DISCUSSIONE
Linguaglossa/Abate: Libertà intellettuale, meglio da isolati o in gruppo?

Zola di Edoauard Manet

Zola di Edoauard Manet

Ogni tanto si ritorna a discutere di intellettuali. Sono del tutto estinti,  ridotti a fantasmi di un lontano e glorioso passato (l’intellettuale legislatore, l’intellettuale universale)  o cacciati  nel dimenticatoio dai “nuovi barbari” internettizzati? Si sono azzittiti da soli in ossequio alla «dittatura dell’ignoranza» (Majorino)?  E i pochi che ancora non si vergognano di dichiararsi tali   hanno davvero da dire qualcosa  nei campi del sapere in cui operano o in politica?  Svelano la verità o delle verità sul mondo (postmoderno, ipermoderno, trans moderno?) in cui viviamo? Ripropongo, dandole maggiore evidenza, una discussione tra me e Linguaglossa nata strada facendo  e in sordina nello spazio dei commenti di un precedente post (qui). Il contrasto (reale o apparente?) tra noi  tocca soprattutto la forma ( da isolati o in gruppo) in cui  si può/ si deve esercitare  oggi la (residuale o  sempre necessaria?) libertà intellettuale. Qui sotto, nell’intervento dell’1 giugno 2013 alle 08:29, Linguaglossa propone una sorta di ««Manifesto per la libertà intellettuale».  Quasi un anno fa, nell’agosto del 2012, ne proposi assieme ad altri due amici un altro simile (qui). Rondini che non annunciano nessuna primavera?  Semi che vogliono tempo per maturare? Confrontandoli, ciascuno potrà notare convergenze e divergenze più o meno  significative.  Mi auguro che altri/e  trovino spunti sufficienti per aiutarci a continuare e ad approfondire o sciogliere positivamente il dilemma. (E.A.)

 

Linguaglossa ad Abate

10 giugno 2013 alle 10:04

Caro Abate,
io ritengo che sia errato parlare di “gruppi” o di “esodanti”, come dici tu.«Fare gruppo oggi per quest’intellettu alità di massa è più che mai arduo, quasi impossibile». Io credo sia più utile parlare di “isolati”; siamo degli “isolati”, delle “isole”; non abbiamo nessun «messaggio in bottiglia» (come tu scrivi) da dare a nessuno, né possiamo (e dobbiamo) fornire a nessuno alibi o patenti di abitare la Serie A. L’unica credibilità che possiamo avere (se ne abbiamo una) è quella di restare rigorosi e onesti sul piano intellettuale: se sbagliamo lo facciamo sempre in buona fede e mai per partito preso o per appartenenza a gerarchie e a fratrie. Tu mi chiedi se avremo seguito? E ti rispondo: che importanza ha? Fortini se ne fregava di avere un seguito tra i mediocri e gli epigoni; noi non ci dobbiamo porre il problema se riusciremo a fare “Gruppo” o ad avere seguito; anzi, il nostro compito è esattamente l’opposto: quello di costringere chi pensa secondo modi consolidati a mettere in discussione le proprie idee acquisite, a mettere in discussione tutto, tutti i valori e tutte le posizioni. Il mio marxismo critico (come lo intendo io scolaro della Scuola di Francoforte) mi dice questo: mettere tutto in discussione, ridiscutere tutto, criticare tutto. Lo so, questo atteggiamento mi ha già alienato le simpatie di gran parte degli addetti ai lavori perché non sono fungibile alle loro esigenze e ai loro interessi, ma accetto di buon grado queste conseguenze, diciamo così, naturali. Un critico (o chi come me fa critica) non deve piacere a tutti, anzi, se piacesse a tutti vorrebbe dire che esprime dei concetti generici e vuoti. Un critico deve dispiacere, non deve tacere. Certo se avessi una rubrica del Corriere della sera sarebbe meglio. Ma perché poi dovrebbero chiamarmi in una tale sede? Sono un isolato, non ho rapporti con gli Apparati, con i Partiti, con le Agenzie Editoriali e di Stampa, con l’Opus Dei e Comunione e Liberazione, inoltre, sono un rompiscatole che vuole pensare con la propria testa…

