Ennio Abate
Ultimo dialogo tra il vecchio scriba e il giovane giardiniere (2002)

1978 IN RICORDO DI BABEL 1978 circa

Tabea Nineo 1978: IN RICORDO DI BABEL

Vecchio scriba –

I particolari del nostro incontro sui banchi di scuola o in fredde sagrestie del sud contano poco ora. E pure le ragioni del distacco. Il tempo che spendesti in mezzo a noi fu però di buona semina. Ti prendemmo sul serio. Ti demmo pensieri e sensi ordinati non solo divieti. Poi trasgredisti, ci odiasti e dovemmo precluderti i nostri cenacoli. Nulla nel loro corporeo conflitto con la Parola risolvono le rivolte affascinate dal disordine dell’infida parte di tutti noi che per sempre o a lungo resterà oscura. Da solo o con altri tu pure ne hai saggiato il grumo viscido. Esploralo quanto vuoi, se insoddisfatto dalle marmoree distanze delle nostre grammatiche e retoriche, ma non trascurare l’umano, cui in forma semplice mirò la nostra scrittura. Anche dopo il nostro naufragio non dimenticare i forzieri conservati nei nostri inabissati vascelli. Altri mondi sconvolti ti hanno attraversato e invaderanno. Ma scrivi sulle orme del nostro antico e logico disegno. Evidenziale, anneriscile, se hai solo il nero. Preziose sono anche le residue ombre.

1979 Fortini Da CONGEDO P.144 ridotta 1979

Tabea Nineo 1979: Fortini Da CONGEDO P.144

Giovane giardiniere –

Il mondo-presepe contadino si sconnetteva e carbonizzava in simboli oscuri già mentre m’allontanavo dal vostro giardino di parole. Del mondo moderno, dai vostri seminari non previsto o temuto, spiavo in pochi libri forme, sintassi e ritmi irregolari. Parevano più vicini ai moti del mio corpo, al mio respiro affannato dalle corse. Ne divenni ladro studioso e ingordo. Fatti adulto! Fatti artista! Fatti politico! Fatti pratico! – ingiunsero poi voci autorevoli da accademie, partiti e università al giovane magro e silenzioso in fuga, che solerte tutte le ascoltava e teneva a bada pensieri di bimbo ingabbiato, reliquie di preti e professori di liceo, languori e pene di periferia. Accumulai appunti di parole d’amore e livore, grafismi di fiabe e carnevali pezzenti. Ma se scrivo di te, di voi miei lontani o vicini maestri, intendo subito ora addentro alla carne delle vostre parole le punte di complicità col discorso d’ignoti nemici. Non sbagliai perciò ribellione quando ne addentai con sarcasmo certi suoni soavi e interrogai diffidente quelle sincopi improvvise, quei crescendo crepitanti di Valori. Quell’umano ideale e il vigore ambiguo della vostra stretta autorevole discendevano da materiali e potenti domìni, da timori quanto e più dei miei arcaici di fronte ai Velati della Parola cortigiana e solo in apparenza clemente; e non dalle celesti Figure che predicavate. Sbagliai, invece, ad implorare ancora da voi e con ghigni da escluso la restituzione del tempo che pensai catturato e custodito nelle vostre sacrestie e biblioteche, nelle preghiere, nelle formule metriche apprese e che oggi vagamente ricordo. No, voi avevate giudicato trascurabile lo scarto tra il vostro educandato e le mie ansie predatorie, nessun ascolto deste alle memorie del dialetto o all’odio per la servitù subìta in nome dell’angelicata Fraternità che plasmaste. Il vero d’infanzia e gioventù lo ritrovai, assieme alle catene, negli anni della rivolta e poi della solitudine. Deperito ora lo shock del moderno, resisto senza la vostra antica Parola al mondo dell’Istante replicato in orride serie. Una più subdola e mondiale impostura viene impressa a sbalzo su noi tutti e ridimensiona pure il vostro potere di declassati signori di una volta. Sulle vostre orme e ombre ho scritto e a volte riapro i telematici forzieri dove seppelliscono, antiquaria mercanzia, la Parola e l’Uomo. Ma so che esse non sfamano i profughi e i migranti, che nella mente clandestina ho accolto. Né i pani e i pesci del vostro privilegiato convivio si moltiplicheranno per i molti reietti che incalzano. Altri immigratori ci attendono. Non comunità dialoganti. Dietro il simulacro dell’Uomo da voi indagato ben più ampio del prevedibile è l’orrore da pensare e scalzare.

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31 commenti

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31 risposte a “Ennio Abate
Ultimo dialogo tra il vecchio scriba e il giovane giardiniere (2002)

  1. Caro Ennio Abate,

    leggendo questo dialogo fra il Vecchio scriba e il Giovane giardiniere, mi viene in mente un’opera di Dante Maffia, La biblioteca di Alessandria, con le consonanze e le differenze di tono e di pensiero rispetto a questa sua, dalla quale poi nasce la tesi per una “poesia esodante”.
    Trascrivo alcuni versi di Dante Maffia per avvicinarli a questo suo dialogo:

    “Il fuoco entrò col pretesto di purificare./Come una lama che taglia fibre e pietre/e s’alimenta di sua luce interna/mi guardò negli occhi con un sorriso/che prometteva la pienezza eterna./Soltanto le opere tristi, mi disse,/saranno eliminate, non avere dubbi/soltanto le opere prive di vita, le altre/saranno il perenne fluire/della vita nelle parole.Io gli ho creduto,/…”
    *
    “Vedo.Io vedo.Le fiamme gridano/sbavando senza ritegno fino all’ultimo piano./La libidine del Nulla e dell’Assenza/crepita nella iattanza d’un tripudio/che irrora anche i prati e le fontane.”
    *
    “Chi aspetta che il sogno finisca/è un bugiardo/che perde il suo tempo in cabbale./Non finirà la promessa della renovatio./I libri di Alessandria sono custoditi/nel mio cuore che li rubò a una stella./Non si perde mai nulla.”
    *
    “Un giorno tutti saremo nel non detto/esile ombra d’un pensiero spento.”

    Che cosa pensa lei, Ennio Abate, e che cosa pensano i lettori di questo accostamento di immagini e di contenuti?

