Marcella Corsi
Il bosco più bello è quello in città

Gezy park

Gezy Park: un appello ai poeti.

Erri De Luca (nei versi  che seguono…) coglie con tempestività l’occasione di fare poesia d’impegno civile.
Nei versi risalta quanto un grande parco cittadino contribuisca a migliorare la qualità della vita dei residenti.
Verrebbe da dire: il bosco più bello è quello in città. Perché se ne sente il bisogno più che altrove, per non perdere il senso del proprio essere esseri viventi entro una comunità di viventi non solo umani.
E in primo piano viene la consapevolezza di quanto le politiche di ‘modernizzazione’ che perseguono obiettivi di grandeur (e di arricchimento personale?) non rispettino la volontà dei cittadini, le loro esigenze.
C’è molto di questa vicenda turca che colpisce. Anche “Bella ciao” cantata in corteo, come in Grecia, come in Campidoglio. Vogliamo rifletterci sopra? Vogliamo parlarne? Vogliamo contribuire con altri versi?

La battaglia d’ Istanbul in difesa di seicento alberi,
novecento arresti, mille feriti, quattro accecati per sempre,
la battaglia d’ Istanbul
è per gli innamorati a passeggio sui viali,
per i pensionati, per i cani,
per le radici, la linfa, i nidi sui rami,
per l’ ombra d’ estate e le tovaglie stese
coi cestini e i bambini,
la battaglia d’ Istanbul è per allargare il respiro
e per la custodia del sorriso.

Erri De Luca

 

aggiornamento 16 giu. 2013: Gezy park 2

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48 commenti

Archiviato in RICERCHE

48 risposte a “Marcella Corsi
Il bosco più bello è quello in città

  1. emilia banfi

    Gli alberi sono noi
    con la testa di foglie
    e nel cuore nidi
    di uccelli sperduti
    che volano via
    al rumore di una motosega
    cercano altri cuori altri nidi
    ma sopra il cielo che guarda
    nulla può fare nemmeno
    un piccolo seme
    sotto la strada urla la
    preghiera della gente felice
    che piange con la testa di foglie
    e un nido nel cuore.

    Emy

    Grazie a Marcella.

  2. Derido le parole quando vanno allineate e sembra nessuno
    l’incontri
    svoltando anche a casaccio come girando pagina
    sul parco di Istambul:
    una pioggia di dentifrici e scatolette avvelenate?
    Perché no
    cosa c’è che non va in un KinderKebap, lo assaggerete
    modernamente
    fresco quando non avrete farciture per Balik Ekmek
    e il vostro frigo
    sarà vuoto di speranze, ci avete mai pensato alle scatolette
    allineate
    voltando pagina come per passatempo, modernamente
    al prossimo
    Natale Nestlé, alle pizze tre per due, ai quattro salti
    surgelati?
    Davvero piuttosto morireste?

  3. emilia banfi

    Vai Pietro!!!

  4. marcella corsi

    … ieri sera poi, dopo aver mandato ad Ennio la mail per questo post, sono arrivate anche alle mie dita (niente penna o matita stavolta) le parole per i versi che anch’io desideravo, per contribuire.
    Eccoli. E’ una poesia in due tempi.
    con un abbraccio
    Marcella

    Gezi Park

    I

    una fuga d’alberi alti – andante come musica
    un inoltrarsi nel folto delle proprie contraddizioni
    uno spavento fecondo di gnomi di streghe d’elfi

    che sia beffardo e nero ramo invernale o trina
    primaverile di subitanea infiorescenza rosata
    questo serve alla vita questo basta forse alla vita

    anche degli uomini dimentichi della notte, arresi
    invano ad una scienza presuntuosa e scomposta
    dispersi, ormai perennemente illuminati a giorno

    II

    che alberi ci saranno nel bosco di Istambul?
    tigli ed acacie come da noi, e querce ed aceri
    oppure paulonie magnifiche e ficus dalle alte
    aeree radici? o i castagni e i ciliegi e gli alberi
    di Giuda dalle fitte infiorescenze rosa˗sangue?

    ora hanno compagnia ogni notte tutta la notte
    ascoltano più canzoni in giorni di quante in mesi
    ma soffrono luci improvvise rumori acuti troppo
    vicini, nei nidi a stento si addormentano all’alba:
    Erdogan dice che li taglia gli alberi di Gezi park

    gli servono minareti alti da superare il cielo
    gli serve un centro di scambio di merci denaro
    potere favori grandeur ma fammi il piacere
    direbbe il principe del nostri comici, dai fammi
    il discorso – che non chiami alla guerra civile

    quello giusto per convincere chi vuole respirare
    ossigeno e ascoltare il linguaggio delle foglie
    chi vuole riconoscere il verso di usignoli e merli
    e sdraiarsi al fresco dell’agosto e rispettare
    le scelte di chi quei tronchi annosi ha rispettato

    dai convincici: magari un tribunale ti darà ragione
    (noi resteremo, negli occhi fughe d’alberi alti
    a confondere il sole

    (14 giugno 2013)

  5. DETTO STORMENDO

    noi alberi di Gezy Park
    siamo preoccupati
    non vorremmo essere tagliati
    ma neppure vorremmo
    che voi foste bastonati o uccisi

    noi alberi di Gezy Park
    presteremmo volentieri le nostre
    dure cortecce per proteggervi
    dai proiettili che arriveranno, arriveranno

    noi alberi di Gezy Park
    dall’alto delle nostre cime ondeggianti
    vediamo i camion della polizia arrivare
    e tutti i nostri rami agitiamo, agitiamo

    noi alberi di Gezy Park
    con tutti voi resistiamo, resistiamo

    *Nota
    Non fidatevi mai dei potenti, cattivi
    o benevoli

  6. enzo giarmoleo

    Le foglie del platano
    non ci riconoscono più
    mentre squartiamo
    allegramente
    il nostro senso per
    la luce che passa
    tra rami d’oro
    e frutti avvelenati
    Le foglie del platano
    non ci vedono più
    con gli occhi verso il cielo
    per osservare le differenze
    tra due amori
    dolori intrecciati
    un platano
    e un’acacia
    vaporosa
    e sensuale

  7. Giuseppina Di Leo

    La libertà è stare sopra un albero al Gezi Park
    noi come foglie lo gridiamo.

