Giorgio Linguaglossa
La grande crisi della poesia italiana

grande crisi
“Si profila la Grande Crisi che ha prodotto gli ultimi tre decenni di «vuoto» della forma-poesia (altro concetto dimenticato)!. Che cosa si intende oggi per forma-poesia? Che cosa si intende per dismetria? Che cosa è rimasto dell’economia dello spreco e dello sperpero, delle neoavanguardie e delle post-avanguardie agghindate, traumatizzate e tranquillizzanti? La poesia non ritiene più indispensabile ricreare le coordinate e le condizioni per una poesia che voglia parlare con parole «nuove» al pubblico (e poi: quali parole?, quale vocabolario?); la poesia parla  del non-senso?, del senso?, del vuoto tra le parole?, del vuoto dopo le parole?.” Le domande insistenti e quasi angosciate ( a me così pare) che Giorgio Linguaglossa pone sulla crisi della poesia hanno un filo diretto con gli interrogativi  che abbiamo affrontato nello Scrap-book pubblicato il 25 giugno 2013. La crisi riguardante i testi (la poesia) va messa o no a confronto con quella riguardate il contesto o l’extra-testo (la società, la politica, le mentalità)? A me pare di sì, ma vediamo se la nostra capacità di dialogare  riesce a mettere meglio a fuoco la questione. [E.A.]

Vorrei iniziare con un riferimento ad Adorno tratto da Dialettica negativa, e precisamente nel capitolo dove il filosofo tedesco dichiara che dopo Auschwitz un sentire si oppone a ciò che prima del genocidio si esprimeva tramite il senso. E aggiungeva che nessuna parola con tono pontificante, quand’anche parola teologica, ha legittimità dopo Auschwitz. Come sappiamo, il filosofo tedesco assegna al genocidio di massa un valore radicale, e lo cita come rovina del senso. Il senso della storia ci conduce a questo: nel riconoscere che non c’è alcun senso della storia, se diamo al termine il valore di razionalità nella accezione invalsa da Hegel in poi: che  «il reale è razionale», che c’è una spiegazione per ogni aspetto del reale, anche per le cose apparentemente insignificanti, minime, che anch’esse rientrano nel disegno di organizzazione universale dello Spirito del mondo e nel disegno razionale. Per il pensiero liberale la Storia ha una sua direzione proiettata verso il futuro nella forma del progresso e della civilizzazione etc., la storia ha una sua direzionalità pregna di senso etc. Ma dopo due guerre mondiali e la guerra fredda non si può più formulare un pensiero come questo.  Per Adorno dopo Auschwitz non si può più scrivere poesia. E invece i fatti hanno dimostrato non solo che dopo Auschwitz si può ancora scrivere poesia ma che anzi oggi assistiamo ad un vero e proprio diluvio di poesia di tutti i tipi, elegiaca, iconica, concettuale, sperimentale, del quotidiano, mitologica, giocosa etc. La storia sembra andare verso l’implosione piuttosto che verso il suo ripiegamento, verso la demoltiplicazione piuttosto che verso il dimidiamento. Ma la Poesia ha coscienza di questa negatività?, la Poesia ha coscienza di questo de-moltiplicatore?. Ma è una negatività senza impiego, senza contraltare, una negatività che permette soltanto la finzione, l’allestimento di un palcoscenico vuoto. Al posto dell’impegno è subentrato il disimpegno, al posto del negativo è subentrato il post-negativo; le ipertrofie, le faglie, le erosioni, le citazioni, i rimandi, i percorsi sotterranei del senso diventano i veri protagonisti della poesia, diciamo, del post-negativo. La poesia ironica e scettico-urbana del post-negativo si muove in questa topografia assiale delle rovine (del linguaggio e del senso); si muove, con eleganza e ironia magari, in questa topografia delle rovine (con una tipografia delle rovina!); si trastulla sfoderando le risorse antiche del plurilinguaggio, esibendo l’abilità del rhetoricoeur, nell’improvvisare paronomasie, omofonie ed anafore, corto circuiti tra suono e senso, tra citazione e citazione; mima un senso plausibile ed effimero per poi subito dopo negarlo e de-negarlo ammiccando alla impossibilità per la poesia di prendere la parola, di parlare facendosi schermo dei famosi versi di Montale: «Solo questo oggi possiamo dirti / ciò che non siamo ciò che non vogliamo».

Dopo Composita solvantur (1995) di Franco Fortini, la poesia diventa sempre più piccolo borghese: si democraticizza, impiega una facile paratassi, la proposizione si disarticola e si polverizza diventando semplice sintagma molecolare; si risparmia, si economizza sui frustoli, sui ritagli, sui resti del senso (un senso implausibile ed effimero), si scommette sul vuoto (che si apre tra gli spezzoni, i frantumi di lessemi, di sillabe e di monemi). Subito si spalanca davanti al lettore il «vuoto», la cosa fatta di vuoto, l’«assenza» (non più inquietante ma anzi rassicurante!), la «traccia»; il poeta oscilla tra una lingua che ha dimenticato l’Origine e ha de-negato qualsiasi origine, tra la citazione culta e la de-negazione della citazione. Il poeta deve produrre «valore»? Se così stanno le cose la poesia si accostuma all’andazzo medio, fa finta di produrre «senso» e «valore», ma produce soltanto vuoto, flatulenza di frasari distassici, combusti allegramente, per ri-usarli nell’economia stilistica imposta dalla dismetria dell’epoca della stagnazione e della recessione. Si profila la Grande Crisi che ha prodotto gli ultimi tre decenni di «vuoto» della forma-poesia (altro concetto dimenticato)!. Che cosa si intende oggi per forma-poesia? Che cosa si intende per dismetria? Che cosa è rimasto dell’economia dello spreco e dello sperpero, delle neoavanguardie e delle post-avanguardie agghindate, traumatizzate e tranquillizzanti? La poesia non ritiene più indispensabile ricreare le coordinate e le condizioni per una poesia che voglia parlare con parole «nuove» al pubblico (e poi: quali parole?, quale vocabolario?); la poesia parla  del non-senso?, del senso?, del vuoto tra le parole?, del vuoto dopo le parole?. Ma qui siamo ancora all’interno delle poetiche della protesta e del disincanto del tardo Novecento!. La poesia ironica?, la poesia giocosa?, il ritorno all’elegia?, la poesia come battuta di spirito?; il campo, si dice, è disseminato di mine, è un campo minato di rovine; è vero?, dobbiamo credere ai pessimi maestri che ci hanno detto queste cose?, che il mondo è incomprensibile e altre sciocchezze?, e che la poesia si deve adeguare all’indirizzo medio e ai gusti di un medio pubblico mediamente acculturato?. La poesia tenta allora di orientarsi tra gli smottamenti, le faglie, i deragliamenti del senso, le deviazioni accidentali, con la dismetria dell’ironia, affonda il periscopio nel terreno della materia combusta, dei materiali esausti, dei detriti per riutilizzarli in una composizione emulsionata e cementificata. È questo il suo limite e il suo destino. È questo il suo télos.

C’è una gran confusione, una «dissolvenza» di tutti i concetti «forti», «solidi». Qualcuno dice di preferire ciò che è «liquido», «leggero», che la «leggerezza» è una virtù; qualcun altro dice di adottare il «quotidiano», il «privato»; qualcun altro ha sostenuto di voler adottare il linguaggio della comunicazione, e così via; ho il sospetto che si tratti di comodi alibi per non affrontare di petto quella cosa che abbiamo davanti: la Grande Crisi della poesia italiana. Si dice che non si dà più alcuna certezza, nessuno è così sciocco da investire né sulla «leggerezza», né sulla «pesantezza». E il poeta?. Qualcuno dice che il poeta non ha nessun salvagente cui aggrapparsi, nessuna ancora cui legarsi, nessun punto di vista da difendere, e che è costretto a fare poesia «turistica», da intrattenimento, poesia da bar; appunto, c’è chi difende il turismo intellettuale: la chatpoetry quale parente stretta della videochat; c’è chi prova a fare poesia con il linguaggio dei cellulari. Si va per iniezioni, tentativi inconsulti; e la poesia diventa molto simile ad una attività approssimativa che scimmiotta i linguaggi telemediatici.

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38 commenti

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38 risposte a “Giorgio Linguaglossa
La grande crisi della poesia italiana

  1. Flavio Almerighi

    penso che il tutto possa legarsi a una sorta di vestito su taglia, di quelli che si provano e si riprovano scalando taglie fino ad arrivare a quel “sentirselo addosso” di raro abbandono e felicità; l’offerta poetica non è mai stata così quantitativamente forte, quanto così confusa e scarsa a livello qualitativo: un dopo bomba che anzichè essere il giorno dopo è il ventennio dopo. Prendere atto di questa crisi magmatica a cosa può servire? Non credo migliorerà lo standard qualitativo della poesia nostrana. Tornare indietro a puro scopo consolatorio sul “bello che fu” non mi sembra opportuno, mi permetto sommessamente di aggiungere che forse sia il caso per la poesia nostrana di riacquistare rispetto e soprattutto “misura” d’altra parte in giro ci sono talenti notevoli anche molto giovani a prescindere dai soliti raccomandati, per cui caro Linguaglossa, accetto in pieno la tua bellissima e argomentata provocazione e ne traggo spunto per guardarmi meglio attorno. Qualcosa c’è, bisogna saperlo cogliere!

  2. Ennio Abate

    @ Linguaglossa

    Il tema che proponi per me, che ho letto i tuoi ultimi libri, non è nuovo. L’unica obiezione che ti ho già fatto, anche in passato, è che rischi di rimanere come ipnotizzato dalla Grande Crisi della Poesia (troppe maiuscole per me!), di sollevare cento domande e rimanere in un’attesa vana di risposte. Che non verranno. Bisogna che cominci tu stesso a dare risposte alle tue domande. E – mi permetto di dire – anche a confrontarti di più con altre risposte, che partono da premesse diverse dalle tue, non mancano in giro e non sono riducibili a poesia «turistica» o «chatpoetry».
    Non mi pare, insomma, vero che tutta la poesia scritta dopo Auschwitz non abbia mostrato coscienza della «negatività» del mondo (capitalistico) in cui si trova e sia iscrivibile nella sola categoria del «disimpegno».

  3. ro

    Lancio un’idea fattiva, ovviamente in tema, a Linguaglossa e le/gli altre. E’ un’idea diciamo metamatematica. Ovviamente è da cestinare se i poeti vogliono solo “parlare” fra loro e non alll’abitante della palla di nome terra.

    Premesso che ogni vita deve e può essere poeta, ma poi nei fatti, di produzione vera e propria poetica, rare/i sono i casi capaci e preparati per esserlo ( come in tutte le forme artistiche del resto), il problema è come demassificare o demoltiplicare quel fattore per cui in parallelo, anche le mostre più becere, pullulano di masse di poveri “consumatori” d’arte arraffazzonata. “Arte” qui e là quando va bene, sparsa in un labirinto di “oggetti” senza più percorso nè di visione né di ascolto. Il fatto è che i poveri “consumatori” non lo sanno, e credono così confusi, di aver visto tutto di Modigliani o pinco pallo perfetto sconosciuto, appagati di essersi così tanto tanto acculturati. Stessa cosa per i concerti, quando suonano i cani che scambiano per angeli etc etc

    Dunuqe in poesia, avverrà certamente la stessa cosa. Sul piano dei numeri però, sarà un bel po’ diversa: le masse di consumatori sono veramente ridotte a pochi numeri. Tuttavia, se nell’analisi di Linguaglossa ci si riferisce a quel poetificio internettaro di facebook o twitter o mail a forma catene di s’antonio, per cui milioni di cani e porci si scambiano i ruoli( a volte come “digitatori” ed altre come lettori di altri followers digitatori) , si può per il momento disinteressarsi a piè pari di tali forme di illusione per umani, che hanno già contratto e si trovano a una fase avanzata della malattia allucinatoria provocata dal nazismo 2.0. La missione salvifica sarebbe davvero enorme, quindi inutile dilungarsi.