    Sandra Evangelisti

    • Giorgio Linguaglossa

      Questo dialogo tra il «vecchio scriba» e «il giovane giardiniere» di Ennio Abate, già dalla sintassi involuta e dura e dalla stilematica che preferisce le circonlocuzioni indirette a quelle dirette, ci presenta il quadro di una frattura interna alla personalità dell’autore, le contraddizioni della sua formazione culturale: la provenienza da una civiltà rurale («il mondo-presepe contadino») con l’approdo a Milano, la città a più avanzata fase di industrializzazione d’Italia; contraddizioni che attraversano trasversalmente la personalità intellettuale di Abate che è rimasta come dentro un tegumento (quello marxista della sua evoluzione e della sua presa di coscienza di classe). Ma, per una beffa di coccodrillo della storia quel mondo, quel marxismo è andato in rottamazione, quella euclidea visione marxista della storia e dell’economia dei paesi a capitalismo avanzato è oggi non più indispensabile per comprendere l’ulteriore corso della storia. Il «dialogo» tra il vecchio e il giovane è dunque un non-dialogo tra una cultura umanistica provinciale e arretrata e la nuova cultura marxista dell’intellettuale in via di formazione. Oggi forse non è più possibile quella durezza stilistica fortiniana che Abate vorrebbe perseguire e continuare, nell’epoca del trionfo del privato globalizzato e neutralizzato è importante l’impegno di Abate, anzi, addirittura indispensabile.. ma, penso con tristezza che sia diretto alla sconfitta storica; una sconfitta onorevole ma pur sempre sconfitta… siamo ancora e ormai una minoranza a perorare l’uscita dalla Grande Crisi dell’Italia, laddove in altri paesi la minoranza è diventata una maggioranza che è scesa nelle piazze, in Italia ciò tarda a verificarsi: la Grande Crisi Economica non è solo una Crisi economica ma è una crisi morale oltre che politica, una crisi che non ha ancora trovato la sua sponda politica nei social network (la poesia italiana è un epifenomeno che non può che seguire questo pendio declinante); il fenomeno di Grillo e del suo Movimento sembra già in declino, incapace di intercettare e dar voce politica, sbocco politico al disagio di larghe fette della popolazione giovanile e non. Se guardiamo agli avvenimenti di questi ultimi anni in tutto il bacino del Mediterraneo si sono verificate rivolte giovanili che hanno messo in discussione gli assetti politici consolidati; gli avvenimenti di piazza Taksim Istanbul hanno preso spunto dalla decisione del presidente turco di abbattere degli alberi secolari di un giardino della città turca, ma ben presto la rivolta ha assunto un rilievo politico ben più ampio, e così la rivolta del Cairo di Piazza Tahrir, così in Libia, e nel 2011 a Mosca e a San Pietroburgo contro il regime di Putin, e nel Brasile del miracolo economico. E in Italia?, da noi tutto sembra tacere, ma c’è della cenere sotto la brace, che attende soltanto una ventata di aria fredda…

      Scrive Franco Venturini in un articolo apparso sul “Corriere della sera” di oggi: «Il tempo della rabbia fa avanti e indietro dall’egiziana piazza Tahrir alla turca piazza Taksim, esplode in Brasile senza più rispetto per il dio pallone, sfiora l’Indonesia e la Bulgaria, non cede in Russia, con meno clamore investe il localismo cinese, e noi utenti dell’euro non dovremmo mai dimenticare, come minimo, la sofferenza dei greci. Non finisce qui la mappa della protesta che attraversa Paesi tra loro lontani, ma un elenco tanto incompleto basta a legittimare la domanda-chiave del momento: nel mondo globalizzato è diventata globale anche la rivolta di gruppi sociali legati tra loro da caratteristiche comuni, siamo al cospetto di una nuova «lotta di classe» che non ha più nulla di marxista e coinvolge invece chi, sentendosi privo di rappresentanza politica o sindacale, utilizza Internet per fare massa e riuscire ad alzare la voce?

      Questo interrogativo fa il giro del mondo con la stessa velocità delle rivendicazioni popolari, occupa copertine prestigiose, impegna politologi e sociologi di prima linea, ma spesso si accontenta della risposta più semplice: sì, la contemporaneità storica mette effettivamente in evidenza elementi simili tra le varie proteste, dunque non è azzardato dire che stiamo vivendo l’inizio — forse soltanto l’inizio — di una rabbia globale.

      Non si tratta di una diagnosi errata, perché le somiglianze effettivamente esistono e, fatte le dovute eccezioni, sono rimaste costanti dai primi passi delle «primavere arabe» (dicembre 2010) fino a oggi. Se ne possono contare almeno sei. Il fattore demografico, con la maggioranza o una larga fetta di popolazione urbana in età giovanile. La progressiva trasformazione di tali gruppi in classe media. L’accesso ampiamente diffuso ai social network. La presenza di un ciclo economico negativo, soprattutto nel settore dell’occupazione. La lotta alla corruzione vista come strumento di cambiamento. La contrapposizione a un potere autoritario o percepito come tale.

      Se tuttavia questa può essere considerata una cornice comune e dunque globale, risulterebbe fuorviante trascurare per amore di definizione tutti quei fattori originali, locali, nazionali che fanno di ogni protesta un unicum talvolta persino refrattario, più o meno inconsapevolmente, all’abbinamento globalizzante.

      In Egitto la protesta nata a Piazza Tahrir nel 2011 si è estesa nei giorni scorsi fino a coinvolgere in tutto il Paese 15 milioni di manifestanti, ed è stata proprio la coralità della rivolta a rendere inevitabili (anche se moltissime incognite permangono) l’intervento dei militari e l’allontanamento di Morsi. Dalla prima alla «seconda rivoluzione», come viene definita dai suoi autori, la sollevazione di masse sempre più imponenti ha spiegazioni economiche e politiche precise. Nel 2011 la prima spallata venne da una massa di giovani non poveri ma disoccupati, utenti del web, ostaggi della corruzione e della dittatura di Hosni Mubarak. Più di due anni dopo, l’avanguardia è diventata moltitudine perché i Fratelli musulmani si sono dimostrati politicamente inetti, l’economia è ulteriormente peggiorata colpendo tutti i settori e tutte le classi sociali, e soltanto un rovesciamento del tavolo pare in grado (ma forse si tratta di una illusione) di costruire una prospettiva meno cupa».

  2. La mancanza di elementi unificanti non basta a far crollare la visione globalizzante di un’ideologia. Ma forse ora è venuto il tempo di soppesare la qualità stessa del pensiero, se è vero che generò anche il muro di Berlino e altre mostruosità.

  3. Ennio Abate

    @ Evangelisti

    Gentile Sandra Evangelisti,
    mettendo da parte l’accostamento troppo lusinghiero a Maffia, poeta noto e non “invisibile” come me (ed altri) e confrontando invece i testi, direi in breve:
    1. Sì, il tema in comune (la fine di un mondo culturale) c’è;
    2. Prevalgono però le differenze. Di tono alto, ispirato, a tutto tondo, monologante, con echi animistici («Le fiamme gridano/sbavando senza ritegno fino all’ultimo piano») , profetizzanti e tutto sommato ottimistici («Non finirà la promessa della renovatio./I libri di Alessandria sono custoditi/nel mio cuore che li rubò a una stella./Non si perde mai nulla.»”) in Maffia. Di tono invece basso, meditativo, dialogante (tra due rappresentati concreti e simbolici assieme dei mondi spezzati – il vecchio scriba, il giovane giardiniere (allievo) – in dialettico ma non conciliato contrasto tra loro) e quasi prosastico (non a caso ho rinunciato ai versi, presenti in una prima versione, eliminando l’a capo che segnala di solito visivamente: qui poesia!). E credo poi di concezione del mondo: più legata a un materialismo antico («Non si perde mai nulla») in Maffia; più attenta ai saliscendi e ai vuoti e alle tragedie *non solo o soprattutto culturali* della storia, da me vista inquietamente (non dico: pessimisticamente) senza certezze di redenzione benjaminiana.

