DISCUSSIONI. Umberto Eco, Ricordando Calvino / 1 . La morale è nella leggerezza.

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«Questo tipo di lezione fu per me fondamentale. Ricordo che anni dopo, in una di quelle assemblee studentesche ultrapoliticizzate del 1968, quando mi fu chiesto di definire il ruolo dell’intellettuale, proposi il romanzo di Calvino come il solo testo affidabile e, citando Cosimo come modello, dissi che il primo dovere dell’intellettuale impegnato era quello di vivere sugli alberi per tenersi a distanza dai propri compagni, per poterli criticare innanzitutto, e non di fornire slogan contro gli avversari – pronto a fronteggiare un plotone di esecuzione per testimoniare che le proprie convinzioni sono vere. A quel tempo non si trattava certamente di una presa di posizione popolare, ma molti degli studenti che mi fischiarono oggi lavorano per Berlusconi, il leader della destra italiana».
Può bastare la brutta fine di tanti sessantottini (e non solo di quelli che «oggi lavorano per Berlusconi», perché a me non pare che i Santoro o i Lerner facciano di meglio rispetto agli altri…) per dar ragione ad Eco (e a Calvino)? Non condivido queste  semplificazioni (autoapologetiche) di Eco, ma sottopongo volentieri, come proposto da Giorgio Linguaglossa, questo articolo alla discussione del blog. [E.A.] 

Da «Il Sole 24 Ore» – Domenica 26 maggio 2013

Così il «Barone rampante» nel 1957 forgiò in Eco l’idea del ruolo dell’intellettuale, né organico né pifferaio della rivoluzione ma distaccato osservatore critico della realtà.
di Umberto Eco

Vorrei parlare del libro di Calvino che amo di più, Il barone rampante, e spiegare perché è rimasto sempre un testo che mi ha accompagnato durante tutta la mia vita, come una sorta di manifesto politico e morale.

Capisco che possa suonare strano parlare di lezioni morali e politiche per un libro che, al momento della sua pubblicazione, portò molti intellettuali impegnati italiani a lamentarsi del fatto che II visconte dimezzato (uscito sei anni prima) non rappresentasse più una parentesi nel lavoro di un narratore caratterizzato da una vena realista. Con questo nuovo romanzo, Calvino abbandonava definitivamente II sentiero dei nidi di ragno per una poetica del fantastico muovendosi per mondi possibili, galassie cosmicomiche, città invisibili e traiettorie astrali zenoniane.

Si fa fatica, oggi, a immaginare quanto la sinistra ufficiale italiana fu disturbata dal Barone rampante; è sufficiente ricordare che, nello stesso decennio, Luchino Visconti, che era un intellettuale comunista, osò rivolgersi, con il suo Senso, non a una storia di lavoratori, ma alla passione romantica e decadente di due amanti del XIX secolo, e ne ottenne, in pratica, la scomunica da parte dei difensori del cosiddetto realismo socialista. Vorrei farvi capire perché, per un giovane di venticinque anni – tanti ne avevo quando lessi II barone rampante nel 1957 – questo libro ebbe un impatto tanto devastante sulla mia nozione di impegno politico, o del ruolo sociale dell’intellettuale.

È superfluo ricordare che il libro mi colpì come uno stupendo lavoro letterario, facendomi sognare quei boschi incantati di Ombrosa, che digradavano superbi verso il mare. Alcuni giorni fa ho riletto il romanzo, ricavandone la stessa sensazione di felicità, «catturata nuovamente dall’incantesimo di una lingua trasparente, attraverso la quale (e non certo contro la quale) mi pareva di arrampicarmi, in maniera quasi fisica, di ramo in ramo con Cosimo, e di diventare poi un rigogolo, uno scoiattolo, un gatto selvatico, un passero, o persino una foglia d’ulivo o di ciliegio.

Quella del Barone rampante è una lingua cristallina, e Calvino (si veda la terza delle sue Lezioni americane) ha detto che il cristallo, con la sua sfaccettatura precisa e la sua capacità di riflettere la luce, era il modello di perfezione che aveva sempre accarezzato, come un simbolo. Ma nel 1957 la mia reazione principale fu, più che estetica, di natura filosofica – il che non dovrebbe stupire nessuno, dato che ero alle prese non con una fiaba (come molti la considerarono) ma con un grande conte philosophique.

Tra gli anni Quaranta e Cinquanta, i giovani intellettuali (poco importa se cattolici o comunisti) erano ossessionati dal dovere morale di essere – come si usava dire – “organici” al proprio gruppo ideologico. Davvero, era facile avvertire il ricatto di questa chiamata generale alle armi, al dovere della militanza, di usare il proprio potere intellettuale nella lotta contro i nemici ideologici. Solo due voci si erano levate contro questa concezione del ruolo degli intellettuali. Una, negli anni Quaranta, era stata quella di Elio Vittorini, con il quale Calvino aveva collaborato in gioventù e, più tardi, nel corso degli anni Sessanta, curando insieme «Il menabò», una rivista che doveva influenzare enormemente il corso della letteratura italiana di quel decennio. Vittorini disse, nel 1947, che gli intellettuali non dovevano suonare il piffero della rivoluzione. Con questo, egli intendeva dire che non dovevano diventare gli agenti stampa del loro gruppo politico, ma invece incarnarne la coscienza critica. Vittorini, all’epoca, apparteneva al partito comunista e curava una rivista abbastanza indipendente e dalla vita breve, «Il Politecnico». Ovviamente venne considerato un traditore del proletariato. «Il Politecnico» morì, e l’appello di Vittorini rimase a lungo inascoltato.

Nel 1955, fummo affascinati da un libro di filosofia politica, Politica e cultura di Norberto Bobbio, che disegnava in maniera più rigorosa il profilo di un intellettuale che fa il proprio dovere cercando una verità che non si identifica con la verità ideologica del proprio gruppo. Laddove Vittorini aveva solo lanciato uno slogan, Bobbio sviluppava una severissima argomentazione filosofica. Rispettivamente troppo poco, o troppo, per produrre un’epifania. Questa fu prodotta dal Barone rampante, che aveva il potere persuasivo di una parabola, l’attrattiva profonda del mito, il fascino della fiaba e la forza gentile della poesia.

Calvino ha eliminato dalle prime versioni delle proprie opere certi paragrafi moraleggianti che avrebbero potuto rendere le sue lezioni troppo invadenti. Cosimo Piovasco di Rondò non insegna nulla, almeno, non ai lettori. Si limita a incarnare un esempio. Solo in due punti il romanzo suggerisce una possibile lettura/interpretazione morale. Il primo punto (nel capitolo XX) è quello in cui si dice che Cosimo riteneva che, se si voleva osservare la terra nel modo giusto, bisognava mantenere la giusta distanza da essa. Il che mi rimanda a un’osservazione dalle Lezioni americane: «È sempre in un rifiuto della visione diretta che sta la forza di Perseo, ma non in un rifiuto della realtà del mondo di mostri in cui gli è toccato di vivere, una realtà che egli porta con sé, che assume come proprio fardello». Il secondo punto (nel capitolo XXV) è quello in cui il fratello di Cosimo si domanda, senza trovar risposta, come la passione di Cosimo per gli affari sociali possa essere riconciliata con la sua fuga dalla società.

