Ennio Abate
Scotellaro, Fortini e i “moltinpoesia” d’oggi davanti agli orrori della storia

scotellaro

Leggo – avevo letto ma ho tutto dimenticato – “La poesia di Rocco Scotellaro” di Fortini (Basilicata editrice 1974), che ho ripreso in mano su sollecitazione di Giuseppina Di Leo. E’ un’edizione curata dalla redazione della rivista «Basilicata». Raccoglieva il testo registrato di una conferenza su Scotellaro, che Fortini aveva tenuto in un convegno a Matera nel 1955 organizzato per il PSI da Raniero Panzieri. E mi pare di ricordare che poi, però, la pubblicazione non avesse soddisfatto Fortini. Non so ora le ragioni, irrilevanti per quanto ho in mente di dire.

Il libro è interessante perché mostra come lavorava il Fortini lettore di poesie: brevi appunti sui testi + giudizio organico e ragionato finale. Quanto alle poesie di Scotellaro, rilette oggi, mi restituiscono ancora il senso della durezza della vita contadina meridionale, di cui qualcosa ho assaggiato nella mia infanzia nel dopoguerra. Certe sue immagini e i temi (rapporti infanzia-maturità, figlio-genitori, partenza-ritorno, sottomissione-rivolta, piccolo mondo contadino-grande mondo moderno, p. 55) sono stati in altri modi anche i miei. E mi ha colpito ancora adesso l’accento polemico con cui Fortini metteva allora il dito sulla piaga dello strappo di tanti intellettuali della piccola borghesia dal Sud (che è poi stato anche il mio…):

«Rocco [Scotellaro] non trama mitologie sulla sua materia; non inclina al dialetto; non si lascia sedurre dai facili neoclassicismi […] Non ha fatto del suo passato un pretesto letterario. Non ha pianto nei caffè di Milano e di Roma. Non essendosi fatto “americano per vent’anni», come i meridionali passati al Nord (Vittorini, Gatto, Qasimodo, giù giù fino ai Carrieri, ai Marotta o che so io) non ha avuto bisogno di fare del ritorno al paese una leggenda o un rimorso» (p.53)

Nell’analisi di Fortini c’è una polemica antipopulistica che oggi è datata. Di grande interesse, invece, trovo il modo come aveva già allora impostato il sempre arduo discorso sul rapporto poesia/politica. Ci sento innanzitutto una consonanza con quanto vado da tempo ripetendo: che è un rapporto difficile per la “non contiguità” dei due terreni. Si rischia grosso ogni volta che, un po’ come contrabbandieri, si passa dall’uno all’altro o – ed è la maggioranza dei casi – si parte quasi obbligatoriamente dal terreno lirico per spostarsi su quello lirico-politico, o “civile” o “epico” senza una altrettanta buona conoscenza di cosa sia il sapere politico. (Dico ‘quasi’ perché il terreno è già predisposto: l’influenza della tradizione lirica, specie in Italia, dove è petrarchesca e contrapposta alla dantesca fin dalle origini della letteratura italiana, è strabordante e a fare lirica si va in discesa; mentre a fare poesia politica si va sempre in salita).
Fortini sottolineava che Rocco Scotellaro nasceva proprio poeta lirico e disponeva dei buoni strumenti letterari elaborati dalla cultura poetica a lui contemporanea (p. 55). Con i quali aveva cercato di cavare in poesia «una voce sua». E così tratteggia la soggettività lirica del poeta di Tricarico: non poteva che essere «profondamente dolorosa, ferita, e in conclusione desolata più che severa, scorata più che disperata, talvolta compiaciuta del canto più che sbigottita del pianto, elegiaca più che tragica […]. Il gemito, insomma, non il discorso tragico o comico, è la sua ultima parola» (p.55).
Ma, nel caso di Scotellaro (e poi di Fortini, e – potrei aggiungere – anche di vari moltinpoesia d’oggi …), ad un certo momento si ha un’interruzione, una messa in crisi o in discussione di questa “vocazione lirica”.
Accade, spiegava Fortini, quando «l’autore prende coscienza che quelle contraddizioni sono, prima che sue, della società e della storia» (p.55).