  4. Grazie a Giorgio Linguaglossa per la esauriente nota critica, e grazie a Ennio Abate per la risposta chiarificatrice e stimolante. Grazie per questo confronto. E a presto.
    Sandra Evangelisti

  5. Ennio Abate

    @ Linguaglossa

    Caro Giorgio,
    direi che metti il dito sulla piaga (comune però; e non solo di Abate). Le contraddizioni «della sua formazione culturale» sono, infatti, le stesse di gran parte di quel “ceto medio” a cui apparteniamo e che evochiamo di frequente nei nostri discorsi. La « beffa di coccodrillo della storia» è stata più complicata e forse duplice. Ci ha tirato fuori da due «tegumenti» o squame, in cui abbiamo tentato di crescere ed agire nel mondo sociale (quello contadino e quello industriale). E dalle stesse dimensioni o culture che lo attraversavano: quelle religioso-umanistiche e quelle laiche (borghesi)-industriali. E oggi annaspiamo – è vero – di fronte ad un mondo che stentiamo a definire: postmoderno? ipermoderno? transmoderno? (Chi avesse voglia di seguire una discussione un po’ complicata e condotta soprattutto su un piano letterario può guardare a questi due link: ( http://www.leparoleelecose.it/?p=11196; http://www.leparoleelecose.it/?p=11214) ).
    Direi perciò che ad andare in crisi (abbandoniamo l’antipatico termine ‘rottamazione’ troppo renziano e da PD!) non sia stata soltanto la « euclidea visione marxista della storia», ma anche quella religioso-umanistica. E altre da noi non ce n’erano. Vedi poi che il dialogo tra il vecchio scriba e il giovane giardiniere ( tra vecchio e nuovo se vogliamo) c’è stato, sia pur teso e drammatico, almeno fino agli anni Settanta del Novecento. In Europa ma anche nel nostro Paese. Non sta a me ricordarti i nomi di Adorno, Lukàcs ed Ernst Bloch. E qui da noi di Cases e Fortini.
    Oggi non è più possibile. (O non può esserlo più in quei termini). Ma cosa abbiamo « per comprendere l’ulteriore corso della storia»? Cosa ci può evitare di andare tristemente verso «la sconfitta storica»? Non certo un’adesione cieca o plaudente alla globalizzazione neoliberista che sta creando tragedie dappertutto (vedi ora in Egitto…).
    Fortini e Marx non bastano. Non si tratta né di continuare la «durezza stilistica fortiniana» né quella marxiana.
    Nello sbandamento generale delle idee, però, la formula-parola d’ordine che ho trovato negli ultimi anni più convincente è stata quella coniata da Gianfranco La Grassa: «uscire da Marx dalla porta di Marx» (io ci potrei aggiungere forse: e da Fortini…). Il che verrebbe a dire che Marx non è più sufficiente, non basta, ma non è da rottamare.
    Cosa vuoi metterci al suo posto? Il grillismo? Le “rivolte-primavera” dei “ceti medi” arabi(chiamiamoli così con enorme approssimazione)?
    Ma come vediamo un movimento disperato e con idee confuse finisce per buttar giù un presidente regolarmente eletto facendosi aiutare nel compito dall’esercito! Per non arrostire nella padella dei Fratelli musulmani si cade nella brace di un esercito finanziato (e manovrato) dagli USA. Bella liberazione!
    E trovo che Franco Venturini e tanta stampa non fanno che alzare un polverone sul vero significato degli avvenimenti in corso in Turchia, in Brasile, in Egitto. Mi pare una sciocchezza parlare di una « nuova «lotta di classe» che non ha più nulla di marxista» e che coinvolgerebbe chi? Quelli che usano Internet! Avevo già polemizzato a suo tempo (http://www.poliscritture.it/index.php?option=com_content&view=article&id=20:ennio-abate-dan-nazione-inglese-indiana&catid=1:fare-polis&Itemid=13) con tesi simili che non considerano, proprio perché hanno rottamato Marx e la storia, i rapporti di forza in gioco a livello mondiale e la debolissima autonomia reale dei movimenti di rivolta odierni, che a me fanno pensare alle ricorrenti ma impotenti *jacquerie* contadine del Medioevo.
    La Grassa, che appunto Marx non l’ha rottamato, legge uesti fatti in modi molto più interessanti e problematici. E, per tornare al mio testo del 2002, mi pare di cogliere una sintonia tra la sua formula e quanto raccomandava il vecchio scriba (che poi alludeva alla figura di Fortini):
    « Ma scrivi sulle orme del nostro antico e logico disegno. Evidenziale, anneriscile, se hai solo il nero. Preziose sono anche le residue ombre».
    Preziose sono ancora «le residue ombre»… di Marx!

  6. Nella prima metà del ‘400 Paolo Uccello raffigurò (battaglie di San Romano) ciò che restava della cultura tardo gotica, della cavalleria ridotta a magnifico orpello dell’aristocrazia messa in crisi dall’estendersi dei mercati e della ricchezza, ad opera della nascente borghesia. Da lì nacque la visione terrena e realista, della prospettiva. Paolo Uccello consegnò cavalli, ornamenti, alabarde e insegne all’estetica. A mio modo di vedere fu un mirabile esempio di come si possa chiudere un’epoca, consegnandola a futura memoria, dimenticando sangue e vessazioni varie. Il Rinascimento poi voltò pagina. Dei pazzi, come avran fatto se ancora non c’era Marx? E come posso io dire queste cose se non avessi interiorizzato qualcosa del metodo interpretativo marxista? Ridurre il marxismo a metodo eq

  7. equivale ( azz… l’invio) a togliere al comunismo il mito del benessere universale.

  8. Anche questo blog è un piccolo giardino. Il suo giardiniere sta dietro Fortini, dietro Marx, modestamente, ma i risultati non mancano. Fiori ogni mattina.

  9. Rita Simonitto

    Io ci andrei piano nel fare il necrologio del marxismo (o pensare ad una sua rottamazione) pubblicandone anzitempo il “coccodrillo”.
    In questo periodo confuso, il marxismo figura ancora come uno strumento interpretativo importante.
    Con le opportune rivisitazioni, sia chiaro. Come dice Zizek a proposito della dialettica tra Antico e Nuovo, il corso attuale delle cose non si riconosce proponendo la creazione di nuovi termini, ma con un *analizzare il mondo attraverso l’obiettivo di ciò che nell’Antico era “eterno”*: i concetti di classe, di proprietà, di modo di produzione ecc. ecc., ad esempio.
    Non sto parlando dell’ideologia marxista che si è creata attorno al pensiero di Marx con utilizzi più o meno devastanti, ma di un modello – che, in quanto tale, va inteso nella sua ‘temporalità’ – che non ci blocchi davanti agli aspetti formali, a ciò che è visibile dell’oggi, ma ci porti ad analizzare che cosa ci sta sotto.
    Si potrebbe limitare il danno del farci trascinare negli “-ismi” e nelle obsolete definizioni (diventate, guarda caso, sterili parole d’ordine), e anche del farci ‘incantare’ dalle fumose espressioni che vengono utilizzate ‘a manetta’ senza che ci sia un briciolo di riflessione.
    Per cui abbiamo la ‘Grande Crisi Economica’ (magari accompagnata dal dito puntato contro la Finanza – Grande, ça va sans dire – e lo spread); il ‘Grande Potere Mediatico’ (che tutti criticano ma poi, guarda caso, tutti ci credono o lo ambiscono purchè sia ‘buono’ o ‘rebelde’, vedi la fiducia nei social network); la Globalizzazione (per cui oggi anche la rabbia diventa globalizzata); o le avanguardie che diventano moltitudini (minestrone già scodellato anni fa da Antonio Negri); o, alla fine, il richiamo alla morale che poi vediamo, alla resa dei conti, non essere che un vestito adattabile ad ogni situazione, ovvero il giudizio dipende dal partito politico (o dall’orientamento) cui appartieni.
    Ennio scrive [a proposito dell’Egitto]: *… un movimento disperato e con idee confuse finisce per buttar giù un presidente regolarmente eletto facendosi aiutare nel compito dall’esercito! Per non arrostire nella padella dei Fratelli musulmani si cade nella brace di un esercito finanziato (e manovrato) dagli USA. Bella liberazione*.
    Un presidente regolarmente eletto?!!

