Marisa Papa Ruggiero
Cinque testi da: “Di volo e di lava”

Michelangelo, Pietà Rondanini

Michelangelo, Pietà Rondanini

1.

Qui il silenzio fa eco

porta scintille fredde di rapina

in questa botola fossile

esplosa tutta in un punto

la incroci contromano

capovolta fossa di cielo

riflessa in lava mai spenta

e sei

vertigine fatta schegge

in un sacco di pelle

la nota sorda braccata in gola

che sbarra l’orma il passo

la benda blu istoriata sulla nuca

e sai e non sai cosa spezza

il silenzio

in questo versante a est dell’assedio

cosa avvampa lo sguardo

che intaglia il tempo alla pietra

al cuore carsico di un’infinita

sottrazione

la sua circolarità remota

la sua sintassi interna

devastante

2.

È ostaggio

che chiude a cerchio la ferita

Laggiù l’ontano gelerà di nuovo

al languore dei nidi

declina forme scorrevoli

il passo

che manca all’ora

né controversa né certa

l’asciutta resa

che non assolve

e si è nonostante

solo

ciò che si lascia

lo scarto

di una ragione in più

che si dimentica

il mio qui che ignoro

e che divento

con tutta l’oreficeria notturna

convenuta qui per caso

con la febbre che s’allunga

per sei piani

3.

Questa spina di mirto

ha inondato il giardino

Il mirto che è nero

superbamente nero *

è l’esatta declinazione di un peso

atterrata nel mio occhio

si esercita a raggiungere la propria idea

ha intanto compiuto un mezzo giro

sul suo asse

ha invertito la prospettiva le finte grandezze

corretto la sproporzione la distanza

questa spina nerissima ha isolato

se stessa in campo chiaro

per vedersi da sola

se io la penso la guardo

Posso allungarla sul piano

o proiettarla in un punto

o tenerla in ostaggio in un libro

accanto a sferette a lancette fatte sassi

* in corsivo citazioni tratte da brani poetici di Marina Cvetaeva.

4.

Ruotare il corpo cercare

il punto d’intarsio

con la pelle del bosco

avviene

per attrazione dei contrari

il paesaggio dei profili

avviene pensarmi adesso

in altre pulsazioni

e mi vedo coincidere

con lo stesso campo visivo

della sovrana roccia che mi guarda

e mi sconfina in un dettaglio

fuori asse

che rompe dentro

l’assetto alle parole

se penetro nel fitto

potrei smemorarmi

sparire

5.

Tu passi il viale

verso la cieca curva

una corrente d’ali ha gonfiato le aiuole

ha cambiato il nome alle

scale di sicurezza

ha rivoltato il sentiero

l’inclinazione orientale

di quest’arsenale fossile in disuso

(e l’ogliastro vecchissimo scheggiato trema

all’origine della lesione)

tu

che svolti la curva

e mi lasci la scia

di cifre algebriche e frane

sulla roccia lunare

e lieve inverti

la metrica del volo

in un gioco di fonosillabe *

nel fermo del sangue

e l’intero corpo è

pinnacolo d’aria

dove gli echi in un punto solo

si mescolano

tra capillari d’acqua

e si rovescia il piano del parco

 

si silenzia l’odore del bosco *

* i versi in corsivo sono di Amelia Rosselli

*Marisa Papa Ruggiero ha compiuto studi di formazione artistica a Milano e a Napoli. In questa città, dove tuttora risiede e dove ha svolto attività didattica nei Licei statali, è attiva sia sul fronte dei linguaggi creativi, che su quello della verbo-visualità. Dal 1991 decorrono le sue pubblicazioni di poesia in volume, edite soprattutto da Ripostes, da Guida, da Manni. Alcuni titoli: Limite interdetto, Origine inversa, Persephonia, Passaggi di confine, e il recentissimo Di volo e di lava, (con prefazione di Giancarlo Pontiggia.) Sue composizioni sono state tradotte in forma teatrale dal Gruppo culturale: L’Ascolto. Tra i lavori in prosa: Le verità bugiarde e alcuni libri d’artista. È presente in raccolte antologiche e in riviste italiane ed estere con scritti poetici, in prosa e critici. Ha fondato con altri la rivista di poesia Levania.

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4 commenti

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4 risposte a “Marisa Papa Ruggiero
Cinque testi da: “Di volo e di lava”

  1. Leggendo queste poesie di Marisa Ruggero qualcuno potrebbe pensare che la poesia sia un non dire. Eppure sono poesie scultoree, fatte di pietra. Non dicendo non dicendo, si finisce col dire nulla, come nel vuoto del cielo quando si aspetta la neve di un verso. Il lettore sospettoso considera l’eventualità di trovarsi di fronte ad una gigantesca metafora, ma sarebbe un assurdo virtuosismo. No, interessano le fonosillabe, Amelia Rosselli. Quasi una dichiarazione d’appartenenza.

