Elia Malagò
Da “L’orto dei semplici”

orti-comunali1 

 

segreto – verbena

 1.

Solo una verbena tra una pietra

e chissà che altro mattonaccio

uno spuntone d’erba fiorita

come un sanguinaccio d’acqua di riporto e condensa

nascosto nell’incendio

sotto le frasche di rubilia

denso

come un segreto sepolto e giurato

in un’ estate torrida di giovinezze quasi uguali

lo stesso sudore rappreso

agli occhiali appannati.

Spontaneo come un sussulto all’ alba

– gli anni taciuti a manciate

da  poterli disseminare –

a metà del giorno

zampilla la verità

rovinando in un piccolo maleodorante

bisbiglio.

2.

Dietro i campi in una camminata

a mezzo di uno spuntone tra mentastro

e mazzi di ortiche

come il sambuco anche lei si basta

una radice nei cocci

non cerca vie di uscita e dove sbrina

prosciuga il sorso

lesto il respiro.

S’ incendia di porpora sull’ indaco

e cresce dritta sul fuso

muta come la Pizia

una pietra rancorosa

partire – rosmarino

Una domenica

studiando i panni delicati di mia madre sottratti a una badante d’accatto

la lavatrice leggera su una nuvola bassa di nebbia

e pioggia forse

li ho risentiti. Gli uccelli di passo, credo. O forse di stanza. Non

li so riconoscere al verso e alla posa; nemmeno al giro largo

di prova mi pare tra la betulla incarognita nell’incuria e i due pini

sbertucciati da un oscuro fungo di solitudine. O noia.

Con un mese di  ritardo,

terminata l’ attesa sul rettilineo incrociando i dati di  modi richiami e soste

dai nomi stranieri e impronunciabili. Anche i richiami.

Un paniere di canti per arrivare un poco più in là. L’altra

parte definitiva come una sciarpa stretta

su un enfisema roco.

Stanziali fino a domani. Non di passo

questi merli storditi, questo pianto che si moltiplica

nei decibel fino a togliermi il sonno e l’udito.

Restano le prove di volo e partenza: si alzano rapidi e in schiera

distendono un lenzuolo nel cielo nero e rabbioso

non torneranno

di sicuro non torneranno mai più senza un rimpianto

e uno smarrimento che non sia questo lungo laio. Si alzeranno

più rapidi e definitivi domani un’ ora prima del sole.

Sotto le nubi basse daranno il segnale.  Solo posso vegliare.

 

 rimpianto- rovo

 bastava allungare il passo lì

in tempo per sentire l’ultima sillaba

o anche soltanto in eco la vocale

agguantarne il filo e piano risalirlo di frasca

in lemma per simpatia

ricostruire senso e codice ritrovando

anse e gorghi pali nell’ acqua a indicare

la strada. Andare avanti

sarebbero bastati due passi – uno due

la falcata uniforme delle camminate al mattino

per precauzione una terza battuta più breve, lo stallo

di un’ extrasistole

nel fruscìo leggero della falsa partenza

 

sarebbero bastati pochi passi – un due tre

e ti avrei sorpreso lì davanti all’ acqua

che scorre la voce

chiara come il sentiero.

(a  Giada e ai suoi 21 anni)

modica – ortica

 

Ci sono città che a forza di crepare senza

spegnere il cuore – sarà che lo conservano al sicuro- rintanato

quasi a ventricolo aperto

cuniculo anarchico che a meta raggiunta

agguanta il fil di lana e stretto tra i denti

sposta oltre  cortina il passo finale

a forza (si) bastano

lì , tra carrubi incarcerati nel silenzio

a secco avvitati  a un’ira antica

infine sai che dispari

è il nome di dio

monami – menta

monami il brigante, la bocca sempre piena

di ruberie e rimostranze,

ha  saltato mille inferriate e fossi per una fuga

d’aria nelle strade e sull’argine a liberare i polmoni

del saltimbanco irriverente

ha smantellato ragioni e dinieghi

sfrontato e un po’ruvido

per avere l’ultima parola

 

cucciolo vecchio quando l’anca

doleva e il midollo non pompava più una sola

piastrina andava a nascondersi dietro il cortile contro

la porta chiusa dalla ruggine che aveva consumato anche il telaio

con un lagnìo leggero scavava la terra a

cercare il suo filo di saliva e lacrime

chissà se l’ha detta o non serviva

 