    Ma poi non si dice: *Il Consiglio Supremo di Difesa, presieduto da Napolitano in qualità di comandante delle FFAA, a proposito della vicenda della commessa per gli F35, ha dichiarato che il Parlamento “non ha diritto di veto” sulle sue decisioni. Secondo tutti i costituzionalisti del mondo, il Parlamento ce l’ha, eccome. Neanche i militari egiziani che hanno appena fatto un colpo di stato l’hanno sparata così grossa. Nella repubblica italiana, il Parlamento, che riunisce i rappresentanti del popolo, è (o almeno sarebbe in teoria) sovrano. Se il Parlamento non ha diritto di rovesciare le decisioni del Consiglio Superiore di Difesa, il livello decisionale massimo, cioè il sovrano, è il Consiglio Supremo di Difesa.
    A casa mia, questo si chiama colpo di Stato; a Villa Savoia, a quanto pare, no* (R. Buffagni in Conflitti e Strategie. 05.07.13).
    Ergo: intanto che ci riempiono la bocca di ‘società liquida’ e altre narrazioni sull’assenza del soggetto, c’è invece qualcuno che cerca di tenere saldo il potere in mano.

    Ma in questo Blog non facciamo politica bensì poesia.
    E il post di Ennio ci richiama alla posizione che la Poesia può (se può) assumere nel caos presente, al che cosa essa possa o meno rappresentare. Ma anche, e soprattutto, quale è la posizione del poeta in tutto ciò e il suo rapporto con la Parola.
    Pensiamo al dialogo postato da Ennio.
    Lì ci presenta, in una prosa poetica impressionistica (*le marmoree distanze*, *i forzieri conservati nei nostri inabissati vascelli*), un preambolo dialogico che ipotizza, “in soggettiva”, le possibili ‘cause’ che hanno portato alla perdita di *comunità dialoganti* e al fatto che non rimanga *dietro il simulacro dell’Uomo* […] che *l’orrore da pensare e da scalzare*.
    Una ‘natura morta’ dove si cerca di comunicare con qualcosa che forse fu vivo, ma vivo non lo è più.
    Detto in altri termini, una specie di personale e stringatissimo poemetto in cui Ennio esprime il suo “reale” odierno.
    Dove per *reale* si può intendere quanto affermato da Linguaglossa: *A me poi i ragionamenti di chi parla del “reale” in poesia, mi fanno sorridere. “Blumenbilder” è il “reale”.
    Perciò in questa rappresentazione del *reale* (nel confronto tra il ‘vecchio scriba’ e ‘giovane giardiniere’), si verrebbe a costituire un altro *reale*, quello del *non-dialogo tra una cultura umanistica provinciale e arretrata e la nuova cultura marxiana dell’intellettuale in via di formazione* (G. Linguaglossa).
    Ma io non credo che si tratti di quel tipo di ‘non dialogo’, tant’è che Ennio in un commento specifica: *Vedi poi che il dialogo tra il vecchio scriba e il giovane giardiniere ( tra vecchio e nuovo se vogliamo) c’è stato, sia pur teso e drammatico*.
    Il dialogo che non si può effettuare avviene quando si mettono a confronto due stereotipi: l’arretratezza della cultura umanistica provinciale del Sud e il Nord industrializzato, pervaso dalla nuova cultura marxiana. Unitamente all’emigrazione ‘speranzosa’ dell’intellettuale verso lidi più promettenti.

    Io penso, non in sostituzione ma ‘a latere’, che il discorso di Ennio stia recitando altro: stia recitando il tradimento della Parola (e quindi il tradimento dell’Intellettuale che appartiene ad ambedue i contesti, sia quello della cultura ‘umanistica’ e sia di quella marxista.)
    *Nulla nel loro corporeo conflitto con la Parola risolvono le rivolte affascinate dal disordine dell’infida parte di tutti noi che per sempre o a lungo resterà oscura. Da solo o con altri tu pure ne hai saggiato il grumo viscido*, dice il vecchio scriba.
    E’ comunque una Parola che non riesce a convincere il giovane giardiniere che risponde :*Deperito ora lo shock del moderno, resisto senza la vostra antica Parola al mondo dell’Istante replicato in orride serie. Una più subdola e mondiale impostura viene impressa a sbalzo su noi tutti e ridimensiona pure il vostro potere di declassati signori di una volta*.
    Ma, ci possiamo chiedere, come gestire la Parola ‘dal senso obliquo’ se essa è, accanto all’immagine, l’asse portante del dire poetico?
    Perchè la Parola diventa doppiamente falsa nella Poesia in quanto seduce e tradisce. E, oltretutto, attraverso le sue poliedriche rappresentazioni, non è mai afferrabile.
    In quale modo essa può rappresentare il *reale* che non sia espressione puramente soggettiva?
    Si possono chiamare per nome i traditori o si può solo denunciare il tradimento?
    Forse ha a che vedere con questa domanda l’uso di uno stile che *preferisce le circonlocuzioni indirette a quelle dirette*, come giustamente nota Linguaglossa.
    Esso stile non potrebbe figurare anche come un tentativo di avvicinarsi, per vie riflesse, ad un *reale* minaccioso e oscuro, così come fece Perseo per accostarsi alla potenza di Medusa, il *reale* che pietrifica?
    R.S.

  10. Ennio Abate

    @ Simonitto

    Cara Rita,
    grazie del puntuale e ricco commento. Esso mi dà lo spunto per interrogarmi su un dato elementare e non scontato: quanti in Italia conoscono – non dico a sufficienza ma con una decente approssimazione – l’opera di Marx? E tra i poeti poi, che per lo più sono cresciuti con l’idea che la poesia sia un’attività “privata” da ciascuno coltivabile ascoltandosi l’anima e afferrando del “reale” al massimo la quotidianità che ci circonda?