    Ciò che propongo, su base matematica, è che se in italia esiste almeno più di un poeta vivente, ma anche cinquanta, questi si prendano sulle spalle il fagotto di istruire i lettori. Compito, se ci pensiamo, molto ma molto più ” semplice “, rispetto a quello di istruire nuovi poeti . Come si farebbe ? Per rendere pratico il discorso linguaglossiano, come si farebbe? Ci si proporrebbe come una scuola per razza pura purissima di poeti? il tutto non sarebbe credibile, mentre invece si potrebbe istruire i lettori ( quanti saranno i lettori di poesia in italia? ci sono statistiche? ipotizzo l’intervallo? da 10.000 a 100.000?).

    Bene…una volta istruiti e manutenute aggiornate le schiere di questi lettori, gioco forza la poesia del poetificio di massa morirebbe o quasi e magari nel frattempo , a forza di riconoscere il vero alfabeto parlante degli oggetti,spunterebbe fra i lettori, qualche talentuosa/o a nuovo poeta. Per il discorso linguaglossiano, non contando la quantità, basterebbe anche un sol Zagajewski 2.0 ogni tanto.

  4. Quando smetteremo di dare importanza alle sciocchezze di Theodor W. Adorno e dei suoi epigoni, molte cose importanti della vita culturale – inclusa l’arte poetica – avranno modo di rinascere, mettendosi in ascolto delle parole necessarie. L’unica innovazione possibile è all’interno della Tradizione.

  5. Caro Giorgio Linguaglossa,
    trovo il tuo articolo interessante e portatore di una provocazione critica costruttiva ed intelligente.
    Perché provocatorio? Perché mette gli autori e gli studiosi davanti alla necessità di un giudizio sulla situzione della poesia contemporanea. E cioè molto semplicemente due domande: “chi siamo” e “da dove veniamo”. Oggi c’è un proliferare di autori di versi enorme rispetto al passato, e si dice anche che la qualità dello scrivere sia migliorata e sia buona nelle nuove generazioni. Ma come mai allora i lettori e gli appassionati di poesia in Italia sono sempre di meno, e anzi costituiscono spesso un’elite ristretta di persone? Perché tante pubblicazioni e così pochi lettori?
    Forse proprio perché stiamo assistendo come tu dici ad una “dissolvenza”di concetti forti e solidi, ad una mancanza di punti di riferimento. Venuti meno i grandi maestri dell’epoca moderna quali Luzi, Sanguineti, Caproni, Cardarelli, Saba, Penna,Pasolini, Fortini e Giudici, si apre un’ epoca in cui vive quella che tu definisci nei tuoi saggi critici della “generazione invisibile”. Invisibile proprio in quanto ogni riferimento a punti saldi e forti della poetica del passato è bandito. La tradizione si fa invisibile e invisibile diventa il progredire. Nessun punto d’appoggio per dare un giudizio critico: tutto va bene e ogni parola nasce dal momento storico presente. Tanto che in alcune antologie del Novecento che vanno per la maggiore diventa metro di giudizio il pubblicare per l’una o l’altra casa editrice. Facendo riferimento a parametri economici più che di valore. Ma allora a che cosa appellarsi per un’ ipotesi di costruzione di una forma poetica attuale? Alle nuove proposte, ai valori che si stanno condensando e fortemente riconoscibili, ai maestri della contemporaneità.
    Dalla poesia del quotidiano e minimalista della linea lombarda, riconoscibile in Valerio Magrelli, Maurizio Cucchi, Milo De Angelis e Mario Benedetti, alla neo -lirismo di Paolo Ruffilli, Roberto Carifi, Roberto Pazzi, Patrizia Valduga e Umberto Piersanti, al realismo integrale di Dante Maffia.
    Non si tratta di volere inquadrare gli autori in piccole gabbiette di stili definiti, in quanto poi ciascuno di loro ha una storia personale, ed una personale evoluzione nello stile e nella forma poetica che varia e muove con la velocità dei cambiamenti della storia e della società contemporanee. Solo , mi sembra necessario tentare di delineare un percorso in positivo e non solo con definizioni in negativo che portano poi ad un traguardo di vuoto, che in realtà non c’è. Perché ci sono maestri e rifermenti anche nella contemporaneità.
    Sandra Evangelisti

    • Laura Canciani

      È evidente che la velocità intellettuale con la quale è scritto l’articolo, l’accavallarsi, l’affastellarsi delle interrogazioni che punteggiano l’articolo, vogliano alludere che non c’è una soluzione facile per la poesia, che non c’è una direzione esente da contro indicazioni, che la grande questione sul tappeto è: la Grande Crisi della Poesia Italiana, dalla quale non si vede una via di uscita. Non che non ci siano oggi dei bravi poeti in giro: ce ne sono, (il critico poeta in tante occasioni ne ha fatti, li ha letti e interpretati e lo fa continuamente anche su questo blog), ma Linguaglossa non fa il critico di parte o di una grangia, qui la sua riflessione si muove su linee generali di pensiero, non fa dei nomi; sarebbe poi troppo facile accusarlo di portare l’acqua al mulino degli autori citati; non credo che a Linguaglossa stia a cuore la difesa di questa o quella linea di poesia, quanto il fatto che oggi un critico serio deve non DIFENDERE LA POESIA, quanto di invitare i poeti a riflettere su un Punto: che cosa si vuole dire che si possa dire con il mezzo della poesia? C’è qualcosa di così importante e impellente che si può dire in poesia? E se non c’è, tanto vale adoperare altri strumenti come la narrazione o la saggistica! – Infine, l’aspetto più importante dell’articolo credo che sia il seguente: la stigmatizzazione che la poesia che si va facendo a 13 anni dalla fine del Novecento è che i poeti (non credo che Linguaglossa abbia in mente le migliaia di scriventi di twitter e di facebook) continuano a scrivere secondo modalità concettuali ancora tardo novecentesche, che non si riesca a produrre una elaborazione nuova della poesia rispetto a quella di fine Novecento, che si continua a poetare andando alla deriva di una grande foce del fiume novecentesco: Occorre fare i conti: da dove veniamo, da quale tradizione della poesia europea, e dove stiamo andando, che genere di poesia stiamo facendo, e se essa è all’altezza dei tempi, che i tempi di stagnazione e recessione stilistica richiedono. Domande non da poco, domande alle quali non se ne può uscire con una facile battuta, credo.

  6. Cara Laura Canciani, giustamente Giorgio Linguaglossa nell’articolo qui sopra non fa nomi di autori, e non cita l’ uno o l’altro orientamento e non usa parametri novecenteschi e non difende la poesia, ma invita a riflettere. E infatti, io dico che il suo articolo è una intelligente provocazione. Per quello che riguarda ciò che di impellente si può dire in poesia, in narrativa, o in qualsiasi altra forma di scrittura creativa, credo, ma è una mia personale opinione, che in fondo in fondo non ci sia differenza fra poesia e prosa. Ovvero l’autore in cui la scrittura nasce da un’ esigenza autentica ed impellente di creazione la fa uscire da sé secondo la forma e i modi che più gli sono consoni ed adatti a quella creazione in particolare, e comunque si tratta di arte se c’è una forza di espressione adeguata ed universale della parola. Questo secondo me, io non farei troppa distinzione fra prosa e poesia. Quello che conta è come nasce la parola, l’ armonia, la forza e la capacità di espressione universale della realtà e della vita. Difficile dire se la poesia sia all’altezza dei tempi e dividere per generi e assicurarsi che il frutto della scrittura sia un’elaborazione nuova rispetto alle linee e alle derive del Novecento. Qui parlo da autrice e non da letterata(anche perché non lo sono, per formazione di studi sono giurista): in base alla mia esperienza l’autore crea ascoltando la voce profonda che gli “ditta dentro” (Dante, Purgatorio, XXIV). Se riesce ad esprimere questa profonda voce del cuore traducendola in parole di portata universale, e cioè in cui tutti si possano riconoscere, allora l’opera di scrittura diventa espressione di vita autentica: “qualcosa di più della vita, qualcosa di meno dell’Universale”, come diceva Paola Malavasi. Se no rimane espressione di vita particolare e personale. Un carissimo amico poeta e traduttore e critico letterario che non è più tra noi diceva: “Ci sono due modi di scrivere: alcuni scrivono con l’inchiostro, altri con il sangue. Solo quello che è scritto con il sangue rimane.” Io sono perfettamente d’accordo,
    @Ennio Abate: grazie per la sua tesi sulla “poesia esodante”, ho iniziato a leggerla e la trovo interessante e costruttiva.
    Sandra Evangelisti

  7. Ennio Abate

    “in base alla mia esperienza l’autore crea ascoltando la voce profonda che gli “ditta dentro” (Dante, Purgatorio, XXIV). Se riesce ad esprimere questa profonda voce del cuore traducendola in parole di portata universale, e cioè in cui tutti si possano riconoscere, allora l’opera di scrittura diventa espressione di vita autentica” (Evangelisti)

    Farei notare che quel che valeva in pieno per Dante è diventato molto problematico per noi.
    Il problema è ( e Freud ce l’ha spiegato o almeno ha seminato dubbi in proposito) che non solo la “profonda voce del cuore” tira fuori cose dissonanti e spesso in cruda opposizione (nevrotica) tra loro ma non esistono più con certezza “parole di portata universale” e non è vero che in quelle che circolano per le menti d’oggi “tutti si possano riconoscere”.
    Per noi la “Commedia” è il massimo ancora dell’universale, ma per quanti provengono da culture musulmane?
    Non lo dico per alimentare pessimismi, ma per impedire a noi stessi di adagiarci in certezze ormai da ricontrollare.

    P.s.
    Grazie soprattutto per la lettura che farà del mio lavoro. Ne ho/ne abbiamo così pochi di lettori/trici attenti/e!

  8. Sono per l’abbattimento della forma, che per tanti amanti dell’estetica potrebbe essere anche abbattimento della sostanza, rilevatore del poco o nulla. Ma il punto che vorrei comprendere meglio riguarda i grandi temi, come il conflitto tra male e bene (Baudelaire) che fu modernità per il secolo XIX, oppure l’esistenzialismo (da Leopardi a Montale): se siano ancora temi proponibili oppure no, nell’epoca attuale dove tutto è pubblico, tutto è comunicazione, e quindi tutto è mediatico. Se conti l’intrattenimento ( colto, intelligente), oppure la concisione dell’epifania quando accade.
    Siamo passati dal consumismo dilagante alla crisi dei consumi, non è cosa da poco. Dai pericoli del decadimento siamo passati alla caduta libera. Per molti è così. Tra non molto torneremo al work song dei raccoglitori di cotone nel Missisipi: per quanto ancora l’Università terrà i fucili puntati per difendere la musica “bianca” dalla barbarie? Nessuna scrittura mediatica può dirsi esauriente, non è possibile, il pc non è dotato di segnalibri, la comunicazione mediatica è attiva, non passiva. O più a lungo attiva che passiva. Si è più scrittori che lettori. Se si è scrittori nella brevità bisogna avere identità chiare, possibilmente forti e riconoscibili. Non sto lodando l’individualismo, anche perché potrebbe cambiare l’aspetto dell’io scrivente, che come senza occhiali s’è fatto sbiadito. Si prospettano tempi duri per gli epigoni, gli sconfitti nella battaglia con loro stessi, che se avessero più coraggio non cercherebbero approvazione ma un dialogo, anche se disperato.
    Non sparate su chat e social network, fate attenzione, non parlate sempre in coro, correreste il rischio di sparare sulla nuova poesia, ce ne fosse. Non scrivete come se camminaste con passi brevi sul pavimento lucidato nei luoghi dell’eucarestia. Siamo nell’atrio di una selva azzurrata, perfino la colorazione delle parole sta cambiando. Non li mettiamo noi gli ingredienti nel linguaggio, è finito quel tempo. Così come la pittura non ha più il gravoso compito dell’avanguardia, i poeti non sono più i soli governatori della parola. Servirà sempre più il buon olfatto della critica, ma anche una maggiore iniziativa, che non fa bene stare seduti tutto il giorno a pensare. Questo andava bene quando Nietzsche preparava il suo libro per la storia dell’umanità, oggi a malapena ti tengono in libreria. Nelle librerie che stanno chiudendo per lasciare spazio ai negozi di wind. Un dramma, ma sembra una festa.