Cosimo decide di trascorrere la propria intera vita aerea sugli alberi, volando via dal mondo terreno. Ma quegli alberi non sono per lui una torre d’avorio. Dalle loro cime, osserva la realtà, acquistando una saggezza superiore, proprio perché la gente che egli vede gli appare piccolissima, e comprende meglio di chiunque altro i problemi dei poveri esseri umani che hanno la sventura di dover camminare sui propri piedi. Stando sugli alberi, Cosimo è spinto a prendere attivamente parte alla vita sulle proprie terre. Nella sua qualità di aristocratico, condivide i problemi degli emarginati. Trasformandosi in una sorta di dio dispettoso, o di “Schelm”, non così dissimile dagli animali che gli danno amicizia, nutrimento e vestimento, trasforma la natura in cultura senza distruggerla, e passo dopo passo è spinto a impegnarsi nella vita sociale, non solo nel suo piccolo territorio, ma sull’intera Europa.

Vivendo come un buon selvaggio, si fa uomo dell’Illuminismo, fuggendo dalla società diventa un leader rivoluzionario – ma uno che rimarrà sempre capace di criticare coloro che combattono dalla sua parte, e capace di provare dispiacere e disincanto per gli eccessi dei propri idoli.

Non nel romanzo, ma in un successivo commento degli anni Sessanta, Calvino riconobbe che, per essere un personaggio interessante, Cosimo non sarebbe dovuto essere un misantropo ma piuttosto un uomo coinvolto nei problemi del proprio tempo. E notò che la solitudine e la scomoda soggettività erano la vocazione del poeta, dell’esploratore e del rivoluzionario.

Questo tipo di lezione fu per me fondamentale. Ricordo che anni dopo, in una di quelle assemblee studentesche ultrapoliticizzate del 1968, quando mi fu chiesto di definire il ruolo dell’intellettuale, proposi il romanzo di Calvino come il solo testo affidabile e, citando Cosimo come modello, dissi che il primo dovere dell’intellettuale impegnato era quello di vivere sugli alberi per tenersi a distanza dai propri compagni, per poterli criticare innanzitutto, e non di fornire slogan contro gli avversari – pronto a fronteggiare un plotone di esecuzione per testimoniare che le proprie convinzioni sono vere. A quel tempo non si trattava certamente di una presa di posizione popolare, ma molti degli studenti che mi fischiarono oggi lavorano per Berlusconi, il leader della destra italiana.

Perché la lezione suggerita da questo romanzo fu così convincente per me (e penso, per molti altri in seguito)? Calvino l’ha spiegato, indirettamente, nelle sue Lezioni americane. Le lezioni morali sono, di solito, molto pesanti, e l’unica virtù di coloro che riescono a renderle memorabili è il dono della leggerezza. Aerea come il Barone, la prosa di Calvino non ha peso, è plus vague et plus soluble dans l’air – sans rien en lui qui pèse et qui pose, come avrebbe detto Verlaine. O, per concludere con le parole di Calvino: «Nei momenti in cui il regno dell’umano mi sembra condannato alla pesantezza, penso che dovrei volare come Perseo in un altro spazio. Non sto parlando di fughe nel sogno o nell’irrazionale. Voglio dire che devo cambiare il mio approccio, devo guardare il mondo con un’altra ottica, un’altra logica, altri metodi di conoscenza e di verifica. Le immagini di leggerezza che io cerco non devono lasciarsi dissolvere come sogni dalla realtà del presente e del futuro».

Questo Calvino ha saputo farlo, ed è questa l’eredità che ci lascia.

 

 

 

 

 

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30 commenti

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30 risposte a “DISCUSSIONI. Umberto Eco, Ricordando Calvino / 1 . La morale è nella leggerezza.

  1. emilia banfi

    Che bella sensazione, c’è davvero da tirare un profondo respiro.

  2. Ennio Abate

    Ah,sì, sì!
    Perché, mettendo gli intellettuali come Calvino ed Eco la morale nella leggerezza, la pesantezza è finita tutta nella politica e nell’economia e la barca italiana sta per affondare!
    Anche gli agonizzanti tirano un profondo respiro prima di crepare!

  3. emilia banfi

    Nella vita tutto quello che scegliamo e apprezziamo come leggero non tarda a rivelare il proprio peso insostenibile. Forse solo la vivacità e la mobilità dell’intelligenza sfuggono a questa condanna. Milan Kundera

  4. enzo giarmoleo

    Forse il bisogno di leggerezza era direttamente proporzionale alla pesantezza di certi atteggiamenti culturali. Nel 48 Togliatti che non era del tutto a digiuno di arte, stronca una mostra bolognese di arte astratta definendola una raccolta di cose mostruose, “orrori, scemenze, scarabocchi”. Quello che contava era la partiticità dell’arte o l’assoluta organicità con la linea politica, le avanguardie davano fastidio e la fantasia era vietata.

  5. Giorgio Linguaglossai

    oggi mi sembra che il problema leggerezza-pesantezza sia rovesciato e svuotato di contenuto veritativo. Oggi gli intellettuali non sono più da tempo “organici” a nient’altro che ai gruppi di apparato (RAI, Giornali, Editoria, Università, Fondazioni); la pesantezza è stata espulsa dal mercato dell’arte come dal mercato delle idee: oggi vanno alla grande i romanzieri e i poeti micrologisti, i registi micrologisti che raccontano il quotidiano e il privato: più leggeri di così! – Non che non ci siano i Fondamentalisti della “pesantezza” ma essi si sono mascherati da ideologi ad armamento leggero, vogliono apparire “leggeri” quando invece sono “pesanti” ma di una pesantezza fasulla, perché mascherata. A rileggere oggi il romanzo di Calvino “Il barone rampante” io direi che si tratta di una intelligente fiaba mascherata, intelligente ma inutile, oggi, dove tutti e tutto appare mascherato e raccontato dalla voce narrante di una Fiaba. Direi che il tempo ha inferto anche al romanzo di Calvino un colpo semimortale; quello che resta di Calvino sono i racconti delle “Cosmicomiche”, quelli sì, davvero, racconti fantastici, fiabe per adulti. Però, nel loro interno anche questi racconti vogliono fuggire dalla triste pesantezza dei rapporti di produzione capitalistica, come mai?, sono questi talmente pesanti da determinare una letteratura della leggerezza?: e allora ecco a voi il cinema italiano della leggerezza, la poesia dell’ultra leggerezza che va di moda nel minimalismo romano, i frasari spezzettati (per eccesso di leggerezza) degli esistenzialisti mascherati del milanese e dintorni. Oggi, nella vetrina universale virtuale dell’Evo mediatico, tutto è leggerezza, aria, ma fritta, aggiungo io.