 Abate a Linguaglossa

Caro Giorgio,

si può « restare rigorosi e onesti sul piano intellettuale» sia da isolati ( o sulle isole) sia tentando e ritentando di “fare gruppo” (io ho parlato di costruzione di «spazi autonomi di vera secessione o di circolazione minoritaria (ma critica e rigorosa) dei propri testi più validi»). Le due cose non le vedo in contraddizione. Né una è su un piano più alto (più rigoroso e onesto) dell’altra.
Già altre volte ho scritto sulla necessità di costruire o ricostruire un ‘noi’. O almeno un ‘io-noi’. Cosa non facile, ma non impossibile. E, coerentemente, nell’ultimo commento ho detto: «All’estremo, se tali tentativi di costruzione o confronto in prospettiva esodante dovessero fallire, resta la testimonianza individuale, il messaggio in bottiglia.». Traduco ancora: quando un tentativo di fare gruppo – obiettivo per me importante – si dimostrasse sterile, resta il lavoro del singolo ( ‘io-noi’ però, meglio che ‘io-io’, che a me pare pecchi di individualismo). Il messaggio messo “in bottiglia” (in una raccolta di poesia, in un saggio, in un commento di blog) lo mandano però entrambi. Non capisco perché tu insista a dire che non abbiamo nessun «messaggio in bottiglia» da dare a nessuno. Qualcosa arriva a dieci, quindici persone. O verrà forse trovato da ignoti in futuro. Se insistiamo a scrivere e a pubblicare, vuol dire che un messaggio (che riteniamo modesto o importante) vogliamo lasciare. Altrimenti non pubblicheremmo o non scriveremmo neppure più. Scrivono e pubblicano persino gli scrittori iper-individualisti. Come Pessoa, cui è stato dedicato in questi giorni un post su LE PAROLE E LE COSE  e che dice cose per me sconcertanti (magari per finzione letteraria etc). Tipo queste:

«Collaborare, unirsi, agire insieme agli altri è un impulso metafisicamente morboso. L’anima che è data all’individuo non deve essere imprestata per le sue relazioni con gli altri. Il fatto divino di esistere non deve essere consegnato al fatto satanico di coesistere.
Agendo insieme agli altri perdo, perlomeno, una cosa – che è agire da solo.
Quando mi do, anche se sembra che mi stia espandendo, mi limito. Convivere è morire. Per me, solo la mia autocoscienza è reale; gli altri sono fenomeni incerti in questa coscienza, e sarebbe morboso imprestarle una realtà così autentica.»

Altra nota. Come tendi a fare, mi attribuisci domande che non ho fatto. Ad es. non mi sono chiesto «se avremo seguito». Non è una mia preoccupazione. Ammetto invece che è mia ambizione “fare gruppo” o agire in modo organizzato *se possibile*.
Del resto anche il tuo Adorno faceva parte, almeno per un certo periodo, di una Scuola di Francoforte. Noi una scuola non ce la possiamo permettere, ma “fare gruppo” sì. Magari in modi incerti ed evitando possibilmente di ripetere i difetti tipici dei gruppi. (Tra questi difetti ci metterei la genericità della critica, che è da rifondare; e, perciò, non capisco cosa voglia dire oggi «mettere in discussione tutto». Io vorrei mettere in discussione cose nominabili e precise…). Inoltre puntare a “fare gruppo” (come io dico) non ha nulla a che fare col «piacere a tutti» o col costruirsi « un seguito tra i mediocri e gli epigoni».

Infine e fraternamente. Nel tuo atteggiamento sento un’ambivalenza tra l’orgoglio dell’isolato ( che un po’ tende a farsi monumento di se stesso) e un po’ il dispiacere dell’escluso («Certo se avessi una rubrica del Corriere della sera sarebbe meglio. Ma perché poi dovrebbero chiamarmi in una tale sede?»). Non mi pare quello politico giusto per contrastare Apparati, Partiti, Agenzie Editoriali, etc. Queste entità astratte andrebbero precisate, descritte e conosciute in concreto, combattute senza farne dei mostri. Ed è impossibile far tutto questo senza organizzazione, senza gruppo…

 Linguaglossa ad Abate

11 giugno 2013 alle 08:29

Caro Ennio,

cercherò di dirti in breve il mio pensiero (che è anche la mia personale strategia), forse perdente, anzi sicuramente perdente, ma forse è preferibile essere perdenti (come Fortini) che vincenti (come Sereni). Adesso che l’ho scritto mi rendo conto come quello che segue sia anche un «Manifesto per la libertà intellettuale» che lancio un po’ come si lancia un salvagente a dei naufraghi in mare aperto:
:

1) il mio elogio dell’«isola» e dell’«isolato» non deve essere equivocato per un arroccamento «tra l’orgoglio dell’isolato ( che un po’ tende a farsi monumento di se stesso) e un po’ il dispiacere dell’escluso», come tu dici;

2) non è mio intendimento «contrastare Apparati, Partiti, Agenzie Editoriali, etc», come tu scrivi forse equivocando il mio pensiero, né sostituire questi Apparati con altri Apparati di «Gruppo», come tu propugni; anzi, ti dirò di più: quanto più un critico, un intellettuale, un poeta è legato a un «gruppo» tanto più sarà condizionato e il suo discorso sarà inficiato di voler favorire una sponda o l’altra;

3) a mio avviso, quindi, un critico degno di questo nome, cioè credibile, dovrà essere sganciato da Apparati, Partiti e Agenzie elettorali come Comunione e Liberazione o Fondazioni con portafogli importanti;

4) dirò di più, far parte di «gruppi» potrebbe riuscire anche deleterio per i singoli membri del «gruppo», perché potranno essere fatti oggetto di accuse squalificanti e strumentali: potranno accusarli di fare operazioni di cabotaggio e di gruppo;

5) di fatto i «gruppi» di sotto bosco e di potere esistono a dozzine; solo che furbescamente non lo dichiarano e tentano di far passare come manifestazioni “libere” le loro attività di fiancheggiamento dei membri del «gruppo»; tale pratica è diffusissima, anzi, è la pratica costante dell’attività del giornalismo della cultura.

