Giuseppina Di Leo, Due poesie (maggio 2013).

di leo foto 2

Foto di Giuseppina Di Leo

FOGLI e FALLE

Dei tanti fogli

sparigliati a casaccio

sul nome, solo due

di essi restano eguali

sebbene in tante vite

mai nessuno

ricompose la diade

parola e dolore

divario aperto

da fine a inizio

resta da ricucire lo strappo

tra acqua e terra

tra vuoto e pieno

tra amicizia e amore

sé o sostanza o assenza.

*

Intere generazioni

scalze in panni di sacco

cercarono

il maestro nullo di memoria

private continuarono nella ricerca

senza dir nulla

e come potevamo?

nulla ereditando tornammo

Noi, canne palustri

a delimitare lo stagno

agli intrecci ci assoggettiamo

volentieri

cambiando genere

forma colore natura

acquatici in origine resteremo

fratelli vegetali

vite fatte a pezzi

venduti barattati sfibrati

volentieri infine ci dondoliamo

anch’io ne godo

ad ogni colpo d’aria oscillo

natante rotonda

nastriforme adattata all’intreccio

culturale di dominazioni

normanni svevi angioini arabi

relitti

papireti lacustri selvaggi

anfibi

denti aguzzi, riposate.

*

Andando oltre troviamo

città arazzi strade metro

bimbi imbambolati vecchi

citiamo poeti per sentirci meno soli

arrestati in noi stessi barricati

sulle di noi piccole importanti verità:

la persiana e la luce

il filtro dell’olio da cambiare

la biancheria pronta per il giorno dopo

per ricominciare.

Poco importa se tra noi

non c’è nessuno disposto a credere

che il dolore vero che si prova (oh Pessoa!)

non è vero.

(26 maggio 013)

 

 

Un uomo dai quattro occhi ho guardato

due li aveva nel petto sotto la camicia

ronzavano alla maniera di un animaletto

ali le ciglia sbattevano segretamente

senza esser visti divoravano

l’eccesso del cuore facendolo sterile

gli occhi del viso erano gioiosi

si posavano curiosamente

sui platani dal bordo castano

stimme verde arancio o di morfea

nella morfallassi di un tempo intero

avanzavamo a scoprire genesi e genere

a un’età dove già riposto sia ogni sgomento

con altri occhi somiglianze non ve n’erano

mai ne avevo visti di così belli;

ma i due occhi nel petto

non mi fu possibile guardare

né mi preoccupai invero di scoprirli

segreti ammorbavano chiarori in lampi

e, allontanandomi, essi trafissero il dolore.

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12 commenti

Archiviato in RICERCHE

12 risposte a “Giuseppina Di Leo, Due poesie (maggio 2013).

  1. emilia banfi

    Stamane leggo questi bellissimi versi che nascondono nuove e vecchie malinconie in una stile che le raccoglie come un abbraccio . Accomunati da una vita primordiale che li fa crescere in una sostanza che sposta la lettura in un sentimento profondo direi nobile, Grazie

  2. Che bella visione, “un uomo dai quattro occhi”! Chiunque s’innamori è femminile, quindi riesco a vedere; sebbene mi sia elaborato tutta una teoria sulla stranezza degli occhi (l’organo che usiamo di più, quello che deve riposare più degli altri, la sera), e l’amore. Ma agli occhi del petto non avevo pensato. Sempre che uno indovini nella poesia, almeno se stesso, perché quell’uomo potrebbe essere un padre, un padre da qualche parte. Poi mi piacerebbe sapere dell’assenza di punteggiatura e dell’incerto equilibrio che si crea lasciando tutta la responsabilità all’a capo. E mi chiedo se la scelta del verso breve, restando in tema con gli argomenti di questi giorni sul blog, non sia canonica, nel senso che mi pare si dia attualmente da più parti, secondo taciti accordi sulla modernità. Le ho lette piano e poi velocemente: piano si complicano, velocemente ne esce il battito cardiaco. Quindi ho pensato che il verso rapido, paradossalmente, sia quello lungo e non quello breve. Già, ma l’assenza della punteggiatura toglie gli steccati? Comunque sia mi sono piaciute, ed è quanto può dire un non critico. Grazie