    Uno potrebbe però dire: si può vivere anche senza conoscerla. E avrebbe solo in parte ragione.
    Per spiegarlo, voglio prenderla molto alla larga e citare il mio caso personale. Di uno, cioè, che si è formato in un liceo meridionale degli anni Cinquanta e che ebbe un professore di filosofia, un crociano, il quale cancellò dal programma (in sostanza non fece) il capitolo dedicato a Marx sul vecchio manuale di La Manna, sostenendo che si trattasse di un filosofo “secondario”.
    Orbene, quel giovane che ero “viveva” senz’altro e interessandosi soprattutto di letteratura, ma come se il mondo per produrre e riprodurre la sua vita e quella della società, la fatica di milioni di uomini e donne per cavare lavorando un salario o uno stipendio, il denaro, le banche e le attività complementari (politica, eserciti, ideologie) esistessero, sì, ma non potessero né dovessero appassionarlo o interessarlo. “Viveva” senz’altro, ma in una “realtà”, che non era quella vissuta da milioni di persone. La sua esperienza emotiva, intellettuale, umana, avveniva in una sfera che oggi a me che ripenso a quel giovane che ero, appare delimitata, chiusa. “Viveva” ma nella affascinante “bolla di sapone” della cultura umanistica. Quella che nel dialogo pubblicato in questo post è attribuita al Vecchio scriba. Gli sfuggiva o gli arrivava solo per sentito dire (ad es. dalla radio) o per letture (i giornali che comprava il padre: «Il Mattino», ad es.) o per immagini frammentarie (dai giornali, da riviste come «Epoca» e poi dalla TV) tutta l’altra “bolla di sapone” della cultura scientifico-industriale. Che cominciò per lui ad assumere consistenza e a presentarsi in tutta la sua imponente e schiacciante “realtà” col trasferimento nella «Capitale del Nord», la Milano del dopo «boom economico», in una dimensione cioè industriale. E non immediatamente. Si poteva, infatti, restare a lungo coi piedi in una realtà industriale, ma con la mente ancora nell’immaginario contadino-umanistico. E lo provano le biografie di tanti immigrati dal sud o dal Veneto, raccolte ad es. da Montaldi e Alasia in «Milano, Corea». Lo prova il «Marcovaldo» di Italo Calvino.
    Per sentire non solo la superficie della realtà industriale (o i suoi effetti periferici e sociali, ad es. nelle «città dormitorio» che facevano da corona alla Milano delle fabbriche, degli uffici, della Borsa), ma cominciare ad afferrare che cosa erano i «rapporti sociali» costruiti e dominati dal Capitale, quel giovane che ero dovette trovare altri giovani (e vecchi) che in una grande confusione – il ’68-’69 – parlavano in università occupate di operai, di lotta di classe, di Vietnam, di imperialismo e di Marx.

    Le cose però sono sempre più complicate di come siamo abituati a pensarle o ad immaginarle. E di come pur mi pare di aver afferrato in questo Dialogo.
    Se la lettura di almeno alcuni scritti fondamentali di Marx in un momento di grande fermento sociale e politico permise a quel giovane che ero di guardare un po’ meglio alla realtà industriale dove ora aveva messo i suoi piedi (o, come tu dici, a non bloccarsi « davanti agli aspetti formali, a ciò che è visibile dell’oggi», ma «ad analizzare che cosa ci sta sotto»), restava da cominciare una faticosa revisione del precedente sapere umanistico acquisito in passato al Sud. Specie se – ed era giusto – si voleva continuare a fare poesia. E il dialogo è un momento di questa faticosa revisione ( e forse non casualmente abbandona il verso…).

    Le cose sono molto più complicate, perché nel frattempo quella stessa realtà industriale cominciava ad essere sconvolta, quella stessa “compagnia” a cui i giovane che ero si era legato si disfaceva, la stessa opera di Marx – il “maestro” che l’aveva traghettato nella dimensione industriale capitalistica – veniva tirata da un parte e dall’altra come una coperta troppo stretta fino a lacerarsi in scolastiche varie (gli – ismi) o ad essere buttata da molti tra i rottami della storia.
    E siamo – non più giovani ma vecchi giardinieri ormai – al nostro oggi complicato. Costretti a nuove revisioni anche di quella cultura marxista, che pareva ci avesse aperto gli occhi sulla “realtà” industriale alla quale ci eravamo approssimati. Costretti ora a diradare nuove nebbie in cui siamo costretti, nostro malgrado, a muoverci. E qui rimando a quanto ho scritto sempre sotto questo post, in un precedente commento, rivolgendomi a Linguaglossa.

    Quanto al problema: quale posizione la poesia può (se può) «assumere nel caos presente», trovo lusinghiero che tu, nell’uso di «circonlocuzioni indirette a quelle dirette» presenti nel mio Dialogo, veda « un tentativo di avvicinarsi, per vie riflesse, ad un *reale* minaccioso e oscuro, così come fece Perseo per accostarsi alla potenza di Medusa, il *reale* che pietrifica».
    Tuttavia – più modestamente, realisticamente e prosaicamente – in quelle circonlocuzioni vedrei piuttosto ancora un’eredità della cultura umanistica, una difficoltà a nominare il nuovo “reale”.
    Anche il tuo ricorrere al mito di Perseo che affronta la Medusa mi pare un rinculare verso di essa, un affidarsi al sapere mitico come punto d’appoggio tuttora e comunque affidabile. Tesi che esito ad accogliere. Sono più propenso ad attaccarmi, pur con la consapevolezza di essere vecchio, alle parole inquiete del Giovane giardiniere: « Altri immigratori ci attendono» piuttosto che alla rassicurante solidità del mito.

  11. Non mi pare che qui si tenti un necrologio del marxismo, credo che in modi diversi si sia d’accordo sul fatto che “il marxismo figura ancora come uno strumento interpretativo importante”. Infatti si discute di marxismo, non di comunismo. Come interpretare in chiave marxista la lettura del reale? Sembra scontato, eppure negli anni a cui fa riferimento Ennio, è proprio sull’interpretazione, sulle divergenze tra le analisi, che si crearono scuole diverse (gruppi) che arrivarono a porsi in contrasto tra di loro. Ad esempio, il fatto che Ennio interpreti ciò che sta accadendo nel nord Africa a modo suo, non significa che la sua sia l’interpretazione corretta marxista. Forse è solo quella di un ex AO. E’ tutto discutibile. E questo vale anche per faccende interne come queste nuove dei 5stelle.
    Non sono stato uno studioso di Marx, ai tempi sapevo che era l’ispiratore di tutta la storia antifascista della mia famiglia di sindacalisti, o comunque di persone con le idee chiare su da che parte stare. Al ’68 ci arrivai da giovane poeta innamorato di Bob Dylan e della musica rock. Di Marx sentii parlare più approfonditamente dalle avanguardie che erano molto attive dovunque. In pochi mesi eravamo tutti marxisti, ma i marxisti veri, gli intellettuali marxisti, erano una minoranza. Non mi sorprende il fatto che tra coloro che si misero più in vista, furono parecchi quelli che cambiarono bandiera. Allora o eri comunista o fascista, se qualunquista eri un’ameba. Insomma, nel complesso una scemenza. Una scemenza che però insegnò qualcosa della facile deriva cui si va incontro se tutto si fa ideologia. Il crollo del muro di Berlino è il crollo degli ideologismi. E questo, sia chiaro, non significa che non si sappia da che parte stare. Anzi, quando nel duemila decisi di rientrare al mondo, dopo dieci anni di ritiro spirituale, la prima cosa che feci fu proprio quella di cercare i compagni nei centri sociali, per poi scoprire quanto bigottismo, quanta superficialità, quanto schematismo, quanta ottusità avevano in corpo. Allo zero assoluto in fatto di psicanalisi, le organizzazioni avevano capi e capetti come e peggio di prima. Come prima il diverso veniva silenziosamente allontanato, solo che prima non me ne accorgevo, non ero diverso, ero un ciula, come dicono a MIlano. Beh, non generalizziamo, è sempre sbagliato.
    Il rapporto con la poesia: a me sembra più una questione tecnica, di linguaggio più che di sostanza. La sinistra non ha prodotto un proprio linguaggio perché in poesia il linguaggio è stabilito dall’università, e con questa bisogna farci i conti. Intendiamoci, è tutta salute culturale, ma è indubbio che si tenti anche di addomesticare.