6) ma allora tu mi chiederai: «che fare?»; ed io ti rispondo: nelle attuali condizioni l’unico modo per fronteggiare una marea di esodati medi e di esodati non medi è quello di costituirsi in «isole» comunicanti, «isole di libertà intellettuale». Questo è il mio progetto e la mia speranza: che questo paese trovi la forza di ridefinire i propri valori: innanzitutto la libertà di pensiero e di espressione e la libertà di poter vivere in un paese che dia a ciascuno almeno una possibilità.

Abate a Linguaglossa

11 giugno 2013 alle 15:49

Caro Giorgio,

comincio scherzando. Lanciare un salvagente a dei naufraghi in mare aperto è non solo più impegnativo che inviare in giro il solito messaggio in bottiglia, ma mi pare anche difficile gettarlo in mare aperto standosene sull’«isola».
Parlando invece seriamente credo di dover ripetermi:
« si può « restare rigorosi e onesti sul piano intellettuale» sia da isolati ( o sulle isole) sia tentando e ritentando di “fare gruppo” (io ho parlato di costruzione di «spazi autonomi di vera secessione o di circolazione minoritaria (ma critica e rigorosa) dei propri testi più validi»). Le due cose non le vedo in contraddizione. Né una è su un piano più alto (più rigoroso e onesto) dell’altra.».

E aggiungo, visto che niente e nessuno può garantirci di essere vincenti, che possiamo essere buoni perdenti (come Fortini o tanti altri) sia da isolati che stando in gruppo.
Chiarito dunque che la scelta dell’isolamento o del lavoro in gruppo, oltre che da una propensione soggettiva variabile anche con l’età, deriva da occasioni e spesso da circostanze storiche favorevoli o sfavorevoli (il povero Leopardi non fuggì a Roma sperando di trovare una decente società letteraria per evitare il suo eremitaggio? E non si ritrovò a fare il pastore errante a Recanati immaginando di essere in Asia?), non capisco questa ripulsa del gruppo o del lavoro di gruppo. E tantomeno l’affermazione che « quanto più un critico, un intellettuale, un poeta è legato a un «gruppo» tanto più sarà condizionato e il suo discorso sarà inficiato di voler favorire una sponda o l’altra».
Voglio dire che si può essere in un gruppo in modo gregario (e quindi con effetti deleteri per il singolo che vi ha aderito) e farsi portavoce di « Apparati, Partiti e Agenzie elettorali come Comunione e Liberazione o Fondazioni con portafogli importanti», ma si può essere anche isolati e farsi lo stesso portavoce (magari anche inconsapevoli, da “indipendenti” o senza dichiararlo, proprio come avviene anche per certi gruppi di fiancheggiatori altrettanto “indipendenti”) dei medesimi apparati, etc.
Non bisogna avere paura delle parole ed esorcizzare quelle che ci paiono un po’ demoniache. Ripeto: isolamento e lavoro di gruppo sono possibilità. L’isolamento può essere, in certe circostanze, fecondo o sterile, necessario o scelta di vano orgoglio. Proprio come il lavoro di gruppo. Sia nell’io isolato che nell’io-noi in gruppo ci può essere il positivo e il negativo. Meglio andare a vedere in entrambe le forme. Del resto Fortini entrava e usciva dai gruppi. Ma si può dire che entrava o usciva anche dal proprio isolamento. Puoi sostenere che quello che ha prodotto stando nel «Politecnico» o in «Ragionamenti» o in «Quaderni piacentini» o nel «manifesto» sia meno valido di quello che ha fatto da isolato nella sua stanza?
E poi, in fondo, le tue «isole di libertà intellettuale» non sono cosa diversa dalla « costruzione di «spazi autonomi di vera secessione o di circolazione minoritaria (ma critica e rigorosa) dei propri testi più validi»». Poiché il momento di libertà si può costruire ora da soli ora assieme ad altri. Mai sempre e solo da soli o sempre e solo in gruppo.

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10 commenti

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10 risposte a “DISCUSSIONE
Linguaglossa/Abate: Libertà intellettuale, meglio da isolati o in gruppo?

  1. Ennio Abate

    @ Anonimo ( copio sotto il suo commento apparso in altro post)

