SEGNALAZIONE
Italo Calvino, Perché scrivo

da http://www.scoop.it/t/literatures

Scrivo perché non ero dotato per il commercio, non ero dotato per lo sport, non ero dotato per tante altre, ero un poco…, per usare una frase famosa [di Sartre], l’idiota della famiglia… In genere chi scrive è uno che, tra le tante cose che tenta di fare, vede che stare a tavolino e buttar fuori della roba che esce dalla sua testa e dalla sua penna è un modo per realizzarsi e per comunicare.

Posso dire che scrivo per comunicare perché la scrittura è il modo in cui riesco a far passare delle cose attraverso di me, delle cose che magari vengono a me dalla cultura che mi circonda, dalla vita, dall’esperienza, dalla letteratura che mi ha preceduto, a cui do quel tanto di personale che hanno tutte le esperienze che passano attraverso una persona umana e poi tornano in circolazione. È per questo che scrivo. Per farmi strumento di qualcosa che è certamente più grande di me e che è il modo in cui gli uomini guardano, commentano, giudicano, esprimono il mondo: farlo passare attraverso di me e rimetterlo in circolazione. Questo è uno dei tanti modi con cui una civiltà, una cultura, una società vive assimilando esperienze e rimettendole in circolazione (1983).

Scrivo perché sono insoddisfatto di quel che ho già scritto e vorrei in qualche modo correggerlo, completarlo, proporre un’alternativa. In questo senso non c’è stata una “prima volta” in cui mi sono messo a scrivere. Scrivere è sempre stato cercare di cancellare quello che ho già scritto e mettere al suo posto qualcosa che ancora non so se riuscirò a scrivere.

Scrivo perché leggendo X (un X antico o contemporaneo) mi viene da pensare: “Ah, come mi piacerebbe scrivere come X! Peccato che ciò sia completamente al di là delle mie possibilità!”. Allora cerco di immaginarmi questa impresa impossibile, penso al libro che non scriverò mai ma che mi piacerebbe poter leggere, poter affiancare ad altri libri amati in uno scaffale ideale. Ed ecco che già qualche parola, qualche frase si presentano alla mia mente… Da quel momento in poi non sto più pensando a X, né ad alcun altro modello possibile. È a quel libro che penso, a quel libro che non è stato ancora scritto e che potrebbe essere il mio libro! Provo a scriverlo…

Scrivo per imparare qualcosa che non so. Non mi riferisco adesso all’arte della scrittura, ma al resto: a un qualche sapere o competenza specifica, oppure a quel sapere più generale che chiamano “esperienza della vita”. Non è il desiderio di insegnare ad altri ciò che so o credo di sapere che mi mette voglia di scrivere, ma al contrario la coscienza dolorosa della mia incompetenza. Il mio primo impulso sarebbe dunque di scrivere per fingere una competenza che non ho? Me per essere in grado di fingere, devo in qualche modo accumulare informazioni, nozioni, osservazioni, devo riuscire a immaginarmi il lento accumularsi dell’esperienza. E questo posso farlo solo nella pagina scritta, dove spero di catturare almeno qualche traccia d’un sapere o d’una saggezza che nella vita ho sfiorato appena e subito perso (1985).

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5 commenti

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5 risposte a “SEGNALAZIONE
Italo Calvino, Perché scrivo

  1. emilia banfi

    Quanta forza e fragilità in queste parole… I grandi, ecco si riconoscono da questo e ci fanno sentire , in una piccola parte uguali a loro. Grazie!

  2. I grandi che pensano di essere piccoli.
    E i piccoli che pensano di essere grandi
    Che bella lezione di umiltà. Non di modestia, ché la modestia è ben altra cosa.
    ciao
    Massimo

  3. Giorgio Linguaglossa

    17 anni fa appuntai su un foglio due versi che erano due immagini saltate fuori da chissà dove nella mia testa. Qualche anno dopo aggiunsi tre o quattro versi ai due precedenti… passarono altri tre quattro anni e ci misi dei versi scaturiti da una fotografia che ritraeva mia madre e mio padre giovani che camminano in una via della Capitale; mio padre fuma e guarda davanti a sé mentre mia madre sembra voltarsi e guardare di lato, verso l’esterno. Dopo 10 anni la poesia occupava quasi una pagina, ma non riuscivo a capire che razza di poesia fosse: le immagini erano eterogenee, le metafore anche. Ma stavano lì. Io guardavo ogni tanto la poesia e poi passavo ad altro. Nel frattempo passano altri anni, diciamo altri cinque anni, e la poesia aveva raggiunto la dimensione di una pagina e poco più.
    Improvvisamente, durante l’ultimo anno la poesia si è sviluppata come una eruzione vulcanica e ha raggiunto la dimensione di 4 pagine fitte. Chi l’ha letta ne ha dato una valutazione molto positiva, come il mio maggior lavoro. È avvenuto che i personaggi si sono messi a parlare e le metafore e le immagini anche. ognuno per proprio conto: e la poesia si è costruita da sé. Voglio dire che sono stati i personaggi e le metafore che ho utilizzato che mi hanno spinto ad accettare la loro logica e le loro azioni. Io ero spinto al di fuori della composizione.
    Che cosa era successo?! C’è stata in tutti questi anni, credo, da parte mia una presa di consapevolezza molto drastica e molto lucida; una presa di distanze molto drastica rispetto alla poesia dell’Italia unita; c’è stata anche una mia rigorosa elaborazione critica del mio rapporto con il paese e i suoi abitanti, la sua Storia: tutto questo ha prodotto una cosa che io non avrei mai creduto possibile: una eruzione vulcanica di immagini, metafore e personaggi che si muovono per conto loro, cioè seguono la loro propria logica dentro il cubo della composizione. La poesia è finalmente diventata una COMPOSIZIONE. Tutto qui.
    Allora, ho capito che la poesia moderna si differenzia da quella del Novecento italiano perché ha mutato natura: è diventata una “composizione”.
    Attualmente sto riflettendo (in modo critico, cioè da critico) su che cosa sia questo misterioso “Oggetto” che ho chiamato “composizione”.

  4. emilia banfi

    A Linguaglossa:
    Tutto questo è molto bello.

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