  12. Rita Simonitto

    @ Ennio
    *Sono più propenso ad attaccarmi, pur con la consapevolezza di essere vecchio, alle parole inquiete del Giovane giardiniere: « Altri immigratori ci attendono» piuttosto che alla rassicurante solidità del mito.*

    Per sua (del mito) e nostra fortuna non esiste nessuna *rassicurante solidità del mito*.
    Il mito, al pari del sogno, è un tentativo di rappresentazione ‘di cosa’ attraverso un mix di ideogrammi, di rappresentazioni figurative e di narrazioni a fronte di situazioni inspiegabili o sfuggenti ad ogni logica. Solo che, a differenza del sogno che è privato, il mito riguarda una sfera più ampia, quella legata alle esperienze del e nel mondo.
    Dentro il mito, perché si possa parlare di mito e non racconto fantastico, ogni parte può costituire una storia e dentro ogni storia c’è un’altra storia che si può legare ad altre storie e via dicendo. Perciò il mito non può essere una costruzione chiusa, c’è sempre qualche cosa da scoprire.
    Questo fa del mito una ricchezza.
    Prendiamo ad esempio il classico mito di Edipo, cavallo di battaglia della psicoanalisi freudiana. Se ci limitiamo a leggere il mito soltanto come esito del processo evolutivo dei desideri libidici orientati verso i genitori da parte dei figli, confiniamo il mito in un assunto imprescindibile, lo restringiamo in un dogma.
    Ma, se lo lasciamo parlare, questo mito ci parla anche della Sfinge che Edipo sfidò nella sua arroganza e la ammutolì facendola precipitare dalla sua rupe. E qui si apre una storia o più storie.
    Ci parla anche di Tiresia, l’indovino, che mette in guardia Edipo dal voler sapere: la conoscenza è un abisso nel quale ti puoi perdere. E anche qui altra storia con altre connessioni.
    Ci parla anche di Laio, il padre di Edipo, che non vuole essere padre perché teme di perdere il suo potere per mano del figlio.
    Ci parla anche di Tebe e delle città costruite sul sangue, sui morti, sulla peste.
    Eccetera, eccetera.
    E, se ci vuoi mettere dentro anche questo, ci parla anche degli ‘immigratori’ vecchi e nuovi.

    Ragion per cui, quando affermi *… il tuo ricorrere al mito di Perseo che affronta la Medusa mi pare un rinculare verso di essa, un affidarsi al sapere mitico come punto d’appoggio tuttora e comunque affidabile. Tesi che esito ad accogliere.*, ribadisco che non mi affido al sapere mitico come se si trattasse della conoscenza ‘originaria’ da cui partire, ma ci approdo nello stesso modo in cui attingo ai testi della Bibbia o, per modernizzare, alla psicoanalisi o al cinema.

    Ennio: *nell’uso di «circonlocuzioni indirette a quelle dirette» presenti nel mio Dialogo, [tu] veda « un tentativo di avvicinarsi, per vie riflesse, ad un *reale* minaccioso e oscuro, così come fece Perseo per accostarsi alla potenza di Medusa, il *reale* che pietrifica».
    Tuttavia – più modestamente, realisticamente e prosaicamente – in quelle circonlocuzioni vedrei piuttosto ancora un’eredità della cultura umanistica, una difficoltà a nominare il nuovo “reale”.*

    Parlando di cultura umanistica, mi era venuto da pensare a Dante e alla sua Comedia.
    Nel poema, il poeta mantiene sì uno stile “gentile” e “cortese” ma nello stesso tempo va giù di brutto. Anche quando ricorre a metafore, allegorie e analogie non manda certo a dire quello che pensa e colpisce a destra e a manca (è il caso di dirlo) con acuta precisione. D’accordo, era esiliato e quindi, da lontano, poteva permettersi questo lusso di poter esprimere tutto il suo furore.
    Ma oggi non è così. Anche se ‘esiliati’, non abbiamo la libertà di parola. In un certo senso la circonlocuzione (parlare a nuora perchè suocera intenda) può diventare una necessità. Capisco che questa specie di ‘omertà’ possa non piacere. L’alternativa è tacere o esprimerci con volgarità, porno graficamente.
    Allora sì. Perché l’osceno è già ‘fuori’ e non dà fastidio a nessuno.

    @ Lucio
    *Ad esempio, il fatto che Ennio interpreti ciò che sta accadendo nel nord Africa a modo suo, non significa che la sua sia l’interpretazione corretta marxista. Forse è solo quella di un ex AO. E’ tutto discutibile. E questo vale anche per faccende interne come queste nuove dei 5stelle*.

    Se mi accorgessi che Ennio (o chicchessia) facesse la *corretta interpretazione marxista* degli eventi, mi troverei di fronte a due opzioni: o idolatrarlo (Ennio, poi, avrebbe proprio le physique di rôle) oppure scappare a gambe levate sentendo puzza di bruciato.
    Non posso certo parlare a nome di Ennio, ma credo che la sua osservazione poggi non soltanto sulla sua passata esperienza politica (ognuno poi ha la sua) ma tenga conto anche della storia che si sta snodando sotto i nostri occhi.
    Come è stato detto della rivoluzione, anche la conoscenza non è un pranzo di gala.
    Quindi, in campana.
    R.S.

    • Cara Rita, la mia ammirazione per lei sfiora i livelli della tifoseria calcistica. Certo che sto in campana, la storia che si sta snodando, la storia che accade, è anche sotto i miei occhi ininterrottamente da che sono al mondo. Impossibile non tenerne conto ( quanto costerà ad Obama la nuova alleanza con l’Egitto? è di questi giorni). Tuttavia come si diceva, anzi no, non si è detto, le interpretazioni possono essere condizionate dalle prospettive, o delle aspettative di ciascuno. Altrimenti tutto sarebbe già tristemente scritto.

      • Rita Simonitto

        Caro Lucio, se Lei mi dà del Lei allora esigo una tifoseria da curva Sud. Ma poi mi chiedo: dalla parte dei “casciavit” o dalla parte dei “baùscia”?
        Mah!
        Se invece ci si da del tu, onoratissima.
        p.s. questa mattina mi va di scherzare, cosa rara!!
        Allora buona giornata e ‘buon tram’ (dopo aver letto il commento di Emy più sotto).
        R.S.

    • Ennio Abate

      @ Simonitto

      So che, ogni volta che parlo del mito in modo semi-scettico ( non è la prima volta e non solo con te e forse, per questo mi sono un po’ inimicato anche Francesca Diano, che non vedo più commentare su questo blog…) è come pestarti un piede. E forse davvero ho esagerato a parlare di *rassicurante solidità del mito*.
      Tuttavia temo che la *plasticità* del mito sia comunque relativa. Afferrerà anche gli “immigratori” o tante altre vicende della storia umana, anche contemporanea, ma *all’ingrosso*. E invece, per intervenirvi nella storia, avremmo bisogno di una conoscenza che ci mostri anche i dettagli, come a volte riescono a fare le scienze.
      Il che comporta, secondo me, nuovi compiti anche per la poesia. Se, come ho detto, c’è un certo scarto ( e anche una bella contraddizione) tra una poesia fondata soprattutto su un sapere “contadino-umanistico” e una poesia capace di fondarsi *anche*, se non *soprattutto*, su un sapere scientifico-industriale (o post-industriale), decidere di insistere solo sul primo terreno (respingendo di solito il secondo) o assumere anche la sfida che il secondo pone non è una questione irrilevante per trovare delle risposte alla “Grande Crisi della poesia italiana”.
      Ora, certo, se come poeti ci siamo formati nella cultura umanistica, non è facile e sarebbe anche sciocco affannarsi in aggiornamenti frettolosi e improbabili. Ma il problema esiste. La consapevolezza che , comunque, siamo anche attraversati dai saperi scientifici, usiamo magari da semianalfabeti le nuove tecnologie, non viviamo in un altro mondo né viviamo in un mondo fermo alla prima metà del Settecento è presente anche nei più misoneisti o nei critici del presente. Possibile che tutto ciò non ha riflessi sul fare poesia? In cos’altro consisterebbe allora la sua crisi?