    Non voglio forzare le sue convinzioni. Insisto però a considerare suicida e autocastrante questo rifiuto di fare gruppo. Che non significa affatto ed automaticamente mettere su una sorta di associazione massonica o cordata di arrampicatori sociali o di frustrati tra loro invidiosi e pronti a sgambettarsi.
    Ripeto: come, avendo due mani, cerco di usarle entrambe e troverei strano che uno si meravigliasse o scandalizzasse di ciò, così nei campi in cui riesco ad essere presente (senza strafare) cerco di usare sia la mia solitudine attiva sia la mia socialità attiva.
    Non capisco perché dei poeti debbano cercare i loro momenti di libertà solo nel chiuso della loro stanza e non facendo una rivista, partecipando a degli incontri pubblici, organizzandosi – sì, organizzandosi con gli altri. Tanto più che, dopo aver scritto un libro di poesia o una raccolta di saggi, hanno pur bisogno di avere dei riscontri, sentire delle opinioni, dialogare o essere un po’ incoraggiati da altri.
    Non credo poi che le cose fossero molto diverse anche negli anni ’30 o ’50 del Novecento. O che attorno ai «maestri riconosciuti» non si annidassero vipere, cortigiani, dilettanti, presuntuosi e altro ancora e i comportamenti da giungla fossero aboliti miracolosamente. A me pare che la sua nostalgia per una “società letteraria” idealizzata non solo travisi la realtà del passato, ma induca a conclusioni deprimenti e paralizzanti.
    E così, ipnotizzati comunque dai “visibili”, si rinuncia persino ai tentativi di auto-organizzarsi ( di questo si tratta) fra i supposti “sciocchi”, “ingenui”, “illusi”, con gli “invisibili” insomma. Per fare che cosa? Innanzitutto per spurgarsi di questi stereotipi. E poi per imparare a ragionare insieme in modi nuovi e anche da inventare con coraggio. Non dico che sia facile. Ci ho provato. Ho avuto delusioni e incontrato difficoltà in parte previste e in parte imprevedibili. Ma non mi sono mai convinto a ritirarmi definitivamente nell’”isola” del mio io o a starmene tra i “pochi ma buoni” (in apparenza). Sartre diceva che l’inferno sono gli altri. Ma senza gli altri ci chiudiamo semplicemente nei nostri inferni privati. Bisogna attraversarli entrambi. Non lasciarsi intimidire dalle belve o dai botoli che ci si parano davanti. Fornendoci possibilmente di qualche Virgilio. Ci si scotta, si ritira la mano, ma poi si ritenta. Ripeto. se ho due mani provo ad usarle entrambe. Non accetto i ricatti di chi vuole costringermi ad usare solo una mano.

    ***

    Anonimo
    13 giugno 2013 alle 11:16
    Concordo con Giorgio Linguaglossa: non credo sia più utile (oltre che possibile) dar vita, oggi, a gruppi letterari. I gruppi in realtà ci sono, ma sono occulti e massonici: centri di aggregazione e spartizione del potere politico/economico che orchestra, senza parer di nulla, le grandi manovre di rappresentanza della letteratura che conta (autori noti, o nuovi ma caldeggiati, sospinti da “ordini di scuderia”, presentati e/o imposti ai grandi editori). La cruda verità è che occorre pescare nell’invisibile per diventare visibili; chi opera onestamente alla luce del sole, confidando solo nella spinta propulsiva delle pagine scritte, resta assolutamente invisibile: anche se pubblica cinquanta libri. Intendiamoci: le invidie e le reciproche ostilità sono sempre state parte integrante della società letteraria. Ma una volta, ad esempio negli anni ’30 o ’50 del Novecento, era ancora possibile codificare una “società letteraria”, dotata di maestri riconosciuti, dove accadeva – sia pure a fatica – di essere aggregati sulla base esclusiva del merito. La democratizzazione elettronica delle lettere, pur con i suoi innegabili vantaggi, ha fatto esplodere i confini della codificazione critica e produttiva. È arrivato un messaggio di ‘passepartout’ che ha trasformato l’ambiente in una jungla del “tutti contro tutti”. Si è fatto credere (dimostrandolo con i fatti) che “basta poco” – come dice Vasco Rossi in una canzone – per tentare la grande scalata, laddove una volta certe posizioni si acquisivano, semmai, a forza di studio, di sudore, di ore passate al tavolino, di delusioni, rifiuti, igieniche bocciature. Quanta strada occorreva, un tempo, per arrivare a pubblicare? E quando l’autore finalmente ci riusciva, gli sembrava già per questo di toccare il cielo con un dito. Oggi tutto è semplificato: i diritti (dati per scontati) hanno soppiantato la controparte necessaria dei doveri, e si è – di conseguenza – dato campo libero a una marea di dilettanti, arroganti e presuntuosi, assolutamente non disposti alla fatica seria di un percorso, ma ansiosi di sgomitare, soffiare posizioni, bruciare le tappe: qualunque cosa, pur di arrivare al “successo” (cioè alla compensazione egolalica delle loro tare mentali). E la vittoria dello Strega assicurata a giovanissimi, addirittura esordienti, non ha fatto altro che confermare la tendenza: non è sulla pagina scritta che si gioca la partita, ma sulla capacità di “muoversi bene”, di agganciare persone e situazioni, di intrecciare pubbliche relazioni e mettere a frutto opportunità. Solo gli “sciocchi”, gli “ingenui”, gli “illusi”, poveri loro, si affannano ancora intorno alle parole: anche perché le grandi case editrici, costrette per ragioni di vendita a uniformare il prodotto sugli standard commerciali richiesti dal pubblico, alimentano il “gioco al ribasso” rifiutando come la peste bubbonica i manoscritti strenuamente attestati su posizioni di “qualità” e di “ricerca letteraria”. In una situazione del genere (degenere) è assolutamente difficile orientarsi, e ancor di più tentare di aggregarsi intorno a delle idee. Diciamo, inoltre, la verità vera dei rapporti fra scrittori o sedicenti tali. Si fa finta d’essere amici, mentre ribollono livide le ostilità e s’insinuano striscianti i piani mentali di vendetta, di reciproco sabotaggio. Scrivere un libro o un nuovo libro significa automaticamente farsi (o aumentare il numero, o l’intensità d’odio) dei nemici, perché si toglie agli altri (o così gli altri vogliono credere) spazio di visibilità. Il proprio libro viene vissuto dai “colleghi scrittori” come un’offesa narcisistica al loro ego. Ciascuno pensa di essere il centro propulsore della cultura umana, il cuore del mondo, il Dante Alighieri redivivo. Si mormora di soppiatto, si spargono maldicenze, si tendono manovre strategiche di accerchiamento. Ci si fa la guerra tra poveri per un applauso in più, mentre i “visibili” che fanno le pose sotto i riflettori, tra gli incastri del potere che li ha sospinti fin là, neppure si accorgono di tanto ridicolo starnazzare. Non mi sembrano dunque sussistere le condizioni storiche per un’esperienza letteraria da condividere in modo duraturo e solidale. E lo dico con un certo rammarico.