  3. Giuseppina Di Leo

    Caro Lucio Mayoor,
    gli occhi del petto sono quelli freddi della ragione che tradiscono le emozioni (le negano), denotando così le paure di cui siamo prigionieri.
    Posizionando gli occhi nel petto ho voluto sconvolgere la collocazione canonica dei sentimenti (la cui sede è da sempre il cuore) – come quelli del viso rappresentano quella della ragione – proprio per marcare la differenza che esiste tra il desiderio e il divieto di desiderare imposto dalle regole (le convenzioni sociali). Il mio non è un discorso sulla coerenza, minore o maggiore, che si instaura nel rapporto tra noi e gli altri. L’attenzione è rivolta prioritariamente alla libertà interiore, intesa come un valore – che ritengo imprescindibile – da salvaguardare sempre in noi stessi (amare è un atto di libertà estrema).
    Il verso brevissimo di Fogli e Falle è un impeto, è una corsa contro il tempo, “ne esce il battito cardiaco”, come tu dici (e mi piace molto); la mancanza di punteggiatura, in entrambe le poesie, caratterizza la mia scrittura veloce (telegrafica), in cui ogni parola possiede (spero) la sua esatta significazione, senza dover ricorrere ad aggiuntive precisazioni di punteggiatura.
    Se ci sia metrica non saprei, su questa questione non mi sento di aprire un confronto, sarà per carenza di studio.
    Posso però dire che di una poesia mi colpiscono innanzitutto il ritmo e il significato e un uso calibrato delle parole.

  4. Ennio Abate

    “Quattrocchi” da ragazzi si chiamavano per sfottò i ragazzi che portavano gli occhiali. E quanto agli occhi sul petto ricordo di aver visto ( ma non riesco a ritrovarla) un’immagine surrealista ( mi pare di Picasso o forse di Steinberg?): il torace di un uomo appariva come un volto, le ghiandole mammarie erano gli occhi opportunamente ritoccati con segni che fungevano da ciglia e da palpebre e l’ombelico faceva da bocca. E mi pare che ci fosse una linea verticale a fare da naso.

    Non riesco però a capacitarmi dei discorsi che abbozzate in questo post su amore, innamoramento che sarebbe esclusivamente «femminile», occhi freddi della ragione; e potrei continuare con il Dio femmina (evocato ai funerali di Franca Rame) e i discorsi sul tema del “femminicidio”, che ho sentito giovedì scorso alla Casa della Poesia di Milano dove si presentava il libro curato dall’amica Loredana Magazzeni, «Cuore di preda» (Cfr Edizioni), con tanto di esaltazione di Eva, della Grande Madre creatrice sempre di legami, anche se un tantino onnipotente e portata ad un’accoglienza infinita, e uno «zuccone» dato dallo stesso Majorino ad Adamo, il progenitore troppo tonto.
    A me – dico sinceramente cosa penso – paiono i cascami riciclati di un post-femminismo sempre più annacquato. E che i discorsi attuali che si vanno facendo sul “femminicidio” mettano sotto accusa un generico “ maschio” e stacchino le reali violenze tra i sessi dal contesto di violenza più generale ( ah le guerre e la crisi che svaniscono del tutto da questi discorsi!) e siano sostenuti da autorevoli rappresentanti delle istituzioni (la Boldrini ad es.), me li rende ancora più sospetti.
    Un post-femminismo predicato dall’alto delle Istituzioni non ha niente più a che fare con quello iniziale degli anni Settanta, che era almeno praticato dal basso e più sincero.