    • Giuseppina Di Leo

      Tra vecchio e nuovo giardiniere
      dialogo o scriba che sia

      Martirio lento ricordare
      muovere i passi tra due bolle di ceralacca
      rapprese il sangue estremo dell’ultimo mestruo
      su seduti giocattoli allatta la donna-bimba
      i piedi sul grembo di lei seduta
      mastica piano il tempo che ci vuole

      di ogni fiore tu mi porti il nome
      ma nel chiarore delle nostre riflessioni
      quante nuove armi affileremo?

      in assenza dialogo
      onestamente ti lasciai
      ingiustamente ti avrei compreso:
      per questo volli ignorarti

      sovrapposte ragioni più non furono
      in regioni di pensiero inesplorate parole
      prive di mittente ci pervenimmo destinatari
      silenziosi scritti di noi altri sorda a lume
      l’ amica attesa senza speranza resta.
      Semmai tu tienila stretta a te la mia valigia.

      (luglio duemilatredici)

      giuseppina

  13. emilia banfi

    Ma si può pensare che il mito costituisca una forma perenne del porsi interrogativo dell’uomo di fronte al mondo,e del suo tentativo di difendersi di fronte alle forze minacciose della natura. Nel mondo greco il mito riveste di belle apparenze la realtà tragica della vita umana, trasponendola nel mondo immutabile delle divinità olimpiche (e qui penso all’oggi). In ogni modo, mito e logos razionale rappresentano due modi diversi di trasformare il caos in -kosmos-, cioè in un ordine accettabile. Nascono entrambi da una esigenza di spiegazione razionale della realtà e fra essi c’è più continuità che opposizione.

  14. Ennio Abate

    @ Mayoor

    Caro Lucio,
    per stare al contesto, quello di un blog di poesia, mi chiederei piuttosto: oggi «il marxismo figura ancora come uno strumento interpretativo importante» per fare poesia, per i poeti?
    A me non pare proprio. Siamo lontanissimi dagli anni ’60-’70, quando il lavoro di scrittura di Fortini, Pasolini, Sanguineti, Volponi, Majorino, Pagliarani e tanti altri, pur con accenti diversi e con contrasti anche frontale tra loro, *presupponeva* (altrimenti se ne capiva ben poco…) che tutti si abbeverassero alla fonte del pensiero di Marx o almeno attingessero a quella sua acqua pur intorbidata dai vari “ismi” delle scolastiche in contrasto tra loro, come si vide nelle militanze dei vari gruppi sorti in quel ’68-’69, quando – dici bene – «i marxisti veri, gli intellettuali marxisti, erano una minoranza». E perciò subito dopo fu facile a moltissimi cambiare bandiera e lasciar perdere l’ottocentesco pensatore barbuto. L’immaginario collettivo di molti partecipanti del ’68 era già molto diverso da quello dei padri che erano passati per la guerra e la Resistenza. Oltre ad essere frenato da una formazione prevalentemente umanistica (il mio caso mi pare abbastanza comune) era, specie nei più giovani, alimentato soprattutto dalle varie correnti dell’anarchismo del movement americano e francese.
    Lo conferma la tua testimonianza: « Al ’68 ci arrivai da giovane poeta innamorato di Bob Dylan e della musica rock. Di Marx sentii parlare più approfonditamente dalle avanguardie che erano molto attive dovunque». Ma anche nei casi in cui si divenne marxisti, si trattò di un’infarinatura. Non lo si diventa «in pochi mesi». Si usava la parola, si cedeva alla moda del momento, alimentata non a caso dai mass media, si onorava un simbolo ma senza sapere neppure bene cosa, al di là di alcune formule o concetti genericamente imparati, cosa significasse esserlo e che lavorio sui modi precedenti di pensare comportasse. Un bell’esempio, direi, dello scarto tra significante e significato! Come quando cominciamo noi pure ad usare una parola nuova, magari straniera o appartenente a un sapere specialistico (spread, bosone) che comincia a circolare sui mass media, ma se dovessimo spiegarne il significato c’impappineremmo.
    Non demonizzerei però quella adesione tutta ideologica, quella sorta d’innamoramento estetizzante per un qualcosa che ci appare innanzitutto nella sua superficie (la figura di Marx, nel caso di cui stiamo parlando. Non parlerei però di «scemenza». E soprattutto non direi che l’ideologia sia solo scemenza o che col crollo del muro di Berlino tale scemenza abbia avuto termine e noi abbiamo visto «il crollo degli ideologismi». Certo è crollata l’ideologia comunista, ma, come vedi, altre (globalizzanti, liberiste, a-ideologiche) hanno soppiantato quella. E a differenza di quel che tu dici oggi mi pare proprio che sia più diffuso l’atteggiamento di chi non sa da che parte stare. Coi democratici? Coi compagni dei centri sociali? Con i grillini?
    Mi chiederei piuttosto perché non si poté nel caso di molti o non si volle più passare dall’innamoramento di superficie alla conoscenza della profondità di un pensiero come quello di Marx e della “realtà” a cui esso rimandava. E ancora perché nella successiva “svolta poetica” di molti ( riflusso, ritorno al privato, riscoperta della letteratura e magari della poesia o dell’arte, ecc.) ben poche tracce restarono di quel contatto con il pensiero di Marx e – ripeto – con la realtà con cui esso aiutava a fare i conti.

    P.s.
    Se t’interessa, sul blog de «Le parole e le cose» a un certo Eros Barone che sosteneva a spada tratta e con una certa rigidità l’attualità del pensiero di Marx e comunque di un «ritorno a Marx», ho risposto in modo problematico qui:
    http://www.leparoleelecose.it/?p=11253#comment-96807

  15. Bravo. Coraggioso e indipendente quando scrivi del periodo di transizione dal socialismo al comunismo, sul quale “Marx aveva detto cose prudentemente generiche”. .. Azzardando, mi sentirei di dire che in ogni “realismo” c’è un residuo di “utopismo” e viceversa… Non è una visione ecumenica, conciliante. E’ un dramma irrisolto.”…” E allora bisognerà, sì, dire che anche un Marx ridotto a «marxologia» ha contribuito a questo impigrimento o ottundimento”.
    Quindi non sbaglio se continuo a credere di aver fatto bene a prendermi personalmente del tempo per approfondire cosa sia davvero importante, quale obiettivo umano raggiungere, quale equilibrio, pur sapendo che prima ci son cose da risolvere concrete. La vita è breve, anche di questo bisogna tener conto.
    Barone poi tenta di spiegare le ragioni del suo stalinismo ( che oggi, nella mentalità di noi solo-infarinati, sta ad indicare lo strapotere del partito, o comunque la tendenza alla gestione del pensiero oltre che di qualsiasi genere d’iniziativa – la cui ombra è ancor ben visibile, malgrado tutto, nella dirigenza dell’oggi pd. E spiace che lo dica anche Berlusconi). Ma una frase mi ha colpito, questa: “Hegel ci insegna che la battaglia delle idee viene vinta dalla concezione teorica che sa mediare il proprio apparato conoscitivo con quello di altre concezioni teoriche, assumendo criticamente anche il loro discorso come parte (sempre mediata dalla critica) del proprio”. Poi non si sorprenda se siamo arrivati a questo punto, a questa crisi d’identità (per usare un eufemismo).
    Quanto al resto, riferendomi alle parole che ho scritto sopra, la scemenza fu tutta mia, lo riconosco. Ma lo dici anche tu che pensando a quei tempi non è poi così sbagliato generalizzare, che i veri marxisti erano una minoranza, solo che seppero convogliare il ribellismo alla ragione. Lenin li aveva istruiti bene, e comunque basta canne e al posto dei fiori tanti eskimi. Non ringrazierò mai abbastanza Mauro Rostagno ( Swami Anand Sanatano).