Nota con l’occhio all’oggi. Forse questa tesi, che è marxista, oggi che Marx è stato cancellato dal discorso pubblico, appare affermata con troppa decisione. Fortini – non dimentichiamo che parlava nel 1955 – indicava senza tentennamenti (un po’ come si fece fino agli anni ’60-‘70) come del tutto evidenti le radici storiche della sofferenza, che il poeta lirico sente invece soprattutto nei modi diretti individuali.
Noi sappiamo che, dopo gli anni della «disobbedienze» (1) e negli anni della sua vecchiaia, spunteranno anche per lui i dubbi (mai i rinnegamenti).

I morsi della storia (la guerra, il dopoguerra, le lotte contadine per la riforma agraria) scossero la soggettività dello Scotellaro lirico. In modi confusi, ma con evidenti conseguenze nella sua produzione poetica. Sempre con le parole di Fortini:

«la prima, la più immediata [qui nel testo forse manca la parola ‘strada’, nota mia](che quasi tutti, ed anche Rocco, percorrono) è quella di esprimere questa veloce o lenta scoperta, sostituendo esplicitamente o implicitamente il «noi» all’«io» e il «voi» al «tu». E di introdurre nuovi contenuti; lo sciopero o la rivolta, la sconfitta politica o la solidarietà saranno altrettanti correlativi collettivi del distacco dall’infanzia e dalla famiglia, o del ritorno all’infanzia e al paese. Anche di questo può farsi poesia» (p.55-56).

Ci si potrebbe chiedere spassionatamente: faceva bene o male Scotellaro a spostarsi dal piano lirico a quello sociale e politico, introducendo il «noi» al posto dell’«io» e «nuovi contenuti» rispetto a quelli consolidati (amore, paesaggio, tormenti dell’anima, interrogazione sul mistero della vita, ecc.)? O ancora: gli strumenti letterari di cui disponeva erano sufficienti per fargli produrre poesia e buona poesia anche sul nuovo terreno non-lirico sul quale ora si spingeva?
Fortini coglieva con chiarezza le difficoltà in cui, dopo quella scelta, si dibatteva Scotellaro. C’era qualcosa che lo frenava nel cambiamento che aveva osato: «c’è qualcosa che non può mutare…L’impostazione della voce lirica, il tono, la metrica, il timbro, il genere» (p.56).
Insomma, quella sua poesia, ora di contenuto sociale e politico, aveva «le medesime cadenze, aperture, clausole, la medesima linea melodica e armonica d’una poesia d’amore o di rimpianto» (p.56).
Per semplificare, si potrebbe dire che – contraddittoriamente – l’abito lirico di Scotellaro veniva posto/imposto da lui su un corpo politico-sociale, stonava, non era adatto a quel corpo.

A questo punto – ragionava senza pregiudizi o partito preso Fortini – un poeta moderno, «se ha mente critica, cioè cultura», non può non entrare in crisi: «inevitabilmente, se è onesto e non vuole ingannare ed ingannarsi con gli artifici della retorica, tornerà indietro, se così può dirsi: accetterà le condizioni tradizionali della lirica». E sceglierà ancora di parlare di sé e, magari, degli altri, ma lo farà «nella dimensione consueta della soggettività, accetterà la soggettività primaria ed elementare che la pressione sociale gli ha modellato sul volto». Resterà – direi io e concordo con Fortini – nella dimensione dell’io; e dunque alla voce dell’io «l’incarico di significare, paradossalmente e negativamente tutto un immenso cerchio di non-io, di “altro”»(p.56). Leopardi e Montale sono per Fortini due esempi di questa onesta scelta.

