che forse fu sogno,
un tizio lontano prese a chiamarmi stella
mentre quello vicino continuava a sfigurarmi
con baci alla soda caustica e randellate d’indifferenza

la voce del Postino m’intimava di stare attenta
alle rime e alle metafore del poeta
più insinuose di una mano tra le tette,
ma io continuavo a leggerlo
con la lucidità dei pazzi autentici
e ingiuriavo la chiesa complice
di undici anni di circo equestre
e insultavo l’utero
godereccio e procreatore

dopo aver lasciato scritto vado in spiaggia
mi seppellii sotto la sabbia
in cerca di fresco e nuove branchie,
aspettai di spegnermi come fuoco di caldarroste
o di rinascere filo spinato;
sputai contro le macchine
e pisciai in faccia ai passanti,
presi a sberle il cadavere di mia madre,
rinserii i figli nella placenta,
ritornai feto, spermatozoo ovulo e orgasmo
per poi ricominciare daccapo
prima del canto del gallo

il tutto
in attesa che il gorilla dagli occhi nocciola
– né chiari, né scuri, appena screziati di cicoria –
passasse a prendermi sotto casa
per andare a sbronzarci di vita
nei bar
delle catacombe.

 

stravinsky e il prugno selvatico

Venezia l’ho maledetta con furore
sperando che la sua discesa,
lenta ma sicura,
nelle fauci adriatiche
accellerasse di colpo
allo schioccare delle mie dita

l’ho trascinato col treno e un invito al piacere,
mantenuto e nutrito per essere io il capo,
sedotto e privato,
costretto al cesso, solo, con il cazzo in mano

sì, ho giocato alla Barbie
in fuga dalla Mattel
in vacanza con Kent

con tutte quelle cozze in pancia,
oscene vulve color buccia d’arancia,
clitoridi bluastri e peluria intricata
vergognosamente aperte,
spalancate e voraci,
come la mia di lui

inzuppati e scivolosi come lupi all’addiaccio,
abbiamo bevuto l’urina del cielo
poi, seccati dal sole, dal desiderio e dalla morte
abbiamo sverginato tombe e profanato tabù

la fedeltà, il rispetto, il test accaivù
ho brindato alla loro fine
con un calice d’edera e una matita spuntata
davanti all’eterno giardino di Ezra Pound

l’ho dormito, fumato, filmato
coi piedi nudi escoriati dai ciottoli della laguna,
mi sono scavata il varco verso il non ritorno
e ho dato in pasto al canale l’intimo macchiato
dal suo sesso, dal mio errore

ma sì, ci siamo più scritti che amati.

 

Nota di Giorgio Linguaglossa

Fare poesia è difficile, oggi, che ci si è dissolto tra le mani il concetto di «forma-poesia». Ricordo che fino a qualche tempo fa adoperavo con qualche speranza ancora questa dizione, ma oggi la adopero sempre meno e con un po’ di titubanza. Mi chiedo: che cos’è la «forma» applicata alla «poesia»?, e per di più, la «forma-poesia»?, concetto altamente problematico per via di quella sommatoria di due concetti già entrati prepotentemente in crisi. Fare poesia di «Nuovi versetti», di «Arsenico» come questi di Gabriella Montanari è accettare la posta in gioco della partita; innanzitutto, evitare il beckettiano «finale di partita» (dato per scontato che non si dà ormai nessun finale di partita), accettare di spezzettare la «partita» in una serie ininterrotta di interlocuzioni, circonlocuzioni, di abboccamenti con la chatpoetry: di qui il pettegolezzo, i versetti irriverenti, l’irrisione e la derisione di tutti contro tutti, il contrappunto, lo sfrigolio di frecciate contro tutte le persone incontrate e frequentate, nessuno escluso; poesia-biglietto come meta linguaggio da telefonia mobile, meta linguaggio da cellulari, da ignoto a ignoto, vivisezione, aggressione dell’interlocutore, de-psicologizzazione dei dirimpettai, linguaggio da burla e da pied-à-terre, meta linguaggio del linguaggio poetico e del linguaggio della comunicazione. Poesia che cattura le mosche come la carta moschicida che si usava un tempo; poesia dritta come il raggio di un laser, poesia economica e diretta, mi correggo, che va a zig-zag; poesia che mescola quotidiano e privacy, del quotidiano che parla e straparla sul quotidiano?; non so, mi sembra di essere entrato in un universo fitto di spezzoni di conversazioni telefoniche a metà, di conversazioni di dislessici egolalici, di vasi incomunicanti, di locuzioni ipermetriche graffiate; testi fatti di graffi, pieni di animosità appena dissimulate e di intemperie, agili e scaltri, dismetrici al punto giusto.

