Carlo Villa, Da “Eclisside”. Con una nota di G. Linguaglossa.

Eclisside Villa
Carlo Villa Eclisside Società Editrice Fiorentina, Firenze, 2013

Senza di te la casa

presenta l’aspetto di luogo abbandonato

in completo disfacimento.

 

Sembra la scena ideale per un torbido delitto,

e arredata con mobili dell’ottocento,

 

ha un’aria da chiesa sconsacrata

l’indomani

d’un torbido conflitto.

*

 

Le ragioni non sono mai compatibili

con l’immagine d’un  vestito che s’apra,

e impaurito dalla tua sartoria,

 

m’aggiro nell’occasione sonnambula

incerto se approfittarne ancora,

o lasciar passare la mano.

 

Sarebbe il caso mi decidessi, certo,

ma ne varrà davvero la pena?

O non sarà meglio segnare il passo,

 

con fiotti privi di copertura

indossando quanto sia ancora possibile,

vigile a ogni tentazione futura?

 

*

 

Agitandosi sotto la pioggia,

steli d’erba annuiscono al tuo viso,

cresimandotelo

alla forte luce che ne spartisce

le labbra di papavero;

e quasi fossero a un incontro di pugilato,

 

le nuvole del tuo seno

premono sulla campagna del mio petto,

convogliandomi

 

un grembo di frumento

che si separa a zolla

ricevente.

 

*

 

Com’è nello spillo,

hai una testa molto più grossa

di tutto il resto,

che esiste solo in funzione di quella,

 

per quanto mi è dato sapere;

e me ne sono accorto da come prendi cappello.

Quanti errori si fanno a fin di bene

e batoste ci affliggono, compiendolo:

 

possibile che per avere qualcosa

la si debba prima smarrire,

e ad essere felici

ci si debba costantemente perdere?

 

Nota di Giorgio Linguaglossa

 

«Per parlare bisogna essere in due», scriveva agli inizi degli anni Venti Vasìlij Ròzanov.* Non è una boutade ma una constatazione di fatto e, del resto, sempre lo stesso scrittore scrive che «per chi è solo non esiste interesse perché per averne, bisogna essere in due».

Ho iniziato con questa citazione di Ròzanov per indicare la paradossalità in cui si viene a trovare la post-lirica nell’evo moderno, un genere monologico dove il «chi parla» è un solitario che ci parla della sua solitudine. Ma parlare in poesia non è come parlare al telefono; va però anche detto che la diffusione del linguaggio telefonico e dell’abitudine ai linguaggi della telefonia mobile ha finito per modificare la sensibilità dell’organo auditivo e la celerità dell’organo intellettivo. Allora, dobbiamo chiederci: il linguaggio telefonico è utilizzabile per la poesia? Ritengo di sì, il linguaggio poetico non può escludere nessuna fonte linguistica, può però resistere all’allargamento e all’innovazione del suo tessuto linguistico, del suo ventaglio lessicale e tonale. E, analogamente, il linguaggio di tutti i giorni, quello che si definisce il linguaggio del quotidiano, è utile (utilizzabile) alla poesia? La risposta non può che essere positiva… ma di questo passo, assecondando questa impostazione del discorso poetico è probabile che non faremo nemmeno un millimetro in avanti sulla strada della concretezza degli argomenti. La differenza di fondo è che mentre il romanzo, il linguaggio televisivo, il linguaggio tribunalizio e quello dei telegiornali, non ultimo il linguaggio telefonico, si rivolgono a un destinatario presente in carne e ossa, al di là dell’apparecchio televisivo e/o telefonico: al mercato, il linguaggio poetico si rivolge sempre ad un destinatario assente (non presente), ad un destinatario quindi sconosciuto e che tale deve rimanere.

Non è passato molto tempo da quando il grande lirico Boris Pasternak lodava le qualità poetiche di un asettico elenco di orari ferroviari, o da quando Stendhal raccomandava la lettura del Code Civil. Ad ogni mutamento di civiltà occorre reimparare a ri-nominare le cose, a dialogare con il lettore. In fin dei conti, il romanzo, la poesia, intesi come generi letterari, altro non sono che strumenti che consentono la sempre nuova nominazione-dialogo delle cose e con le cose. Nominarle significa crearle, né più né meno.