Eppure questa di restare nella dimensione dell’io può essere una scelta onesta e motivata, ma può essere – come io spesso dico e non credo di sbagliarmi di grosso – una scelta evasiva, consolatoria, dettata dalla paura o pigrizia o dalla fatica di addentrarsi nel campo della politica, che non è affatto piacevole, né attraente e che non casualmente è vissuto come “una cosa sporca” ( che però ci sottomette e istupidisce, specie oggi..,)
Sia chiaro che potevano o possono essere imboccate anche altre strade.
Ad esempio, una è quella del passaggio alla politica. Il poeta «quelle contraddizioni che ormai sa essere prima degli altri, delle cose e poi, solo, poi, sue proprie, si proporrà di risolverle realmente, nella prassi, non nella conoscenza poetica. Si farà politico, organizzatore, propagandista, come Rocco si fece» (p. 56). Aggiungerei: è quel che fece anche Fortini, quando nel dopoguerra s’iscrisse al PSI; e che facemmo in tanti, in altro periodo, attorno al ’68-69.
Fortini poi difendeva (contro Muscetta, uno dei critici ufficiali del PCI d’allora, e penso parlando anche pro domo sua) quel “ritardo” di Scotellaro, quella sua liricità che non riusciva a trasformarsi tutta in politica militante, in “prassi”:

«È facile ironizzare, caro Muscetta, su questa situazione; facile se non sapessimo che in poesia volere non è potere e persuasione morale e politica profonda non è detto che debbano volgersi in altrettanta profonda poesia» (p.56).

Ma difendeva pure contro i puristi che s’inalberano appena vedono profilarsi un eventuale meticciato tra poesia e politica, per loro scandaloso o dannoso, la possibilità che anche di una situazione scissa (sentire allo stesso tempo il pungolo lirico e quello politico) si possa fare poesia: «può farsi poesia dello squilibrio tragico fra la persuasione e la speranza di una parte e la paura delle cose stesse che si sperano». E portava gli esempi di Alexander Blok e di Boris Pasternak.

Non basta. Per Fortini c’era ancora un’altra possibile prospettiva: «obiettivare all’estremo quelle contraddizioni» in modo da «tradurle in altre, più universali». E indica i generi in cui tale obiettivazione è stata possibile: il romanzo, il poema, il dramma:

« La voce dell’io, che era sede dei contrari, si scinde, diviene due o più voci. O, se torna alla forma lirica, vi torna ormai libera dal primo pianto esistenziale; e sarà l’inno, l’ode, o l’epigramma» (p.57).

Su questa strada – egli concludeva – «non c’è contraddizione fra il proverbio della madre contadina e la complicata verità della scienza economica, fra il mondo della capra e dell’aratro e quello del cervello elettronico: ossia la contraddizione dovrà essere presa intera e dominata in parola, in immagini, in ritmo. Il sud e il nord diventano Europa, mondo» (p.57). Che è poi stata la prospettiva in cui Fortini egli ha lavorato …

Tornando alla nostra discussione, nata dalla pubblicazione dell’appello di Marcella Corsi, vorrei dire che aver sottolineato da parte mia « uno scarto pauroso tra i sentimenti espressi nei vari testi qui proposti e la dura risposta dei governanti turchi nelle ultime ore» non significa negare che gli intervenuti abbiano espresso il dissenso per la repressione di Erdogan. Né voglio sminuire queste espressioni (”balbettii” – i miei compresi – come di gente assonnata che ancora non riesce a capire in quale mondo mutato si sta risvegliando…) mettendole di fronte a figure di poeti politici come Brecht.
Ma esiste una difficoltà dei «moltinpoesia» a muoversi *da poeti* su un campo rimosso dalla vita pubblica e sostituito dalla menzogna organizzata dei potenti di tutto il mondo.
E perciò il paragone con le difficoltà che incontrò Scotellaro può avere un senso anche per noi.
No, non si può rivendicare come massimo l’elegia!
No, per rimediare alla troppa elegia, non si può proclamare:« La vera poesia è quella che si scrive là sul campo fra lacrimogeni e barricate»!
Il mio timore è che l’elegia, profondamente sentita, o l’impegno non guidato da una vera conoscenza di cosa sia la politica impedisca di vedere la tragedia.
No, non si può pensare che il poeta sia obbligato ad arrivare solo fino allo sdegno e il dolore e non oltre…
E, perciò, ancora una sforzo.
E pur sapendo di risultare antipatico o persino spocchioso, vi ripropongo la “brutta poesia” (giudizio che prendo anche in attenta considerazione…) che avevo scritto tempo fa, nel 2005, in un’occasione non tanto diversa da questa:

I poeti in tempo di guerra non tremano abbastanza

Io questa mattina mi sono ferito
a un gambo di rosa, pungendomi il dito.