Gabriella Montanari (1971, Lugo di Romagna).

Laureata in lettere moderne all’Università di Bologna e diplomata in pittura presso la Scuola d’Arti Ornamentali San Giacomo di Roma, è pittrice, scultrice e fotografa. In campo letterario traduce autori di teatro e poeti francesi e americani. Collabora con riviste letterarie, d’informazione e d’arte italiane e internazionali. È direttrice editoriale presso la casa editrice WhiteFly Press. Esordisce in poesia con la raccolta “Oltraggio all’ipocrisia” per le edizioni Lepisma di Roma (marzo 2012), seguita da “Arsenico e nuovi versetti”, Edizioni La Vita Felice (marzo 2013). Attualmente vive e opera a Parigi.

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20 commenti

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20 risposte a “Gabriella Montanari
Da “Arsenico e nuovi versetti”

  1. Laura Canciani

    pur con tuto il rispetto che si deve al brillante preambolo critico di Linguaglossa, voglio fare una domanda ai lettori del blog:
    ma non è anche questa della Montanari un esempio indiscutibile di “chatpoetry” di cui parla Linguaglossa nel suo Editoriale “La Grande Crisi della poesia italiana”?;
    non siamo qui ancora dentro una certa idea di poesia ironica e sarcastica che si faceva nel Novecento?;
    non siamo anche qui, ancora una volta, davanti alla messa in scena del “privato” come ci si lava le vesti nella pubblica piazza?

    • gabriella montanari

      Essendo lettrice del blog ( e non tanto autrice del libro in questione) mi sento at/tirata nella discussione e quindi, in uno sdoppiamento con cui sono solita giocare, giudico me stessa e la mia poesia che, sarà forse l’unica cosa degna di nota, coincidono. Parola, giurin giurello, non c’è trucco, non c’è inganno… Giorgio dice bene, definisce bene. Cerca un nome. Le etichette sono ovunque: dalle conserve alla maniera di comportarsi. Perché mai la poesia dovrebbe esserne esente? Ma questo è affare che lascio ai critici. Chatpoetry mi sta bene se intendiamo la chat come nuovo e attuale abito con cui vestire la parola. Perché anche qui è il caso di azzardare il proverbio: l’abito non fa il poeta. O almeno cosi’ vorrei che fosse, in uno sforzo controcorrente di rivalutare il contenuto rispetto alla forma, il raccontare rispetto all’evocare, il rappresentare rispetto al suggerire. E per farlo credo occorra disimparare tutto. I retaggi, le nozioni, l’erudizione, le influenze più o meno filtrate. Apro la raccolta con una poesia emblematica di Maria Marchesi che esordisce scrivendo “Non sono poetessa…” Non a mo’ di alibi, ma di monito a non leggermi col preconcetto o il costume di aspettarsi “poesia”. Cosa allora? Quello che ogni lettore vorrà trovarci dentro, in tutta libertà. Chatpoetry mi sta bene se il target di lettori è virtualmente infinito, non di genere, non di scuderia. Potessi essere traghettatrice di poesia verso i giovani, verso il loro mondo, con un linguaggio che non li faccia retrocedere! Ben venga chi chiede amicizia se questi versi saranno scesi dalla pagina di cellulosa e scivolati in quella di uno schermo interattivo.
      L’ironia? senza quella non si vive, non ci vivo. ma non per un bisogno sterile di dissacrare, provocare senza sapere dove andare a parare. C’è più voglia di costruire che disfare. E’ solo questione di scelta dello strumento. Il sarcasmo aiuta a non scadere nel patetico, nello scontato. Stimola il sorriso, il riso, ma non la risata sguaiata. Penso ai latini, poi ai vari Angiolieri e Aretino, a Villon… più che al Novecento.
      Lavare i panni sporchi del privato nella pubblica piazza credo aiuti ad esorcizzare i piccoli demoni del quotidiano che demoni poi non sono. Mi piace pensare piuttosto alle piccole miserie quotidiane che accomunano gli umani e li affratellano nella loro molteplice unicità. Farsi i fatti degli altri, anche in poesia, è scendere insieme in quella piazza pubblica, indossare le tanto temute maschere d’infamia e rendersi conto che non si è né peggiori, né migliori. Tanto meno lo è il poeta. O la poetessa.

