SEGNALAZIONE. Abate e Partesana su “Politicità della poesia” alla Odradek di Milano.

odadrek mi
Libreria Odradek Milano
Via Principe Eugenio 28
20155 Milano
tel. 02 314948
Giovedì 13 giugno, alle ore 18
Ennio Abate e Ezio Partesana introducono un dibattito sulla
Politicità della poesia
in occasione della pubblicazione del n. 9 di “Poliscritture” dedicato a Franco Fortini
e del volume La polis che non c’è di Ennio Abate (Edizioni CFR).
La partecipazione è libera.
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2 commenti

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2 risposte a “SEGNALAZIONE. Abate e Partesana su “Politicità della poesia” alla Odradek di Milano.

  1. “Un critico (o chi come me fa critica) non deve piacere a tutti, anzi, se piacesse a tutti vorrebbe dire che esprime dei concetti generici e vuoti. Un critico deve dispiacere, non deve tacere.” (Linguaglossa).
    Sì, però Ezio Partesana ci ha dato dentro un po’ troppo ieri sera. Col risultato che il pubblico ha preso le tue difese. Fosse stata una strategia direi che è stato abilissimo. Grazie per la serata, mi sono portato a casa l’intento di arrivale al politico usando le armi della poesia che, per come la vedo io, significa avere gran fiducia che nei propri mezzi. E ribalta la prospettiva: non la politica nell’arte, che sarebbe un inquinamento, ma l’esatto contrario, che è espressione di libertà e sicurezza.

  2. @ Mayoor

    Ezio Partesana è un amico, ma l’amicizia non obbliga all’elogio. No, non era una strategia concordata. Ha detto schiettamente che nel mio libretto c’erano poesie che gli sono piaciute e altre per lui brutte. In una di quelle per lui brutte “Ballata dei massacrati di Gaza” (si legge qui: http://www.backupoli.altervista.org/article.php3?id_article=303&var_recherche=ballata+dei+massacrati+di+Gaza) ha pesato un bel po’ il suo punto di vista politico nettamente divergente dal mio (filopalestinese, ma non acritico), fino a fargli vedere un gusto per l’esibizione spettacolare del sangue e della morte a cui le TV ci hanno abituato del quale nego la presenza nel testo. Come ho spiegato, nella costruzione della ballata ho cercato di considerare la cronaca (i bombardamenti su Gaza nel dic.2008-gen. 2009) da un punto di vista quasi ai bordi del metafisico, come se di quei fatti discutessero tra loro dei morti in un aldilà lontanissimo da quello storico.
    Comunque la serata è andata bene. Abbiamo discusso in tanti. Abbiamo
    “fatto gruppo” in quel modo informale, immediato e sincero che a me piace.
    Poi ciascuno avrà colto i tic degli altri, certi retroterra ideologici, qualche malcelata ostilità o idealizzazione eccessiva. Ma sono il contorno inevitabile di ogni incontro pubblico di breve durata in cui nessuno dei presenti riesce a sintetizzare alla perfezione né i suoi pensieri meditati da tempo né quelli che scaturiscono al momento magari sotto lo stimolo di cose dette dagli altri.

    Io ad esempio credo di aver potuto dire solo vagamente alcune delle cose sulle quali mi ero preso degli appunti. Li accenno schematicamente:
    1. Ho un’idea troppo alta dei possibili compiti conoscitivi e profondamente politici della poesia (in minuscolo) per vederla ridotta o a «produzione della bellezza» o a propaganda politica immediata. (E lo stesso vale per la vera politica, non riducibile ad amministrazione manipolata e a caccia di consenso elettorale);
    2. La mia ambizione è di tenere insieme poesia e politica, ma – con parole di Fortini, dal brano che ho letto – la più «ardua ma più ricca e durevole azione politica» e l’altrettanto più ardua ma più ricca e durevole ricerca poetica;
    3. Il terreno poetico e il terreno politico non sono contigui e non si passa dall’uno all’altro impunemente e facilmente. Fortini, al di là delle prove che ha dato nel muoversi su entrambi ( a volte riuscite; a volte no – e per quest’ultime Partesana ha ricordato “Per Serantini”, di cui Fortini stesso si sarebbe pentito; e compunque la poesia non è antologizzata nei “Versi scelti”, ma appare soltanto ne “L’ospite ingrato. Primo e secondo” a pag. 153), ha sempre avvertito che essi sono contraddittori e persino antagonisti tra loro. Affermando, ad es., sempre nel pezzo da me letto, che la vocazione del politico nasce da una presa d’atto «d’una deficienza sociale» e che la vocazione della poesia e dell’arte da una «deficienza individuale nei confronti dell’esistente»;
    4. La poesia non necessariamente ci rende migliori, o più felici, o più consapevoli e risoluti nell’affrontare la vita o i problemi del vivere in società. Il raggiungimento della forma di per sé non garantisce nulla (come del resto una grande scoperta scientifica non di per sé porta un miglioramento sociale…). E’ vero che la poesia ( o l’arte) potrebbe aggiungere all’interpretazione della vita e al pensiero politico stesso qualcosa in più, ma non è automatico che lo faccia.
    Tempo fa l’amico Leonardo Terzo sul vecchio blog “Moltinpoesia” aveva sostenuto che: «Il compito specifico del discorso letterario [o poetico] è operare al livello inventivo e immaginativo dell’originalità: se non è formalmente innovativo non è politicamente efficace, e neanche politicamente corretto».
    Gli avevo obiettato così esentava «il poeta, il letterato, l’artista dalla preoccupazione o dal compito – attenzione! – non dell’impegno (o dell’impegno politico di vecchia memoria), ma da ogni verifica della politicità che è intrinseca all’uso sociale e politico dei linguaggi (di tutti i linguaggi) compresi quelli poetici, artistici e letterari. Raggiunta una forma innovativa, ne discenderebbe per Terzo che il discorso letterario (o una poesia o l’arte) avrebbe in teoria le “carte in regola” per diventare «politicamente efficace».
    Penso di ribadire ancora oggi quella mia posizione.

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