Lontano lontano si fanno la guerra
Il sangue degli altri si sparge per terra .

Era qui a Milano una volta il poeta
coi suoi libri, una rosa in un bicchiere e la radio spenta.
Le grida nelle nostre piazze e gli spari
di botto erano cessati.
Altrove i guerrieri ammazzavano torturavano ora
sempre lasciando una vittima viva
una donna di solito che piangendo narrasse.
Il poeta tremante ascoltò. Invece di una poesia
scrisse sette amare canzonette e poi morì.

Ma voi poeti, che dopo Auschwitz
Ruanda, Afghanistan, Irak, eccetera
declamate poesie nel sublime immobile
ditemi: non sanguina mai la vostra rosa
nel bicchiere? tremano almeno
i versi quando li deponete nelle plaquettes?

Uno ha detto: non si sentano in obbligo i poeti
di scrivere versi contro la guerra. Giammai!
In democrazia sono uomini come tutti gli altri, i poeti!
Nessuno pretenda di più da loro.
Facciano bene quel che sanno fare, le poesie.

Uomini come tutti gli altri sono pure i guerrieri.
Pur essi quello che sanno fare, ben fanno.
Addetta l’una al massacro permanente
l’altra orgogliosa del canto suo sciancato
maîtresses entrambe di democrazia
– oh strano accoppiamento! – guerra
e poesia assieme dunque procedano?

Ma di una cara inerme offesa bestiola
che in noi vive sotto anestesia
voleva la salvezza il filosofo
quando dopo Auschwitz ammonì i poeti:
non scrivete, tremate!
È quella che ancora oggi si dibatte sul tavolo operatorio
tra le mani di ossequiati chirurghi della cultura.

Ma barcollanti fantasmi di speranza ancora approdano
da barconi sulle coste di questo Paese
che in immonda puttanesca televisiva democrazia
guerreggia fuori e tramortisce dentro
donne, lavavetri e rumeni
e annegherebbe in uno sputo tutta la loro carnale poesia.

Oh belle statuine di poeti, via le pose civili.
Altrove, in macabra pirotecnia
uomini-bomba esplodono
ma non raggiungono l’altezza della poesia
che voi melliflui e solerti adagiate
sull’opulento divano occidentale che l’accoglie.

Se potete ancora, tremate.
Non come già fate
per la minaccia che i poveri giustamente
portano ai ricchi coi quali trafficate.
Tremate di fronte all’orrore
da voi cancellato in nome della poesia.

(1)F. Fortini, Disobbedienze (I. Gli anni dei movimenti:scritti sul manifesto 1972-1985; II. Gli anni della sconfitta: scritti sul manifesto 1985-1994), manifesto libri, Roma 1996-1997.

 

Annunci

18 commenti

Archiviato in CANTIERI

18 risposte a “Ennio Abate
Scotellaro, Fortini e i “moltinpoesia” d’oggi davanti agli orrori della storia

  1. emilia banfi

    Grazie Ennio! Un post da leggere . La poesia è molto convincente e mi è piaciuta anche se continuo a pensare che il poeta veramente trema solo dentro la tragedia ed il suo tremare è così forte tanto quanto lo sarà la sua poesia; gli altri fuori , ascolteranno e scriveranno di qualcosa che vive dentro come un’eco che si fa parola , forma , protesta, una poesia ben costruita sentita e in qualche modo diffusa, ma il dolore è di chi lo subisce, come il desiderio di vendetta e di giustizia , stanno nel sangue di chi li vive, un sangue che scorre impetuoso , fuori arrivano solo spruzzi, gocce. Non lasciamoli soli… certo , ma la solitudine richiede vicinanza e( quì forse non ti troverò d’accordo) amore. La lotta è passione, anche per il poeta . Tutto il resto è televisione. Ciao e grazie ancora.