  2. A me pare un esempio di “maledettismo” aggiornato al consumismo odierno. Che poi a poetare sia una Sade in gonnella (speriamo bella) sembra una dimostrazione di quanta strada (in discesa) ha fatto il femminismo dagli ascetici (si dovrebbe dire…) anni Settanta ai porno shop d’oggi. Se a pubblicare poi la raccolta è una casa editrice che si chiama “La vita felice” il prodotto ha a suo favore anche un marchio DOC.

    • gabriella montanari

      Tutto, ma maledetta no… Nessuna intenzione di fare la fine dei maledetti che hanno messo un po’ di pepe nel piatto della storia dell’arte e della letteratura. Mi viene piuttosto da maledire, tra i tanti, Rimbaud per aver scelto (perché molto spesso si sceglie) di fare il maledetto, privandoci cosi’ di altri capolavori . Penso al talento sprecato e lo maledico. Penso ci sia solo sofferenza in certe esistenze date in pasto all’istinto di morte, non esercitano fascino, né desiderio di emulazione. La maledizione sta nell’accettare di non essere poi tanto speciali. Non più degli altri. E questo è duro. Più facile lasciarsi andare.
      De Sade era una grande mente, un grande filosofo. Peccato ridurlo a papà di Justine…
      La gonnella mi piace portarla, eccome. La mia. Se poi piace, meglio. Con femminilità, contro il femminismo. Negli anni settanta ci sono nata, oltre che in faccia da qualche parte dovrà pure vedersi, n’est-ce pas?

  3. “in verità vi dico…”
    o vi mostro, che sarebbe più adatto ad una pittrice. Per questo una sorella, direi, perché gli artisti visivi che scrivono hanno forse caratteristiche diverse dai puri letterati. Non sempre e non tutti, naturalmente. Forse ci unisce la particolare visione d’insieme del testo, e più che l’esatta posizione delle parole nel senso, ci unisce la loro sonorità, il grido, il loro colore. L’insieme lasciato com’è nel suo disordine, nell’innocente incoerenza tra le cose giuste e le sbagliate. Così è la vita come appare, appunto, quando non è pensata o è pensata poi. Come lettore non provo attrazione per il maledettismo, mi accontento che le cose dette siano vere, che gli oggetti non siano solo nominati ma che le parole scritte me li sappiano in qualche maniera far toccare. E nell’estetica, anche in quella maledetta o disubbidiente, non è così. Tanto più se avverto l’influenza di scrittori da noi tradotti, come Charles Bukowski, che però tra una risata e l’altra sa essere anche tanto lapidario, tanto estremo e disarmante, che infine nel mio olimpo personale ce lo lascio. Ma personalmente non m’importa, non più di tanti altri immacolati se ci sento una posa.
    Segnalo: “…a forza di ermetismo e introspezione / vien voglia di scalfire, sverginare / non per posa, ma per amore”. Ecco che in due parole trascorrono duecento anni di poesia, ermetismo e introspezione. Buttati lì. Non male.