  6. emilia banfi

    …..e poi perchè parlare di leggerezza? la pesantezza ha sempre riscosso molto più interesse . E’ che senza leggerezza …pensateci, un po’ si muore.

    • ciao Emy, penso che conviene non giocare a contrapporre due lati della stessa medaglia. Non esiste vera leggerezza senza profondità e altezza di cio che chiamate pesantezza, o legge di gravità etc etc. Il problema quindi è un altro. E’ come il mondo della menzogna tanto a destra quanto a sinistra sotto e sopra, per diverse convenienze, ha creato dei mostri di pesantezza tanto come di leggerezza, oppure eroi di un tipo o di un altro. Solite cose da divide et impera con cui si controllano meglio le masse..sterminate o piccole, di riferimento minore o maggiore etc. ciao.

      • ps
        ti premetto che per il caso in questione vedo Eco e tutto un simile” staff” alla pseudo sinistra come fumo negli occhi

  7. emilia banfi

    Hai ragione Rò, ma non si può riflettere su una sola faccia della medaglia si rischierebbe di ignorarne la sua falsità.

  8. emilia banfi

    Montale in Piccolo testamento, pur evocando una visione apocalittica, affida a piccole tracce luminose e fragili, che rappresentano poi l’emblema della sua poesia (traccia madreperlacea di lumaca/o smeriglio di vetro calpestato), i più profondi e autentici significati e valori morali, espressi peraltro con la consueta vena antiretorica e antieroica (il tenue bagliore strofinato/laggiù non era quello di un fiammifero).

    Questo che a notte balugina
    nella calotta del mio pensiero,
    traccia madreperlacea di lumaca
    o smeriglio di vetro calpestato,
    non è lume di chiesa o d’officina
    che alimenti
    chierico rosso, o nero.
    Solo quest’iride posso
    lasciarti a testimonianza
    d’una fede che fu combattuta,
    d’una speranza che bruciò più lenta
    di un duro ceppo nel focolare.
    Conservane la cipria nello specchietto
    quando spenta ogni lampada
    la sardana si farà infernale
    e un ombroso Lucifero scenderà su una prora
    del Tamigi, dell’Hudson, della Senna
    scuotendo l’ali di bitume semi-mozze dalla fatica,
    a dirti: è l’ora.
    Non è un’eredità, un portafortuna
    che può reggere all’urto dei monsoni
    sul fil di ragno della memoria,
    ma una storia non dura che nella cenere
    e persistenza è solo l’estinzione.
    Giusto era il segno: chi l’ha ravvisato
    non può fallire nel ritrovarti.
    Ognuno riconosce i suoi: l’orgoglio
    non era fuga, l’umiltà non era
    vile, il tenue bagliore strofinato
    laggiù non era quello di un fiammifero.
    (da La bufera parte VII)

    • Malgrado la seriosità della sua poetica all’inizio, Montale fu un poeta dalla prosodia sapiente e controllata, ma leggera. E’ un buon esempio di leggerezza il verso d’inizio di qIl verso d’inizio inizio è un buon esempio di leggerezza”Questo che a notte balugina / nella calotta del mio pensiero”. . Molto meno la “speranza che bruciò più lenta / di un duro ceppo nel focolare.” perché resta vago: quale speranza, a che si riferisce? Prosegue poi con toni che a me sembrano di un esistenzialismo più estetizzante che concreto.

  9. enzo giarmoleo

    Ho usato inconsapevolmente la parola pesantezza (culturale) per descrivere certe posizioni dogmatiche che serpeggiavano negli apparati partitici contrapponendola al concetto di “leggerezza” titolo di una delle lezioni americane di Calvino,come sinonimo di fantasia . In realtà la pesantezza è per Calvino l’altra faccia della leggerezza, cioè la pesante realtà che si attacca a noi e che viene descritta anche con il mito della Medusa, realtà pietrificante. Nel mito greco Perseo si difende da essa guardandola attraverso lo specchio dello scudo. Il che significa che il nostro sguardo sulla realtà non deve essere diretto ma indiretto. Questo il compito della letteratura secondo Calvino !

    • Sono d’accordo. Non avrebbe altrimenti potuto scrivere Marcovaldo e soprattutto “le città invisibili”, testo assolutamente ante-litteram di qualsiasi attuale apocalisse quotidiana,, sia sul piano dei paesaggi umani che sul piano strictu sensu ….

      credo che il problema di certi morti, stravolti e presi a vessillo di un certo tipo di staff, sia più grave di quanto scritto da Abate o Linguaglossa…e se potessero ritornare per un attimo a parlarci, saprebbero dire con la dovuta leggerezza e la giusta profondità, quanto disgusto provano sicuramente per un certo tipo di paraintellettuali e di vetrina e marketing, ma altrettanto sicuramente per un certo tipo alternativa culturale , elitaria e fanatica tanto quanto e quindi molto poco obiettiva.

  10. emilia banfi

    Non sono assolutamente in grado di criticare Montale, che per me rappresenta uno dei poeti che sapevano davvero cosa fosse la poesia. A parte questa mia molto semplice riflessione, penso che nella poesia che ho proposto ci sia tutto il senso di leggerezza e di pesantezza di cui si sta parlando. Il resto è poesia e si sa la poesia non si rivela a tutti in egual maniera . A Mayoor vorrei dire che prima o poi tutti i poeti fanno ridere…per fortuna!