  2. Giuseppina Di Leo

    a Ennio Abate
    “Ma esiste una difficoltà dei «moltinpoesia» a muoversi *da poeti* su un campo rimosso dalla vita pubblica e sostituito dalla menzogna organizzata dei potenti di tutto il mondo.
    E perciò il paragone con le difficoltà che incontrò Scotellaro può avere un senso anche per noi.”
    La “difficoltà” di cui parla Ennio Abate probabilmente esiste e forse risale a molto prima dei «moltinpoesia».
    Già Fortini, in apertura di discorso al convegno di Matera, nel 1955, affermava che «La poesia facile non esiste. Nulla di quel che è serio ed autentico è facile, né in politica né in poesia». Ma parlava perfino di «anarchia della organizzazione culturale del nostro paese» e di «carenza della critica ufficiale», quasi si trattasse di oggi.
    L’attualità dell’argomento lascia sorpresi, anche per l’analogia con il discorso di Ennio Abate sulla “non contiguità” dei due terreni (il terreno poetico e quello politico).
    In quella sede, Fortini si domandava se, per «valutare ed intendere la poesia in genere dei nostri tempi, e quella di Rocco in particolare», fosse «essenziale comprendere» i motivi storici dell’azione sociale e politica» (p. 3). Questa stessa domanda, valida ancora oggi nella sua sostanza, potrebbe essere così riformulata: la mancanza di una coesione culturale e politica è o non è essenziale per valutare ed intendere la poesia in genere dei nostri tempi?
    Anche se un po’ retorico, l’interrogativo esprime bene i dubbi evidenziati nelle recenti discussioni apparse sul blog sulla mancanza di regole morali ed etiche.

    La poesia di Ennio è profondamente amara ma altrettanto bella.

    Tornando a Rocco Scotellaro, riporto quattro sue poesie tratte dal libro in questione:

    Una dichiarazione di amore a una straniera

    Non ti ho saputo dire una parola.
    Senti le nostre donne
    il silenzio che fanno.
    Portano la toppa
    dei capelli neri sulla nuca.
    Hanno tutto apparecchiato
    le mani sul grembo
    per l’uomo che torna dalla giornata.
    Silvia vuoi coricarti con me?
    tanto buio s’è fatto tra di noi,
    vedi, che fingono le nozze
    anche i fanciulli raccolti negli spiazzi.
    Vuoi sollevare per favore il sacco,
    accendere il cerogeno
    minuscolo sul lare,
    vuoi quieta lasciarti prendere, amare?
    Le nostre donne allora sono in vena
    i giorni d’altalena in mezzo ai boschi.

    Gli abigeatari*

    Chi non dorme nel mare sonnolento
    delle ristoppie unite, sulle spoglie
    dei calanchi, gli abigeatari.
    Scansàti alle tamerici,
    sulla sabbia accolta del fiume,
    gettano i mantelli neri,
    amano il loro mestiere,
    uomini sono gli abigeatari,
    spiriti pellegrini della notte,
    si cibano all’alba.

    * Sottile, negli Abigeatari, l’intento di una trasfigurazione mitico-letteraria (Franco Fortini).

    Lezioni di economia*

    Ti ho chiesto un giorno chi mise
    le sentinelle di abeti
    visti alle Dolomiti.
    Ti ho chiesto tante altre cose
    del cisto, del mirto,
    dell’inula viscosa,
    nomi senza economia.
    Mi ha risposto tra l’altro
    che un padre che ama i figli
    può solo vederli andar via.
    (1952)

    * Importante perché introduce, insieme a un rischio letterario, una ironia maggiore, e il segno di un distacco (Franco Fortini).