    La libertà è stare sotto un albero al Gezi Park
    noi come formiche lo vogliamo.

    la libertà è stare oltre i rami del Gezi Park
    noi come uccelli lo cantiamo.

    La nostra libertà è essere alberi al Gezi Park
    con tutti voi lo pretendiamo
    noi alberi di foglie e formiche e uccelli
    aperti nell’aria al sole del Gezi Park
    l’ombra che voi vedete nostra non è
    ma di Erdogan la fine.

    • Giuseppina Di Leo

      Nota: L’anafora riprende in parte le parole della canzone di Gaber, “La libertà” (1972).

      • Annamaria Locatelli

        Ciao atutti voi, vorrei esprimere un mio commento sul tema del bosco in città attraverso una poesia che spero sia pertinente, anche se in chiave ironica…

        Supermercato bosco rubato

        La gente va volentieri al supermercato
        incontra gente ma non perde l’anonimato.
        Si gode lo spettacolo vi partecipa
        ma per un mutuo consenso
        si vede senza essere visti…
        Quando si incontra un conoscente
        si preferisce far finta di niente
        forse lo specchio é inconsistente
        noi stessi riflessi vediamo
        e poco ci piacciamo.
        Per star soli il supermercato é l’ideale
        tu con te stesso ovvero la merce banale.
        Come una volta al far della sera
        ci si inoltrava nel bosco
        per la passeggiata millenaria
        che riempiva i polmoni d’aria
        e rigenerava di verde linfa il cuore affaticato
        oggi ci catapultiamo al supermercato.
        Il consumismo sazia l’anima?
        Prove maldestre di sopravvivenza
        Annamaria Locatelli

  8. Mario Mastrangelo

    A lloro pare ‘e corre mmiez’ ô viento

    Nun stanno ferme l’albere.
    Quanno rint’ â vernata
    guardano fore cu uocchie ‘e ligname,
    a lloro pare ‘e corre mmiez’ ô viento
    incontro a chillu sisco lamentuso
    ca cu na voce ‘e lupo ‘a notte chiama.

    E quanno stanno a ‘o sole r’ ‘a staggione
    le pare ‘e saglie lungo ‘e ragge d’oro,
    lasciate l’ombre e ‘i rràreche ‘nt’ â terra,
    verso nu paraviso tutto loro,
    addó ce stanno angele
    verde cu ‘e scelle ‘e foglia,
    nzieme a nu Ddio ca cu ‘a seta r’ ‘e sciure
    l’universo ricama
    e tutt’ ‘e ccose abbraccia e régne ‘e luce,
    stennènno eterne ‘e rame.

    Sembra a loro di correre nel vento

    Non stanno fermi gli alberi.
    Quando in inverno guardano
    fuori con occhi di legno,
    sembra a loro di correre nel vento
    incontro a quel fischiare lamentoso
    che con voce di lupo di notte chiama.

    E quando stanno al sole dell’estate
    gli pare di salire lungo i raggi d’oro,
    lasciate l’ombra e le radici in terra,
    verso un paradiso tutto loro,
    dove vi sono angeli
    verdi, con ali di foglia,
    assieme a un Dio che con la seta dei fiori
    l’universo ricama
    e ogni cosa riempie di luce e abbraccia,
    stendendo eterni i rami.

    Mario Mastrangelo (testo inedito)

  9. marcella corsi

    evviva Mario che si rifà vivo con questa poesia gran bella…
    la metto in una mia ideale cartellina delle “meglio poesie” sugli alberi…
    un abbraccio
    marcella

  10. emilia banfi

    A Mario :
    La tua poesia è così bella …che vorrei essere uno dei tuoi alberi.
    Spero che tu voglia mandarcene ancora. Ciao Mario!

  11. Maria Maddalena Monti

    Ho letto belle e significative poesie,anche da me un bentornato a Mario Mastrangelo e ai suoi musicalissimi versi.
    Di seguito il mio contributo..

    I tigli

    Oh i tigli di Viale Trieste!
    Profumo di fiori a grappolo,
    abbracci di rami e di foglie
    si allungano cupola ombrosa.
    A zig zag su piccole biciclette
    bambini in corsa sollecitano
    sospese voci di nido.
    Al fresco si raccontano
    i vecchi.
    Ma è l’ultima estate dei tigli.
    In autunno,
    il tronco malato d’incuria,
    di fumi,divelto, bruciato.
    Senza riparo,
    -qualcuno di meno-
    a contarsela i vecchi.

    Il noce
    L’ombra materna del noce
    e gridi di nido fra i rami.
    Andirivieni di madri
    nel becco stecchi e foglie.
    Nell’aria velame d’insetti.
    Traettorie dalla casa bozzolo
    voci ,rumori affastellati.
    Nel vento,
    acceso scompiglio di vesti.
    E a terra dal mallo spaccato
    il ruvido frutto.

    Maria Maddalena Monti

  12. luisa

    Vedere che la gente si rivolta contro chi vuole strappare un albero, un viale o un parco in città fa bene al cuore, perché l’indifferenza pare finita. Purtroppo molti vengono picchiati e feriti, alcuni forse ci rimettono la vita e questo addolora. Ma queste dimostrazioni contro l’eliminazione del verde in città siano benvenute sempre.
    Grazie ai coraggiosi!!
    Luisa

  13. Ennio Abate

    “vediamo i camion della polizia arrivare”

    Non vi pare che ci sia uno scarto pauroso tra i sentimenti espressi nei vari testi qui proposti e la dura risposta dei governanti turchi nelle ultime ore?
    A cancellarli, a renderli quasi risibili, interviene un Critico ben più feroce di quelli letterari, un Critico al quale i poeti dovrebbero pensare di più.
    E anche se non potessimo rispondere al suo strapotere violento in modi efficaci, com’è possibile – questa è la domanda che vi pongo – non tenere conto della sua reale esistenza e del suo potere d’intimidazione?
    Anche quando volessimo insistere a scrivere poesie, i nostri versi possono continuare a rimanere all’ombra dell’elegia o dell’utopia, mentre la forza distruttiva del Critico non fa che crescere?