  11. Ennio Abate

    CONTRO L’ECO DI CALVINO

    Ma perché Eco ama Calvino e di lui soprattutto *Il barone rampante*? Alla prima domanda si può rispondere: Per affinità elettive di vario tipo tra lui e Calvino. Alla seconda risponde lui stesso: perché quel romanzo è « una sorta di manifesto politico e morale».
    A Eco è andata bene che Calvino avesse abbandonato la «vena realistica» e si fosse buttato sul «fantastico». Era un modo di far diventare moderna quella Sinistra che parlava ancora di lavoratori e se la prendeva persino con Luchino Visconti, un altro “martire” alto-borghese interessato più alla « passione romantica e decadente di due amanti del XIX secolo» che ai problemi degli operai o dei morti di fame.
    Volete mettere «uno stupendo lavoro letterario» che fa sognare « quei boschi incantati di Ombrosa, che digradavano superbi verso il mare» o l’«incantesimo di una lingua trasparente» a confronto con la pesantezza delle poetiche staliniste del realismo socialista o dell’ossessionante « dovere morale di essere – come si usava dire – “organici” al proprio gruppo ideologico» di quegli anni Cinquanta (con strascichi fin nel ’68)?
    Eh, no! Bisogna ammetterlo: quella gente là – i comunisti – non facevano che ricattare «i giovani intellettuali (poco importa se cattolici o comunisti)» in nome della classe operaia e dei lavoratori. Proprio come i preti. E infatti il piccolo borghese ma liberale Montale nel suo «Piccolo testamento» se la prendeva con le due Chiese («non è lume di chiesa o d’officina/ che alimenti / chierico rosso o nero»).
    Poche allora le voci dissonanti. Eco ricorda quelle di Vittorini e Bobbio. Notare: tace il nome di Fortini, un altro che criticava il realismo socialista, aveva collaborato con Vittorini al «Politecnico» e aveva lasciato il PSI raccontando le ragioni politiche del suo dissenso in «Dieci inverni» senza però abbandonare la prospettiva comunista.
    E perché tace quel nome?- ci si potrebbe ancora chiedere. Perché Eco giovane piccolo borghese intellettuale, come Calvino ormai piccolo borghese intellettuale adulto che eliminava dalle proprie opere «certi paragrafi moraleggianti», inseguiva soprattutto il « potere persuasivo di una parabola, l’attrattiva profonda del mito, il fascino della fiaba e la forza gentile della poesia». Si annunciavano i nuovi tempi: poesia e arte da una parte, politica da un’altra.
    E proprio come Cosimo, il personaggio di Calvino, Eco stava decidendo – allora il boom economico italiano permetteva questi sogni – di « trascorrere la propria intera vita aerea sugli alberi, volando via dal mondo terreno». Il che, materialisticamente tradotto, significava non scendere nell’inferno del lavoro manuale, ma trovare – com’è stato possibile anche a molti giovani che le famiglie operaie o contadine riusciranno a mantenere agli studi – un posto almeno nel purgatorio del lavoro intellettuale.
    Cosimo, dunque, al posto del tormentato «Compagno» di Cesare Pavese.
    Ovviamente il giovane Eco, liberatosi dall’ossessione di dover essere un intellettuale “organico” gramsciano, mica diventava un reazionario. Non si chiudeva affatto in una torre d’avorio come avevano fatto durante il fascismo i suoi antenati, gli intellettuali ermetici. Lui, toltasi la tentazione di essere comunista e senza affaticarsi su Marx per capire che cavolo si dovesse intendere per comunismo, si preparava a diventare un buon democratico. Che, infatti, dalle cime degli alberi ( o degli impieghi più o meno intellettuali e ben pagati) osserva «la terra nel modo giusto», mantiene «la giusta distanza da essa», « osserva la realtà, acquistando una saggezza superiore».
    E’ vero, da lì (sugli alberi, dall’alto degli impieghi intellettuali ben pagati) « la gente che egli vede gli appare piccolissima», quasi delle formichine. Le vede ogni giorno alle prese con problemini spiccioli e noiosi come pagare le bollette, andare a fare la spesa, curare i figli, vedere il conto corrente che va in rosso, ecc. Ma non si turba. Non si pone strani grilli per la testa. « Comprende meglio di chiunque altro i problemi dei poveri esseri umani che hanno la sventura di dover camminare sui propri piedi». E come « Cosimo è spinto a prendere attivamente parte alla vita sulle proprie terre» e «nella sua qualità di aristocratico, condivide i problemi degli emarginati», così Eco, l’intellettuale democratico, liberatosi da brutte idee come rivoluzione, lotta anticapitalista e altre panzane del genere che si leggevano solo in certi libri di Marx o Lenin, è « spinto a impegnarsi nella vita sociale, non solo nel suo piccolo territorio, ma sull’intera Europa». Magari votando PD, che finalmente s’è alleggerito del peso dei padri stalinisti del PCI e offre ai Cosimi d’oggi una “militanza leggera”. Poca cosa insomma: un appello sui grandi giornali al momento delle elezioni e poi “fasso tutto mi”. Il Partito “leggero” ha imparato a lasciare in pace sugli alberi gli intellettuali democratici. E questi possono essere tranquillamente dei «buoni selvaggi», ma sempre con quel tanto d’illuminismo che non guasta. O sentirsi persino rivoluzionari, ovviamente di un tipo di rivoluzione più gentile, senza spargimento di sangue. O dimostrarsi anche capaci di «criticare coloro che combattono dalla [loro] parte» (magari quando come Bersani perdono le elezioni). O «di provare dispiacere e disincanto per gli eccessi dei propri idoli», che fanno “ errori” come quelli del Monte dei Paschi di Siena, etc. Gli intellettuali democratici – giovani, adulti o vecchi – possono così godersi la «lingua cristallina» del grande scrittore di moda o « l’attrattiva profonda del mito, il fascino della fiaba e la forza gentile della poesia».

    Se poi qualche sussulto turba la vita del Paese, il bravo prof. Eco, ormai saldamente in cattedra e in carriera, alle assemblee «ultra politicizzate» sa bene cosa proporre: il romanzo di Calvino. E se gli studenti (intellettuali di massa in eterna formazione) non potessero più vivere come Cosimo o come Eco «sugli alberi»? Se la lezione suggerita ad Eco da quel romanzo non fosse più convincente per i milioni di precari e disoccupati persino (ma inutilmente) “appesantiti” dalla laurea?
    Questo è problema che non riguarda né Calvino, né Eco né i bravi democratici.
    Essi hanno cambiato il loro approccio alla realtà: guardano il mondo « con un’altra ottica, un’altra logica, altri metodi di conoscenza e di verifica». Per loro una sola cosa conta: che «le immagini di leggerezza […] non devono lasciarsi dissolvere come sogni dalla realtà del presente e del futuro».

  12. emilia banfi

    @ Ennio Abate

    Ennio come al solito rema, e va molto lontano , supera mareggiate e venti , in fondo vede una spiaggia ma se non è quella che aveva in mente di raggiungere ecco che cerca di riprendere il viaggio verso la sua meta. Ammirevole tutto ciò , ma i tempi cambiano e spesso le tregue, vanno considerate, per poter continuare a vivere e a pensare ad un’altra strada da percorrere dove l’immaginazione e a volte anche la fantasia superano il bisogno concreto e spesso ci aiuta a scoprire una via di salvezza che forse non avremmo mai percorso. Sto parlando di un’ottica che si potrebbe giudicare consolatoria ma che potrebbe anche essere rivoluzionaria. La leggerezza serve solo per non dimenticare che abbiamo bisogno non solo dei piedi per camminare ma anche di un sogno da realizzare…ma bisogna poter sognare! E qui la medaglia continua a girare…