    Passaggio alla città

    Ho perduto la schiavitù contadina,
    non mi farò più un bicchiere contento,
    ho perduto la mia libertà.
    Città del lungo esilio
    di silenzio in un punto bianco dei boati,
    devo contare il mio tempo
    con le corse dei tram,
    devo disfare i miei bagagli chiusi,
    regolare il mio pianto, il mio sorriso.

    Addio, come addio? distese ginestre,
    spalle larghe dei boschi
    che rompete la faccia azzurra del cielo,
    querce e cerri affratellati nel vento,
    pecore attorno al pastore che dorme,
    terra gialla rapata
    che sei la donna che ha partorito,
    e i fratelli miei e le case dove stanno
    e i sentieri dove vanno come rondini
    e le donne e mamma mia,
    addio, come posso dirvi addio?

    Ho perduto la mia libertà:
    nella fiera di Luglio, calda che l’aria
    non faceva passare appena le parole,
    due mercanti mi hanno comprato,
    uno trasse le lire e l’altro mi visitò.

    Ho perduto la schiavitù contadina
    dei cieli carichi, delle querce,
    della terra gialla e rapata.
    La città mi apparve la notte
    dopo tutto un giorno
    che il treno aveva singhiozzato,
    e non c’era la nostra luna
    e non c’era la tavola nera della notte
    e i monti s’erano persi lungo la strada.
    (1950)

  3. Giorgio Linguaglossa

    Ineccepibile e precisa l’analisi critica che Fortini fa alla poesia di Scotellaro:

    «Rocco [Scotellaro] non trama mitologie sulla sua materia; non inclina al dialetto; non si lascia sedurre dai facili neoclassicismi […] Non ha fatto del suo passato un pretesto letterario. Non ha pianto nei caffè di Milano e di Roma. Non essendosi fatto “americano per vent’anni», come i meridionali passati al Nord (Vittorini, Gatto, Qasimodo, giù giù fino ai Carrieri, ai Marotta o che so io) non ha avuto bisogno di fare del ritorno al paese una leggenda o un rimorso» (p.53)

    Scotellaro per Fortini si muove nell’orbita della «tradizione lirica», è un poeta lirico che si muove nell’orbita della poesia lirica senza essere capace di vedere come quella tradizione lo renda dipendente da un certo linguaggio, da un certo stile, da un tono, da tonalità lirico populistiche, socialisteggianti e vagamente innico messianiche che la semplice sostituzione del lessico non incide affatto.
    Fortini poi allude a quei poeti del Sud (Vittorini, Gatto, Quasimodo, giù giù fino ai Carrieri, ai Marotta o che so io), (ed io ci metterei anche Cattafi), i quali hanno abdicato ad un mondo stilistico maturo del Sud per abbracciare un mondo stilistico più evoluto ed aperto come quello del Nord. È stato sempre d questa la traiettoria degli scrittori e dei poeti del Sud rispetto a quelli del Nord, fino ai giorni nostri.
    Ma accettare un mondo stilistico evoluto e aperto significa implicitamente accettare di abbandonare per sempre una tradizione lirica ormai divenuta desueta e consunta. Sul corpo di quella tradizione lirica non sarebbe stato possibile innestare la pianta dello sperimentalismo e coltivare, nemmeno in vitro, gli innesti con quanto si andava facendo nel Centro Nord e nel Continente europeo. Ecco spiegato come a una arretratezza economica e sociale corrisponda una arretratezza stilistica e spirituale (oltre che politica).

    Molto bella, invece, la poesia di Ennio Abate, ma per i motivi che abbiamo indicato lui è un intellettuale del Sud che si è inurbato ormai da cinquanta anni al Nord; ormai la «tradizione lirica» è un ricordo del lontano passato, e il marxismo di Abate conferisce robustezza, scabrosità e durezza al suo linguaggio (forse io toglierei l’ultima strofa che mi sembra pleonastica e troppo legata alla polemica con l’attualità). Complimenti.