Carte amicali – sambuco

un po’ frustra e fuori commercio

come  una noce sotto i denti a sfida

di una vecchiaia incipriata

e poi chissà dov’è e dove andremo a stanarla

prima che si infili sotto il colletto cementando abitudini e tartaro

Questi fogli forati mi costringono a righe numerate

un pentagramma o la pista di oche esercitate a rapidi

rientri

se solo dimentico la chiave di violino

eppure resta la voglia di uscire allo scoperto

affacciarmi sul bordo

in vertigine: ma dove sei che mi pare di toccarti

l’orlo della manica

un poco lisa come le nostre bordate

tra battute e arresti pudichi

e  l’amicizia è proprio lì

tutta lì sull’orlo

della tazzina di caffè

Elia Malagò, nata a Felonica (Mn) nel 1948, vive a Mantova , dove, oltre ad essere consulente di Festivaletteratura,  promuove attività legate alla poesia, alla lettura e alla scrittura.

Pubblicazioni

Saggistica: Le cadenze della memoria – il mito presso i popoli primitivi (Signorelli,1982)

In prosa: Dieci racconti- gente del fiume (Quinta generazione,Forlì, 1968); La casa grande (Q/G, 1975); Pirata dentro (Q/G,1985); L’ombra ripresa (Tre lune, 1999).

In poesia: Ci dev’ essere un posto (Città di Vita, 1967); Saranno gli altri a testimoniare ( Q/G, 1968);  I discorsi di sempre (Q/G, 1970); Una carta di re a cavallo (Città di vita, 1971); Di un’ impossibile maturità (Q/G, 1975); Buffa sonagliera (Q/G, 1978); pita pitela (Q/G,1982); Maree (Q/G, 1986); Soprav(v)ento (Gazebo,Firenze 1996); Incauta solitudine (Passigli, 2010).

 

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3 commenti

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3 risposte a “Elia Malagò
Da “L’orto dei semplici”

  1. Giorgio Linguaglossa

    Il poeta insegue le parole con la stessa forsennata cecità con cui un cacciatore di farfalle caccia le farfalle. Ma se chiediamo al cacciatore: «caro amico, perché cacci le farfalle?», vedremo che lui dirà: «perché sono belle!», e così risolverà la questione. Ma non dobbiamo credergli sulla parola, non è del tutto vero che caccia le farfalle per la bellezza delle farfalle!. E il poeta non caccia le parole per la bellezza delle parole!, chi difende questa tesi o è uno sciocco o è un cattivo poeta. Le parole della comunicazione non sono quelle della poesia; la poesia non è mai comunicazione. Per il semplice fatto che la comunicazione è rivolta alle cose «vere» (alle ore sette devo prendere il tram), mentre la comunicazione poetica è inficiata dalla menzogna, se in una poesia si dice: «alle ore sette devo prendere il tram», deve sorgere subito il sospetto che le cose non stiano così. La poesia è menzogna elevata alla più alta potenza. Ma, per paradosso, avviene che questa menzogna si rivela più «vera» della vera verità. Qui casca l’asino.
    Ecco, a me sembra che il modo elusivo che ha Elia Malagò di sorvolare sulla facile lingua della facile comunicazione sia un grande dono; se gli altri poeti di minore talento le tentano tutte pur di apparire onorevolmente acuti, lei non si affanna affatto di apparire, in lei c’è una «naturalezza» di sviare, sorvolare, eludere tutto ciò che è facile e scontato della comunicazione; nelle sue poesie non capisci bene dove ci sia l’inizio e dove la fine. E questo è, a mio avviso, un segnale della grande capacità di mentire che ha questa poesia: la sua verità più vera, e la sua più profonda autenticità, ma raggiunta senza l’ausilio di alcun artificio, senza l’additivo insolente dell’ironia, dei manierismi, dei tropi, dei caleidoscopi e delle immagini spurie e posticce; nella sua poesia non ci trovo la facile e prevedibile musicalità che abbassa la poesia a facile strumento di comunicazione. La poesia della Malagò non ci vuole comunicare nulla, nulla di definitivo e nulla di provvisorio, vuole indicarci qualche cos’altro: ma che cosa sia questo qualcos’altro proprio non saprei dire.
    Mi piace in questa poesia questa in-direzione, questa fibrillazione della leggerezza e della insostanzialità.