Un libro di poesia ha lo scopo di nominare il nominabile, instaurare un dialogo con un destinatario assente, pronunciare un discorso che sia al contempo la prosecuzione di un discorso antico, antichissimo, e moderno, modernissimo. Il libro di Carlo Villa instaura un dialogo implicito ed esplicito con il lettore, del quale ricerca la complicità; il colloquio con un assente: la donna, il femminile, che si sottrae, un «dio» (nascosto) che non risponde alle sollecitazioni; ciò che è anche il punto forse più vulnerabile del libro: il voler nominare il nominabile con un linguaggio medio-colloquiale, medio mediale. Esercizio di stile che Carlo Villa padroneggia con la libertà di un linguaggio, diciamo, da colta telefonia mobile, l’unico capace di tenere testa a un mondo che ha perduto per sempre il pondus, il peso della serietà; del tono della seriosità Villa non sa che farsene  e lo getta, com’è giusto, alle ortiche e agli ortaggi.

 

 

 

*V. Ròzanov Foglie cadute, trad. it. Adelphi, Milano, 1976

 

 

 

 

 

 

 

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7 commenti

Archiviato in RICERCHE

7 risposte a “Carlo Villa, Da “Eclisside”. Con una nota di G. Linguaglossa.

  1. Laura Canciani

    vorrei chiedere a Giorgio Linguaglossa: ma non è anche questa di Carlo Villa (pur con tutto il rispetto del suo pregevole e leggibile stile) una poesia della tanto vituperata (o benedetta a seconda delle parti in causa) «leggerezza»? – Molto bella la prima poesia, ma in generale tutte rivelano una grande perizia di scrittura, un verso libero scaltrito, magro e famelico; grande sicurezza nella composizione sintattica, perizia nella inquadratura della macchina da presa dinanzi alla situazione.
    Un poeta da rileggere con attenzione, dotato di professionalità e felicità di scrittura.
    Ma insomma, se dobbiamo bandire sia la leggerezza che la pesantezza, a che santo dobbiamo votarci? È ancora possibile scrivere poesia?

  2. A me fa pensare a Donald Duck, e con questo non voglio essere ne’ offensivo ne’ irriverente. Al contrario, questo balbettio è così esatto da poter riposizionare il linguaggio sonoro nello scritto, come in uno scrigno. Complimenti, e complimenti a Linguaglossa per quel telefono nella sua presentazione.

  3. Giuseppina Di Leo

    Per una bizzarra combinazione di ‘ordine dei fattori’ o del caso, che dir si voglia, nel sistemare alcuni numeri della, ormai spenta, rivista “Millelibri” (dicembre 1988), leggo una brevissima nota di Donatella Bisutti al volume di poesie di Carlo Villa “Il privilegio di essere vivi” (ed. Casagrande Bellinzona).
    Sempre che non si tratti di un caso di omonimia, mi piace trascriverla:
    «È la ristampa, dopo 25 anni, integrata da alcuni componimenti allora non pubblicati della prima edizione del ’62 cui Pasolini volle scrivere la prefazione. Scriveva Pasolini: «L’occhio del poeta… è acuto… Viene fuori uno di quei quadri in cui in mezzo agli scoppi di colore e alle geometrie, riconosci il vecchio, caro, rassicurante volto delle cose». Una riproposta molto opportuna». (Bisutti)
    Il “volto rassicurante delle cose”, in qualche modo oggi ha ceduto il passo ad una inquietudine (Pessoa permettendo), neppure tanto celata, a mio avviso, almeno per un (rinnovato?) bisogno di riscatto, per un’altra occasione da non rimandare, avvertibile in quel suo “incerto se approfittarne ancora”.
    Complimenti al poeta e alla nota critica di Giorgio Linguaglossa.

  4. Giuseppina Di Leo

    … a Giorgio Linguaglossa per la sua nota critica. (si è capito, vero?)

  5. alberto di paola

    ma EMILIO VILLA ?

  6. Giuseppina Di Leo

    Gentilissimo Alberto Di Paolo, leggo solo ora la sua domanda che penso sia riferita al mio commento del 10 giugno 2013 e le confermo che si tratta del poeta Carlo Villa.
    GDL

  7. Giuseppina Di Leo

    Di Paola, naturalmente.

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