    • Giorgio Linguaglossa

      Scrive Mayoor Tosi: «Siamo passati dal consumismo dilagante alla crisi dei consumi, non è cosa da poco. Dai pericoli del decadimento siamo passati alla caduta libera». È proprio qui il punto della Grande Crisi che ha investito sia la forma-poesia che la forma-critica. È di questo punto di non-ritorno di cui bisogna prendere atto; è da qui che occorre ripartire: chi non capisce questo semplicissimo Fatto (traendone le conseguenze) non fa altro che epigonismo, maniera, minorismi.

      Lo so, la mia scrittura critica appare, ai lettori «singolare, idiolettica, incomprensibile, offensivistica, instabile, aleatoria, provvisoria, eccessivamente filosofica, priva finanche di un versante gnoseologico»; condivido e accetto tutte queste considerazioni, sono tutte problematicamente «vere». Come ha scritto Giusi Maria Reale: «ogni epoca ha la critica che si merita» e, sicuramente, anch’io mi merito la mia epoca. Un’epoca in cui non si distingue più la simil-critica dalla critica è davvero un’età di servizio, un’età di imbonitori. La crisi della critica è il corrispondente speculare della crisi della poesia; i due vasi comunicanti comunicano attraverso lo statuto della crisi. Non c’è più uno statuto della critica militante perché non c’è più una poesia militante, ciascun autore di poesia e di critica milita per gli affari propri, milita per i propri consensi, non è interessato ad alcun approfondimento delle questioni legate alla (propria e altrui) poesia. In questo quadro generale è ovvio che chi voglia fare una critica della poesia contemporanea appaia simile ad un ircocervo destinato ad un soliloquio interiore. In realtà, le due cose, il discorso critico e il discorso poetico, sono sullo stesso piano, sono afflitte dalla medesima solitudine melanconica.

      Scrive Alfonso Berardinelli*:
      «La critica…mi sembra sempre di più un’attività da inventare, se si ha la forza e la voglia di farlo. Un’attività che richiede certe attitudini e certe particolari predilezioni cioè un personale e rischioso programma gnoseologico, morale, stilistico, una certa politica e un certo uso delle proprie letture»* (p. 176).
      «La forma del saggio conserva sempre qualcosa di immaturo, ama dominare senza che il suo dominio appaia tale. Regola i rapporti fra gli altri generi, si insinua fra loro e al loro interno, li alimenta e trae vantaggio dal loro splendore, se ne fa schermo imitandoli o pretende di indicare loro la strada da seguire. E il saggista è scrittore di prove e di esperimenti, sempre incerto se preferire per se stesso la riuscita o il fallimento, la forma conclusa e definitiva o il frammento aleatorio, le taglienti e perentorie certezze o i mascheramenti, i paradossi, l’istrionismo. Il saggista è perfino indeciso se scegliere fra la scelta e la sospensione delle scelte, fra la decisione e l’incertezza. Come genere letterario, perciò, il saggio è forse il più mutevole e inafferrabile dei generi. Il più esposto alle influenza di ogni altro genere, il più passivo nel suo orgoglio, il più impaziente nella sua irresolutezza…Arriva sempre in ritardo o sempre in anticipo?
      Troppo tempestivo e troppo polemico, dominato dal demone della meditazione e da quello del presente effimero, schiavo dell’occasione e libero di divagare, il saggista, incapace di creare un altro tempo rispetto al tempo storico e al tempo della vita quotidiana, non ha riparo. Non può né evadere né fortificarsi dentro la trascendenza della forma artistica. Non può fluire in un racconto né sollevarsi in un canto. Rispetto a quella del narratore e del poeta lirico, la sua ispirazione è sussultoria, incostante, disorganica…Non sceglie fra responsabilità artistiche e responsabilità politiche: la sua scrittura soffre e gode di una perpetua instabilità, dato che non si fonda né sulla coerenza logica né sulla coerenza fantastica. Il saggista è un visionario del pensiero e un dialettico della metafora: scontento di se stesso, finisce di scontentare tutti, sia chi lo vorrebbe più dialettico, sia chi lo vorrebbe più visionario. Aspira alla vita essenziale, ma non riesce a distrarsi dalla cronaca. Oscilla fra il rigore dell’aforisma e la fatuità della battuta. La sua lingua è minacciata da tutti i gerghi…La sua lingua non è mai un’invenzione, né un dono…». (La forma del saggio, Venezia, Marsilio, 2002, p. 18)

  9. Marisa papa Ruggiero

    Ecco: la lingua, ma della poesia, volendo riprendere il tema del dibattito, la poesia non come semplice osservazione teorica, ma come esperienza viva che si brucia sul campo. A me pare che, molto più che la critica, (come dice Berardinelli) sia la poesia un’attività da “ri”-inventare, se siamo disposti ad assegnare un valore alla massa-energia presente in ogni singola parola e crediamo alla consistenza di un suo peso specifico in grado di scaricare segnali forti nel presente, malgrado tutto. Che si celino insospettabili potenzialità nelle libere strutture del linguaggio, potenzialità reali, concrete, che destano allarme, (forse le più temute), non è un mistero per nessuno: questo la società della crisi lo sa, non a caso ha immesso sul mercato vagoni di antidoti imbattibili, efficacissimi, e non mi dilungo. Quello che voglio dire, ma poi è una domanda: se il fare poetico riuscisse a condurre un po’ più avanti la sua ricerca sfruttando il potere energizzante / destabilizzante della parola e quindi la sua implicita intenzionalità etica, forse tra questi semi attivi qualche frutto lo potrà dare??
    Io, (si sarà capito) faccio distinzione, e tanta, tra poesia e prosa, con buona pace di Sandra Evangelisti che leggo in questo blog, (con la quale su tutto il resto peraltro concordo) e faccio distinzione non in termini di qualità, di valenza, ovviamente, ma in termini di specificità: io sostengo che ci debbano stare entrambe, e che ognuna faccia la sua parte! Io tendo a pensare che quella “stranezza inammissibile” che chiamiamo poesia, quella che parla una lingua non usurata, una lingua che evolve, che nasce da un suono interiore anche se minoritaria, marginale in questa nostra epoca che le marcia contro, sia proprio per questo, più che mai insostituibile! E soprattutto oggi non baratti il suo peculiare carattere di “resistenza” (nel senso politico) (“peculiare ” perché altrimenti non parleremmo più di poesia ma di un qualsiasi intrattenimento) con il conformismo, con la neutralità e la disfatta. Il lettore che sente liberamente di accostarsi alla poesia è perché si aspetta precisamente quello che la poesia può dargli: una visione. Una visione diversa del mondo, che disegni quel tratto indicibile che ci fa scoprire qualcosa che la realtà ordinaria non mostra.

    C’è chi ha interesse a ridurre la poesia all’innocuità, a metterla a servizio del consumo commerciale delle idee; in pratica è noto: si tende a coprire la crisi con qualcosa che non la neghi, ma l’esalti. La crisi, la vera crisi, è quella intellettuale (senza mettere barriere se mi concedete, alla sfera etica, spirituale, e Umana con la maiuscola). Per tanti pseudo artisti è perfino ovvio rilevarlo, oggi la crisi è “La Soluzione”, manna caduta nel piatto, quasi, o senza quasi, una cuccagna! C’è tutta un’estetica della crisi che si serve “ad arte” della crisi come alibi per spacciare per novità l’impotenza delle idee, il vuoto delle proposte. Pescando a caso nel suo serbatoio senza fondo può essere eccitante, ricevendo in cambio un contrassegno di aderenza ai tempi per niente disprezzabile! A chi fa impressione? Che si sia in gran maggioranza “malati” per la Moda, è un segno di riconoscimento che gratifica, e in fondo acquieta…
    Fin qui è un discorso logoro, lo so, non perchè non funziona, è l’assuefazione il volto tragico della crisi, la cui portata è forse più devastante della crisi stessa: ce la troviamo cucita addosso, impastata alla fibra, è finita per diventare la materia stessa della nostra struttura; da qui la sconfortante sensazione per la persona di mancare a se stessa: poco per volta ha delegato qualcun altro al ruolo e non se lo ricorda più, né forse le importa…

    Uno si vorrebbe chiedere, alla crisi come si reagisce? Diciamocelo. Si può sperare che esista ancora la parola, non quella che c’è già… che sia quella che aspetta di essere detta? Esiste da qualche parte la parola attiva?? Ci è rimasto qualcos’altro al di fuori del linguaggio? ognuno dica la sua, please, per esempio non facendo esaurire questo tema, non cambiando pagina, non archiviarlo troppo in fretta!

    marisapaparuggiero@libero.it

  10. Ennio Abate

    @ Papa Ruggiero

    Gentile Marisa,
    prendo spunto dal tuo intervento per rivolgerti sei domande. Anticipo che non vogliono essere provocatorie o metterti in imbarazzo. Mirano piuttosto ad ottenere dei chiarimenti, a mettere a fuoco le questioni. E ovviamente sollecitano risposte non solo da te, ma anche da altri/e che volessero intervenire. Poi eventualmente risponderò io stesso.
    Ecco le domande:
    1. Quali esempi ci sono in giro di poesia « come esperienza viva che si brucia sul campo»? O quali sono gli accenni che permettono di sperare in una ”re-invenzione” di questa pratica?
    2. Cosa garantisce che quella «“stranezza inammissibile” che chiamiamo poesia» sia «insostituibile»? Per chi? Per quanti?
    3. Perché la poesia avrebbe un «suo peculiare carattere di “resistenza” (nel senso politico)»? Ce l’ha sempre? E si tratta di un senso politico unidirezionale e chiaro o ambiguo (innovativo ma anche conservativo o reazionario)?
    4. Quale « visione diversa del mondo» offre oggi la poesia (o una certa poesia o – al limite – un singolo poeta o una singola poetessa)?
    5. «Chi ha interesse a ridurre la poesia all’innocuità, a metterla a servizio del consumo commerciale»?
    6. Quali sono gli esempi (almeno alcuni…) di « estetica della crisi che si serve “ad arte” della crisi come alibi per spacciare per novità l’impotenza delle idee»?

  11. @Marisa Papa Ruggiero
    Gentile Marisa Papa Ruggiero,
    quando dico che secondo me non c’è una reale differenza fra prosa e poesia, mi riferisco al fatto che in entrambe l’autore fa uso della parola come forma di scrittura creativa.
    Riprendo e aderisco al pensiero di Paolo Ruffilli, che considero mio maestro e uno dei maggiori scrittori viventi. Ruffilli sostiene che la scrittura è un percorso di conoscenza intuitiva con la quale attraverso l’uso della parola si giunge a conoscere se stessi e la realtà che ci circonda. Trascrivo dagli “ Appunti per una ipotesi di poetica” che costituiscono la sezione finale di Natura morta, Aragno, 2012, ultima sua fatica letteraria :
    “Noi crediamo di parlare una lingua,la nostra lingua. In realtà “siamo parlati” dalla lingua,oltre ogni coscienza e volontà. La lingua è una sorta di flusso energetico, non solo chimico-elettrico, che ci attraversa i canali cerebrali, venendo da un serbatoio molto più grande , superindividuale, dove è in continuo movimento, in espansione(e contrazione) dinamica. E tutti parliamo, dunque, una lingua sempre e continuamente nuova, che raccoglie e fonde in una combinazione risolutiva le infinite componenti che vi si riversano, La lingua, come tutto nella vita, è metamorfosi.”…… “ In poesia per me la musica è tutto. Lo dico perché creativamente, la poesia per me nasce dietro a un impulso musicale.”…… “ Così per me andare a capo è una necessità per così dire musicale.”…… “La musica mi ha insegnato che la grammatica è uno strumento e non una legge. Per me, come diceva Pessoa, la poesia è lo stato ritmico del pensiero”.
    Così in una concezione della scrittura come intuizione e percorso di gnosi, pratica esoterica e ossessione musicale, non ci può essere una netta distinzione in generi, nel senso che quello che conta è il metodo con cui la parola è usata e la potenza della parola scritta. Che se è leggera e frammentata è poesia, se invece richiede un discorso più articolato e descrittivo è prosa, ma si tratta sempre di ossessione musicale e di percorso intuitivo fatto dallo scrittore. Scrive Ruffilli, ancora: “Ma gli scrittori, se sono davvero “scrittori”,hanno antenne che automaticamente ricevono le emissioni di quel flusso energetico di cui parlavo. Non possono che essere ricetrasmettitori di quella lingua “ in essere “: la lingua del loro tempo, che corrisponde poi alla loro voce (al suono e alla sua musica), cioè a quello che sono nel profondo.”
    Ecco, io mi riconosco in questa posizione, che trovo sorprendentemente rivoluzionaria e nuova rispetto a quella della odierna critica letteraria. Perché è una visione filosofica della scrittura come espressione di vita autentica dell’uomo, una visione metafisica: “Perché con la lingua è proprio come con la poesia: l’unica possibilità è dire una cosa per significarne un’altra. Modulare un suono per esprimere qualcosa è già un processo metaforico, nell’artificio, a livello linguistico. L’uomo è da sempre astrattista e simbolista anche se non lo sa.”
    ……e qui mi fermo( per ora).