    E poi non capisco perché prendersela con la ragione. Dove sta questo amore o desiderio in sé buono e quasi santo ostacolato solo dai divieti, dalle regole sociali? Ed è la ragione ad ostacolarlo?
    Non solo Foucault ci ha svelato che le regole, anziché reprimere il desiderio, lo incanalano in forme che non dipendono unicamente dalla volontà di chi ha il potere ufficialmente ma anche da chi pare avere meno o nullo potere (in genere si ritiene che siano le donne). Ma Freud ci ha permesso di pensare a un’antropologia meno elementare. E ci ha messo in guardia dalle semplificazioni alla Rousseau ( natura buona da una parte, società cattiva dall’altra). Complicando le cose, ha ipotizzato, infatti, che eros e thanatos non sono così separati e ben distinguibili. E che dunque l’amore può essere anche distruttivo e non solo creatore di legami.
    E, dunque, se gli ostacoli all’amore sono in parte già nello stesso amore (che può presentarsi violento sia nel maschio che nella femmina proprio per questo legame oscuro con il suo contrario, e cioè tanathos) e in parte vengono dalle strutture (capitalistiche oggi) della società, ancora una volta mi viene da chiedere cosa c’entri la ragione. Che al massimo – come il grillo parlante – mostra a pinocchetti e pinocchiette i rischi a cui stanno andando incontro. La ragione sarà antipatica perché introduce lo spirito critico e mostra che la “realtà” è spesso ben più drammatica e a volte tragica di come ce la immaginiamo. Non è però la ragione la causa di queste condizioni reali. Che saranno quel che saranno, ma di certo razionali non sono.
    E aggiungo un’ultima cosa per evitare accuse di esaltazione del razionalismo: anche la ragione ha le sue ombre (Vedi *Dialettica dell’illuminismo* di Horkheimer e Adorno). Ciò detto non significa che il desiderio non ne abbia. E questo dovrebbe renderci tutti/e più cauti/e.

    • a Ennio
      “Non riesco però a capacitarmi dei discorsi che abbozzate in questo post su amore, innamoramento che sarebbe esclusivamente «femminile»”
      E’ semplice se si dà alla parola femminile un significato più ampio, non conseguente al genere umano che ci ha partorito.

      • Ennio Abate

        @ Mayoor

        Ribalterei (polemicamente, ma solo per approfondire il discorso e traendomi fuori dai luoghi comuni del “post-femminismo istituzionalizzatosi”) la tua risposta:…e se dessimo alla parola ‘maschile’ un significato più ampio, non conseguente a quello in voga di patriarcato o di responsabile unico della violenza sulle donne?
        Insomma, se stiamo parlando di un rapporto complesso com’è quello tra maschile e femminile con le sue risonanze nel simbolico, nell’immaginario e le sue radici nella storia e nei contesti socio-economici, bisogna sottoporre a verifica entrambi i poli del rapporto. Altrimenti o si prospetta un’ipotesi di nuovo Matriarcato felice, pacifico e new age. O si va dritti nell’esaltazione del separatismo (come fecero Muraro e “sorelle”). O si va verso la prospettiva di un nuovo rapporto maschile-femminile, nel quale le due componenti, considerate indispensabili ma non ridotte ad essenze immutabili e archetipiche, trovano nuove forme di espressione e convivenza. Preciso: non vagamente utopistiche.

  5. Giorgio Linguaglossa

    io direi che il verso breve (ad es. quello di Giuseppina Di Leo) è una regola stilistica che un poeta da a se stesso (una regola posta in quanto mancano le regole condivise); così il verso lungo, lungo nel senso che nessuno sa dove comincia e dove finisca, è un altro tipo di regola che ognuno si dà (appunto in mancanza di altre regole condivise e socialmente accettate); questo fenomeno comporta molte difficoltà: innanzitutto, diventa arbitrario sia l’inizio che la fine di un verso (nel senso che il solo arbistro della questione è l’autore). Ora, è chiaro che quando il “metro” che noi usiamo in realtà è una faccenda privata, le cose si complicano maledettamente: se non c’è più una regola condivisa (il metro) ciò significa che non c’è nessuna regola; e allora la regola che si dà ciascun autore diventa un atto libertario, arbitrario, gratuito. Ma, in realtà, noi sappiamo che le regole metriche derivano da una sorta di accettazione condivisa che trovano nella logica della sintassi e nella fonologia di ogni Lingua la propria ragion d’essere.
    Voglio dire, in definitiva, che quando scriviamo una poesia: che ha ormai un solo commutatore: l’a capo, noi stiamo facendo una cosa che non ha né capo né coda, non avendo regole, ed essendo di fatto la scrittura di poesie una irregolarità per mancanza di regole, di fatto, oggi, scrivere poesia è una cosa, al contempo, difficilissima e facilissima. È un paradosso, ma è anche una verità indiscutibile. Quello che ho tentato di indagare nel mio libro ultimo di critica “Dopo il Noveento. Monitoraggio della poesia italiana contemporanea”, uscito in questi giorni, è proprio questo fenomeno. Un problema non da poco.