  14. Decidi, Ennio: la critica letteraria è importante o non lo è? Nel dibattito tra te e Linguaglossa lui solo parla della critica, tu degli intellettuali. Son cose diverse. E la politica con la poesia: dove finisce una e dove l’altra? Intellettuali-critici e politici-poeti, qui si complica qualcosa ma s’intuisce che la risposta c’è, almeno per te. Come la metti con il presente ( ad esempio, io a Istambul non ci sono andato, quel parco neanche sapevo che esistesse), non è più onesto dirlo? altri parlano degli alberi, degli alberi come specie, non degli alberi di quel parco perché non ne sanno, non ci sono mai andati. Al G8 di Genova, ricordi? i ragazzi della generazione dopo la nostra si sono presi delle manganellate, chissà se peggiori, che li hanno segnati per il resto dei loro giorni. Un’intera generazione se lo ricorderà, e assai più di noi che non c’eravamo. Son cose che fanno accapponare la pelle. Ma non ti ho mandato una foto di quelle persone di Istambul che ballavano il tango mentre la polizia caricava? Secondo me è lì che bisogna credere, su questo ragionare. Guarda Grillo, scadendo nella polemica quotidiana sta causando un triste risveglio in coloro che l’hanno votato. Se t’incazzi perdi, sembra essere questa la moderna regola del gioco.

    • ro

      ciao Mayoor…ovviamente non tolgo il fatto che “albero” sia metafora e significhi “uomo” e che ogni mezzo e ruspa, strictu senso e ampio, gli sia ormai rivolto contro…decenni per sradicarlo e fargli franare la terra attorno attorno e sotto i piedi, ma il problema , compreso quello di Abate, potrebbe essere ben oltre la superficie di certe cortecce e fogliame, ben diverso poichè rientrante nel vasto programma, del dissesto costruito a tavolino, ergo programmato, per ottenere un certo tipo di mediterraneo …se pensiamo alla metafora dei piromani, che mai sono dei pazzi bensì lunga mano di certi devastatori per la trasformazione della terra a vantaggio dei padroni di un cemento ad alto capitale, basta applicare la stessa logica ai padroni reali di certe primavere, dove gli alberi diventano pre-testi. Il poeta, quindi, rischia di cadere nelle trappole dei suddetti pre-testi, accattastandoci il suo testo, romanzo o verso che sia.

      Non deve ingannare il fatto che la turchia fosse e sia, al contrario della libia o della siria, del libano o di gaza, un paese della mitica NATO. Difatti un certo tipo di guerra-vuoi non convenzionale (vedi quelle a noi maiali e zingari, alberi portoghesi o sloveni, italiani o greci) ovvero con la nato economica, vuoi convenzionale (balcani o siria,libia o turchia) con la nato bellica ma definita di pace- viene ormai ricoperta da mille trappole e inganni e potrebbero andarci di mezzo anche i trucchi e gli inganni esperiti con gli alberi tanto come i ribelli etc etc cosa non si fa per impossessarsi o punire chi contravviene alle alleanze criminali di spartzione dei diversi bottini di guerra.

      Mediterraneo burning….ossia “beati noi” se i problemi fossero gli alberi di questo o quel parco. ovviamente cio non toglie cosa significhi storia per storia, uomo per uomo, il singolo che ne viene schiacciato, vuoi da un camion pieno di polizia, vuoi da tonnellate di menzogne sullo spread, o sulle pseudo primavere o sui ribelli (costruiti e armati dalla cia, ma anche piu alla luce del sole, direttamente dagli usa o dalla nato).

      E’ il potere, bellezza!

      ciao

  15. “Si, le vicende di Istambul, sono sotto sciock…però non dobbiamo lasciarli soli…” questo mi ha appena scritto un’amica. Ha ragione.

  16. emilia banfi

    La vera poesia è quella che si scrive là sul campo fra lacrimogeni e barricate. La vera poesia è quella che scrivi quando soffri insieme ai condannati, agli oppressi ai dimenticati. La vera poesia è quella che se non rischi , non sei un poeta. A tavolino davanti ad un computer si può solo improvvisare. La finzione poi, fa la sua parte.

  17. Erdogan.

    Un raggio di luna passa
    Sull’erba insanguinata

    Lo spirito di un clown dispettoso s’aggira
    Bersaglio che colpisce

    Le parole sono legni spezzati
    Affannati respiri
    Sirene doloranti

    Il volto dell’odio
    I suoi denti

    Nessuno più gli stringerà la mano
    la sua lingua è nera

    La sua voce
    Morta

  18. Ennio Abate

    @ Mayoor

    1.
    Vedi (vedete, se altri avessero le stesse tue obiezioni) che io ho già deciso. E da tempo. Potrei fare un elenco di tutti gli scritti e i commenti che ho firmato in questi anni su riviste (Inoltre, Il Monte Analogo, Poliscritture) e blog ( questo, il precedente – ricordi i miei “duelli” con Leonardo Terzo? -, Le Parole e le Cose) dove ho sostenuto senza ambiguità, eufemismi e troppo dotti panneggi culturali una sola cosa: che poesia e critica sono importanti quanto la politica, anche se oggi sono in crisi e non ci sono nelle forme adeguate per i tempi sconvolgenti che stiamo attraversando.
    La presentazione alla Libreria Odradek di Milano di “La pòlis che non c’è” ( leggere anche il commento che ho aggiunto dopo, sotto il post che l’annunciava) è stata un’ulteriore occasione per ribattere questo mio “chiodo fisso”. E negli stessi giorni su Le Parole e le Cose l’ho ancora ribattuto: cfr. il commento che ho intitolato, in polemica con Remo Ceserani, «La benedizione dei caparb-ismi»: http://www.leparoleelecose.it/?p=10816#comment-91691

    2. Anch’io e non solo Linguaglossa parlo di critica letteraria. Forse la differenza tra me e lui sta nel fatto che io collego – esplicitamente, ostinatamente, fortinianamente – critica letteraria e politica (Vedi ancora il commento su Le Parole e le cose appena citato).