    Sandra Evangelisti

    e.mail : sandra.eva@alice.it

  12. Ennio Abate

    @ Evangelisti

    «In una concezione della scrittura come intuizione e percorso di gnosi, pratica esoterica e ossessione musicale, non ci può essere una netta distinzione in generi» (Evangelisti)

    Certo. Ma mi preme osservare che non esiste una sola concezione della scrittura. E altre – non gnostiche, non esoteriche, meno “musicaliste” – inducono a concezioni e pratiche diverse, per cui la distinzione in generi non salta ma viene giustificata in altri modi. Basti pensare a buona parte dei discorsi dei formalisti russi o alle funzioni del linguaggio evidenziate da Jakobson e a tanti altri indirizzi di ricerca che io conosco solo approssimativamente.
    Ma faccio solo un esempio raccolto per caso durante un’esplorazione sul Web; e senza condividere del tutto la poetica dell’autore, ma solo per sottolineare che c’è “altro” in giro.
    Si tratta di un’intervista a Gabriele Frasca, che mi pare lavori soprattutto a strappare la poesia e la scrittura stessa alla lettura “silenziosa” (sostiene infatti: «occorre diffidare della lettura intensiva, silenziosa e compulsiva, perché se tutto va bene s’impazzisce»).
    Pure lui parte da un “musicalismo” simile a quello di Ruffilli, ma a me pare evitarne il soggettivismo “metafisico” più spinto, perché presuppone un ruolo attivo del lettore e addirittura concepisce la poesia come «un mezzo di comunicazione di massa».
    Ecco alcuni stralci per me interessanti. (L’intervista si legge interamente qui: http://www.nuoviargomenti.net/poesie/intervista-a-gabriele-frasca-prima-parte/):

    1. Importanza del suono e della partecipazione “corporea” del lettore al testo:

    « Il mio punto fermo è una notazione musicale, un neuma: indica la necessità di fare pausa per prendere respiro, non solo perché il testo risuoni ma anche perché non ne resti soffocato l’esecutore (che poi è la stessa cosa). Io non scrivo testi, preparo spartiti: richiedono (non pretendono, eh!) una lettura ad alta voce. Persino la mia prosa romanzesca va letta in quel modo (e forse finanche quella saggistica), perché l’unica via per giungere al lettore, e non metterlo a nanna, per come la vedo io, non può che passare attraverso la momentanea condivisione di una parte del suo corpo. Proprio lasciando risuonare la membrana della carne. È una cosa un po’ erotica, se vuole, anche se il tocco e la pressione che un autore finisce per esercitare rassomiglia di più a quello umido e molliccio, ammettiamolo. di un medico, che all’infiammata compressione dell’amante»

    2. Una spiegazione storica della diversità dei generi:

    «I generi letterari non sono mica sorgivi (pensi a Dante che definisce «comedìa» il suo «sacrato poema»), si diffondono non appena si afferma in Inghilterra il novel (e il copyright). È una questione che emerge con la nascita della stampa periodica nel Settecento, che è una fase del tutto particolare della nemmeno troppo lunga storia della cultura tipografica. Allora c’è stata la necessità di distinguere fra i generi letterari, perché in realtà erano i lettori, in quanto consumatori, che andavano distinti: questo va al gentleman, questo alla «stupenda lettrice» (avrebbe detto Gadda), questo al lavoratore che non ha tempo da perdere, questo al «desocupado lector»… La poesia è invece tutt’altro mezzo, perché non ha nulla a che fare con la tipografia e la sua pressa; e se vogliamo nemmeno con la cultura chirografica. Nasce ben prima della pagina scritta, la poesia; ben prima della tipografia, della scrittura, dell’alfabeto. La poesia, col suo specifico supporto (il metro), è quel medium che serve per conservare, in àmbito di cultura orale, ampie porzioni di testo.»

    3. La differenza tra poesia e prosa:

    Va bene. Allora, però, quando decide di scrivere poesia e non prosa, in base a cosa lo fa? A proposito della poesia del secondo Novecento si è parlato molto di avvicinamento alla prosa – o, se vuole, di una loro maggiore interazione, e di un conseguente rimescolamento dei generi. Negli ultimi dieci anni, i poeti che hanno inserito parti in prosa in libri di poesia, come ha fatto lei in Rimi, sono stati molti. La mia impressione è che ci siano delle differenze sostanziali fra loro; e ora mi interessa capire meglio come lo fa lei. In altre parole: quando sceglie di andare a capo?

    Allora, quando metto un punto, in Rimi dico, io vado a capo? Oppure no? La sintassi della frase talvolta scavalla il doppio endecasillabo. Ma non succede questo anche nel più ordinario enjambement? La differenza, fra poesia e prosa di romanzi, se c’è, è nella tenuta vocalica: autoriflessiva, chiusa, in sé comunicante come un cervello all’opera, o piuttosto discorsiva, conversevole, quasi in attesa di risposta. Quest’ultima è per me la prosa romanzesca. La prima forma di tenuta vocalica identifica invece la poesia (anche quando narra), la si scriva pure come si vuole, facendo prendere aria alle parole o infilandole una dopo l’altra. Per questo credo che persino la prosa, o almeno certa prosa, vada letta ad alta voce.
    […]

    Ecco, a me interessa questo. Perché ad alcuni argomenti decide di dedicare un atteggiamento diverso? In qualche modo – mi pare di aver capito da quanto ha detto finora – è perché li considera più memorabili, cioè più importanti di altri. È così?

    Non solo: è anche la posizione che si assume quando si scrive. Se io adotto una posizione autoriale, quella insomma di chi conduce il gioco, e sa più o meno tutto di quanto sta per accadere (anche se prima o poi le cose, ne sia certa, gli prenderanno la mano), sto facendo prosa. Prosa di romanzi. Se invece assumo una posizione non autoriale, come se cercassi di diventare una stazione ricevente (una radio, ecco), allora è diverso: è poesia. Ma, in quel caso, io non ho da raccontare una storia.

    • Giorgio Linguaglossa

      Scrive Marisa Papa Rugiero:
      «A me pare che, molto più che la critica, (come dice Berardinelli) sia la poesia un’attività da “ri”-inventare». A me sembra una espressione di chiarezza inestinguibile. Ancora la Ruggiero:
      «C’è chi ha interesse a ridurre la poesia all’innocuità, a metterla a servizio del consumo commerciale delle idee; in pratica è noto: si tende a coprire la crisi con qualcosa che non la neghi, ma l’esalti. La crisi, la vera crisi, è quella intellettuale (senza mettere barriere se mi concedete, alla sfera etica, spirituale, e Umana con la maiuscola). Per tanti pseudo artisti è perfino ovvio rilevarlo, oggi la crisi è “La Soluzione”, manna caduta nel piatto, quasi, o senza quasi, una cuccagna! C’è tutta un’estetica della crisi che si serve “ad arte” della crisi come alibi per spacciare per novità l’impotenza delle idee, il vuoto delle proposte». Anche questa tesi la ritengo autoevidente.

      Recentemente un autore romano che ha pubblicato con Mondadori ha precisato durante una presentazione in pubblico che «la poesia da Omero e Ibico a Dante fino ai nostri giorni, non è cambiata»; tesi quantomeno discutibile. Allora perché da alcuni secoli e in questi due ultimi filosofi, poeti, critici di altissimo spessore si sono occupati dl modo di fare poesia e del modo di fare critica se tutto era già scontato e nulla era cambiato negli ultimi 2500 anni di poesia? – È ovvio che il signore in questione è un poveretto, ignorante come una zucca che pretende di dire cose originalissime e intelligenti affermando tesi da venditore di automobili. È come dire che l’Automobile dai suoi esordi agli inizi del Novecento ai giorni nostri non è cambiata, ha sempre un motore, un cofano, dei fari e dei sedili; il che sarà pur vero in astratto e per vie generalissime ma è affermazione falsa e imbonitoria.

      Quanto alla tesi di Frasca secondo cui la poesia la si debba leggere a voce alta perché quella scritta per gli occhi e da leggere in silenzio è roba da buttare via, è una tesi talmente imbonitoria che non vale la pena di prenderla in seria considerazione critica . Lui è liberissimo di scrivere, se lo crede, poesia per le piazze d’Italia da declamare col megafono, ma lasci ad altri la libertà di leggere e fare poesia per la lettura silenziosa! A me sembra una questione oziosa e un po’ corriva. Appunto da estetica del megafono. L’altra tesi di Frasca: «La differenza, fra poesia e prosa di romanzi, se c’è, è nella tenuta vocalica: autoriflessiva, chiusa, in sé comunicante come un cervello all’opera, o piuttosto discorsiva, conversevole, quasi in attesa di risposta. Quest’ultima è per me la prosa romanzesca», a me sembra davvero una tesi superficiale e insostenibile: io non so quali siano i poeti a cui si richiama il Frasca, secondo lui Mandel’stam, Eliot, Milosz, Herbert, Zagajevski, Transtromer etc. etc. sono poeti «autoriflessivi»? – ma per favore!
      Tutte le affermazioni del Frasca oscillano tra lo spocchioso e l’arrogante, con l’aggiunta di pensierini della domenica pomeriggio.

      Dalle sparute risposte che sono pervenute sul tema della Grande Crisi della Poesia Italiana, mi sembra che la loro latitanza sia la prova più eloquente che la crisi esiste e che è ben grave. Il fatto è che sono almeno due decenni che nessuno vuole riflettere sulla crisi né della poesia né del sistema Italia di cui la prima fa parte; finora si è andati avanti confidando sul debito pubblico in crescendo, e si sono partoriti pensierini in diminuendo, tal che alla fin fine tutta la questione della poesia si ridurrebbe a una questione di impostazione musicale della voce e dl verso. Mi sembra un po’ pochino.