    • Luigi Manzi

      Linguaglossa, nel commento a L’orto dei semplici, di Elia Malagò, mette in campo come sempre quella sua vena provocatoria che gli permette di porre le questioni su un piano ampio e problematico. Perciò coglie nelle poesie della plaquette la profonda autenticità del dettato poetico, la sua ineludibilità e “flagranza” che si espande talmente fino a ribaltare i concetti tradizionali di verità e menzogna quando vengono applicati alla poesia. Se talvolta ci viene prospettato un ambiente “semplice”, può ben essere che ne venga additata al contempo la complessità simbolica che vi è sottesa. Allora non c’è altro modo di penetrare la poesia se non attraverso il capovolgimento di ciò che appare elementare e solitario. Cosa che fa giusto appunto Elia Malagò allorché immette nel più umile e umano dei giardini la sostanza analogica che lo oltrepassa. La poesia che è nascosta nel quotidiano e nel familiare, è pronta a rivelarsi oltre il reale per offrirsi al simbolico e farsi raggiungere in profondità. In questo senso la insopprimibile dialettica fra soggetto e oggetto – fra poesia e realtà – non è un aspetto secondario e per nulla concluso. Anzi, a ben vedere, è la sostanza stessa del fare poetico.
      Elia Malagò conosce assai bene i segreti e le insidie della poesia. Non basta, per comprendere a fondo la sua poesia, una lettura superficiale dei testi. Men che meno, è sufficiente attraversare una sua opera senza avere a riferimento l’intera produzione: in completezza e complessità: produzione che configura ormai un vero e proprio corpus e che si sviluppa coerentemente, dal 1967 ad oggi, attraverso una ininterrotta e misurata sequenza di opere, tutte di grande valore; cui il tempo darà ragione.
      Per tornare alle riflessioni di Linguaglossa su L’orto dei semplici, credo che si debba prestare molta attenzione alle sue intuizioni quando rileva – sottolinenadolo e ribaltandolo nel paradosso – la “grande capacità di mentire che ha questa poesia” laddove afferma che “la sua verità più vera, e la sua più profonda autenticità “ è raggiunta “senza l’ausilio di alcun artificio, senza l’additivo insolente dell’ironia, dei manierismi, dei tropi, dei caleidoscopi e delle immagini spurie e posticce”. Poiché, infatti, la poesia ribalta dialetticamente la realtà quanto più la mette in evidenza, la poesia è lo specchio (il focus) che rovescia simmetricamente la realtà nel proprio contrario e la sottomette per esiliarla dalla comunicazione tout court. Per questo la Malagò ha bisogno, per comunicare la parte più ostile alla comunicazione, di una scrittura scarna, essenziale, di una parola lavica, scheggiata, così da costruire attorno ai testi un solido, sacro recinto, eretto su un terreno umile e quotidiano. Al quale si potrà accedere soltanto se si è spogli di velleità e ambizioni. E’ soltanto così che si riuscirà a raggiungere il significato della parola più autentica: quella che ribalta in chiasmo verità e non-verità. E quindi anche poesia e realtà – e viceversa. All’incrocio fra i due elementi dialettici rimangono allora i testi, nella loro astanza, ben incuneati tra gengive e parola. E così pure gli oggetti referenti rimasti aderenti alle mani, all’olfatto: ai sensi, dopo che il poeta li ha adottati con cura e salvati. Elia Malagò ci insegna, anche con questo suo ultimo libro, a ripartire da ciò che è apparentemente umile e elementare, in un’epoca in cui la complessità declina inesorabilmente verso il disordine, mentre intanto i demiurghi fanno del tutto per indurla in catastrofe .

  2. emilia banfi

    Un grazie grande e ammirazione a Luigi Manzi per questa critica.

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