  2. Giorgio Linguaglossa

    Marisa Papa Ruggiero ricomincia da un grado zero del «nuovo» linguaggio poetico: riporta i precedenti linguaggi allo stato di «radura», di relitti, di lacerti, di rottami e li riposiziona in una contestura lessicale e linguistica che chiamerò «astratta». Parte da un assunto filosofico preso ad assunto di base della sua poetica: «l’enigma inscritto in un presagio». «In quale tempo», si chiede l’autrice in un’altra composizione, e risponde: «scritta su rupi erose / coi suoi alfabeti interni… il punto d’equilibrio / e la lesione». Ecco dunque la «traiettoria» (dizione dell’autrice) lungo la quale si muove la ricerca di Marisa Papa Ruggiero, la quale opera, insomma, una potatura dei cespugli linguistici che sono rimasti qua e là della poesia del Novecento, li razionalizza e li smobilita, li rende astratti e permutabili («e s’apre a strati l’indefinito / duplicarsi / entra e si mesce al cosmo»), riciclabili, con la conseguenza indiretta di rendere i linguaggi de-territorializzati allo stato «liquido», li decontestualizza e li emulsiona, con il risultato di ritrovarsi tra le mani un continente magmatico, un ibrido stilistico, un medium formale (che si nutre di una metricità/narratività diffuse e dis-sociate), una koiné linguistica che, un tempo lontano (nel lontano Novecento,) a monte e alle spalle aveva il retroterra di un linguaggio poetico frutto di una convenzione, di un patto, di un concordato, insomma, di una contratto-tregua tra linguaggi ostili e belligeranti. Voglio dire che anche la neoavanguardia si muoveva in una direzione certa: la messa in discussione degli altri canoni poetici e della tradizione post-ermetica; oggi la situazione è ben differente: non c’è più alcun canone da mettere in discussione, tutti i canoni convivono e non collidono affatto, non c’è più attrito tra i registri semantici e lessicali nella poesia odierna. La «traiettoria» lungo la quale si muove questo libro, oltre ad essere chiaramente indicata, è anche volutamente tradita dall’autrice la quale marca, a suo vantaggio magari, un punto importante: che prende le distanze dalla poesia di impianto auto referenziale e privatistica dei tempi odierni. Marisa Papa Ruggiero è così “testimone” di un processo di destrutturazione dei linguaggi poetici che ha colpito in questi ultimi decenni la poesia italiana. Ed è perfino ovvio che, a valle (ai giorni nostri), il discorso poetico dell’autrice non può non ricalcare, nella sua struttura formale-linguistica, le contraddizioni non risolte o rimaste irrisolte delle poetiche epigoniche del tardo Novecento.
    In realtà, non soltanto Marisa Papa Ruggiero, ma tutte le generazioni che si sono succedute a quelle storiche sembrano segnare il passo (a volte anche arretrando vistosamente) dinanzi alle grandi difficoltà che si profilano dalla de-territorializzazione del linguaggio poetico lasciatoci in eredità dal secondo Novecento. Marisa Papa Ruggiero opera una problematizzazione dei problemi sul tappeto 8questo è nsuo merito); ciò che era stato sproblematizzato (stilisticamente) da una cultura poetica epigonica è ancora sul tappeto ed è inutile nascondere la polvere sotto il tappeto, come è inutile continuare a fare una poesia di derivazione. È una problematizzazione quella di Marisa Papa che tiene conto della devastante influenza sul linguaggio poetico dovuta a causa della invasione dei linguaggi narrativi e dichiarativi della comunicazione globale. E la poesia diventa sempre più astratta, mentale: «L’occhio è una lente / anarchica / centuplica l’attrito / lo deraglia // Famelica ogni fibra / si rivolta in luce / non regge gl’infrarossi»
    In fondo, ciò che resta al fondo della questione stilistica nella poesia di Marisa Papa è il basso continuo, la narratività riflessa su uno specchio opaco dell’«io» poetico, il calco mimetico che ha preso il modello narrativo ad icona della propria procedura.

  3. Marisa papa Ruggiero

    Salve! Grazie a Majoor e a Linguaglossa per questi commenti!
    Poesie scultoree, fatte di pietra, dice Lucio. Trovo bella e piena di suggestione, la sua espressione. Il poemetto “Di volo e di lava” (è questo l’esatto titolo) riflette una densa esperienza di vita e di pensiero calata in un territorio roccioso infatti, ma sommerso, selvatico, ricoperto da un’antica, rigogliosissima selva, a tratti quasi inesplorabile, (la splendida Latomia di Siracusa, detta “dei Cappuccini”) le cui rocce si levano come immense sculture naturali erose dal vento dei millenni, da cui prendono forma le parole della poesia…

    Se mi permettete, riterrei non inutile riportare qualche altro brano del poemetto, ad es. a pag.30, e a pag.48:

    *

    Lei riversa
    il fulmine negli occhi
    lei riversa
    come tronco schiantato e mai rimosso

    lei solitaria radice
    che si sogna
    alla sesta curva o dopo

    e il sogno entra nell’albero
    al capillare verde
    che resiste
    Esplode dentro
    la decisione vegetale
    che morde nel sottofondo la corteccia

    e svetta il neonato stelo
    dal suo fianco
    svettano le cento verdi lance
    rifulgenti

    *

    Ma qui è radice carsica
    di sale e pietra
    che morde alle inferriate

    A spinte oblique risuona
    in ogni grotta
    in ogni crepa del viso in ogni

    voce
    scontata in milligrammi

    è qui un dolore
    strizzato
    battuto sulla pietra del fiume
    grigio a toccarlo
    prosciugato

    è qui un dolore
    lavato con la cenere a dire
    la verità dell’osso
    quello
    che trapassa il cuore

    Come si può intuire, è un luogo reale, sì, ma è anche un luogo della mente, in cui si vanno lentamente profilando le presenze appena percepibili di alcune poetesse del Novecento, di alcune voci poetiche estreme che hanno avuto, per destino e scelta, un rapporto totale con la poesia…

    A Giorgio Linguaglossa, per la sua pregevole attenzione critica, almeno per il momento, non posso che dire: grazie!

    Marisa

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