  13. Giorgio Linguaglossa

    Cari Abate,
    il fatto che “Il barone rampante” (1956) abbia messo fine alla narrativa neorealistica, può anche essere stata una buona cosa, ha messo un punto su un tipo di narrativa ormai giunta al capolinea. Ma quello che vorrei dire (e che sfugge ad Eco) è che questo nuovo tipo di narrazione (altamente sofisticata) ha finito per sostituire il precedente paradigma narrativo incentrato su un plot e una struttura realistica. Il romanzo italiano si era finalmente emancipato!, così la pensava e la pensa tuttora Eco. Che potrei anche accettare, e in una certa misura la accetto; se non ché è vero che quel tipo di narrativa che ha sostituito il precedente romanzo di impegno sociale, con il tempo ha rivelato i propri lati di vulnerabilità: è che lo sviluppo della società videocratica e mediatica da allora in poi ha moltiplicato le operazioni narrative fondate sul “Fantasy”, sulla “fiction”, sulla “imagery” etc, fino alle odierne saghe di maghi, maghe e medioevi marziani. Quel primo romanzo di Calvino è stato dunque il capostipite di una interminabile serie di romanzi di fiction destinati al consumo di una élite medio-colta (per le classi plebee della cultura di massa c’erano i surrogati).
    Per un altro verso mi dolgo spesso che non ci sia stato in poesia Un equivalente a quello che Calvino è stato per il romanzo italiano. Per la poesia italiana le cose da “Laborintus” (1953) in poi stanno ancora peggio: l’ho detto e ridetto mille volte e non mi stancherò mai di ripeterlo: il fatto è l’ingessatura di tutto il paese attorno a un baricentro cattocomunista che dura ancora oggi, il culto tutto cattolico degli Apparati, del Potere, il sotto potere Editoriale, Universitario, i clan, i sotto clan, la sterminata massa di intellettualini che sciamano attorno agli apparati di potere, una infinita schiera di disoccupati intellettuali i quali non chiedono niente di meglio che un impiego sotto pagato e mal pagato, una briciola del capitale; e in tempi di crisi come oggi: una briciola della briciola.
    Mi si dirà: ma la poesia ha sempre camminato per la sua strada, la poesia non va per la strada maestra del compromesso (non parlo di quello storico, che pure era una cosa abominevole e abnorme), ma parlo del compromesso che diventa sudditanza e della sudditanza che diventa obbedienza assoluta. Non è vero: le cose non stanno così: anche in poesia guai a chi si avventura per una infrazione del paradigma maggioritario! Viene semplicemente estromesso dal sistema letterario.
    Il problema oggi direi che si pone in termini drammatici: il paese non sembra avere più la forza di dare uno scossone al sistema, non ha più la forza di un colpo di coda…

  14. Se di leggerezza si vuol parlare, allora dovremmo dirlo che probabilmente fu per leggerezza che Eco si meritò qualche fischio alla citata assemblea sessantottina. Anche perché mancò il tema di fondo che a me sembra invece la distanza, la necessaria distanza che serve per poter vedere e valutare gli eventi senza esserne travolti. Forse Eco parlò di leggerezza senza approfondire, senza affondare la critica verso certa sinistra bacchettona e manichea, incazzata ma più in linea con il dolore della sconfitta, col lamento, la rivendicazione invece che con il sole dell’avvenire che in qualche modo era espressione positiva e salutare. Così è la cultura degli oppressi? Eco avrebbe potuto parlare di pessimismo e positivismo, magari come derivati impuri della ragione, del materialismo tutto assorto nelle leggi di causa ed effetto. Ma non lo fece, e in quegli anni bastava un niente per essere subito contestati. E forse a rimetterci fu il tema della distanza, quella di Cosimo che decise di “trascorrere la propria intera vita aerea sugli alberi, volando via dal mondo terreno.”
    “… Calvino riconobbe che, per essere un personaggio interessante, Cosimo non sarebbe dovuto essere un misantropo ma piuttosto un uomo coinvolto nei problemi del proprio tempo. E notò che la solitudine e la scomoda soggettività erano la vocazione del poeta, dell’esploratore e del rivoluzionario.” Oggi direi del ribelle, che è ribelle sempre, non solo quando serve com’è per il rivoluzionario che poi s’aggiusta nella conservazione ( Stalin fu rivoluzionario, non ribelle). Eco: “Non sto parlando di fughe nel sogno o nell’irrazionale. Voglio dire che devo cambiare il mio approccio, devo guardare il mondo con un’altra ottica, un’altra logica, altri metodi di conoscenza e di verifica. Le immagini di leggerezza che io cerco non devono lasciarsi dissolvere come sogni dalla realtà del presente e del futuro».” Ma non approfondisce, allude soltanto, davanti ad una platea che allora non era disposta a capire, e che oggi peggiorando non sembra nemmeno trovarsi nella condizione per poterlo fare. La distanza è il tema.

  15. Ennio Abate

    @ Linguaglossa

    Caro Giorgio,
    scrivi: “anche in poesia guai a chi si avventura per una infrazione del paradigma maggioritario! Viene semplicemente estromesso dal sistema letterario.”

    Lamentarsi inascoltati mi pare frustrante e triste. Andiamo al sodo: che fare? è possibile fare qualcosa insieme?
    Cerchiamo di intrecciare i discorsi che passano per la mente a quelli – pochi o molti – che riflettono su questi aspetti socio-politici del fare poesia in questo momento.

    Il problema mi è stato posto anche dall’amico Ezio Partesana che mi sta intervistando e penso sia cosa opportuna chiarire come la penso. Perciò riporto domanda sua e mia risposta:

    Partesana:
    Vuoi dire qualcosa anche rispetto ai meccanismi di diffusione (o distribuzione) della poesia in Italia? Dove pensi possa esserci spazio per un “sfera della circolazione” della poesia “esodante” che non sia quella delle poche collane sopravvissute in Italia o del Blog di poesia? Oppure forse non c’è alternativa secondo te?