    • gabriella montanari

      non vado tanto per le lunghe, Lucio. Credo tu abbia colto molto. Le poesie-quadro. I versi-pennellata. Les tranches de vie/ville riprese dall’obiettivo di una Canon. Opere individuali con un capo e una coda: la cornice. Pettegolezzi, confessioni, aneddoti da atelier. Non vengo solo dall’aula magna di Bologna la grassa. La vita non l’ho letta nei libri di letteratura. L’ho vista in giro per le strade del mondo, in casa mia, in piazza con gli amici, nel letto coi nemici e l’ho riprodotta prima su tele, blocchi di creta e lastre fotografiche. Poi è arrivata la scrittura, come un altro medium. Si è aggiunta alla paletta espressiva, senza snaturarne il contenuto fitto/fatto d’immagini. Come dici tu, toccare. Gli occhi, leggendo immagini, consentono di toccare la parola.
      Bukowski si, ma Bukowski poeta. Capace di tenerezza mascherata dietro la volgarità o di profondità, alleggerita dal linguaggio “basso”.
      In quelle due righe che hai segnalato, un misero manifesto di poetica. Fatto in casa.

  4. Giuseppina Di Leo

    “poesia che mescola quotidiano e privacy, del quotidiano che parla e straparla sul quotidiano?” – si chiede Giorgio Linguaglossa. Di sicuro sì. Ma il fatto stesso che il “privato” venga così sbandierato ai quattro venti o, come dice Laura Canciani, “come ci si lava le vesti nella pubblica piazza”, costituisce molto probabilmente la ragione della poesia di Montanari come unica maniera possibile per denunciare in poesia l’era della ‘crisi del privato’ in cui siamo immersi.
    Una poesia urticante, scritta alla maniera di una pittrice – come osserva Lucio Mayoor Tosi. Se l’arte deve indignare e sorprendere, questa poesia lo fa in entrambe le direzioni.
    Un aggancio lo vedrei anche con la poesia di Ginsberg dei saluti metropolitani.

    • gabriella montanari

      Si’ Giuseppina, c’è desiderio di denuncia di un privato che diventa sempre più scomodo, ingestibile e faticoso. A partire dal mio, nessuno escluso. Da qui il successo del pubblico virtuale, a discapito del privato che sarà anche “terra a terra” ma sta alla base del relazionarci con l’altro. Ne è la premessa, il punto di partenza. Forse c’è ancora un obiettivo per la poesia: da individuale, privata, farsi collettiva e universale. Non nel tempo di una o due generazioni ma nella durata di un componimento.
      Ginsberg mi ha permesso di conoscere la poesia di Gregory Corso e commuovermi sulla sua tomba a Roma.

      • Giuseppina Di Leo

        Gabriella, sono passaggi importanti i tuoi.
        Complimenti ancora per la tua poesia.

  5. emilia banfi

    Una poesia d’addio, che in fondo nasconde anche malinconia.
    La rabbia non c’è, c’è stata. Il privato è scoperto come pentola con liquido da raffreddare. Tutto il così detto “proibito” è scaraventato. Poesia non difficile da fare ma difficile da vivere. La poetessa sicuramente bene non lo è stata ,ma ora come sta?

  6. gabriella montanari

    Dici bene, Emilia. La rabbia era nella mia prima raccolta, “Oltraggio all’Ipocrisia”. Era proprio vomitata, sputata in faccia, senza riguardo, né per me stessa, né per le persone vicine o allontanatesi. Figuriamoci per il lettore. Era la volontà di fare tabula rasa, azzerare i contatori della scrittura. Quella insegnatami, quella studiata. Arsenico è stato il tornare a “temperatura ambiente”, lo sbollire i furori. Essere accondiscendente in materia di errori, sbagli, leggerezze. Trovare alternative al prete confessore, all’analista. Dare il “cattivo esempio” a chi proprio il coraggio non lo trova per spogliarsi davanti agli estranei. E’ tutta catarsi, diciamolo.
    Grazie Emilia per questo tuo intessamento umano. E’ cosa rara, sai?
    Ora sto bene, decisamente meglio, sto scrivendo per piacere e non per bisogno, per gioia e non per sofferenza. Una piccola rivoluzione copernicana, questa, per un poeta. O per chi si diverte a pensare di esserlo.