  4. emilia banfi

    A Giuseppina Di Leo:

    Che meravigliosa scelta è stata quella delle poesie di Scotellaro! C’è una tale forza nella loro tristezza che commuove ma anche scuote in un ritmo scelto con grande raffinatezza. Grazie Giuseppina.

  5. Giuseppina Di Leo

    Grazie cara Emilia.
    Magari si potrebbe pensare di dare più spazio alle poesie di Scotellaro su un altro post, cosa che credo Ennio condividerà.

  6. emilia banfi

    Sì , Giuseppina condivido il tuo desiderio.

  7. emilia banfi

    e.c.:post del 18-6 ore 22.30 -che il poeta “tremi”- scusate quel -trema-

  8. Non vorrei scoraggiare nessuno/a. Ma siamo seri: chiediamoci perché riproporre oggi le poesie di Rocco Scotellaro; e, se sì, come proporle o quali.
    È facile cavarsela con poco: il copia/incolla di alcune poesie, qualche commento di stupore o di lode e poi passare ad altro. Ma per ottenere questo risultato basta cliccare ‘Rocco Scotellaro” in Google e rimandare i volenterosi (e indefiniti, si spera sempre che ce ne siamo…) ai vari siti con poesie di Scotellaro, note critiche anche ben fatte su di lui e la sua poesia.
    (Io ho dato un’occhiata a questi: http://www.aptbasilicata.it/Scotellaro-Rocco.1253.0.html#c6549; http://antoniomartino.myblog.it/avvisi/;
    http://antoniomartino.myblog.it/archive/2013/05/15/l-uva-puttanella-il-capitolo-iv-della-parte-seconda-il-disor.html).
    Altra cosa è invece muoversi nella logica di una riflessione critica (e il commento di Linguaglossa mi pare che indichi con chiarezza quante difficoltà s’incontreranno se ci mettessimo su questa via) o di un “recupero” di un autore del passato dimenticato o trascurato, nella logica suggerita in alcuni commenti da Marco Onofrio.
    Si può pensare anche ad una rilettura personale o a un confronto con quella poesia, dando poi il resoconto meditato di questo confronto – oggi 2013 – con Scotellaro e quel mondo contadino scomparso.

  9. Giuseppina Di Leo

    a Ennio Abate
    Nessun copiaincolla per le poesie riportate. Ma, ammesso fosse stato così (ma non è, ripeto), perché demonizzare una roba simile?
    Tralasciando quindi il preambolo che non c’entra, l’argomento vero è proprio la riflessione che andrebbe fatta su un poeta di cui, credo, solo pochi ne ricordano il nome.

    • ro

      ciao Giuseppina…a mio avviso il primo “copiaincollatore” di Scotellaro , più di recente rispetto a un Dolci o altri di allora, è stato Franco Arminio…e ha fatto benissimo viste le cose (paesaggi e rovine, memoria etc etc) che lo legano a quel mondo perduto. Non dico che con il ben di dio che è la rete -oltre ogni suo limite fessobukaro (leggi partito twitter o facebook, linguaggio digitale , finto o violento ), non avremmo potuto ricordare Scotellaro e ciò che rappresenta la sua poesia, ma sicuramente da “comunita provvisorie” e molto altro ancora( fra cui pure edizioni cartacee quali il manifesto), Rocco Scotellaro non è perduto come purtroppo il mondo dei suoi canti. Finché ci saranno gli Arminio e ogni copiancollatore fra cui anche tu, le domande che faceva Ennio saranno vive in ogni lettore. Ovviamente dentro la “terracarne” di ognuno non si può etrare con ispezioni fiscali sulla tragedia di queste rovine e macerie a cui abbiamo assistito inermi.
      ciao

  10. emilia banfi

    Non esiste differenza tra copiare da un libro o fare un copia incolla , è solo questione di comodità. Ennio comunque voleva sottolineare il fatto che bisogna poi discutere sul poeta e su quello che lui voleva comunicarci, sul suo modo di fare poesia ecc., insomma ciò che è stato fatto per Fortini, lui o qualcun altro lo potrebbe fare. …Ma la pretesa è forse e giustamente molto impegnativa. Ma aspettiamo chissà…..