    Abate:
    Sappiamo tutti che la poesia in Italia è stata sempre un fenomeno socialmente marginale e di nicchia; e oggi, sia per lo strapotere dei mass media che per questo tempo di crisi, la sua diffusione si restringe ancora. Ciò detto, io leggo i processi in corso alla luce di una dialettica molti-pochi (mai escludendo che positivo e negativo possono trovarsi in ciascuno dei due poli); e cerco di capire se, ai margini o nelle nicchie, si stanno costruendo le premesse per una più ampia (magari in futuro) diffusione della poesia o vengono alimentati modelli di arroccamento difensivo o settario o corporativo.
    Due mi paiono gli attuali centri di diffusione della poesia: le piccole case editrici, i blog e le riviste che accolgono una produzione poetica “di massa” vagamente “militante”(il fenomeno dei moltinpoesia); le grandi case editrici e i blog o le riviste accademiche e di studio collegati al circuito universitario.
    Entrambi – e qui ci sento il segno paralizzante della crisi della poesia e di quella generale – non puntano più né a confrontarsi né a confliggere tra loro direttamente e in modi chiari. Tutto stagna o s’agita sul fondo. In primo piano si vedono gli snobismi dall’alto, tipici di chi si limita ad amministrare qualche maggior potere di promozione e di veto editoriale o le maggiori ( e spesso preziose) conoscenze specialistiche (filologiche, critiche, storiche) e gli snobismi dal basso: quelli di chi, partito da posizione di svantaggio, supplisce il deficit di visibilità (ma spesso anche di saperi) enfatizzando la propria esclusione o emarginazione cedendo a un ribellismo antiaccademico che oggi – non siamo più all’epoca dinamica che permise l’exploit del Gruppo ’63 – non smuove nulla.
    Che fare? Bisogna sempre provarle tutte prima di arrendersi. Si può cercare sia di convincere gli insoddisfatti, i dissidenti, i moltinpoesia ad esodare; e cioè a costruire spazi autonomi di vera secessione o di circolazione minoritaria (ma critica e rigorosa) dei propri testi più validi, come del resto hanno sempre fatto tutti i movimenti innovativi nella loro fase nascente. Oppure si può sviluppare una intelligente “guerriglia critica” su blog o riviste che fanno capo alle case editrici maggiori e alle università. (Lo faccio sistematicamente, ad es, col sito di LE PAROLE E LE COSE che sottopone ai commenti saggi brevi spesso interessanti). Senza illusioni però. Fare gruppo oggi per quest’intellettualità di massa è più che mai arduo, quasi impossibile. Mille fili sentimentali, ideologici e pratici la trattengono in posizioni gregarie, attendiste, opportunistiche. All’estremo, se tali tentativi di costruzione o confronto in prospettiva esodante dovessero fallire, resta la testimonianza individuale, il messaggio in bottiglia.

    • Giorgio Linguaglossa

      caro Abate,
      io ritengo che sia errato parlare di “gruppi” o di “esodati”, come dici tu «Fare gruppo oggi per quest’intellettualità di massa è più che mai arduo, quasi impossibile». Io credo sia più utile parlare di “isolati”; siamo degli “isolati”, delle “isole”; non abbiamo nessun «messaggio in bottiglia» (come tu scrivi) da dare a nessuno, né possiamo (e dobbiamo) fornire a nessuno alibi o patenti di abitare la Serie A. L’unica credibilità che possiamo avere (se ne abbiamo una) è quella di restare rigorosi e onesti sul piano intellettuale: se sbagliamo lo facciamo sempre in buona fede e mai per partito preso o per appartenenza a gerarchie e a fratrie. Tu mi chiedi se avremo seguito? E ti rispondo: che importanza ha? Fortini se ne fregava di avere un seguito tra i mediocri e gli epigoni; noi non ci dobbiamo porre il problema se riusciremo a fare “Gruppo” o ad avere seguito; anzi, il nostro compito è esattamente l’opposto: quello di costringere chi pensa secondo modi consolidati a mettere in discussione le proprie idee acquisite, a mettere in discussione tutto, tutti i valori e tutte le posizioni. Il mio marxismo critico (come lo intendo io scolaro della Scuola di Francoforte) mi dice questo: mettere tutto in discussione, ridiscutere tutto, criticare tutto. Lo so, questo atteggiamento mi ha già alienato le simpatie di gran parte degli addetti ai lavori perché non sono fungibile alle loro esigenze e ai loro interessi, ma accetto di buon grado queste conseguenze, diciamo così, naturali. Un critico (o chi come me fa critica) non deve piacere a tutti, anzi, se piacesse a tutti vorrebbe dire che esprime dei concetti generici e vuoti. Un critico deve dispiacere, non deve tacere. Certo se avessi una rubrica del Corriere della sera sarebbe meglio. Ma perché poi dovrebbero chiamarmi in una tale sede? Sono un isolato, non ho rapporti con gli Apparati, con i Partiti, con le Agenzie Editoriali e di Stampa, con l’Opus Dei e Comunione e Liberazione, inoltre, sono un rompiscatole che vuole pensare con la propria testa…

      • Concordo con Giorgio Linguaglossa: non credo sia più utile (oltre che possibile) dar vita, oggi, a gruppi letterari. I gruppi in realtà ci sono, ma sono occulti e massonici: centri di aggregazione e spartizione del potere politico/economico che orchestra, senza parer di nulla, le grandi manovre di rappresentanza della letteratura che conta (autori noti, o nuovi ma caldeggiati, sospinti da “ordini di scuderia”, presentati e/o imposti ai grandi editori). La cruda verità è che occorre pescare nell’invisibile per diventare visibili; chi opera onestamente alla luce del sole, confidando solo nella spinta propulsiva delle pagine scritte, resta assolutamente invisibile: anche se pubblica cinquanta libri. Intendiamoci: le invidie e le reciproche ostilità sono sempre state parte integrante della società letteraria. Ma una volta, ad esempio negli anni ’30 o ’50 del Novecento, era ancora possibile codificare una “società letteraria”, dotata di maestri riconosciuti, dove accadeva – sia pure a fatica – di essere aggregati sulla base esclusiva del merito. La democratizzazione elettronica delle lettere, pur con i suoi innegabili vantaggi, ha fatto esplodere i confini della codificazione critica e produttiva. È arrivato un messaggio di ‘passepartout’ che ha trasformato l’ambiente in una jungla del “tutti contro tutti”. Si è fatto credere (dimostrandolo con i fatti) che “basta poco” – come dice Vasco Rossi in una canzone – per tentare la grande scalata, laddove una volta certe posizioni si acquisivano, semmai, a forza di studio, di sudore, di ore passate al tavolino, di delusioni, rifiuti, igieniche bocciature. Quanta strada occorreva, un tempo, per arrivare a pubblicare? E quando l’autore finalmente ci riusciva, gli sembrava già per questo di toccare il cielo con un dito. Oggi tutto è semplificato: i diritti (dati per scontati) hanno soppiantato la controparte necessaria dei doveri, e si è – di conseguenza – dato campo libero a una marea di dilettanti, arroganti e presuntuosi, assolutamente non disposti alla fatica seria di un percorso, ma ansiosi di sgomitare, soffiare posizioni, bruciare le tappe: qualunque cosa, pur di arrivare al “successo” (cioè alla compensazione egolalica delle loro tare mentali). E la vittoria dello Strega assicurata a giovanissimi, addirittura esordienti, non ha fatto altro che confermare la tendenza: non è sulla pagina scritta che si gioca la partita, ma sulla capacità di “muoversi bene”, di agganciare persone e situazioni, di intrecciare pubbliche relazioni e mettere a frutto opportunità. Solo gli “sciocchi”, gli “ingenui”, gli “illusi”, poveri loro, si affannano ancora intorno alle parole: anche perché le grandi case editrici, costrette per ragioni di vendita a uniformare il prodotto sugli standard commerciali richiesti dal pubblico, alimentano il “gioco al ribasso” rifiutando come la peste bubbonica i manoscritti strenuamente attestati su posizioni di “qualità” e di “ricerca letteraria”. In una situazione del genere (degenere) è assolutamente difficile orientarsi, e ancor di più tentare di aggregarsi intorno a delle idee. Diciamo, inoltre, la verità vera dei rapporti fra scrittori o sedicenti tali. Si fa finta d’essere amici, mentre ribollono livide le ostilità e s’insinuano striscianti i piani mentali di vendetta, di reciproco sabotaggio. Scrivere un libro o un nuovo libro significa automaticamente farsi (o aumentare il numero, o l’intensità d’odio) dei nemici, perché si toglie agli altri (o così gli altri vogliono credere) spazio di visibilità. Il proprio libro viene vissuto dai “colleghi scrittori” come un’offesa narcisistica al loro ego. Ciascuno pensa di essere il centro propulsore della cultura umana, il cuore del mondo, il Dante Alighieri redivivo. Si mormora di soppiatto, si spargono maldicenze, si tendono manovre strategiche di accerchiamento. Ci si fa la guerra tra poveri per un applauso in più, mentre i “visibili” che fanno le pose sotto i riflettori, tra gli incastri del potere che li ha sospinti fin là, neppure si accorgono di tanto ridicolo starnazzare. Non mi sembrano dunque sussistere le condizioni storiche per un’esperienza letteraria da condividere in modo duraturo e solidale. E lo dico con un certo rammarico.