    • Gentile Abate, il mio non è un rifiuto “a priori” della socialità letteraria. E come potrebbe esserlo? La cultura è, per definizione, lievito di condivisione, partecipazione, comunicazione. Perché altrimenti “pubblicare”, se non per confrontarsi pubblicamente (e, tra i vari pubblici da raggiungere, anche quello dei “colleghi”)? La mia convinzione nasce dall’esperienza, di autore (18 libri editi) e direttore editoriale (11 anni di attività). Sul piano ideale tutto fluisce splendidamente. Quando si passa al piano reale – dei rapporti concreti – le cose purtroppo cambiano. Quante volte ho voluto credere nella possibilità di creare occasioni di autentica, leale condivisione! Circoli di lettura, abbozzi e tentativi di riviste, manifesti poetici. Si comincia sempre col piede giusto. Poi però, sistematicamente, subentrano interessi di altro tipo. Si calano le maschere ed emergono le gelosie, i rancori, i secondi fini. Il giardino più delizioso si trasforma presto in un’arena di belve affamate. Quanti autori, ad esempio, fingono di interessarsi alle mie opere soltanto per accattivarsi la mia attenzione editoriale verso le loro, ai fini di una possibile pubblicazione? Quando poi, dopo averli letti con l’attenzione richiesta, rifiuto di pubblicare – come è nelle mie facoltà – la loro opera inedita, decade istantaneamente l’interesse per la mia.
      Certo, le “vipere” ci sono sempre state. Ma la situazione di oggi non è strutturalmente paragonabile a quella dei decenni precedenti la massificazione del computer e di internet, che hanno modificato anche il modo di scrivere e leggere i testi. L’apparente facilità di accesso al mezzo letterario/editoriale ha aumentato la diffusione di certe false convinzioni (sentirsi scrittori senza esserlo, senza averne né il talento né l’adeguata preparazione) e dunque l’arroganza delle aspirazioni infondate, da cui le conseguenti delusioni, e i rancori, le gelosie. C’è una marea di dilettanti che presumono di poter scrivere senza leggere o studiare, e che – guardando ai casi pubblici dei pochi autori di successo – prevedono/pretendono per le loro approssimative opere di esordio, pubblicate (a pagamento di lucro) da editori senza scrupoli, allori che neppure dopo trent’anni di carriera scrittori veri riterrebbero dovuti. Ecco il “rumore di fondo” che impedisce l’emersione della qualità e dall’autentica socialità letteraria. Senza contare che, in tal modo, si scrive molto più di quanto si legga – e così i libri restano invenduti, fino alla saturazione attuale, e al rischio di paralisi del sistema.
      Si potrà “fare gruppo” in modo culturalmente e creativamente proficuo, dunque, a patto di prescindere dalle dinamiche tipiche della “zavorra” che appesantisce l’ambiente letterario. Il modello potrebbe essere quello dell’arcipelago di isole. Ciascuno impegnato nel proprio percorso, ma pronto al confronto e al dialogo con gli altri, sulla base di un “codice etico” comune e condiviso. Niente secondi fini. Limitare al massimo l’esibizionismo narcisistico. Impegnarsi seriamente nella lettura reciproca che dà “crescita”. Aprirsi serenamente al giudizio (sereno e sincero) degli altri. Confrontarsi con onestà intellettuale su alcuni temi fondamentali e/o di particolare urgenza, anche per censire i limiti di sviluppo della cultura contemporanea. Etc.
      Credo peraltro che questo blog, per la qualità e la civiltà degli interventi che ospita, possa già offrire un esempio illuminante ed “ecologico” delle condizioni da cui ripartire…
      Marco Onofrio