  16. Tutto questo in poesia? Perché no, ma qualcosa deve averlo impedito, ci deve essere un tabù da qualche parte, nascosto. Forse qualche cosa che ha a che fare con le belle lettere, con l’esercizio di quest’arte, con l’estetica che va assecondata nei suoi capricci. Non lo dico per pigrizia, per superficialità, sono pittore, so bene che non c’è arte che si possa fare sottogamba. Tuttavia non riesco a fare mia la tesi per la quale saremmo semplicemente vittime del clima superficiale di quest’epoca degli (scarsi) consumi. E’ anche questione di agilità, non penso esistano parole che non si possano usare, le parole come i colori, ci deve essere un modo, una forma liberatoria, sicuramente individuale, che sicuramente è già presente in ciascuno. Ma come svolgere un pensiero non codificato? perché di questo si tratta, come può mantenersi viva la risultante di una tesi?

  17. emilia banfi

    A Mayoor:

    chissà perché uno/a che dipinge giustamente non esita a definirsi pittore mentre colui/lei che scrive poesie ha molte difficoltà nel definirsi poeta…tabù?

    • Per quel che ne so io, cara poeta Emy, non c’è differenza. Mi definisco pittore tra poeti per lo stesso tuo pudore. In realtà pittura e poesia stanno attraversando le stesse difficoltà, solo che la pittura è superata da mezzi espressivi che la confinano in un mercato di nicchia, storicamente è sorpassata. La poesia no, non esiste altra poesia oltre la poesia. E poi siamo pittori o poeti quando ci mettiamo attenzione, per il resto non lo siamo. Sei tanto più poeta quanto più tempo ti concedi per pensarci o scriverne. Idem per la pittura. Se sei l’uno e l’altro di tempo che t’avanza non dovresti averne. Un pittore non può stare serenamente due, tre giorni senza dipingere, un tempo si diceva che non c’è niente di più triste di una tavolozza secca. E’ ancora così, malgrado tutto. Per la poesia (scritta) mi sembra sia diverso, non ha orari. Se capita mentre vorresti dormire è un problema. I versi durano un attimo. Però c’è lo studio, la lettura. Sei poeta quando te ne occupi, poi no. Non è così?

  18. ro

    Per Giuseppina da una femminista, barocca, baccante, crocerossina e tutto il cucuzzaro in un altro baule, molto di più che una grande valigia, direi quasi cargo ( senza una traccia inclusa o d’attorno di un’orma, di cane) …

    Mi è molto piaciuta questa tua, in quanto splendidamente inutile: sospensione-evaporazione di una domanda fantasma già avvenuta nei secoli, escluso ogni contatto da un altro o altri pianeta/i. L’unica soluzione è ridere come di fronte a una barzelletta nonsense. Credo lo stia facendo da quasi due secoli anche quel povero diavolo di Marx, che alla base di ogni sua enciclopedia, aveva messo una condizione sine qua non, che infatti, non essendosi puntualmente verificata, ha fatto fallire i diversi marxisti, mai marziani, pardon marxiani, quel poco che bastava per combaciare a quell’uomo nuovo, senza il quale,non sarebbe servite a nulla stive e cisterne di conoscenza tecnologica, logica, scientifica, umanistica etc etc

    “L’assurdo nasce dal confronto tra la domanda dell’uomo e l’irragionevole silenzio del mondo.”
    Il mito di sisifo, A. Camus

  19. emilia banfi

    A Giuseppina Di Leo:

    Che bella poesia! Sei bravissima mi arrivi come un fulmine. Grazie

  20. emilia banfi

    A Mayoor:

    Metti di essere su un tram , e degli amici ti chiedono : -Cosa fai di bello? – e tu rispondi – Sono pittore , dipingo- Ti guarderanno con ammirazione e prima di salutarti ti chiederanno quando potrebbero vedere i tuoi quadri e con un:-Ci conto , a presto.- Se ne andranno. Ma se tu avessi risposto : -Sono poeta, scirvo-, ti avrebbero guardato con uno sguardo pieno di tenerezza per non dire compassione e al saluto avranno già dimenticato che tu sei poeta. Logicamente questi amici non sono né poeti. né pittori.

    • Si sa che guardare è più semplice che leggere. Poi che ne so, è totalmente irragionevole sentirsi responsabili di tutto quel che pensa la gente, forse l’immagine del poeta è ancora quella scolastica, dovuta al romanticismo. Parlando da ex pubblicitario credo che il “prodotto” sia stato letteralmente abbandonato a se stesso. Poi, sai, i poeti non vanno in televisione, abbassano l’odiens, e come si fa a dargli torto? A parte Ungaretti e Merini, quei pochi che ci han provato coi loro versi tremuli (ricordo Cucchi, Raboni e pochi altri verso la fine degli anni ’80) non mi pare abbiano fatto una gran figura. Se qualcosa s’è ascoltato lo si deve a bravi attori, come Bene, Gassman, Albertazzi ecc., forse ha ragione chi sostiene che i poeti è meglio leggerli che incontrarli personalmente. Pochi hanno personalità dirompenti dovunque si trovino. C’è stato Pasolini, ma è un’altra faccenda. In genere i poeti sono anche brutti fisicamente, nel senso che sono normali, stanno proprio fuori dai meccanismi masmediatici. Questa è una delle ragioni che me li fanno amare. Su quel tram io ti darei retta.

  21. emilia banfi

    A Mayoor: Brutti? Questo non te lo permetto, trovo che i poeti siano bellissimi con i loro sguardi pieni di curiosità , come se cercassero sempre una parola dentro e fuori di noi. Spero di incontrarti in tram. Emy

  22. @ Rita Simonitto
    L’onore è tutto mio. Sono contendo del tuo buon umore, l’ho cercato più volte in tutto ciò che di tuo ho potuto leggere qui. Quanto al casciavit il problema per me non si pone proprio perché non ho scelta, ma potessi scegliere e decidere io sul da farsi, la prima cosa che farei, farei scendere i nababbi dagli yatch, letteralmente, per fargli raccogliere dai fondali le bottiglie di magnum e le scatolette di tonno e caviale che ci lasciano. Poi non so, le idee non mancano. Ma non sono più i tempi della ghigliottina, ad esempio io a Saddam Hussein gli avrei dato un posto come lustrascarpe alla stazione di Baghdad, invece ho dovuto assistere all’ennesimo assassinio.

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