  16. Ennio Abate

    @ Linguaglossa

    Caro Giorgio,
    si può « restare rigorosi e onesti sul piano intellettuale» sia da isolati ( o sulle isole) sia tentando e ritentando di “fare gruppo” (io ho parlato di costruzione di «spazi autonomi di vera secessione o di circolazione minoritaria (ma critica e rigorosa) dei propri testi più validi»). Le due cose non le vedo in contraddizione. Né una è su un piano più alto (più rigoroso e onesto) dell’altra.
    Già altre volte ho scritto sulla necessità di costruire o ricostruire un ‘noi’. O almeno un ‘io-noi’. Cosa non facile, ma non impossibile. E, coerentemente, nell’ultimo commento ho detto: «All’estremo, se tali tentativi di costruzione o confronto in prospettiva esodante dovessero fallire, resta la testimonianza individuale, il messaggio in bottiglia.». Traduco ancora: quando un tentativo di fare gruppo – obiettivo per me importante – si dimostrasse sterile, resta il lavoro del singolo ( ‘io-noi’ però, meglio che ‘io-io’, che a me pare pecchi di individualismo). Il messaggio messo “in bottiglia” (in una raccolta di poesia, in un saggio, in un commento di blog) lo mandano però entrambi. Non capisco perché tu insista a dire che non abbiamo nessun «messaggio in bottiglia» da dare a nessuno. Qualcosa arriva a dieci, quindici persone. O verrà forse trovato da ignoti in futuro. Se insistiamo a scrivere e a pubblicare, vuol dire che un messaggio (che riteniamo modesto o importante) vogliamo lasciare. Altrimenti non pubblicheremmo o non scriveremmo neppure più. Scrivono e pubblicano persino gli scrittori iper-individualisti. Come Pessoa, cui è stato dedicato in questi giorni un post si LE PAROLE E LE COSE e che dice cose per me sconcertanti (magari per finzione letteraria etc). Tipo queste:

    «Collaborare, unirsi, agire insieme agli altri è un impulso metafisicamente morboso. L’anima che è data all’individuo non deve essere imprestata per le sue relazioni con gli altri. Il fatto divino di esistere non deve essere consegnato al fatto satanico di coesistere.
    Agendo insieme agli altri perdo, perlomeno, una cosa – che è agire da solo.
    Quando mi do, anche se sembra che mi stia espandendo, mi limito. Convivere è morire. Per me, solo la mia autocoscienza è reale; gli altri sono fenomeni incerti in questa coscienza, e sarebbe morboso imprestarle una realtà così autentica.»

    Altra nota. Come tendi a fare, mi attribuisci domande che non ho fatto. Ad es. non mi sono chiesto «se avremo seguito». Non è una mia preoccupazione. Ammetto invece che è mia ambizione “fare gruppo” o agire in modo organizzato *se possibile*.
    Del resto anche il tuo Adorno faceva parte, almeno per un certo periodo, di una Scuola di Francoforte. Noi una scuola non ce la possiamo permettere, ma “fare gruppo” sì. Magari in modi incerti ed evitando possibilmente di ripetere i difetti tipici dei gruppi. (Tra questi difetti ci metterei la genericità della critica, che è da rifondare; e, perciò, non capisco cosa voglia dire oggi «mettere in discussione tutto». Io vorrei mettere in discussione cose nominabili e precise…). Inoltre puntare a “fare gruppo” (come io dico) non ha nulla a che fare col «piacere a tutti» o col costruirsi « un seguito tra i mediocri e gli epigoni».

    Infine e fraternamente. Nel tuo atteggiamento sento un’ambivalenza tra l’orgoglio dell’isolato ( che un po’ tende a farsi monumento di se stesso) e un po’ il dispiacere dell’escluso («Certo se avessi una rubrica del Corriere della sera sarebbe meglio. Ma perché poi dovrebbero chiamarmi in una tale sede?»). Non mi pare quello politico giusto per contrastare Apparati, Partiti, Agenzie Editoriali, etc. Queste entità astratte andrebbero precisate, descritte e conosciute in concreto, combattute senza farne dei mostri. Ed è impossibile far tutto questo senza organizzazione, senza gruppo…

    • Giorgio Linguaglossa

      Caro Ennio,
      cercherò di dirti in breve il mio pensiero (che è anche la mia personale strategia), forse perdente, anzi sicuramente perdente, ma forse è preferibile essere perdenti (come Fortini) che vincenti (come Sereni). Adesso che l’ho scritto mi rendo conto come quello che segue sia anche un «Manifesto per la libertà intellettuale» che lancio un po’ come si lancia un salvagente a dei naufraghi in mare aperto:
      :

      1) il mio elogio dell’«isola» e dell’«isolato» non deve essere equivocato per un arroccamento «tra l’orgoglio dell’isolato ( che un po’ tende a farsi monumento di se stesso) e un po’ il dispiacere dell’escluso», come tu dici;

      2) non è mio intendimento «contrastare Apparati, Partiti, Agenzie Editoriali, etc», come tu scrivi forse equivocando il mio pensiero, né sostituire questi Apparati con altri Apparati di «Gruppo», come tu propugni; anzi, ti dirò di più: quanto più un critico, un intellettuale, un poeta è legato a un «gruppo» tanto più sarà condizionato e il suo discorso sarà inficiato di voler favorire una sponda o l’altra;

      3) a mio avviso, quindi, un critico degno di questo nome, cioè credibile, dovrà essere sganciato da Apparati, Partiti e Agenzie elettorali come Comunione e Liberazione o Fondazioni con portafogli importanti;

      4) dirò di più, far parte di «gruppi» potrebbe riuscire anche deleterio per i singoli membri del «gruppo», perché potranno essere fatti oggetto di accuse squalificanti e strumentali: potranno accusarli di fare operazioni di cabotaggio e di gruppo;

      5) di fatto i «gruppi» di sotto bosco e di potere esistono a dozzine; solo che furbescamente non lo dichiarano e tentano di far passare come manifestazioni “libere” le loro attività di fiancheggiamento dei membri del «gruppo»; tale pratica è diffusissima, anzi, è la pratica costante dell’attività del giornalismo della cultura.