  2. @ Marco Onofrio

    Condivido in pieno. Il “rumore di fondo” è indubbiamente questo. Se è impossibile tapparci le orecchie, possiamo però non lasciarcene distrarre. E tentare e ritentare. Tessere, disfare se necessario e ritessere altrove o con altri. Sono più vecchio di lei e la mia esperienza si è mossa sempre tra “samizdat” locali (abito a Cologno Monzese), riviste o rivistine, tentativi di Laboratorio e ora blog.
    Ho tentato persino, dagli anni Novanta, di teorizzare questa situazione ambigua della “nebulosa poetante” o dei “moltinpoesia”. Per fare forza innanzitutto a me stesso. Perché quei comportamenti spesso meschini che tutti conosciamo ci sono davvero e finiscono per scoraggiare anche i più eroici. Ma vanno spiegati e capiti nelle loro ragioni di costume e di ideologia, più che lamentosamente condannati.
    E perciò vanno costruiti dei luoghi (reali e/o virtuali), dove un nuovo stile comunicativo riesca a farsi le ossa. E non dico ad imporsi a una maggioranza ma almeno ad essere praticato da una minoranza.
    Nel precedente “Laboratorio Moltinpoesia” avevamo tentato un’operazione innovativa. Alcuni di noi avevano costituito al suo interno un “Gruppo critici” e avevano letto e recensito dei testi o delle raccolte proposte da altri/e in forma anonima, motivando poi pubblicamente il risultato del loro lavoro di lettori-critici.
    Ad alcuni la cosa giovò, altri se ne risentirono. Ma una direzione di lavoro nuovo era stata tentata: quella della “critica dialogante” ( e reciproca, aggiungerei). E la si può sempre ritentare.

    Di recente ci siamo ritrovati in una decina di persone, tutti più o meno poeti e redattori di riviste di poesia o in cui la poesia c’entra. Ufficialmente per un reading in un bellissimo spazio pubblico, la Biblioteca Chiesa Rossa di Milano ( vi ha fatto cenno in un commento Enzo Giarmoleo).
    Ma c’eravamo soltanto noi, quelli che “dovevano leggere”. Mancava il pubblico, che, sparpagliato in altre iniziative di festa, non è venuto. Un reading di poeti (tra l’altro poco conosciuti e non sostenuti da nessun editore che faccia parte del sistema massmediale) non attirava. Abbiamo allora discusso tra noi sulle ragioni di questa mancata partecipazione. Ci siamo detti lealmente che era sciocco ignorare questa realtà sociale e culturale: che la poesia – meglio: la nostra poesia – non ha pubblico; e che in genere il “pubblico della poesia” oggi è fatto per lo più da poeti sconosciuti o poco noti o da aspiranti poeti a caccia disperata e individualistica di visibilità. E che, dunque, non è affatto un *pubblico* ma è qualcosa d’altro. Secondo me è una nebulosa di individui che non sanno ancora bene che cosa chiedono alla poesia e tantomeno ad altri che stanno nelle loro medesime condizioni di ricerca confusa. Perché sono scombussolati tutti i parametri che in epoche precedenti incanalavano la ricerca poetica. Perché e venuto meno un discorso critico sulla poesia coerente e capace di convincere. Perché – diciamocelo – la stessa critica a questo stato di confusione è spesso approssimativa nei concetti, lamentosa nelle forme in cui si esprime, oscillante nell’individuare una tradizione su cui poggiare. E altro ancora.
    Bisogna reagire, andare controcorrente, “fare gruppo”. Innanzitutto per imparare a fare critica tra di noi, tra quanti realmente non si accontentano della pacca sulla spalla o dell’applauso compiacente di alcuni “colleghi”, che fingono – a questo punto dobbiamo dire così – di fare il pubblico mentre hanno altro per la testa.
    E così il giorno dopo, sono tornato all’attacco e ho mandato questa mail ad alcuni dei presenti:

    Dopo l’incontro di ieri, azzardo una proposta, che vi prego di far conoscere anche agli altri/e di cui non ho la mail.
    Possiamo impegnarci a degli incontri semi-seminariali periodici tra noi (con scadenza da stabilire)?
    Essi dovrebbero servire a uno scambio spassionato di opinioni su temi riguardanti sia la poesia che la critica, partendo da testi precisi (un articolo, una raccolta di versi, un saggio) preventivamente letti da ciascuno dei partecipanti, che poi a turno si pronunceranno.
    In seguito si potrebbe valutare se gli incontri andranno aperti ad altri interessati e/o a un eventuale pubblico.
    Fatemi sapere.”

    Non ditemi: ma che bravo, che coraggioso. Queste cose si possono tentare in ogni città e anche tra quanti frequentano un blog come questo. Basta rifiutare l’ipocrisia di certi falsi luoghi di confronto, accettare la scommessa di costruirne altri su nuove regole; e vedere alla fine che cosa si riesca a cavare dalle intelligenze e dalle passioni delle persone concrete che accettano di tentare o ritentare.

    P.s.
    Se non è ‘anonimo’, come ‘amministratore’ del blog, posso sostituire il termine con ‘Marco Onofrio’. È sempre preferibile, secondo me, sapere con chi realmente si discute.