  13. Marisa Papa Ruggiero

    Caro Abate,

    nessun imbarazzo, anzi ti ringrazio per gli stimoli che le tue domande aprono al nostro tema, per il quale mi sono appena limitata a suggerire delle tracce (esili e frammentarie) con una tonalità forse poco “filtrata”, ne convengo, ma la mia è nient’altro che partecipazione appassionata di lettrice a un tema enorme! Un tema che ci riguarda tutti, credo, del resto un blog (correggimi se sbaglio) è un campo aperto all’esplorazione e al confronto delle idee, non a sentenze inappellabili. Dunque, ho davanti le tue sei domande che prendo a considerare, se non ti spiace, globalmente,e in breve, almeno per ora, che poi, alcune di esse sono domande che rivolgo anche a me stessa, e a chi legge.
    In poesia, e mi riferisco a quel suo carattere, da me evocato, di “insostituibilità”, come si fa, dico, a rilasciare dichiarazioni dimostrative, produrre prove che ne garantiscano l’attendibilità? Dico questo: visto che siamo “parlati” e “agiti” dal mercato, dalla massificazione che ci usa e ci aliena, dall’estetica del vacuo, a maggior ragione in tal quadro questa figura “inammissibile”, apodittica, non può essere sostituita con niente che le somigli, ti trovi? Questa figura- combattente, questa figura antagonista, non vorrei mai vederla come annoiata spettatrice sul teatrino rionale a intrattenere gli sfaccendati! Se le togliamo il suo carattere di resistenza, (in senso innovativo, non conservativo, anche provocatorio, e col suo carico di responsabilità etica) meglio sarebbe passarci sopra una spugna e via!
    Un pensiero di Giorgio Miscitelli: “L’apparato mediatico afferma che il solo presente realmente esistente è questo stesso apparato mediatico, e nulla esiste all’infuori di esso”. Ecco, non ci sono spiegazioni di sorta, suona più chiaro di un decreto biblico: la fissità ripetitiva dei canoni istituiti che perpetua il nulla, gli esempi non mancano e stanno sotto gli occhi di tutti. A me fa impressione che la crisi possa aver smesso di essere un problema per molte persone, strette ad essa da un rapporto osmotico, di accomodamento, vittimistico, talvolta eccentrico.
    Penso che l’arte può essere sfida e risorsa se si nega alla conservazione e consacrazione del reale, se problematizza il rapporto dialettico tra attualità del reale e creazione. Se tenta, rinunciando a gratuità e cinismo (in scatola) di elaborare da una “mancanza”, da un vuoto, un sentimento di presenza. Il “mandato” è/ dovrebbe essere ostacolare, anche se in misura minima, anche solo “disturbare” la stagnazione, la compiutezza: operare un continuo ricominciare. Sa che ciò che incessantemente ricomincia è in grado di progettare il futuro, differire la fine.
    Ritornerei ancora su questi temi.

    e a Sandra Evangelisti, solo brevemente, per ora:
    ho trovato di grande interesse la tua riflessione sulla “musicalità della scrittura” che condivido,e che desidero approfondire, come anche sono d’accordo sulla vitalità ugualmente intensa delle due modalità di scrittura, quella poetica e quella in prosa. Sotto questo profilo della validità delle espressioni, la distinzione tra generi non si pone. Ma permetti che ti chieda: perché il seguente distinguo? “…se è leggera e frammentata è poesia…” direi che sono altri i caratteri riconducibili alla scrittura poetica, o almeno lo spero!
    Un caro saluto e a presto
    Marisa

  14. Gentile Ennio Abate,

    non conosco Gabriele Frasca come autore. Mi sembra che affermi cose interessanti,
    ma potrebbero essere prive di una solida base di pensiero o di esperienza di scrittura poetica. Voglio dire questo: Paolo Ruffilli scrive gli “ Appunti per una ipotesi di poetica” in calce ad un’opera di poesia con la quale raggiunge, secondo me, il culmine dell’attività di scrittura di una vita. E questi appunti sono il compendio di quello che già ha affermato con il suo lavoro di poesia, non solo delle sezioni precedenti del libro, che trattano appunto i temi della parola e del linguaggio, del mondo empirico e sovrannaturale, ma del lavoro di scrittura di una vita.
    Un esempio:

    NOMINARE
    Il nominare chiama
    e, sì, chiamando
    ecco che avvicina
    invita ciò che chiama
    a farsi essenza
    convocandola a sé
    nella presenza.
    E’ la ragione
    che si fa linguaggio
    volto a spiegare
    perfino il sentimento
    e l’emozione,
    musica interiore
    che su da sotto sale
    e consegnandosi
    all’urto materiale
    delle precipitose
    ondivaghe onde sonore
    parla mentre si scontra,
    per domarla,
    con la resistenza delle cose.

    Paolo Ruffilli da “Natura morta”, 2012

    Con questo voglio dire che il pensiero sulla poesia, secondo me, per essere autorevole dovrebbe venire da una persona che vive la poesia, o comunque la pratica strettamente oltre che parlarne. Qui , poeta, scrittore e linguista sono un tutt’uno, e le cose dette sono vissute in prima persona dall’autore. In Gabriele Frasca non so. Lo spessore sembra un po’ di verso, ma come dicevo non lo conosco.
    Sarebbe interessante se partecipasse alla discussione.

    @Marisa Papa Ruggiero
    Quando dico che il linguaggio della poesia è frammentato e leggero mi riferisco soprattutto alla mia esperienza di autrice e anche di lettrice appassionata.
    In me la parola poetica nasce come frammento che poi si ricompone in una dimensione unitaria, più vasta, e i frammenti si legano fra loro in un discorso più ampio ed organico. La leggerezza si riferisce al fatto che nelle tantissime scritture e riscritture dei versi c’è quasi sempre un togliere, un levare per cercare di ridimensionare la parte soggettiva e personale del discorso e tentare di renderlo riconoscibile alla maggioranza delle persone. Dal particolare all’universale.
    Così anche negli autori contemporanei che leggo con passione da anni, mi sembra accada la stessa cosa. Quindi le parole frammento e leggerezza per me hanno un’accezione del tutto positiva, non negativa. Insomma la “frivolezza” in poesia dovrebbe essere una “ virtù”.

    @Giorgio Linguaglossa
    Nella tua persona sono unite insieme le qualità di scrittore, poeta e studioso e critico letterario. Vorresti parlarci del “Manifesto della Nuova Poesia Metafisica”che hai firmato nel 1995, insieme a Dante Maffia, Giuseppe Pedota, Maria Rosaria Madonna, Lisa Stace e Giorgia Stecher?
    Un caro saluto a tutti.

    Sandra Evangelisti

  15. Lo faccio io un esempio regalandovi questa questa poesia tratta da Face Book. L’autore vanta un numero di contatti davvero esorbitante. Si chiama Guido Catalano:

    isolata

    isolata
    voglio
    deisolarti
    non ti
    desolare
    resisti
    prenderò
    una barca a remi
    ti verrò
    a pigliare
    per riportarti qua
    nella terra ferma
    non prima di esserci
    baciati
    un poco a lungo
    tra le onde di questo mare
    salato mosso ondoso
    coi pesciolini che ci guardano
    e sorridono di noi
    poi
    sulla spiaggia
    se credi
    – io credo –
    potremo
    fare dei nostri corpi un tutt’uno
    potremo
    – flip flap –
    incrociare le nostre lunghe ciglia
    far combaciare
    i nostri bassi ventri
    insomma
    – clic cloc –
    far scontrare delicatamente
    i nostri ginocchi
    – cic ciac –
    le nostre pance
    mischiare i nostri sudori
    fino a rimanere
    stremati
    spiaggiati
    come piccole balene felici
    un poco ansimanti
    a pancia in su

    isolata
    dedesolati
    che sto venendo a deisolarti
    prepara la valigìna
    ed òberami
    di sorrisi

    Non ho pensieri al riguardo, tranne il leggero divertimento che me ne viene se collego questa poesia alle parole della gentilissima Evangelisti, compresa la poesia di Ruffilli da lei portata ad esempio:
    “”La leggerezza si riferisce al fatto che nelle tantissime scritture e riscritture dei versi c’è quasi sempre un togliere, un levare per cercare di ridimensionare la parte soggettiva e personale del discorso e tentare di renderlo riconoscibile alla maggioranza delle persone”.
    E se poi, dopo tutto quel lavoro di paziente limatura , si arrivasse a rendere la poesia ir-riconoscibile alla maggioranza? Certo, maggioranza e universalità son cose ben diverse…

  16. emilia banfi

    A Mayoor:
    Grande la tua leggerezza! Quella poesia ha la leggerezza delle parole che servono per farci entrare in quella meravigliosa attesa. Io invece ti mando una poesia che della leggerezza ne fa uno stile e non il contenuto,
    soprattuto perché è del grande Luigi Manzi per il quale io nutro infinita ammirazione:

    LA PUPILLA

    Gocciola nell’acqua
    della scodella l’acqua
    del rubinetto, tracima
    dagli ovuli rosa delle tazze.
    Dalle coppe delle palpebre
    gli occhi scintillano per un attimo
    alla luce delle tapparelle
    che filtrano la brace
    della lampada al crocevia.
    Nel deserto della notte
    basta la tua pupilla
    che s’apre e si chiude, per dare
    un senso alla morte.

    da “Mele rosse” di Luigi Manzi

  17. ro

    Poesia?…
    Poesia ci può essere in quattro o cinque parole messe insieme misteriosamente…. Poesia ci può essere in un racconto che narra una situazione particolarmente patetica, poesia ci può essere in uno scricchiolio dovuto ad una porta. Secondo me, le cose poetiche sono in genere cose magari piccole che evocano immediatamente delle cose grandi. La mia esperienza mi porta a concludere che una delle cose caratteristiche della poesia è proprio l’essere misteriosa in sé e per sé… La poesia prima di tutto è uno sprigionamento di energie fisiche.

    Dino Buzzati, un autoritratto : dialoghi con Yves Panafieu

    • Giorgio Linguaglossa

      È stato detto che con le poche paginette della relatività di Einstein si è andati sulla luna e ci apprestiamo ad andare su Marte, e che invece con “I fiori del male” di Baudelaire non si va da nessuna parte, e che la grande poesia dell’800 e del 900 non serve per prendere la patente e fare la spesa al supermarekt, ergo non serve a nulla di pratico. È stato detto che la poesia moderna si occupa del privato e del quotidiano, senza però indicare che cosa si intenda per «privato» e per «quotidiano» e come si fa a travasare quel «privato» e quel «quotidiano» nella forma-poesia. Qualcuno, forte di tutto ciò, ha poi sostenuto che la poesia non cambia il mondo e che neanche cambia la posizione degli oggetti qui sulla mia scrivania. Lasciatemi dire che di questi pensierini della domenica pomeriggio ne ho piene le tasche e che su queste basi non si può intentare nessuna riflessione su una base minima di dignità di pensiero. Qualcun altro (che ripete le formulette a memoria) dice che la poesia deve essere «musica» senza accorgersi che esiste una grande varietà di musiche diverse e di diversissimo livello. Al che siamo al punto di partenza. E poi ciò non toglie che ciò che per me è «musica» bella, per un altro invece puòessere «musica» pessima. E allora, come la mettiamo?; continuando a porre il discorso su questo piano non andremo da nessuna parte. Per dei poeti colti che stimo, come Marco Onofrio e Dante Maffìa, Pascoli è un grande poeta; per me, al contrario, è un poeta trascurabilissimo (anche se in possesso di una straordinaria capacità di palleggio del lessico e di vocalizzi). Allora, per fare un discorso attendibile (e criticamente consapevole) sulla poesia moderna dobbiamo porre la riflessione su un piano problematico, non dobbiamo lasciare nessun pensiero disarmato, non dobbiamo accettare nessun pensiero così come ci è stato consegnato, dobbiamo rimettere tutto in discussione, dubitare di tutto, mettere tutto in crisi di certezza. Dobbiamo de-comporre la certezza in incertezza e quest’ultima in indeterminazione: non c’è più una determinazione categorialmente stabile delle categorie. Dobbiamo accettare un solo verdetto, una sola certezza: che tutto è in crisi e che si può uscire dalla crisi solo andando dentro i gangli della crisi e dei suoi rapporti (sociali, continentali, economici, spirituali, stilistici etc.). Non ci sono vie di mezzo o scorciatoie. Non si possono scrivere poesie o scrivere romanzi di qualche rilievo se si pensa che ci siano date delle scorciatoie. Direi che la vera arte è quella che si getta a fondo perduto negli «oggetti», quella vertigine che ne deriva è il segnale della sua validità estetica. Molti autori contemporanei che hanno pubblicato con Mondadori Einaudi o Garzanti scrivono in modo talmente simile che si finisce facilmente per confonderli: leggendoli non si prova alcuna vertigine. Questo significherà pur qualcosa, no?

