Rita Simonitto
A proposito di Scrap-book

kubrik

Riflettevo su questa bella idea di Ennio, di proporci una ‘istantanea’ antologica dei vari sguardi sul mondo attuale (oggi = mondo dell’atto, dell’agire), e che nello stesso tempo getta lampi inquietanti sul mondo dell’adesso (del ‘qui ed ora’, del ‘qui lo dico e qui lo nego’, della trattazione ‘notiziaria-giornalistica’ di avvenimenti importanti, perché appaiono quando ‘fanno notizia’ e scompaiono quando non la fanno più).

Bella idea perché è come mettere dei paletti, dei punti di riferimento, dei documenti che hanno il senso della ‘inscrizione’: evento oltremodo importante in un blog dove la velocità degli inserimenti supera la capacità di metabolizzazione degli stessi.

Dicevo ‘vari sguardi’, varie letture, vari linguaggi che danno personificazione appunto alle sfaccettature dell’attualità.

Vediamo rappresentati:

“Gli illusi”. *La natura era la sua ossessione, il suo culto, l’alfa e l’omega della sua poesia….. E’ il poeta dell’immobilità, della stasi. In un’epoca di aerei supersonici, è il poeta della lentezza. Tutto ciò che è naturale è buono e benefico, ciò che è artificiale è cattivo e dannoso. Zanzotto è il poeta della nostalgia*. (F. Camon). Commento: Ipse dixit.

“I mentitori”. * … ci ingannano (mettendo) l’economia e finanza in primis mentre il problema è politico*. (G. La Grassa). Commento: Detto e ridetto. E poi?

“I traditi”. Da un lato, un * non sono un pentito* e, dall’altro, in che cosa vuol dire *essere intellettuali oggi… comporta la ricerca di strade nuove* e, ancora, * Sono agli inizi forme nuove, talora interessanti, di comunicazione attraverso internet (blog, riviste on line ecc.)*. (R. Luperini). Commento: Perché non recuperare?

“Gli spiati”. Ovvero l’impressionismo dell’informazione. (A. Giannuli)

J. Butler: la funzione del potere fuori e dentro il soggetto.

F. Marchese: la creazione di una società semplificata, rimbambi(ni)ta.

E, non ultimo, il commento di G. Linguaglossa che parlando de * la parentela (filologica, semantica e filosofica) tra il significante e il sintomo (….) il significante è in perenne instabilità e movimento, perché è affine e corrispondente al sintomo, anche esso è in perenne instabilità e movimento* chiude il cerchio con l’introduzione di F. Camon.

In questa mia molto sommaria e semplificata trascrizione mi sono affiorate alcune considerazioni:

a) indubbiamente vengono date al lettore fasce di realtà (poetica, psicoanalitica (?), politica, letteraria, sociale), tracce-mattoncini utili a costituire un pensiero integrato.

Ma arrivare ad un pensiero integrato è difficile a farsi, per quanto oggi si strombazzi a destra e a manca sulla facilità e bellezza dell’integrazione. E diventa ancora più difficile se ogni disciplina si chiude in una specie di autismo, in uno specialismo autologico e autore-referente (non è un re-fuso!) senza pensare alla possibilità di stabilire scambi e confronti dialettici sulle dinamiche del reale e del soggetto. I quali (reale e soggetto), per quanto si cerchi di sostenere il contrario, ovvero di abolirli (cui prodest?), ci sono, eccome. C’è sì la tendenza a pensare in termini di ”eclisse”,  di “evaporazione”, di “scotomizzazione” di questo o di quello: ma che ne è di ciò che abbiamo ‘negato’? Rischia di tornare dalla finestra ciò che abbiamo buttato fuori dalla porta. Un conto è ‘pensare’, altra cosa è credere che il proprio pensiero sia ‘il reale’.

L’assunto nietzschiano afferma: “non esistono fatti ma solo interpretazioni” (o “rappresentazioni” per dirla con Kant). Questo è valido per il nostro mondo interno ma ci deve essere una frontiera, sia pure flessibile, che separa l’interno dall’esterno. E ci deve essere anche perché è su quella frontiera, su quel limes, su quella soglia, su quella ‘lira’ che si gioca anche la ‘lirica’ del discorso poetico.

b) emerge la sensazione che i concetti di ‘forma’ e ‘contenuto’ continuino a fronteggiarsi e a guardarsi in cagnesco e, soprattutto, noto come gli aspetti ‘formali’ tendano di molto a sopravanzare d’importanza rispetto a quelli ‘strutturali’. E dove per struttura non si intende qualche cosa di statico bensì dinamico, che funziona sulla base di un dinamismo interno.

E’ come il passaggio dalla Cosa alla Parola.

Freud stesso parlava della importanza cruciale, nel processo di crescita mentale, dell’acquisizione della rappresentazione di parola (simbolico-discorsiva) accanto alla più arcaica rappresentazione di cosa (eidetico-visiva).

Ma ci può essere anche il secondo movimento di ritorno, il passare dalla Parola alla Cosa, quel ritornare alle cose stesse di husserliana memoria, al “Ti estì”, al “che cos’è?” ben sapendo che quel “ti estì” non si raggiungerà mai.

Quindi non si tratta di stabilire il primato dell’una o dell’altra posizione ma, attraverso la oscillazione tra le due, garantire un arricchimento di senso e non una sclerotizzazione. E questo dovrebbe accadere anche con il movimento dalla forma al contenuto e viceversa.

c) Inoltre sento lo sconcerto rispetto all’idolatria dello strumento e della Tecnica (sì, in maiuscolo, come se fosse una divinità), che da ‘mezzo’ (= le forme di comunicazione) diventa fine a se stesso.