  7. emilia banfi

    E VVVAI Gabriella! Ti capisco e gioisco con te. Spero di leggerti ancora ancora .

  8. enzo giarmoleo

    From Ginsberg to Corso, from Corso to Shelley……..

    spirit
    is life
    it flows thru
    the death of me
    endlessly
    like a river
    unafraid
    of becoming
    the sea (G. Corso)

    • gabriella montanari

      esatto Enzo, proprio su quella lapide mi sono sdraiata, con un tacco spuntato e la pancia piena di pizza bianca. Dovremmo avere tutti il coraggio di diventare mare.

  9. emilia banfi

    Negli abissi la vita
    porta forme fluorescenti
    velami incantati

    In superficie
    solo branchi
    di curiose sardine
    brillano.

    Il mare ha sempre ragione.

    Emilia.

  10. emilia banfi

    Mai contraddire il mare! Dal 3 al 17 settembre sarò a Parigi chissà…potremmo incontrarci…

  11. Ennio Abate

    @ Montanari

    Gentile Gabriella,
    lei risponde alle obiezioni con tanta simpatica baldanza da farmi venir voglia di lasciar correre. Ma perché evitare le etichette orientative, che permettono di capire dove un poeta o una poetessa va a parare?
    Su Sade d’accordo. Non lo riduco a Justine. Sul maledettismo, invece, insisterei. Non è una parolaccia. Dall’enciclopedia on line Treccani copio la definizione più comune del termine:

    maledettismo s. m. [der. di maledetto, nel sign. 1 e]. – Atteggiamento di ostentato anticonformismo, di plateale superamento dei canoni morali, sociali, estetici proprî di un gruppo o di un ambiente, adottato da artisti del periodo romantico (per es. Byron) e soprattutto del decadentismo (Baudelaire, Verlaine, Rimbaud sono i «poeti maledetti» per antonomasia) che, ritenendo di essere depositarî di un credo ideologico e poetico d’avanguardia, si pongono in posizione conflittuale con il proprio tempo.

    Rileggiamo insieme questa piccola antologia dei suoi versi e mi dica se una certa aria di famiglia non accomuna gli atteggiamenti della sua eroina a quelli dei grandi antenati ottocenteschi e novecenteschi (francesi e americani):

    Detto del papa:

    il paperone in mitria impartisce dal deposito degli orrori
    inaccertabili benedizioni
    farcite di bocconi reazionari

    Detto del papa e dei preti:

    il capobranco e la muta di cani in gonnella
    terrorizzano le pecore ingozzate di paure e colpe,
    abbindolate con promesse eteree,

    Detto dell’aldilà:

    il paradiso è un morso in un tartufo d’Alba
    il purgatorio, il risveglio dopo una sbornia
    l’inferno, il frigo vuoto

    Detto dell’autorità paterna:

    il cranio duro come una bietola,
    l’intestino ingordo,
    i sensi alla guida del cervello,
    gli urli per mendicare rispetto,
    fottutissimo padre padrone
    seminava il terrore
    scavandosi la fossa

    Detto del basso materiale:

    l’orifizio anale non è degno di menzione,
    la vita va bene finché non sporca

    Detto del luogo dove trovare il piacere:

    al crocicchio mi ritrovai con Belzebuth
    già ebbro di megere al sabbath
    si fece commercio d’organi e d’intenti,
    bevemmo linfa diluita col sangue,
    vendemmo l’anima per un mezzo abbraccio

    Detto della gente:

    sputai contro le macchine
    e pisciai in faccia ai passanti,
    presi a sberle il cadavere di mia madre,
    rinserii i figli nella placenta,
    ritornai feto, spermatozoo ovulo e orgasmo
    per poi ricominciare daccapo
    prima del canto del gallot

    Detto della tensione “erotico-mortuaria”:

    inzuppati e scivolosi come lupi all’addiaccio,
    abbiamo bevuto l’urina del cielo
    poi, seccati dal sole, dal desiderio e dalla morte
    abbiamo sverginato tombe e profanato tabù
    la fedeltà, il rispetto, il test accaivù

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