  11. Giuseppina Di Leo

    Cara Ro, premesso che il copiaincolla aiuta, quando serve, è anche vero che trascrivere è un esercizio che rilassa (almeno così è per me) e (mi) serve nella riflessione.
    La Lucania è una regione per certi aspetti ancora antica, che lascia sconcertati per la sua dimensione, un impatto che Franco Arminio ha ben evidenziato, nell’articolo di cui parli, proprio visitando quei luoghi. E quella di Arminio è una pagina bellissima, di storia, paesaggio e poesia. Ti ringrazio davvero per averne parlato, perché pensavo proprio di parlare prossimamente di Alfonso Guida.

    • ro

      “Sfoglio a caso uno dei libri che mi ha dato Alfonso. Leggere le sue poesie è come mettere le mani in un armadio ad occhi chiusi: puoi prendere una camicia, il bavero di una giacca, un bottone. Prima di andarlo a trovare non avevo i suoi libri, ma mi mandava le poesie col telefonino, le poesie che scrive ogni giorno, a oltranza. ….Alfonso lo puoi pescare a caso:
      *Quando sono giunto ho visto le vigne matematiche del sud… Ci si sporca indossando l’aria consunta… S’incupisce la vecchia zuccheriera di ottone… Una serie di ansie bellicose… Vergogna in fondo alla stanchezza… Il desiderio di spogliare i morti…^ Alfonso Guida”

      Franco Arminio- San Mauro Forte (Matera), Il Manifesto 26 marzo 2013
      §§§§§
      Giuseppina cara,
      hai trovato modo di fare collane di curve e sassi…coralità! che è ciò che sempre più manca perché si slega la vita l’una dall’altra e come in politica e nel mondo dei vip, tutto diventa mono, leader, uni…non vi è una sola pietra , ma molte come in musica, dalle note agli strumenti, le voci e le composizioni. Non credo che le monografie per piu visibili, meritevoli o meno, commerciali o meno, offuschino gli invisibili fra invisibili, anzi! ne potenziano il loro sangue corale, uno dentro l’altro in trasfusioni …l’associazione mentale corre a motivo fra l’uno e l’altro e da scotellaro arrivi a arminio fino a guida di te come Acacio. E’ un tu che può essere io, visto che recentemente rileggendo il cappoto di gogol’, è messa ben in luce la devozione sacra di un semplice copista di suoni che vibrano in lui goccia come al mare degli stessi. Una conchiglia perfetta di riproduzione come il telefonino di Arminio che raccoglie Guida e le carezze di sua madre.
      un caro saluto

  12. Giuseppina Di Leo

    Cara Ro, Alfonso manda anche a me poesie in sms, non usa il computer e per scrivere utilizza i quaderni. Per lui scrivere è vivere. Ho scritto di recente una rece su un suo libro che verrà pubbicata da Ivan Pozzoni in Quaderni Democratici. Ne riparliamo. Grazie ancora.

    • ro

      mi fa felice sapere di questo fra voi, nonché di questa collana di quaderni in quaderni…ne riparlaimao sern’altro e ti leggerò con piacere! grazie a te!

  13. emilia banfi

    Evviva Giusy e Rò!!!

    • Annamaria Locatelli

      …solo un commento. Trovo che la poesia di Rocco Scotellaro “Passaggio alla città” sia una della più belle che abbia letto forse perchè esprime un’esperienza che anch’io ho attraversato quarant’anni fa trasferendomi a Milano dalla provincia: é autentica e assolutamente priva di retorica. Solo tre anni fa ho sentito l’esigenza di scrivere qualcosa di vagamente simile sul mio arrivo da contadina nella grande città e nella poesia di R. Scotellaro mi sono molto riconosciuta. Per me l’impegno civile e una forte soggettività nella poesia sono inscindibili
      Annamaria

  14. antonio sagredo

    per la POESIA, lager e gulag sono dei dettagli.
    a.s.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...