      6) ma allora tu mi chiederai: «che fare?»; ed io ti rispondo: nelle attuali condizioni l’unico modo per fronteggiare una marea di esodati medi e di esodati non medi è quello di costituirsi in «isole» comunicanti, «isole di libertà intellettuale». Questo è il mio progetto e la mia speranza: che questo paese trovi la forza di ridefinire i propri valori: innanzitutto la libertà di pensiero e di espressione e la libertà di poter vivere in un paese che dia a ciascuno almeno una possibilità.

  17. emilia banfi

    Le parole di Pessoa sono sconcertanti ma grandiose! Coesistere vivendo del o col parere degli altri è un autentico annullamento, ma gli altri ci guardano, pensano , scrutano soprattutto coloro che pensano di essere al di sopra di ogni sospetto, di ogni critica. Chi vuol continuare ad essere se stesso deve fare i conti con gli altri nel momento in cui usa questi ultimi per sistemare le sue vanità. Qui casca l’asino! E poi dovrà apettare che qualcuno l’aiuti a rialzarsi. Coesistere è un fatto inevitabile e molto discutibile,

  18. Ennio Abate

    @ Linguaglossa

    SU LAVORO DA ISOLATI E LAVORO DI GRUPPO

    Caro Giorgio,

    comincio scherzando. Lanciare un salvagente a dei naufraghi in mare aperto è non solo più impegnativo che inviare in giro il solito messaggio in bottiglia, ma mi pare anche difficile gettarlo in mare aperto standosene sull’«isola».
    Parlando invece seriamente credo di dover ripetermi:
    « si può « restare rigorosi e onesti sul piano intellettuale» sia da isolati ( o sulle isole) sia tentando e ritentando di “fare gruppo” (io ho parlato di costruzione di «spazi autonomi di vera secessione o di circolazione minoritaria (ma critica e rigorosa) dei propri testi più validi»). Le due cose non le vedo in contraddizione. Né una è su un piano più alto (più rigoroso e onesto) dell’altra.».

    E aggiungo, visto che niente e nessuno può garantirci di essere vincenti, che possiamo essere buoni perdenti (come Fortini o tanti altri) sia da isolati che stando in gruppo.
    Chiarito dunque che la scelta dell’isolamento o del lavoro in gruppo, oltre che da una propensione soggettiva variabile anche con l’età, deriva da occasioni e spesso da circostanze storiche favorevoli o sfavorevoli (il povero Leopardi non fuggì a Roma sperando di trovare una decente società letteraria per evitare il suo eremitaggio? E non si ritrovò a fare il pastore errante a Recanati immaginando di essere in Asia?), non capisco questa ripulsa del gruppo o del lavoro di gruppo. E tantomeno l’affermazione che « quanto più un critico, un intellettuale, un poeta è legato a un «gruppo» tanto più sarà condizionato e il suo discorso sarà inficiato di voler favorire una sponda o l’altra».
    Voglio dire che si può essere in un gruppo in modo gregario (e quindi con effetti deleteri per il singolo che vi ha aderito) e farsi portavoce di « Apparati, Partiti e Agenzie elettorali come Comunione e Liberazione o Fondazioni con portafogli importanti», ma si può essere anche isolati e farsi lo stesso portavoce (magari anche inconsapevoli, da “indipendenti” o senza dichiararlo, proprio come avviene anche per certi gruppi di fiancheggiatori altrettanto “indipendenti”) dei medesimi apparati, etc.
    Non bisogna avere paura delle parole ed esorcizzare quelle che ci paiono un po’ demoniache. Ripeto: isolamento e lavoro di gruppo sono possibilità. L’isolamento può essere, in certe circostanze, fecondo o sterile, necessario o scelta di vano orgoglio. Proprio come il lavoro di gruppo. Sia nell’io isolato che nell’io-noi in gruppo ci può essere il positivo e il negativo. Meglio andare a vedere in entrambe le forme. Del resto Fortini entrava e usciva dai gruppi. Ma si può dire che entrava o usciva anche dal proprio isolamento. Puoi sostenere che quello che ha prodotto stando nel «Politecnico» o in «Ragionamenti» o in «Quaderni piacentini» o nel «manifesto» sia meno valido di quello che ha fatto da isolato nella sua stanza?
    E poi, in fondo, le tue «isole di libertà intellettuale» non sono cosa diversa dalla « costruzione di «spazi autonomi di vera secessione o di circolazione minoritaria (ma critica e rigorosa) dei propri testi più validi»». Poiché il momento di libertà si può costruire ora da soli ora assieme ad altri. Mai sempre e solo da soli o sempre e solo in gruppo.

  19. enzo giarmoleo

    Credo che già scrivere su un blog abbia qualche affinità con l’attività di un gruppo di persone che si riuniscono intorno a temi specifici.
    Per parte mia ho in mente un gruppo nomade per poeti vagabondi che altrimenti non troverebbero alcun referente nella galassia dei gruppi, delle lobby e delle corporazioni che già esistono. Più che un gruppo ho in mente un luogo dove ci si incontra in modo informale (come mi è capitato recentemente alla biblioteca della Chiesa Rossa a Milano) quel luogo (gruppo) che una volta poteva essere il ciglio di un marciapiede, un muretto, un luogo della città che favoriva la circolazione e lo scambio delle idee. Un luogo dove si è liberi di andare dove non ci si impegna per sempre ma dove si trova la possibilità di soffermarsi, con la “leggerezza” necessaria, con altri, su materie poetiche o altro oppure di allontanarsi se si percepisce una volontà di imporre le proprie regole. La percezione degli altri è da tenere in gran conto sia se si scrive su un blog sia se ci si incontra di persona.

  20. emilia banfi

    Non si può piacere a tutti nè andare d’accordo con tutti. l’importante è la predisposizione, l’ascolto, accompagnati forse anche da un banale sorriso . Per me incontrare qualcuno che ammiro mi mette in serio imbarazzo, sento un senso di ineguatezza , ma quando colui o colei mi dedica del tempo per ascoltarmi e si mette in discussione, ecco in quel momento percepisco la sua grandezza.

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