  18. emilia banfi

    A Linguaglossa:
    sto leggendo Balzac , e ciò che lei dice in questo ultimo post , lo riscontro in queste letture , le vertigini , che io chiamo emozioni, ansie arrivano ad ogni pagina…ad ogni pagina …senza scorciatoie. Avremo mai più scritti di questo genere?

  19. Caro Giorgio Linguaglossa,

    scusami se aggiungo un “pensierino della domenica” per rispondere al tuo.
    Quando un autore afferma che egli scrive seguendo un’ossessione prevalentemente musicale del suo pensiero, non sta dicendo né che la poesia è musica, né che il risultato di quel lavoro di pensiero sia per forza bello e debba piacere a tutti. Il tuo pensiero ed invito a mettere in discussione tutto e a non prendere per buona nessuna teoria, per quanto convincente, è un invito a volere sottoporre sempre ogni evento, empirico e non ,al vaglio della ragione e alla sua capacità critica.E io lo condivido pienamente. Per quanto mi riguarda non ho mai “ripetuto a memoria” nessuna tesi. Assorbo quello che condivido, e lo assorbo dopo anni di letture e riletture dell’intera opera di un autore. Ho una formazione di studi classica, che purtroppo si è fermata per quanto riguarda la letteratura, alla fine del liceo. Quello che so della contemporaneità è quello che ho assorbito leggendo e studiando da sola, ritagliandomi tempo la sera, dopo il lavoro, sono Funzionario di Cancelleria in Tribunale, oppure nei giorni festivi, e quindi anche la domenica. Ed è sempre in quei momenti che scrivo versi, o almeno li perfeziono e li lavoro, perché l’ispirazione allo scrivere può venire in qualunque momento, al lavoro, sul bus e in treno, oppure sulla spiaggia ascoltando lo sciacquio dell’acqua a riva. Ma non sempre si può fermare quel gettito del pensiero, perché non c’è tempo. Ma ciò che resta nella mente, anche tornando a casa, e anche stanchi, è frutto di un lavoro interiore profondo che viene da lontano.
    Fra gli autori di poesia moderni e contemporanei, alcuni mi hanno colpito di più, mi hanno dato, come tu dici “vertigini”, e di questi ho sentito un desiderio quasi carnale e famelico di approndimento della lettura, poi alcuni li ho anche incontrati e conosciuti. Uno di questi è Paolo Ruffilli, di cui ho letto tutta l’opera fin dai primi libri e la rileggo continuamente con piacere. Dunque se riporto alcuni passi dei suoi “appunti per una ipotesi di poetica” non è per via del fatto che li ho imparati a memoria, ma perché li ho profondamente assimilati nel corso di anni di lettura ,e rivissuti anche scrivendo le mie poesie. Certamente non mi identifico in Ruffilli quando dico che è un maestro. Ognuno ha la propria personalità e il proprio modo di scrivere, e certo tutto deve passare attraverso il vaglio della ragione. Altri autori per me importanti sono: Mario Luzi, di cui ho letto molto, ma non certo tutto; Giovanni Caproni, che apprezzo per la musicalità e la leggerezza del verso; Mario Specchio, che anche se ha apparentemente scritto poco, cioè pubblicato pochi libri ,ha una trasparenza ed una umanità di pensiero che fanno di lui un inteprete ed una voce unica. Era anche una splendida persona. Da un anno a questa parte, ma già prima lo conoscevo, sto approfondendo la lettura di Dante Maffia, in cui trovo una pienezza di espressione artistica eccezionale.
    Oltre al pensiero in quei versi c’è anche una forte carnalità. C’è la vita. Cosa che in Ruffilli sento di meno.
    Adesso sto leggendo il suo ultimo lavoro “IO. POEMA TOTALE DELLA DISSOLVENZA”. Mi viene spontaneo immedesimarmi negli autori che mi colpiscono, entrare in loro e interpretarli. Copiare no, mai. In un mio testo, l’ultimo pubblicato ho usato la tecnica del contrappunto, ma in modo spontaneo, quasi senza volere.
    Le parole venivano fuori così. Ho voluto spiegare il mio metodo di lettura. Lettura che deve essere completa: dal primo libro all’ultimo, meglio in ordine cronologico se possibile. Interpreto e in nessun modo mi identifico.
    Della poesia ho scritto questo:

    NON LA PAROLA

    Non la parola.
    La sua vita.
    Muta resta
    senza respiro
    se non è voce
    all’anima.
    Non parola
    non vita
    se non viene
    dal profondo.
    Di tutti è la parola
    come di tutti
    la vita.
    Non la parola
    ma la vita
    è canto.
    Canto di tutti.
    Canto di ogni uomo.

    NON GLI OGGETTI

    Non gli oggetti
    inanimati
    ma chi dà loro
    nome
    e forma.
    La parola
    cuore
    della vita.
    Un respiro
    che pensa
    e nomina
    la sua stessa
    natura.
    Io pensante
    che pensando
    nomina
    il mondo.
    Emozione
    forma del respiro.
    Sentimento.
    Vita stessa.
    Non oggetto
    fermo
    che non muta.

    La parola
    e la sua vita.
    L’io ricurvo
    su se stesso
    nomina la vita.
    E forma
    le cose.

    Sandra Evangelisti da “Intanto tutto procede”, 2010

    Possono apparire parole semplici, quasi ovvie, ma sintetizzano il mio pensiero.
    E poi va benissimo, spezziamo tutto, riconsideriamo e ricominciamo daccapo.
    Ma, forse dobbiamo partire da qualcosa, e che non sia solo la nostra ragione e il nostro pensiero, ma il pensiero anche di qualcun altro e magari, forse, più autorevole di noi. O entriamo e veniamo solo da noi stessi come qualche autore giovane oggi propone di fare definendosi :”La generazione entrante”?
    Io, personalmente, per tagliare e distruggere e criticare e rimettere in piedi devo partire da qualcosa e fare i conti con qualcun altro che non sia soltanto e sempre io.
    Questo è il mio metodo.
    Grazie a tutti, e saluti.

  20. emilia banfi

    a Sandra Evangelisti:

    Grazie a lei e al suo ammirevole pensiero che ha reso la mia domenica più piacevole e interessante.

  21. Mi fa piacere, cara Emilia.
    E grazie a lei per la sua attenzione.
    A presto

  22. @Giorgio Linguaglossa
    ” Non si possono scrivere poesie o scrivere romanzi di qualche rilievo se si pensa che ci siano date delle scorciatoie. Direi che la vera arte è quella che si getta a fondo perduto negli «oggetti», quella vertigine che ne deriva è il segnale della sua validità estetica. ”

    Caro Giorgio,

    puoi spiegarci meglio questo pensiero,che cosa significa “gettarsi a fondo perduto negli oggetti”?
    Grazie

  23. Ennio Abate

    NICHILISMO, ACCORDO SUI SIGNIFICATI, FARE I CONTRABBANDIERI

    @ Linguaglossa

    Ma perché la tesi di Frasca è da rigettare? Se la poesia è in crisi, ogni ipotesi sulle cause della sua insufficienza o proposta per uscirne andrebbe vagliata con attenzione. (Il che non significa in automatico approvazione). Tra l’altro, se si legge l’intervista, non ci sono né toni imbonitori né prescrittivi:« Io non scrivo testi, preparo spartiti: richiedono (non pretendono, eh!) una lettura ad alta voce». Al massimo possiamo notare una certa enfasi nel sostenere il primato della voce e una certa paura o esagerata diffidenza verso la lettura silenziosa:

    «La via della vocalizzazione di un testo, va bene, è una pratica un po’ erotica; ma quella dell’immissione del senso silenziato, come se si guardasse dentro (inspicere), tende sinistramente alla possessione demonica. La parabola narrata nel capolavoro di Cervantes, del resto, qualcosa pure dovrebbe insegnarcela: occorre diffidare della lettura intensiva, silenziosa e compulsiva, perché se tutto va bene s’impazzisce. Se va male, invece, ci si addormenta. Di addormentati o impazziti, fra i lettori comuni e quelli di professione, ne abbiamo fin troppi».

    Niente poi giustifica la caricatura che ne fai («estetica del megafono»). Né riscontro una sua oscillazione « tra lo spocchioso e l’arrogante». Semmai ci vedo una normale esemplificazione delle sue tesi sulla base dei testi da lui prodotti («Rimi», « Dai cancelli d’acciaio»), un riferimento insistito ai suoi studi e ai suoi “maestri”(Deleuze, Guattari, Benveniste, Beckett). Io, insomma, ho letto con curiosità l’intervista. Vi ho trovato aria fresca (in Frasca!). E poi è un giovane (nato nel 1957) rispetto a me. E, in generale, mi pare importante dare un’occhiata alle strade che gli altri poeti imboccano, confrontarsi con le loro poetiche. Anche quando quella via non è la nostra.

    Capisco poi la tua insofferenza per discorsi che hai tante volte sentito e che a te sembrano vani, perché eludono la questione fondamentale (anche per me) della crisi (in generale) e della crisi della poesia. E anche il rifiuto di quelle che a te paiono scorciatoie. Però « rimettere tutto in discussione, dubitare di tutto, mettere tutto in crisi di certezza», abbandonarsi alla «vertigine», respingere tutti gli autori che non fanno provare «alcuna vertigine» è affermare un rischioso e orgoglioso solipsismo. Non si capisce bene cosa sia questa «vertigine». E mi paiono fondate le obiezioni, in parte simili alle mie, che ti muove Sandra Evangelisti («Io, personalmente, per tagliare e distruggere e criticare e rimettere in piedi devo partire da qualcosa e fare i conti con qualcun altro che non sia soltanto e sempre io.»). Non ci può essere poi una società fondata sulla «vertigine». Né si può vivere in pianta stabile nella «vertigine». Neppure – credo – si possa costruire una poesia fondandosi sulla «vertigine». È una concezione nichilista con nobili antenati, ma le opere stesse che sono state costruite sotto la spinta di questa molla (che a me, in tutta sincerità, pare unilateralmente distruttiva), la smentiscono. Almeno in parte. Il nichilista coerente, che si abbandonasse totalmente alla «vertigine», infatti, dovrebbe coerentemente annullare se stesso e la sua stessa opera. No, per rimettere tutto in discussione, ci dev’essere un saldo punto d’appoggio.

    @ Marisa Paparo Ruggiero

    Per quanto appena scritto a Linguaglossa, sono d’accordo sul fatto che questo blog debba essere « un campo aperto all’esplorazione e al confronto delle idee, non a sentenze inappellabili».
    Nel merito della tua risposta “globale” alle mie sei domande, obietterei innanzitutto una cosa: non si tratta di togliere alla poesia «il suo carattere di resistenza», ma di accertare se esso c’è, se è reale o immaginario. Insomma, se davvero in giro c’è poesia che resiste o meno. E se c’è, i suoi autori vanno nominati, presi a modello o almeno a punti di riferimento anche per la propria ricerca personale.
    Il pensiero di Giorgio Miscitelli (ma credo sia Giorgio Mascitelli, che scrive su “alfabeta 2 “ e “Nazione indiana”) è apprezzabile, ma ripete ormai il luogo comune dell’onnipotenza dei mass media (sullo sfondo: le tesi, ormai vecchie di anni, di Guy Debord sulla “società dello spettacolo”). Temo che se lo assumiamo appunto come «un decreto biblico», ci paralizziamo. Non è vero che esiste solo ciò che i mass media fanno esistere. E credo che arte e poesia possano essere, sì, «sfida e risorsa», ma a certe condizioni da definire con rigore, non automaticamente. Non ogni arte o ogni poesia lo sono. In altri termini non è che, dedicandoci all’arte o alla poesia, automaticamente siamo “antagonisti”, ci sottraiamo al condizionamento dei mass media, ricominciamo «incessantemente», progettiamo il futuro, ecc.