    3. Sono il primo a dire che politica e poesia sono «cose diverse» (« Il terreno poetico e il terreno politico non sono contigui e non si passa dall’uno all’altro impunemente e facilmente»); ma – ecco la differenza – da non vivere separatamente. Questa la difficile scommessa.
    Se uno vive separatamente i due terreni – posizione diffusissima e che viene approvata facilmente perché è comoda e non infastidisce né i politici né i poeti “di professione” – comincia a fare le obiezioni che mi faceva Terzo e mi vai facendo ora tu: ma tu in Tunisia, ad Istambul, ci sei andato? Oppure con tono intimidatorio: Ma vacci tu in Tunisia, ad Istambul, a Genova per il G8, ecc! Oppure, guardando la TV, ci lasciamo (per un poco) accapponare la pelle.
    Queste reazioni “di pelle” dimostrano proprio che “la politica non c’è” ( e è ridotta al “grillismo” o al servilismo dei governanti verso Europa e soprattutto USA). E che, mancando oggi la possibilità di una giusta e adeguata reazione politica alle tragedie che si susseguono (Irak, Afghanistan, Libia, Siria), possiamo permettersi soltanto un accapponamento “privato” di pelle, seguito da un ritirarsi nei “beni-rifugio”. Che, a seconda i casi, possono essere: la religione, la vita familiare o gli “affetti”, il consumo, le “piccole cose”; e per i più vecchi ( perché i giovani la snobbano o si limitano ad un “usa e getta”, cosa di cui Onofrio qui si chiedeva il perché…) proprio la beneamata, nobile, cara, acciaccatissima, signora poesia.
    Ma un uso consolatorio, “pensionistico” ( ed io sono un pensionato!) della poesia separata dal terreno sporco e cattivo della politica reale a me proprio non va.
    Come ho scritto: «Ho un’idea troppo alta dei possibili compiti conoscitivi e profondamente politici della poesia (in minuscolo) per vederla ridotta o a «produzione della bellezza» o a propaganda politica immediata. (E lo stesso vale per la vera politica, non riducibile ad amministrazione manipolata e a caccia di consenso elettorale)».

  19. ro

    ” Lucio Mayoor Tosi
    18 giugno 2013 alle 08:14

    No, non vale.”

    viste le pur brevi riflessioni che ti ho lasciato, ergo motivazioni al disvelamento di alcune trappole, sarebbe interessante conoscere le tue conisderazioni…non ci riuscimmo nel post legato al grilleggio di turno e alle considerazioni che ti facevo per cui le persone preferiscono le false speranze, o illudersi e/o cantare bella ciao, tuttavia per via della pratica, a cui tu stesso ti sei appellato ieri in questo post,non vale la pena uno scontro fanatico da duri e puri di un fronte o dell’altro …anche nel tango esiste infatti una postura politica , milonga passo a passo, creativa o dialogica, sovversiva rispetto a certe tarantelle o valzer ormai ridotti a ideologismi vuoti di suono.

    • Il mio unico pensiero è quello di evitare prospettive scontate, angolazioni opinioniste. Non rifuggo il dialogo ma credo che per la poesia la ragione sia un mezzo, non un fine che potremmo riservare anche per altri ambiti. Questa seconda breve poesia non la voglio spiegare, la prima che mandai sì, perché come talvolta mi accade, scrivo da avvelenato ( e non serve che qualcuno me lo faccia notare perché lo so da me, ma almeno lo so e lo riconosco. E comunque è una maschera, anche se mi fa riflettere su questo verso di Tranströmer: “Un’anima che sfugge rende lo scritto rapace”, cosa che non vorrei). Quanto agli appunti che muovi sul grilllismo penso che grazie allo scetticismo e al tanto purismo, insomma grazie ai tanti ismi, rischiamo di perdere un’occasione importante. Il fatto poi che io preferisca mantenere un atteggiamento positivo piuttosto che stare nel lamento, nell’incazzatura e nella rivendicazione, può dipendere dal fatto che non voglio perdere di vista le cose per le quali mi batto, e vorrei approfondirle, conoscerle meglio, invece di fermarmi davanti alle ingiustizie. Insomma preferisco vivere. Questo non significa che non ci sia spazio per lo sdegno e il dolore, anzi, dove ti soffermi a guardare è un disastro, dove capiti personalmente è anche peggio. Ma non è tutto così, è così quando si guarda solo in quella prospettiva.

      • Il fatto che s’indaghi sulle ragioni del dolore non sottende, non implica che si sappia bene cosa siano gioia e libertà. Sono cose ben distinte, che non hanno a che vedere con il dualismo, coi contrari. I maestri della ragione e i maestri di vita non sono gli stessi.

      • ro

        ti ringrazio della risposta Mayoor, ma credo che sia diventato quasi incomunicabile il punto di vista della realtà con chiavi che ne disvelino la manipolazione, i meccanismi, i padroni degli stessi, i loro fini e i loro mezzi….non credo, come non lo credevano Orwell o DIck et simili, che cosi facendo, ossia affondando lo sguardo nella realtà, tolga” il vivere”, o deprima o aumenti chissa quale pessimismo o danneggi chissa quale ottimismo…per un berlusconista o un antiberlusconista di un certo tipo possono “consolare” certi modo di essere e determinati standard pensieri unici sulle cose della vita, ma noi non credo siamo costoro….pertanto l’indagine volta al disvelamento, delle trappole seminate dai potenti per confondere e manipolare la realtà, comprese le truffe sulle primavere, deve interessare eccome il poeta, tanto più se questi ha voluto investigare e continuare a guardare gli inganni che si è autogenerato nella sua vita, come del resto normalmente ogni uomo si autoproduce per doparsi il senso tragico della vita,propria e altrui. Senza qusta consapevolezza, del resto, non esisterebbe alcun autentico sorriso o risata, creatività etc compresa… Il problema quindi di uno scrittore, sia esso poeta o romanziere, non è se queste lenti, volte al disvelamento dei gioco degli specchi, facciano soffrire più di altre, né se lo scenario insistente del “peso” della Storia sia quello delle secolari “ingiustizie”, ma come poetare o raccontare il senso e non senso delle storie in un tuttuno con le chiavi da fornire al lettore per affrontare quel”peso” insieme.Cambiano gli alfabeti dei potenti che determinano quel peso,anche perché hanno molti più mezzi e servi rispetto alle tirannie di una volta, ma sostanzialmente l’obbligo di un artista, di un poeta, uno scrittore o di un regista, non è quello di aver vissuto questo o quel accadere, questo o quel bosco o città o istanbul, ma concretamente, senza nemmeno passare dal doversi sentirsi migliore, o buono, o giusto,affidandosi anche solo unicamente alla immaginazione, alla fantasia , allegoria etc etc deve dare alla storia ciò che è e non ha potuto essere causa quel macigno, pena farsi schiacciare dallo stesso tanto per eccessi di pessimismo quanto di ottimismo.
        Non credo si debbano avere miti e o eroi per procedere in tal senso..la storia della letteratura ne è talmente costellata(come quella del cinema o di altreart), di tali e tanti spiriti guida, morti o viventi, notissimi ma anchemeglio quasi sconosciuti, che riferirsi come fa E.A. ad uno solo, diventa riduttivo sia per il singolo Fortini di turno che per tutti gli altri.
        ciao.