Non posso non pensare al film 2001 Odissea nello spazio, metafora illuminante della trasformazione del ‘mezzo’ e del suo effetto boomerang. Nella sequenza iniziale del film, l’osso distruttore che il regista fa lanciare in alto dal macaco si trasforma in astronave. E questo ‘oggetto dell’aria’ invererà la sua forza distruttiva proprio nell’anno 2001 reale, nell’attacco di New York alle Twin Towers (espressione concreta del potente monolite raffigurato nel film).

d) Riguardo alla comunicazione volevo dire due parole rispetto al linguaggio. Che lo si voglia o no, anche il linguaggio si presta ad essere usato come un ‘sintomo’. E in parte anche lo è in quanto, come da etimo, è quella ‘circostanza’ particolare che ci fa appartenere al genere umano, nella sua pienezza e nella sua mancanza. A differenza degli animali, l’uomo, se vuole entrare in comunicazione con i suoi simili deve imparare una lingua specifica in un incontro che non è così naturale, scontato e privo di difficoltà come si pensa. E questa ‘circostanza’ avviene in un momento in cui c’è un pensiero ancora acerbo, per cui attira a sé (e fa ‘cadere assieme’) le componenti di un sistema che prima si reggeva su forme comunicative di tipo non verbale. Là  dove emozioni, immagini e sensualità facevano un’entità unica, una esperienza somatopsichica indifferenziata.

L’infans, impregnato dall’esperienza di un linguaggio materno istituito prevalentemente sul corporeo, deve perciò integrare quella lingua fluida, privata con una lingua ‘discreta’ e pubblica se vuole dare espressione di sé e comunicare col mondo. Non si entra felicemente a far parte *del bel paese là dove ‘l sì suona* (Divina Commedia, Inferno, C. XXXIII, v. 80). Questo processo di uscita dalla ‘natura’ per entrare nella cultura non è dunque indolore perché implica la separazione da una unità ‘mitica’. Né avviene senza recriminazioni e aggressività, senza illusioni e senza nostalgie per la perdita di quella (‘supposta’) beatitudine e, oltre tutto, il processo di grammaticalizzare la natura si presenta come un compito non facile. Il linguaggio è, dunque, per sua natura ‘alterato’, non solo perché è ‘alter’ rispetto a qualche cosa che sta dietro e che spinge per essere rappresentata, ma anche perché è portatore degli elementi di conflitto, per lo più inconsci, relativi al suo funzionamento.

Siamo dunque anche “parlati” dal linguaggio. Per questo è importante riconoscere che il linguaggio è portatore di ‘sintomi’, smitizzandolo e ridimensionandolo nella sua importanza e nel suo potere. Ad esempio il linguaggio può diventare un sintomo esso stesso quando si ‘cosifica’ nell’indicare le alterazioni nella percezione di sé e del proprio corpo. La parola diventa il sussulto, la lacerazione o l’es-tasi (l’uscita fuori, appunto) della propria corporeità. Leggere, al proposito, le poesie delle poetesse mistiche. Oppure se, anziché fungere da strumento di espressione e di comunicazione, diventa esclusivamente mezzo di espressione soggettiva, la cui portata comunicativa (dialogica) è ridotta se non annullata del tutto.

Ma non solo.

Come accade per tutti i sintomi, non dobbiamo dimenticare anche quelli che vengono chiamati i benefici secondari legati al mantenimento del sintomo stesso: scaricare impunemente la tensione, ottenere attenzione, controllare sé e gli altri, superare temporaneamente alcune angosce, ecc. ecc. Per questo non basta, ad esempio, sapere che cosa produce l’ansia per determinare la sua scomparsa perché attorno a quella manifestazione si possono essere agganciate altre problematiche: il più delle volte vediamo la punta di un iceberg la cui base è una rete molto complessa.

Ritornando al linguaggio, vediamo come la ‘abilità linguistica’, possa anche legare a sé le persone creando un ambiente di adepti se il sintomo personale, che sta alla base di quella abilità, rappresenta buona parte degli aspetti inconsci di quel gruppo (ricordiamo che il leader molte volte è il portatore pubblico delle arcaiche pulsioni del gruppo che lo elegge. Gli esempi non mancano).

Quanto all’instabilità del sintomo, essa non gode della stessa natura dell’instabilità del significante che è decisamente più versatile e ricca, altrimenti il soggetto non vi ricorrerebbe. Il soggetto tende infatti a porre i suoi dubbi sul significante, sulla sua difettosa validità, anziché sul sintomo anche se è quest’ultimo a non dare mai la soddisfazione desiderata. Nella ricerca di una specie di adaequatio attorno al significante, si crea un fac-simile di movimento, che poi collassa su se stesso riconducendo il soggetto allo status quo in quanto quel sintomo, per quanto disturbante, è la sola ‘espressione’ di cui egli si fida poiché è la sola che conosce.

Questo per dire che anche il linguaggio, come tutti i sintomi, si porta dentro e dietro buona parte di noi e delle nostre esperienze; delle nostre ‘circostanze’ (per dirla con Ortega y Gasset).

 

Rita Simonitto

30.06.2013

 

 

 

 

 

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2 commenti

Archiviato in CANTIERI

2 risposte a “Rita Simonitto
A proposito di Scrap-book

  1. emilia banfi

    @ Rita

    Avrebbe voluto fare giustizia
    se stesso e la sua mania
    Qualcuno gli disse di non pensarci
    così ruppe tutte le domande
    con punte di scalpello
    come fosse l’ultimo fatto
    Si girò e trovò chi lo guardava
    lo guardava scollando il capo
    allora rivide il suo pensiero
    triste e solo come lui
    come solo lui poteva essere.

    Ti ho risposto con dei miei versi per aver prima sentito ciò che ho capito. Grazie Rita

  2. emilia banfi

    e.c.: “scrollando” il capo- scusa.

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