  3. Giorgio Linguaglossa

    cari interlcutori,

    non ve ne siete accorti, ma il «gruppo» c’è già: siamo noi (le isole), tutti noi che leggiamo e discutiamo su questo blog; e sempre su questo blog io prendo spesso la parola per esprimere le mie tesi e le mie opinioni sulla questione «poesia»; ma noto anche che ci sono molti assenti, molti, motissimi sono coloro che non esprimono nessuna opinione. Come mai?, per prudenza, per timore di scatenare rancori e vendette? Alcune volte che ho dichiarato la mia opinione su questo o quel testo di questo o quell’autore, sono stato fatto oggetto di accuse rissose o peggio, di accuse intimidatorie; si vive da parte di qualcuno la critica come un’attività che deve sempre fiancheggiare l’autore, si scrivono e si pubblicano Almanacchi e Antologie che non hanno nessuna validità dal punto di vista critico. Io l’ho sempre detto chiaramente, e così spero lo facciano anche gli altri. Indipendenza e rispetto per le opinioni altrui: è questo il lievito per un confronto serio e civile.
    Ultimamente un personaggio che occupa un posto molto importante nella poesia italiana (forse il più importante e influente) ha detto queste parole rivolte a una proposta di pubblicazione di un mio dattiloscritto: «io non leggo un’opera di questo autore, non la voglio nemmeno vedere»; un noto e anziano poeta romano un paio di anni fa ha avvicinato il mio editore che stava per pubblicare il mio libro di critica «Dalla lirica al discorso poetico. Storia della poesia italiana 1945-2010», e lo ha ammonito sulla mia persona dicendogli che ero un «tipo pericoloso».
    Si tratta di censure, di intimidazioni, di stigmatizzazioni verso chi esercita una attività intellettuale che non coincide con gli interessi degli Apparati e le Istituzioni che contano: questi sono invece i veri «gruppi» di potere che bisogna colpire, loro sì fanno parte di un consorzio silenzioso (e omertoso) volto a delegittimare chi non si adegua ai loro interessi strumentali e editoriali!
    Di fatto e nei fatti nel nostro paese è in pericolo la libertà intellettuale: si va dalle intimidazioni palesi e occulte alla stigmatizzazione omertosa, alle liste di proscrizione silenziosa.

  4. Difficile “fare gruppo” con i creativi , perché anche se provvisti di pregevole creatività sono quasi sempre sprovvisti di umanità : il loro ego vede nel collega altrettanto dotato un competitor con cui – nella migliore delle ipotesi – dividere i consensi , ma anche hainoi contendere il quoziente di consensi che il famoso ego non tollera e vuole tutto per sé .
    L’umanità di cui sopra è amore per il prossimo anche in ambito creativo ; amore per l’intuizione creativa , il quid che ci arricchisce di nuova conoscenza e non mortifica il proprio talento ma lo stimola .
    Occorrerebbe un po’ più di modestia ; guardare al proprio percorso con il distacco che merita perché le poche cose egrege che abbiamo prodotto si contano sulle dita di una mano . Ed è su queste poche cose che si deve ( si dovrebbe ) costruire la propria serenità , la propria pace col mondo ( dei colleghi ) : la consapevolezza di possedere quella ricchezza interiore che ci ha fatto esistere produrre e durare per tutta la vita , fortunati in questo , privilegiati da un destino non banale di parole , di colori , di vita .

    leopoldo attolico –

    • Concordo con Attolico sulla necessità della modestia dinanzi all'”infinita vanità del tutto” che macina e dissolve anche i percorsi eccellenti, tanto più in tempi dove la memoria storica sembra essere diventata particolarmente corta e appiattita; lo testimoniano, senza andare troppo in là, autori del Novecento ingiustamente dimenticati o sottovalutati (dico su tutti, ad es., Vigolo, Rea, Gatto, ma ognuno potrebbe evocare la propria lista). Conta, allora, la possibilità di fare i conti con sé stessi e di essere soddisfatti, cioè predisposti alla serenità, nel “computo” ideale del dare e dell’avere con il mondo (della vita e della letteratura). Bisognerebbe inoltre coltivare una creatività temperata dalla ragione, in grado di mettere in equilibrio dinamico le pulsioni egotiche e ludiche obbedienti al principio di piacere (che non tollerano per ciò stesso neppure l’ombra di un competitor: ma così si comportano i bambini) con la capacità di “educarle” (secondo natura) al dialogo proficuo con l’altro; e sul terreno fertile di questo equilibrio innestare le radici della cultura come principio di evoluzione civile.