  20. emilia banfi

    Ma di cosa ci preoccupiamo? Della prospettiva? la vera prospettiva è sempre e solo una, quella dell’occhio che vede da vicino che vive il fatto , la vita, le altre sono importanti, varie ed opinabili, fantasiose e attraenti , ma la vera prospettiva è quella che si sporca nel luogo, fra la gente e le cose.

  21. Giuseppina Di Leo

    Sicuramente – ahinoi! – non siamo tutti degli Enzensberger, o dei Brecht, o dei Fortini (per restare in campo), credo però che ciascuno di noi ha espresso, in maniera anche piuttosto chiara, il suo dissenso di fronte a quanto sta accadendo a Istanbul. Almeno fino a quando dagli alberi del Gezi Park non si è passati poi a parlare di alberi tout court.
    Ritengo anch’io che, di fronte a tutta la barbarie del mondo, la poesia debba parlare in modo critico di questioni sociali e civili. Che ciò può essere espresso in elegia o con una visione che può dirsi utopica lo ritengo irrilevante. Importante è che quei temi vengano espressi. A voler poi puntualizzare, sono anch’io contraria a quella che Ennio Abate chiama “un uso consolatorio, pensionistico” (ed io che non sono in pensione, non me lo potrei neanche permettere) della poesia, che sarebbe così separata dal sociale. E la mia poesia non è separata dal sociale, anzi indaga questo aspetto, anche nelle forme della “lealtà” con l’altro.

    Nel 2009, tornando da un viaggio, mio figlio mi disse che Istanbul era molto bella ma che, dietro alla bellezza, nascondeva lati oscuri di cui bisognava aver paura. Alla mia domanda su cosa intendesse per “lati oscuri”, mi confermò solo una certa apprensione che aveva provato visitando la città, e non seppe aggiungere altro.
    Questa ultima digressione personale è per dire che è meglio diffidare della “bellezza” e cercare invece sempre la verità, ancorché scomoda.
    Quando Erdogan dice di decidere in nome del ‘popolo’, lui si sta comportando esattamente come tutti i dittatori di sempre, perché parlare in nome del popolo si traduce automaticamente nelle forme più dure di repressione nei confronti dei dissidenti.
    Erdogan rappresenta oggi il lato più oscuro di Istanbul (l’ombra, nell’ultimo verso della mia poesia qui postata).

  22. Giuseppina Di Leo

    a Lucio Mayoor Tosi
    “Il fatto che s’indaghi sulle ragioni del dolore non sottende, non implica che si sappia bene cosa siano gioia e libertà. Sono cose ben distinte, che non hanno a che vedere con il dualismo, coi contrari. I maestri della ragione e i maestri di vita non sono gli stessi.”
    È una riflessione molto profonda e bella questa tua, Lucio.
    Mi piacerebbe però sentire da te cosa intendi esattamente con maestri della ragione e con maestri di vita.

    • I maestri della ragione sono coloro che interpretano i fatti secondo principi di causa ed effetto, per loro anche le scelte più personali hanno origini economicistiche. Questa chiave di lettura, tanto utile per comprendere le dinamiche della gestione del potere, ha però il limite di invalidare l’esperienza del singolo che, semplificando, per molti marxisti contiene il germe dell’individualismo tanto caro al capitalismo. Non è indagine introspettiva. Ma oggi il capitalismo ha travalicato questo aspetto, oggi si muove su aree d’interesse nelle quali l’individuo viene occultato, o usato per scopi comunicativi, di pura facciata. Oggi nessuno è più responsabile di nulla.
      I maestri di vita, pur senza contraddire i principi della ragione, si adoperano per la rivoluzione interiore, termine un po’ roboante che adotto qui liberamente, ma che sta ad indicare una via d’uscita per la quale l’individuo, quel nulla che avanza dai macrosistemi, invece conta enormemente. Questi maestri sono Buddha, Lao Tze, Gesù, Aristotele, e via dicendo che l’elenco è lunghissimo. Uso il termine “maestri” per indicare figure di riferimento, se vuoi degli amici, e non altro ( in India il termine Swmi – maschile, e Ma-femminile, significa “maestro di se stesso”, e vale anche per i discepoli come me). Ognuno è pienamente responsabile di se’.
      Discorso lungo, e non vorrei lo leggesse rò in momento di cattivo umore.
      Mi complimento per la tua poesia senza titolo, Giuseppina, sembra un canto, un bel canto di schieramento a cui non mi sottraggo.

      • ro

        tutto tutto giusto Mayoor, ma gli alberi maestri in certi contesti e discorsi sanno di approccio niueggiario (leggi new-age) ed anziche aumentare la densità spirituale, la diminuiscono; inoltre l’umore, buono o cattivo, come sopra per lo stato d’animo ottimista o pessimista, credo non “c’azzecchi” poi tanto, perlomeno con me (io non ti vedo quindi non so se riguarda te) .. però, visto quest’ ultimo “azzeccaggio”, se vuoi la buttiamo a ridere e ti saluto pertanto con un volteggio di pietrò.