    Le mie sei domande miravano a un obiettivo elementare: rendere più precisa e dunque più univoca la lingua con la quale comunichiamo (su questo blog o altrove) le nostre idee sulla poesia. Se lei o un altro mi usano certe espressioni (poesia « come esperienza viva che si brucia sul campo»; «suo peculiare carattere di “resistenza” (nel senso politico)»; « visione diversa del mondo») , io attraverso domande di chiarimento cerco di capire quali significati precisi, quali immagini , quali echi culturali vengono associati a quelle espressioni. Bisogna, insomma, che ci sia accordo sui significati che attribuiamo alle parole, che ci accertiamo di condividerli, arrivando così ad un “linguaggio comune” (o, a essere prudenti, abbastanza comune). Altrimenti non è possibile nessuna vera intesa. O, sempre ad essere prudenti, sono possibili intese provvisorie, effimere, equivoche, incerte.

    @ Evangelisti

    Ho già detto di Frasca. È un autore che pratica da tempo la poesia (non nei modi del “suo” Paolo Ruffilli) e abbastanza affermato (ma questo non garantisce nulla; importante, come cerco sempre di fare, è valutare le cose che uno dice o scrive). Oggi con il Web basta cliccare ‘Gabriele Frasca’ e vengono fuori notizie e testi, sulla base dei quali uno si può fare un’idea per valutare se poi vale la pena di approfondire la conoscenza di quell’autore, se il confronto con lui gli può servire o deve lasciar perdere. (Comunque non ho nessun rapporto diretto con Frasca).
    Di solito, però, sono infastidito dalla tendenza, che prevale tra i poeti, a una miope visione amicale (o in certi casi parrocchiale, settaria, corporativa) delle questioni della poesia: una sorta di sterile “privatizzazione”. E appena posso cerco di contastarla , facendo anche con un po’ di provocazione il “contrabbandiere”: importo, cioè, nomi, testi, spunti di riflessione che circolano in un contesto proprio nel contesto che li ignora o non ne vuol sapere. Perché? Perché credo ci sia parecchio da arieggiare le stanze in cui la crisi ci ha chiuso e vuole che rimaniamo. Certo, bisogna portare aria fresca e sana, non quella inquinata. Possibilmente proveniente anche da altri Paesi. Ma c’è anche bisogno di vedere se, qui in Italia, non ce ne possa arrivare anche da quelli che non stanno nel nostro giro o magari operano in giri (accademici, universitari) a cui noi non abbiamo accesso o da cui siamo stati esclusi. Perché sono convinto che si possa imparare anche da avversari o nemici. E, infine, c’è anche da mettere a confronto i “maestri” che ci siamo scelti (o ci siamo ritrovati).

    • Giorgio Linguaglossa

      * Abate Evangelisti e altri

      con la frase «gettarsi a fondo perduto negli oggetti» e il termine «vertigine» intendo una cosa molto semplice: scegliere se in poesia si vuole restare tolemaici o abbracciare il copernicanesimo (anzi il post-copernico; mi spiegherò con una analogia. Chiediamoci: se vogliamo scegliere e continuare ad accettare quello che ci è stato insegnato all’Università: che al centro del nostro sistema solare c’è il campo (o sistema solare) semantico del significante (analogo al sistema solare), i significati (come i pianeti) e i significanti come le orbite nelle quali si muovono i pianeti, oppure se entrare nella nuova fisica che ci dice che sia il sole che i pianeti e i loro satelliti, sia la polvere cosmica che sta dentro il sistema solare che le meteoriti che ci passeggiano, tutto di tutto ciò non sta fermo, immobile al centro del cosmo ma è in movimento ad una velocità allucinante superiore a quella della luce. Se accettiamo (dico concettualmente) i parametri della nuova fisica, se accettiamo l’idea che non stiamo fermi nel tempo-spazio ma stiamo a cavallo di una fuga precipitosa a velocità superiore a quella della luce, allora possiamo cominciare a ragionare che cosa è la scrittura chiamata poesia. Certo, io dico sempre ai più giovani che non possiamo accontentarci di «scorciatoie», pensare che se optiamo per l’«estetica del megafono» e sostituiamo l’«estetica del silenzio» di heideggeriana memoria o l’«estetica dello spillo» (di crociana memoria) che ricerca ciò che distingue la poesia dalla non poesia, non andremo molto lontano. Quando affermo che oggi i poeti si trovano costretti a fare una poesia irriflessa, cioè priva di un sostegno filosofico adeguato, quando affermo che la stragrande massa di poeti fanno poesia come se ci si trovasse all’interno di una bella campana di vetro dove c’è il sole, la terra, i pianeti, i satelliti e dove tutto sta fermo in attesa che venga il poeta e «dia nome alle cose», beh, tutto ciò io lo ritengo puerile, un approccio alla poesia di tipo pre-scientifico, pre-filosofico, in una parola: tolemaico. Tutto ciò mi induce a ritenere che non si è pensato abbastanza che quel Modello globale (tolemaico) è entrato in crisi; ed aggiungo: è bene che sia entrato in crisi. Bisogna tornare a pensare alla «Crisi» come una grande opportunità che ci è data di essere contemporanei, di pensare alle cose della poesia (e del mondo) in modo diverso, molto diverso: le cose non stanno dove credevamo (o ci avevano detto) che stavano. È falso. E quando riguarda la cosa chiamata «vertigine», quella era una frase di Adorno in “Dialettica dell’illuminismo”, è a lui che ho rubato la dicitura «gettarsi a fondo perduto negli oggetti», con le quali non intendo affatto nulla di mistico ma voglio alludere a quel rivolgimento dell’ordine delle cose (e dei pensieri) che ci è stato insegnato; sì, condenserei con quella mia asserzione di mettere tutto in discussione, non accettare nessun pensiero se non dopo accuratissimo vaglio e accurata verifica della sua sostenibilità. Lo so, è molto dispendioso. Ma, almeno: non accettare scorciatoie. Questo sì.

  24. Giorgio Linguaglossa

    un’amica che scrive poesia, Antonella Catini Lucente, cita in un blog un brano di Giovanni:
    Gli dissero dunque: «Chi sei? Perché possiamo dare una risposta a coloro che ci hanno mandato. Che cosa dici di te stesso?». Rispose: «Io sono voce di uno che grida nel deserto: / Preparate la via del Signore, / come disse il profeta Isaia.» »
    Vangelo secondo Giovanni, 1, 22-23

    e questa è la mia risposta:

    cara Antonella,

    beh, io diffido per natura dei profeti, dei maghi, degli stregoni, dei veggenti, dei solitari che clamano nel deserto, dei predicatori… diffido dell’evangelista Giovanni, diffido della parola verace e imbonitoria, diffido della parola dei potenti e degli abitanti del Palazzo, diffido della parola dei papi e dei dimenticati. Che vuoi farci? non mi piacciono le parole belle e edulcorate, non mi piacciono le chiamate alle armi e le adunate del silenzio… non mi piacciono le voci discordi che clamano nel deserto e dal deserto…

    *
    – trascrivo questo dialogo anche per rispondere a chi ha detto di me che tanto solo un isolato e che le mie tesi non contano niente perché sono un solitario. Sì, sono un isolato, un solitario che usa il cervello non per ottenere consensi ma per diffondere dissensi e mettere in guardia contro le parole facili, scontate, già dette, già usate. «Le parole non sono neutrali», scrivevo nel Manifesto della poesia metafisica nel 1995 pubblicato su “Poiesis” e firmato da me, Dante Maffìa, Maria Rosaria Madonna, Giorgia Stecher, Giuseppe Pedota.

  25. Marisa Papa Ruggiero

    Caro abate,

    devi avere pazienza, lascia che risponda a modo mio ai tuoi quesiti, per “avvicinamenti”, e non una volta per tutte, le “risposte” vengono, se vengono, per evidenza di ragionamento, e ben poco per affermazioni, (non in questo caso): ce le dobbiamo “costruire” dentro, le risposte, piuttosto che ricavarle da cognizioni acquisite e depositate, specie se sentiamo di metterle in relazione a un tema (tema?) quale – nientemeno – la crisi che attraversiamo. O almeno lasciamo che ognuno avanzi secondo le procedure di pensiero che gli sono proprie; non è detto che vi sono solo quelle che funzionano in termini giuridico-dimostrativi, (fuori le prove!) si può anche procedere per riflessioni comparative, rispecchianti processi lenti di pensiero in continua evoluzione, trasformazione. Per semplificare, personalmente, attribuisco alla coscienza estetica una proprietà potenzialmente ampia di organizzare libere strutture immaginative in grado, sui tempi, di ribaltare il paradigma di prestazione in risorse di vita! Tu dici: “ non si tratta di togliere alla poesia il suo carattere di resistenza, ma di accertare che esso c’è, se reale o immaginario.” Se io dico credo in una poesia della resistenza, naturalmente sto dicendo che non riconosco come poesia quella del ripiegamento al conformismo, ai manierismi , ad automatismi ed altre gratuità che penso siamo tutti in grado di riconoscere. E prosegui: “E se c’è, i suoi autori vanno nominati, presi a modello, o almeno punti di riferimento, ecc.”
    Se non mi soffermo sui nomi è perché credo poco all’utilità (e molto alla pericolosità) di fare esempi assoluti e definitivi su autori da “prendere a modello, o almeno come punti di riferimento…” ci basti fissare l’impostazione del discorso. Temo che serva a ben poco il “soggetto esemplare”, che salga sul podio della poesia e ci spieghi, o meglio ci mostri come la poesia debba essere intesa. Ma poi, c’è da chiedersi, mettere dei nomi come punti di garanzia poetica, cambia qualcosa rispetto alla crisi? la crisi comunque resta. Non è questo il punto. Se non si lavora nella direzione di dare dignità e forza incentivante alla coscienza estetica a livello di massa, temo che passi avanti ne faremo pochi! Lo so, sembra un’impresa dell’altro mondo, è più facile andare su marte, eppure, trovo che ciò che serve è un’infinità di singoli che si muova in senso propositivo (non automatico!), che usi le risorse del linguaggio (l’unica libertà in fondo che ci è rimasta, e che potrebbe come tante altre risorse, essere a rischio di estinzione,) come un materiale ad alto valore energizzante. Non mi chiedere cosa intendo per valore energizzante della parola, se stiamo su ogni punto a puntualizzare non si va avanti. Non siamo a scuola. Ognuno vede subito quando una poesia è viva, quando sta in piedi, quando è necessaria. E poi per me è una forzatura teorizzare sulla poesia, la poesia è un modo di essere (di sentire di creare, di immaginare) Che cosa devo dimostrare! La poesia non la si teorizza, la si vive! Non vedo bene il fatto che bisogna andare a cercare per la poesia delle credenziali convincenti che ne giustifichino la presenza. E’ la nostra appartenenza in gioco, è il senso dell’essere ad essere in crisi. Su questo dovremmo ragionare. Ma permetti che faccia anch’io qualche domanda: Si contempla ancora la possibilità di una coscienza estetica? Che significa lavorare oggi sull’immagine? Quale immagine? Quelle che ci sono già , o cercare di strappare altre forme alla conoscenza?

    • Ennio Abate

      @ Papa Ruggiero

      PAZIENZA, FARE I NOMI, QUESTIONE ESTETICA, ESSERE A SCUOLA

      Cara Marisa Papa,

      se dovessi fare un giorno la storia di questo blog ( e del suo antenato che ha preceduto l’attuale), avresti le prove di quanto grande sia la mia pazienza (pur essendo, per carattere, un impaziente).
      Quindi d’accordo, ma mantenendo il mio scetticismo: costruiamo “dentro” le risposte ( anche se penso che in questa costruzione intervengono – eccome! – le «cognizioni acquisite»), « lasciamo che ognuno avanzi secondo le procedure di pensiero che gli sono proprie» (e chi ha oggi più l’autorità per impedirlo? Speriamo solo che tali procedure siano «proprie», autonome, indipendenti), procediamo «per riflessioni comparative, rispecchianti processi lenti di pensiero in continua evoluzione, trasformazione» (sperando che la lentezza non copra pigrizie e sonni della ragione), ma prima o poi ciascuno/a di noi dovrà andare al sodo e dirsi lui/lei: «fuori le prove!».
      Allora valuterà. E proseguirà, smetterà, si dedicherà ad altro. E’ inevitabile. Siamo mortali. Un termine ce lo diamo o ci viene dato.