    • Giuseppina Di Leo

      a Giorgio Linguaglossa
      L’a capo delle due poesie in questione (in particolare di Fogli e Falle), trova la sua ragion d’essere con la velocità della scrittura, come ho fatto cenno prima. La sua struttura richiama quella di “battito cardiaco”, come l’ha definita Mayoor con una immagine molto vicina al vero; è, cioè, una sorta di fonogramma lunghissimo che ho volutamente lasciato nella frammentarietà con la quale l’ho scritta inizialmente. Se per il critico questo costituisca un problema, devo ammettere che lo stesso si pone anche per chi scrive. Specie quando c’è rifiuto delle cosiddette regole metriche e quant’altro.

  6. Giuseppina Di Leo

    a Ennio Abate
    Con ‘occhi freddi della ragione’ ho semplificato un discorso in realtà molto più complesso. Ci vorrebbero studi appropriati di psicologia, per utilizzare termini corretti, in questo caso. Ed io non sono psicologa, tengo a precisare. Sostanzialmente concordo quando dice che “se gli ostacoli all’amore sono in parte già nello stesso amore (che può presentarsi violento sia nel maschio che nella femmina proprio per questo legame oscuro con il suo contrario, e cioè tanathos) e in parte vengono dalle strutture (capitalistiche oggi) della società”, oppure che ” La ragione sarà antipatica perché introduce lo spirito critico e mostra che la “realtà” è spesso ben più drammatica e a volte tragica di come ce la immaginiamo. Non è però la ragione la causa di queste condizioni reali.”
    Pur trovandomi d’accordo in linea di massima, il mio discorso è però di natura diversa dal suo.
    Non nego, cioè, che il desiderio non abbia le sue colpe, e che dovremmo essere tutti più cauti/e, ma dico anche che proprio in virtù di questo *limite* dovremmo essere molto più consapevoli, dato che il limite da non sorpassare consiste nella consapevolezza di esso. La libertà interiore, a cui ho fatto cenno sopra, è imprescindibile nel momento della presa di coscienza di tale consapevolezza (e dunque del limite). Che non è un dare di più o di meno, ma *dare* (donare) senza aspettarsi nulla in cambio. Sembrerò *romantica*, ma, a ben guardare è l’inverso di un comunissimo romanticare, perché porta a comprendere l’altro senza coercizione di alcun tipo.
    Riporto una poesia di parecchi anni fa, una delle prime in cui tratto di questi argomenti:
    Un regalo da tenere in serbo
    è questa mia libertà d’amare
    da costruire così
    “fantastica la vita”
    contesa nel distacco che scongiura
    l’impotenza.
    Il limite sottile è l’incoscienza
    all’apparenza
    sembra un giuoco, ma è poi
    dolce sofferenza?

    Tra i cattivi pensieri
    a un tratto da Eros.

    È evidente che i rischi ci sono eccome.

  7. a Ennio:
    non si possono ricondurre le poesie di Giuseppina Di Leo nell’ambito teoretico di maschile e femminile, per il fatto che la poesia tutta, secondo me, si pone al di fuori del rapporto causa-effetto con cui si guarda al passato e alla storia. Analizzando il passato interpretiamo il presente ma rendiamo prevedibile il futuro, non solo ma finisce che diamo all’individuo un valore infinitamente piccolo, al punto che la libertà personale finisce col perdere necessità e rilevanza. Queste poesie di Giuseppina Di Leo sono un gesto vitale, scritto e vissuto, dove a mio parere il femminile è comprensibile e condivisibile a chiunque, maschio o femmina che sia. Dire che il femminile riguarda anche il genere maschile a me sembra un’ovvietà se è vero che la personalità di ciascuno deriva dalla combine di padre e madre. Il fatto che la società sia ancora impostata sullo squilibrio di queste due componenti porta sofferenza, perché ci pone in maniera innaturale nei confronti della vita stessa.

  8. Ennio Abate

    @ Mayoor

    Le mie considerazioni erano generali. Non riguardavano le poesie di questo post. Semmai prendevano spunto dai commenti che sono stati fatti.

  9. Giuseppina Di Leo

    Se il confronto e l’approfondimento sulla divisione di genere maschile/femminile possono partire dalle poesie (non solo dalle mie, evidentemente) tanto meglio. Come Mayoor e Abate sono anch’io del parere che l’argomento necessita di nuove riflessioni.

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