  23. Giuseppina Di Leo

    Caro Lucio, mi piacerebbe approfondire il discorso sui maestri di vita, ma sicuramente in altra sede. Grazie.
    Grazie!

  24. marcella corsi

    … sento di dover ringraziare Ennio, Mayoor e Rosanna per il nuovo impulso dato a questo post.
    Mi colpisce anche il “non dobbiamo lasciarli soli” dell’amica di Mayoor. Perché proprio questo è stato il mio impulso iniziale. Anche se da lontano, anche se con le poche forze di cui disponiamo, non dobbiamo lasciarli soli: continuiamo a parlarne, a scriverne…

  25. Giuseppina Di Leo

    a Ennio Abate
    Ho riscoperto anch’io, dopo quasi due decenni (tanti sono gli anni da quando ho dovuto lasciare la biblioteca com.), il libro di Rocco Scotellaro, cosa della quale ti ringrazio, Ennio.
    Forse questo tuo scritto meriterebbe un post a sé, sia per l’importanza delle cose dette da Fortini, sia per la bella sintesi da te fattane. Ma anche per dare spazio alla poesia di Scotellaro, un poeta oggi dimenticato. Ingiustamente, ci aggiungo.

  26. Rita Simonitto

    Gezy Park: un appello ai poeti.
    La battaglia d’ Istanbul in difesa di seicento alberi,
    novecento arresti, mille feriti, quattro accecati per sempre,
    la battaglia d’ Istanbul
    è per gli innamorati a passeggio sui viali,
    per i pensionati, per i cani,
    per le radici, la linfa, i nidi sui rami,
    per l’ ombra d’ estate e le tovaglie stese
    coi cestini e i bambini,
    la battaglia d’ Istanbul è per allargare il respiro
    e per la custodia del sorriso.
    Erri De Luca

    Solo oggi ho potuto aprire questo post e leggerne il contenuto.
    E una profonda tristezza ha invaso la mia anima.
    E mai come in questo contesto ho sentito l’importanza e la validità di quanto scritto da I. Calvino. E illuminata la scelta di Ennio di metterlo in evidenza sul Blog (Segnalazione, Italo Calvino, Perché scrivo).
    Estrapolo questo passaggio:
    *scrivo per comunicare, perché la scrittura è il modo in cui riesco a far passare delle cose attraverso di me, delle cose che magari vengono a me dalla cultura che mi circonda, dalla vita, dall’esperienza, dalla letteratura che mi ha preceduto, a cui do quel tanto di personale che hanno tutte le esperienze che passano attraverso una persona umana e poi tornano in circolazione. È per questo che scrivo. Per farmi strumento di qualcosa che è certamente più grande di me e che è il modo in cui gli uomini guardano, commentano, giudicano, esprimono il mondo: farlo passare attraverso di me e rimetterlo in circolazione.
    Scrivo perché leggendo X (un X antico o contemporaneo) mi viene da pensare: “Ah, come mi piacerebbe scrivere come X! Peccato che ciò sia completamente al di là delle mie possibilità!”.*
    Ecco.
    Credo che in quanto citato ci possa essere una risposta, o un tentativo di risposta, a ciò che Ennio afferma circa il difficile rapporto poesia/politica *per la “non contiguità” dei due terreni. Si rischia grosso ogni volta che, un po’ come contrabbandieri, si passa dall’uno all’altro o – ed è la maggioranza dei casi – si parte quasi obbligatoriamente dal terreno lirico per spostarsi su quello lirico-politico, o “civile” o “epico” senza una altrettanta buona conoscenza di cosa sia il sapere politico.* (Ennio in “Scotellaro, Fortini…).
    Io penso che l’accento vada appoggiato ANCHE sulla persona del poeta perché è lì che si trova la contiguità poesia/politica. Il poeta non è un intellettuale in quanto poeta, bensì è intellettuale poiché dotato del ben dell’intelletto che gli permette(rebbe) di entrare in contatto con la sua esperienza mondana del qui ed ora e di poterla comunicare. Il poeta ha una marcia in più in quanto la sua sensibilità lo situa ad un crocevia dolente, come l’angelo di Benjamin. Il suo sguardo non può collocarsi solo sulle macerie del passato ma sulle ‘rovine’ che sono cariche di storia e di memoria. E da lì che si può guardare al futuro.

    Quamquàm animùs meminìsse hòrret luctùque refùgit, incìpiam*

    Dolorosamente mi parli, Enea (infandùm regìna iubès renovàre dolòrem**)
    e mi racconti della passione di Laocoonte. Ardens e primus.
    E procul perché ancora lontano dal luogo della sciagura.
    Dall’alto della rocca di Troia mette in guardia i troiani ormai stanchi
    della guerra e pronti ad accettare il cavallo donato dai Greci.
    Ab arce, dunque, da una prospettiva alta. E altra.

    E come Laocoonte battè con l’asta il ventre del cavallo
    e uteròque percùsso/insonùere cavae gemitùmque dedère cavèrnae***,
    così io ho battuto la pancia delle parole scritte sulla battaglia di Istambul
    e mi risuona il pericolo del tradimento. Il gemito del vuoto.
    Vuoto di storia e di memoria. E minaccioso perché riempito dai buoni sentimenti che mascherando ignavia permettono grandi atrocità.

    Per questo voglio scrivere. Non accetto il principio di Siddharta: “non opporre ostacoli, lascia piuttosto che l’acqua del fiume levighi i suoi sassi”.

    Eppure a Tripoli c’erano i giardini e un intenso vibrare di eucalipti.
    Sul lungomare Adrian Pelt si abbracciavano brividi di corpi innamorati
    e onde di salmastro. E in città, Suad cameriera d’hotel,
    intervistata dopo un bombardamento diceva:
    “prima una donna poteva camminare da sola la notte.
    E la vita non era cara”.
    E di sera c’erano bevute di sciahi bil Kacawia, occhi negli occhi,
    brillanti guide prima che la NATO spegnesse tutto.