      Sui nomi da fare o non fare. No, nessuna voglia di mettere qualcuno/a su podi o piedistalli. Non mi dire, però, che ciascuno/a di noi non pensa e non scriva, misurandosi istante dopo istante come minimo col fantasma di Caio o di Tizio o adagiandosi in un’idea di Sempronio o respingendola. Fare questi nomi non serve ad avere il bollino di Qualità Poetica. Significherebbe chiarire a se stessi e ai propri interlocutori quale sia la folla di antenati o di contemporanei coi quali traffichiamo di continuo nelle stanze della nostra mente; e quali tra loro ci parlano di più. Significa riconoscere che il nostro io è un crocevia di influenze e non un Signore autosufficiente.

      Lascio da parte per ora la domanda « Che significa lavorare oggi sull’immagine?» e rispondo alla tua sollecitazione sulla questione estetica (io la chiamo così, perché la vedo problematicamente). Trascrivo in proposito una mia recente riflessione:

      La critica ufficiale e un certo pensiero estetico trascurano o cancellano il legame problematico tra bello e brutto, contrapponendo drasticamente, assolutizzando e gerarchizzando i due poli. Questo accade quando ci si fa paladini (con una certa ottusità elitaria, secondo il mio punto di vista) della qualità contro l’opera dozzinale o kitsch. Spesso con ragioni a prima vista convincenti, perché a livello empirico e sulla base del senso comune le differenze di qualità (fra testi riusciti o non riusciti ma anche fra le facoltà mentali, intellettuali e corporee degli individui) sono evidenti, accertabili, innegabili. Se però ci riflettiamo di più e ci stacchiamo dal senso comune e dall’empiria, dobbiamo riconoscere che di solito l’estetica ha due difetti:
      1. funziona da maschera che nasconde una sorda resistenza contro la ricerca di altri tipi di qualità e di bellezza: quelli che si presentano non canonici, non corporativi, insoliti, dinamici e si presentano spesso mescolati con il comune, il molteplice e persino con il banale, il brutto, il non riuscito;
      2. aiuta a dimenticare più facilmente che la gerarchia, implicita in ogni giudizio estetico, fissa a livello simbolico (e quasi sempre a vantaggio dei pochi, che però parlano in nome di tutti) un tratto, un valore, che è anche violenza e non solo razionale evidenza. Non sono in preda ad un ideologismo egualitarista né voglio scandalizzare se mi sento di affermare: il bello “violenta” il brutto, lo mette fuori gioco, lo esclude. È questo che non mi va. Anche in campo estetico posso accettare una gerarchia includente, non una gerarchia escludente. Anche perché – e qui interviene un giudizio politico – stabilire una gerarchia escludente (ad es. Croce: poesia e non poesia)significa agevolare e avallare meccanismi linguistici di potere paralleli e omologhi di quelli sedimentatisi nella storia delle nostre società che non approvo.
      Continuo, dunque, a immaginare, forse assurdamente o utopisticamente, che eccellenza e mediocrità, bellezza e bruttezza potrebbero avere un altro senso: includente appunto e non escludente. Di più: continuo a pensare che bellezza e bruttezza debbano dialogare tra loro per trasformarsi anche conflittualmente. Perché le penso come valori e disvalori provvisori, storici, sviluppabili o rimodellabili in sempre nuovi ordini. E persino in gerarchie, ma nuove e – appunto – più dinamiche e fluide. L’atto giudicante che separa il bello dal brutto è per me umano, soggettivo, rivedibile e mai oggettivo e definitivo.
      Sono per una possibile convivenza, se non proprio una unità delle differenze (tra eccellenza e mediocrità, bello e brutto, riuscito e non riuscito). Non mi arrischio ad ipotizzare una base comune tra esse. Più praticamente sento fecondi gli scambi, le contaminazioni, le dialettiche (non a senso unico) fra riuscito e non riuscito, fra livelli qualitativamente alti, medi, bassi della ricerca poetica.

      P.s.

      «Non mi chiedere cosa intendo per valore energizzante della parola, se stiamo su ogni punto a puntualizzare non si va avanti. Non siamo a scuola. Ognuno vede subito quando una poesia è viva, quando sta in piedi, quando è necessaria. E poi per me è una forzatura teorizzare sulla poesia, la poesia è un modo di essere (di sentire di creare, di immaginare) Che cosa devo dimostrare! La poesia non la si teorizza, la si vive!» (Papa).

      In completo disaccordo. È solo puntualizzando che si va (faticosamente) avanti, cioè in direzione di un lavoro di gruppo, in direzione di una possibile costruzione di una comunità cooperante e non escludente.
      «Non siamo a scuola»? Purtroppo! Perché infatti nella scuola di massa e sfasciata proprio la voglia e la fatica di puntualizzare ( cioè di accordarsi sull’uso delle parole, come faceva Socrate con i suoi amici o hanno sempre fatto le vere comunità di ricercatori) è diventato purtroppo impraticabile. Ma, senza questi luoghi di ricerca paritari e che si prendono il tempo per chiarire le parole e le idee e il loro rapporto con le cose, ognuno si gingilla con una libertà apparente e precaria: non vede affatto né subito «quando una poesia è viva, quando sta in piedi, quando è necessaria», ma fa del suo sentire, delle sue impressioni un criterio insindacabile e solipsistico di valutazione. È una forzatura individualistica che fa il paio con le forzature collettivistiche ( perché- sia chiaro – anche il gruppo può soffocare e forzare). Se la poesia si vivesse, sarebbe vita e non poesia. La poesia non esiste in natura. Si costruisce. Teorizzare la poesia ( nel senso di riflettere sulle pratiche – proprie ed altri – del far poesia) è curare questa costruzione. Un contadino che pota un albero fa la stessa cosa.

  26. @Giorgio Linguaglossa

    ……ed è proprio seguendo la fisica dei quanti e delle piccolissime particelle che possiamo arrivare a dire che il soggetto umano, l’io pensante, e quindi qualunque essere umano è energia pura, e anche il poeta. Dunque dicendo che dà un nome alla realtà e che la pensa non parliamo di una terra immobile al centro di un sistema tolemaico , ma di energia che fluisce, e attraversa il corpo e la mente. E allora potremmo anche dire che la poesia è energia che scorre e che si manifesta nel pensiero creativo di un essere senziente che la esprime . E venendo al bosone di Higgs e alla conprensenza di particelle uguali ma di opposta carica energetica nella materia senza che le stesse si annullino, possiamo anche arrivare a dire che il visibile e l’invisibile possono coesistere e che c’è spazio per altre dimensioni a cui i nostri sensi, solo apparentemente e perché non ne hanno ricevuto educazione, non arrivano. E quindi la poesia può essere pratica esoterica. Ma se lo fosse, e se noi siamo parlati dalla lingua e dalla parola, allora il poeta o chi per lui non sono altro che strumento attraverso cui l’energia si muove e si materializza. Altro che Tolomeo, e Copernico: nella concezione poetica di Paolo Ruffilli c’è la fisica dei quanti, c’ è il “Tao della fisica”.
    Energia, il flusso di energia primordiale da cui veniamo e verso cui ritorniamo:

    ” Senza nome è il principio
    del cielo e della terra ,
    con il nome è la madre delle cose.
    Ed è nell’alternarsi di Essere e Non-essere
    che appaiono dell’uno il gran prodigio
    e i limiti dell’altro.
    E, pur se nati insieme, hanno nomi diversi
    e in comune solo il mistero.
    Sono il mistero più fondo del mistero,
    la porta di ogni meraviglia.”

    Lao-tzu da “Il libro del Tao”

    Già in questi antichi testi della tradizione sapienziale orientale appare il limite evidente del linguaggio dualista e binario della ragione.
    E solo l’uso del paradosso nella coincidenza degli opposti diventa metodo di conoscenza della realtà. Realtà che è flusso di energia in continuo movimento.

    Sandra Evangelisti

  27. emilia banfi

    La poesia siamo noi quando rinunciamo a noi stessi. Emy

  28. Marisa Papa Ruggiero

    Caro Abate
    non trovo nessuna difficoltà a fare qualche riferimento al mio continuo entrare in relazione, nelle stanze della mia mente, con autori del nostro recente passato che considero miei maestri, guarda che io sono stata e sono tuttora “malata” di gente come Brodskij, di Elitis, di Ritsos, dei russi del 900, di Celan, di Bachmann di Caproni, di Milosz, solo per citarne alcuni ma sono una folla, senza dimenticare Eliot e Borges, il più caro di tutti. Per i viventi, invece, non sono una folla, sono pochissimi, (un solo nome: Transtromer,) per i tanti esclusi, per non farmi odiare troppo! preferirei tacere; a qualcuno mi sono interessata più da vicino con note critiche ( mi va di farne poche e solo se motivate e sentite), con vari autori sparsi in alcune regioni italiane ho scambi oltre che letterari, di sincera amicizia.

    Se non ritenevo utile addentrarmi in questo campo dei contatti, non era perché li ritenessi insignificanti, non ritenevo il caso di personalizzare il discorso quando mia intenzione era di dare spazio alla poesia a proiettarla su un piano comune: si parlava infatti della crisi. Per abitudine non seguo i blog perché non mi è concesso questo tempo, e mi perdo purtroppo un sacco di cose, ma questa volta un piccolissimo contributo a favore della poesia in quanto (secondo me) uno tra i tanti, pochi? fattori di contrasto, ho sentito di darlo. Quello che non mi riusciva di capire era che: evidentemente, senza un supporto di un riferimento ben riconoscibile ad un contesto di appartenenza, la nostra voce è in pratica uguale allo zero:
    Riporto un tuo passaggio:

    “…senza questi luoghi di ricerca paritari e che si prendono il tempo per chiarire le parole e le idee e il loro rapporto con le cose,ognuno si gingilla con una libertà apparente e precaria: non vede affatto né subito «quando una poesia è viva, quando sta in piedi, quando è necessaria», ma fa del suo sentire, delle sue impressioni un criterio insindacabile e solipsistico di valutazione…”

    Fare poesia fa il paio con un’azione sociale, almeno per come la vedo io, è tutt’altro che un atto solipsistico; una ricerca sul linguaggio può essere ed è una faccenda serissima , mai abbastanza rigorosa, per nulla scontata. Non serve mettersi davanti a un blog e raccontare come si fa, è qua che non ci capiamo, la scrittura poetica è azione che vive, ce l’hanno insegnato i grandi , esperienza che si brucia sul campo, torno a ripeterlo anche se sei in “completo disaccordo”

    Dispiace leggere gratuità come le seguenti:
    “…speriamo solo che tali procedure siano proprie, autonome indipendenti (…) che la lentezza non copra pigrizia e sonni della ragione…”

    Per concludere mi chiedo come si fa a: “costruire una comunità cooperante e non escludente…” se si continua a scardinare , a non dare il dovuto rispetto al pensiero altrui.

    E si parla di crisi…

    • ro

      “QUOTO” non al 100%, ma alll’infinito per più di cento transfiniti.

      Credo che Abate, ma non solo lui , in questo luogo, ma anche in altri e con altri, in non luoghi come “le parole e le cose” et simili, si siano del tutto “infoiati” come appunto in una sorte di eccitamento sessuale con il mondo della parola senza “l’altro”, se non usato come strumento…

      la relazione è potuta saltare, e di conseguenza virtualizzarsi, per tutti coloro(poeti o meno, crtici o meno) che si sono accontentati, al di là di periodi di crisi o meno, più o meno sempre fin da bambini o dall’età adulta, della “semplificata” forza della loro erudizione, che al massimo della disponibilità verso l'”altro” può ritenersi appagata e svolta per la capacità di “veicolare” autori, visibili e invisibili, morti e viventi, di riferimento o da abbattere.

    • Ennio Abate

      Cara Marisa Papa,
      mi spiace. Capita spesso, anche su questo blog, che le mie sollecitazioni ad approfondire le questioni vengano intese come interrogatori o imposizioni a mostrare il proprio pedigree culturale.
      Me ne scuso e chiudo. A migliori occasioni.

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