      Marco Onofrio

  5. E allora se il «gruppo» c’è ( o le «isole» pensanti ci sono) e questo blog è l’osservatorio che permette di vederlo o vederle, facciamo un passo avanti. Non aspettiamoci per ora segnali dagli «assenti» o dai «silenti» (così li avevamo chiamati nella vecchia mailing list del “Laboratorio Moltinpoesia). Consideriamo la loro presenza/assenza come una sfida, un pungolo, un problema. Potrebbero essere ostili o incerti o timidi. Puntiamo sul lavoro che noi possiamo fare (e che non dipende da loro).
    E – l’ho già detto tante volte – non perdiamo tempo in invettive o in lamentele generiche contro il malcostume degli Apparati e delle Istituzioni. A Linguaglossa chiederei meno invettive contro generici Almanacchi e Antologie, ma una analisi di qualcuno di questi libri che ne dimostri in modi argomentati l’inconsistenza critica. Questo sarebbe un modo intelligente e concreto di far vedere a quanti ancora si lasciano ipnotizzare da certe pubblicazioni che l’arrosto lì non c’è.
    Bisogna creare un senso comune critico diverso. Che un noto e anziano poeta romano ti giudichi “pericoloso” diventerebbe irrilevante o secondario anche per te, se il tuo lavoro viene riconosciuto da altri, meno “visibili” ma convinti dai tuoi argomenti critici.
    Quanto agli autori ingiustamente dimenticati, un po’ ci dobbiamo rassegnare ( il tempo distrugge…) e un po’ deciderci noi a togliere la polvere da certi libri. Perciò inviterei Onofrio e altri a fare delle schede su alcuni dei “dimenticati” e a spiegare le valide ragioni per cui rileggerli oggi.

    P.s
    Attolico e Onofrio invitano pure alla modestia e alla creatività temperata dalla ragione. Ma sono nobili virtù in disuso, specie tra i giovani. Io m’interrogherei più a fondo sulle ragioni di questi terremoti delle morali, dei comportamenti, dei desideri…

    • Le ragioni per cui rileggere alcuni dei “dimenticati” sono proprio nelle “nobili virtù in disuso, specie tra i giovani”. Dunque nella possibilità di arginare e contrastare il rovinio del Valore (l’importanza della memoria, il culto della qualità, l’impegno etico ed estetico) che, con la sua progressiva orogenesi, ha portato alla deteriore plastificazione di molta letteratura contemporanea, dove tutto sembra facile e scontato. Come direttore editoriale ho promosso la riedizione di opere da tempo introvabili: ad es. “Conversazione in una stanza chiusa con Leonardo Sciascia”, di Davide Lajolo, e “Biografia a Ebe” di Mario Luzi; sto per ripubblicare “Le notti romane” di Giorgio Vigolo; ho da poco pubblicato un’Antologia poetica di Luigi Fiorentino.
      Ognuna di queste iniziative implica la possibilità aperta di una rilettura critica dell’autore, nonché di un confronto, per sovrapposizione di epoche e piani temporali, secondo me utilissimo – oltre a non dimenticare il passato, quand’anche prossimo – proprio a mettere in questione (e dunque a comprendere meglio) il presente della cultura che viviamo. Sono opere (e metodologie di approccio) su cui dovrebbero educarsi soprattutto le giovani generazioni, che spesso purtroppo ritengono inutile, o addirittura dannosa, la conoscenza di quanto li precede. A che serve prepararsi? a che serve stuidiare? Il messaggio vincente che è stato imposto ai loro occhi è che [mi ripeto] “basta poco” per farcerla, anzi: è meglio partire dalla “tabula rasa”… Rivendico insomma la perduta “craftsmanship” della scrittura, che poi è logica conseguenza dell’amore per la propria arte. Del resto, nessuno penserebbe di esibirsi con uno strumento musicale prima di padroneggiarlo, dopo ore ed ore di studio. Lo stesso dicasi per le arti figurative e pittoriche. Perché, invece, oggi si pensa di poter scrivere – e si presume di farlo in modo professionale – improvvisando dal nulla la propria esperienza?

      • Ennio Abate

        “Perché, invece, oggi si pensa di poter scrivere – e si presume di farlo in modo professionale – improvvisando dal nulla la propria esperienza?” (Onofrio)
        @ Onofrio

        Sa che non è una domanda facile?
        I vecchi non esitano a cogliere la distanza tra quel che facevano essi da giovani e quel che fanno quelli che oggi lo sono.
        Ma i giovani tacciono o scantonano. Hanno altro per la testa. Rispondono – per noi male – a una realtà mutata in questi modi “irrazionali” (per noi vecchi).
        Li potessimo costringere a rispondere alla domanda, ci sarebbe già meno distanza fra noi e loro.
        Il fatto è che si è rotto il filo che legava in qualche modo varie generazioni e permetteva di usare grosso modo uno stesso linguaggio per avvicinarsi o contestarsi e respingersi in modi chiari e motivati.
        Oggi non è più così.
        C’entrano le nuove tecnologie, le sconfitte di una visione solidale della società, la riduzione delle distanze fisiche, l’ignoranza divenuta virtù, merito, ecc.
        Dobbiamo tentare di fare delle ipotesi brancolando al buio. dobbiamo farcele tra di noi, tra “sopravvissuti”.
        La poesia o la cultura del libro (autori che noi ancora facciamo rientrare in questi concetti) hanno un altro posto nell’immaginario dei giovani.
        Questo è certo. E’ sicuramente un male? Non saprei dire.
        Pensiamoci prima di liquidare la questione con risposte che convincono solo noi vecchi. Le benefiche riletture che lei propone temo che valgano ancora per noi. Ma posso sbagliarmi.

  6. emilia banfi

    LIBERTA’

    Stanotte ho tentato
    di trasformare un sogno
    c’ero quasi riuscita
    non fosse stato
    per la potenza di
    una zanzara.

    Emy

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