    E ci fu una mattina, il cielo sereno si specchiava nell’Ota,
    e sul ponte Aoui seguiva gli operai che andavano al lavoro,
    e il colorato disordine dei ragazzini che andavano a scuola,
    e vedeva i sakura che affidavano gli ultimi petali alle parole
    degli innamorati perché solo loro come i bambini
    credono alla bontà del mondo e chiudono gli occhi
    davanti alle brutture.
    E su quel ponte, Michinori guardava felice il viso di sua madre.
    Poi senza ragione tutto divenne una palla di fuoco che abbagliava.
    “Little Boy”, a 580 metri di altezza sopra il reticolo di strade, fiumi e case,
    più di un milione di gradi Celsius al suo centro, in un attimo
    ridusse ogni segno di vita in cenere.
    Forse la mano destra che accarezzava il pomello di metallo
    spostandolo di un grado qui e di un altro là,
    apparteneva ad un uomo buono di cuore
    che, negli anni a venire, avrebbe coltivato magnifiche rose
    in un giardino della Florida.
    Hiroshima, lunedì 6 Agosto 1945, 8.15 del mattino, ora del Pacifico.

    * anche se il cuore inorridisce e rifugge dal lutto, inizierò.. (Eneide II)
    ** regina mi imponi di rinnovare un inenarrabile dolore
    *** e percosso il ventre,/ risuonaron le cave caverne e diedero un gemito

  27. emilia banfi

    Cara Rita leggendoti mi viene da pensare fortemente: -Come vorrei essere poeta! – Grazie .

  28. Rita Simonitto

    Cara Emilia, quanto vorrei anch’io che non ci fosse quell’abisso che sta tra ciò che si sente e si vede e ciò che stentatamente si cerca di dire.
    Ti ringrazio per la tua sempre gradita attenzione.
    Rita

  29. emilia banfi

    A Rita:
    non ricordo chi lo disse:
    L’amore si sente non si sa.

    Penso che valga anche per ogni forma d’arte.

    Scrivici ancora leggerti è un grande piacere.

  30. Giuseppina Di Leo

    a Rita Simonitto
    Innanzitutto voglio dirti che sono felice di rivederti, seppure virtualmente, su questo blog.
    Trovo bellissima la tua poesia, per la grande sensibilità con la quale esprimi argomenti tanto tristi e difficili.
    È profondamente vero: è impossibile esprimere a parole un abisso.
    Mi piacerebbe però sapere: “quell’abisso” di cui tu parli, “che sta tra ciò che si sente e si vede e ciò che stentatamente si cerca di dire”, è inteso come vuoto? e a quale abisso/vuoto fai riferimento? A quello della storia o a quello avvertito in noi a seguito di un evento traumatico?

    E ancora, cosa testimonia o rappresenta allora quell’abisso/ vuoto? Può essere paragonato ad una sorta di impreparazione di chi *subisce* o affronta un evento decisamente non catalogabile tra gli eventi rientranti nella cosiddetta normalità?
    Infine, una non-risposta o una risposta inadeguata al problema che si vive, può essere intesa (avvertita) come assenza?
    Sono domande sulle quali mi interrogo spesso cara Rita. E so bene che sono interrogativi complessi.
    Ma mi chiedo anche cos’è che ci impedisce di trovare le parole adatte per dire tutto questo. Perché anche a me capita così.

    Riporto qui un mio brevissimo inedito, proprio perché dice e non dice:

    Scendi con me nell’orrore
    del racconto di memorie
    scartate negli involucri del pane
    quotidiano tormento.

    Grazie.

  31. Giorgio Linguaglossa

    cari amici,
    trovo la poesia di Erri De Luca inguaribilmente banale e retorica, banale perché pesca sui facili buoni sentimenti del lettore impegnato e progressista (ma anche di quello regressista!); e retorica perché è molto facile scrivere:

    «novecento arresti, mille feriti, quattro accecati per sempre»,

    prima di essi ce ne sono stati milioni e milioni e milioni e decine di milioni e centinaia di milioni in tutto il corso della Storia. E allora?, dobbiamo scrivere centinaia, migliaia, milioni di pessime poesie per condividere il sacrificio di milioni di persone?. In realtà, non è così facile scrivere poesia, e la poesia di qualità non deve mai fare appello ai sentimenti genericamente filantropici e beneducati degli uomini, né deve strumentalizzare con facili effetti e facili esortazioni le pur nobili idealità degli uomini.
    Quando Erri De Luca scrive:

    «Gezy Park: un appello ai poeti.
    La battaglia d’ Istanbul in difesa di seicento alberi»

    in realtà sta facendo retorica, della pessima retorica. In primo luogo, perché «un appello ai poeti (?)» e non ai cittadini tutti?, per chiamarli all’appello di una facile retorica?, ma davvero Erri De Luca crede che la poesia possa essere asservita alla strumentalizzazione di una tematica retorico-mediatica? – Fermo restando la grande nobiltà della difesa dei 600 alberi da parte dei giovani di Istanbul, mi chiedo: perché Erri De Luca non ha scritto una poesia sull’abbattimento, con un decreto del sindaco progressista, di 30 alberi centenari del Cimitero di Mormanno in Calabria? – ve lo dico io perché: perché il cimitero di Mormanno non ha avuto il successo televisivo e mediatico di piazza Gezy Park. Erri De Luca è uno dei tantissimi (diciamo tutti, o quasi) scrittori che speculano sulle disgrazie di questo disgraziato mondo per cavalcare e sfruttare commercialmente le disgrazie con i loro racconti. Certo, De Luca è un autore televisivo e mediatico; gran parte del suo successo lo deve all’universo mediatico, e sa bene che per stare sull’onda del successo deve occuparsi degli eventi mediatici più importanti e reclamizzati. Insomma, la rivolta di Gezi Park è diventato un ottimo argomento per innaffiare la propria popolarità di scrittore.
    Per farla breve, ritengo che la poesia di qualità non si debba occupare di argomenti che si prestano (e sono) ad essere strumentalizzati e dati in pasto al pubblico per la sua sete di obsolescente banalità e per la falsa coscienza della comunicazione mediatica.

    • ro

      che ne dice Linguaglossa..affondiamo di più dentro il nucleo del piu grande inganno del nuovo milennio?

      dopo il discorso vergognoso del 2009 a Il Cairo, del premio dell’ipocrisia globale ( successivo a quello stesso discorso è il nobel della pace orwelliana), ergo del trofeo della guerra, era gioco forza scontato il trucco sulle primavere e non poteva che derivare la manipolazione su ciò che ne è simbolo principale, la pianta. Ma invece tutti o quasi, soprattutto a pseudosinistra, stile sgrena o rossanda et simili manipolatori, ad osannare tale risveglio della natura…

      Alla mappa del mondo, mai come in questo momento, è utile ogni vittima e ogni suo difensore, perché dentro il sistema stesso possa recitarsi la pantomima “democratica” fra vittima e carnefice…ciò serve come duplice alibi sia alla coscienza delle vittime e suoi difensori, sia alla strategia di chi bombarda allegramente la storia e ogni sua bellezza, che per secoli ha resistito oltre i fiumi di sangue della storia stessa. Basta pensare alla truffa sul cattivone della libia, che ha consentito di ridurre a macerie secoli di secoli di bellezze storiche…oppure alla mitica Damasco ….in un colpo di spugna cancellata ogni pianta che si sarebbe dovuta memorizzare dalla distruzione gia avvenuta con le stesse tecniche “contras” in mari amerikani piu vicini all’impero, di cui ora anche il mare nostrum, sempre piu globalizzato, lo è diventato.

      il problema è in parte di Erri De Luca et simili, perché dall’altra hanno ormai allevato milioni di milioni di smemorati che si credono alternativi e sono invece conformi ad un pensiero unico, tutto solo per comodità, o appunto falsa coscienza, unicamente per non sentirsi soli, emarginati, invisibili, derisi dalle maggioranze di ogni tipo di dominati e dominanti che ormai tristemente si assomigliano se non fosse per la differenza che i primi sono sempre più masse sterminate nella pochezza patrimoniale materiale ma soprattutto immateriale.
      …….
      Anche a me queste conversazioni hanno fatto venire in mente l’invisibile Francesco Tarantino di cui le sono ancora grata per aver diffuso la sua vita,la sua storia, lotta e poesia..e così pure per Francesco Aronne.

  32. @ Linguaglossa

    Erri De Luca sarà scrittore televisivo e mediatico, i suoi versi per Gezy Park retorici. Sta bene anche ricordare che a milioni si contano i morti in ogni tempo e luogo. Ma non è che ci dobbiamo vietare di parlare in poesia di Gezy Park o di altri luttuosi eventi perché se li accaparra la TV o perché qualcuno ci speculerebbe sopra o perché una «poesia di qualità» non potrebbe nascere da argomenti strumentalizzabili. Anche l’editto di Saint Cloud era banale quotidianità storica, ma Foscolo ci cavò «Dei sepolcri». La sfida semmai diventa più alta e più rischiosa, ma perché evitarla?

  33. marcella corsi

    … quella di Ennio mi sembra una giusta risposta alle perplessità di Giorgio, purtroppo espresse in modo che non sembra lasciar spazio a differenti concezioni e comportamenti.
    Aggiungo solo due precisazioni.
    I versi di de Luca non hanno titolo. “Gezi park, un appello ai poeti” è titolo aggiunto da Ennio al mio post, che iniziava con la poesia di De Luca solo perché mi sembrava adatta a proporre una riflessione sull’importanza e il senso della difesa di un parco cittadino oggi (in un contesto denso di contraddizioni forti, da indagare) e, anche, sulla opportunità-difficoltà di fare poesia d’impegno civile.
    Continuo a sentire l’esigenza di capire e aiutare a capire, in entrambe le direzioni. Quanto alla seconda direzione c’è materiale in abbondanza su questo blog. Per la direzione Gezi park-Istambul ho trovato interessanti i due link che riproduco qui sotto, soprattutto il secondo cui si accede dal primo.

    http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/06/21/istanbul-i-ragazzi-e-lipotesi-di-una-possibilita/633239/

    https://www.facebook.com/pages/Scoprire-Istanbul-Magazine/356614377790752?fref=ts

    ciao
    Marcella

  34. Daniela

    Di te, Marcella, mi parlava tempo fa Giselda Pontesilli, poetessa mia amica.
    Ti ho cercata, Ti ho letta.
    Considero importante l’impegno ecologico nei temi della poesia.
    Considero imprescindibile che queste poesie d’impegno ecologico siano diffuse, in ogni modo possibile.
    Ho un giardinoorto, hortus conclusus di cara memoria, in una borgata di Roma sud, all’estrema periferia della metropoli. Da quando è divenuto di mia esclusiva proprietà lo coltivo con un amore immenso che supera quello per la letteratura. Non mi vergogno a dirlo e il dirlo potrebbe far bene alla letteratura, che si è andata troppo carteicizzando e, più di recente, elettronicizzando.
    Amerei un confronto al proposito.
    Grazie. D.

  35. marcella corsi

    cara Daniela,
    anch’io, sai, in questa fase dell’esistenza (ma forse è stato sempre così per me) sono più presa dalle problematiche ecologiche e del far crescere la vita che da quelle letterarie. Capisco bene dunque la tua passione per l’orto-giardino che ti appartiene.
    Giselda mi aveva parlato di te e le avevo inviato la locandina di un’iniziativa tra poesia ed ecologia svolta a Cerveteri il 28 settembre pensando che potesse interessarti. Ora sono presa da una emergenza familiare che mi coinvolge (e coinvolgerà) per diverso tempo, e non avrei visto questo post se non mi fosse stato segnalato da Ennio (che ringrazio). Ma magari in un prossimo futuro potremo vederci, parlare e, perché no, fare qualcosa insieme. Giselda ha la mia mail e il telefono.
    Intanto ti segnalo un’antologia poetica sui problemi ecologici edita da CFR, che sta per uscire. Il titolo è Cronaca da Rapa Nui e i testi sono introdotti da un’ampia e articolata prefazione di Gianmario Lucini. Un volume che potrebb’ essere utile a qualsiasi insegnante volesse proporre la questione.
    Credo sia da promuovere, io lo farò.
    Credo pure che alla letteratura faccia bene qualunque aggancio alla realtà, anche quella naturale (che poi solo naturale non è più quasi mai).
    Un caro saluto
    Marcella

  36. Pingback: Gezi Park | Poliscritture.it

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