A proposito di Corrado Govoni.

Corrado-Govoni

Una riproposta di  G. Linguaglossa 

 

Dove stanno bene i fiori

 

I ciclami, nei chiostri di marmo.

Le ortensie, nelle rosse Certose.

Le margherite, nei prati.

Le viole, tra le foglie secche

lungo i fossi.

La malva, nelle pentole dei poveri, alle finestre.

Gli oleandri, nei vestiboli dei ricchi.

Le rose, dentro gli orti di campagna.

I tuberosi, nei giardini dei collegi.

Le aquilegie, nei cortili dei castelli antichi.

Le ninfèe, come

bianche lavandaie, sotto i ponti.

Gli edelvai, vicino ai nidi delle aquile.

I convolvoli, nelle siepi delle strade.

I glicini, sui ruderi.

L’edera, come una decorazione verde

intorno agli alberi veterani.

I gigli, sugli altari e in processione.

Le orchidee, simili ad aborti, nei bicchieri.

Le azalèe, nelle chiese protestanti.

Le camelie, nei vasi di maiolica sulle scale.

I narcisi, davanti agli specchi.

I garofani rossi, nella bocca delle amanti.

I crisantemi, sulle tombe e nelle tavole.

I pensè, come maschere curiose alle finestre.

I papaveri, nel frumento.

I begliuomini dai fiori ascellari

simili ad arlecchini, negli orti delle zitelle.

Le violacciocche, lungo i viali delle passeggiate.

I semprevivi, nelle camere dei malati e davanti ai santi.

I gelsomini, alle finestre degli ospedali.

I funghi, nei boschi umidi

nelle travi marcite

e nell’anima mia.

 

(da Gli aborti, 1907)

 

 

Il cùculo

 

O cùculo, bel cùculo barbogio
che voli sopra il fresco canepaio ,
cantando il tuo ritornello gaio,
il vecchio ritornello d’orologio:
tu sei la primavera pazzerella,
che si nasconde e canta allegra: – Orsù,
venitemi a pigliar… cucù! cucù!
dietro il frumento che va in botticella.
E quando, dopo un lungo inseguimento,
tu speri d’acciuffarla nel frumento,
ella, che ti spiò e venir ti vide,
eccola là, che canta e ti deride
da un alto pioppo, tremulo d’argento,
che s’alza in fondo al campo di frumento.
O cùculo mio del cùculo vaio
che voli sopra il fresco canepaio.
Nel cimitero di Corbetta –
Povera creatura inutile!
io ti conosco, forse.
Eri una delle tante bambine
ch’io vidi nei cortili delle cascine;
scalza, seduta sul limitare
con la tazza di latte sui ginocchi
e un gran pane di frumentone ai denti
e con le compagne intenta a giocare.
Eri anche bella ed accarezzata
da tutti: quando il male
ti spense in un istante.
Ora t’hanno sepolta e più nessuno
stasera si ricorderà di te.
Tranne tua madre che non dormirà,
sospirerà guardando il tuo lettino
vuoto, accanto alla finestra nera
aperta sulla notte di primavera
pensando ch’eri così piccola …
(…sì, ma il becchino
ha sudato scavandoti la fossa
profonda come la sua vanga!
sì, ma non tanto
che tua madre per te non pianga!)
e che sei qui sotto, sola nella tomba oscura,
e che forse hai paura,
tu ch’eri così piccola
che bastava una lucciola
pendula ad uno stelo a farti lume
lungo la via,
così piccola e leggera
nella tua culla, che bastava a muoverla
l’onda dell’avemaria!
O povera innocente, dormi in pace!
Ché anche tu avrai, come ogni misero,
la tua fresca coroncina
di vetro, che il ragno,
che tesse tesse e non sa nulla,
ti rinnoverà ogni mattina;
e invece del tuo lettino bianco
nella camera nera
sei adagiata in una culla
d’odori di primavera,
e se non senti più la voce della tua mamma
hai l’usignolo che ti canta la ninna nanna.
Villa chiusa 
nella campagna romana

So d’una villa chiusa e abbandonata
da tempo immemorabile, segreta
e chiusa come il cuore d’un poeta
che viva in solitudine forzata.

La circonda una siepe, e par murata,
di amaro bosso, e l’ombra alla pineta
da tanto più non rompe né più inquieta
la ciarliera fontana disseccata.

Tanta è la pace in questa intisichita
villa che sembra quasi ogni cosa
sia veduta attraverso d’una lente.

Solo una ventarola arrugginita
in alto su la torre silenziosa,
che gira, gira interminatamente.
Charlot

Con la tua bombetta all’idrogeno
piena d’uova di pasqua e canarini;
con la tua finanziera rattoppata
che ha nelle tasche i resti dell’aquilone
impiccato al lampione del sobborgo
per rumoroso vertebrato fazzoletto;
con la tua giannettina di rabdomante,
scettro di re in esilio,
bastone del vescovo pazzo,
vincastro del pastore;
con le tue scalcagnate scarpe
buone da far bollire nella pentola
nei giorni della carestia;
pagliaccio schiaffeggiato dai milioni:
girerai sempre l’ironico disco
della luna dei poveri
col tuo tacco di eterno vagabondo,
usignolo fischiato dal silenzio,
sull’ipocrita cuore del mondo.
Arcobaleno –
E’ cessato or ora il temporale
e il prato odora
di menta glaciale.
E’ un immenso fruscio di pioggia
che sgocciola lenta lenta
lungo i tremuli fili d’erba,
dalle ciglia rosee dei fiori.
Laggiù il cielo sereno
è il grande innaffiatoio di smalto azzurro
col manico variopinto dell’arcobaleno.
Effetto di nebbia

Nella nebbia luminosa del mattino
la casa dolcemente indietreggia e s’appanna;
si piegan sullo stelo, nel giardino,
dolci fiori di spuma e di panna.

 

 

da Wikipedia:

Corrado Govoni nacque a Tamara,(Copparo, 29 ottobre 1884 – Lido dei Pini – Anzio, 20 ottobre 1965) una frazione del comune diCopparo, in provincia di Ferrara da una famiglia di agricoltori benestanti, e senza compiere studi regolari iniziò a lavorare nell’azienda familiare.Esordì giovanissimo, già nel 1903, pubblicando a sue spese due raccolte di versi intitolati Le fiale e Armonie in grigio e in silenzio, presso la casa editrice Lumachi di Firenze, nelle quali prevalgono i toni crepuscolari.
Dopo la pubblicazione de Le fiale, si dedicò soprattutto all’attività di scrittore collaborando alle riviste PoesiaLacerba, e Riviera Ligurediretta da Mario Novaro.Le raccolte che seguirono nel 1905 e 1907Fuochi d’artificio e Gli aborti, segnano l’inizio del suo accostarsi al Futurismo. Dopo il trasferimento a Milano, capitale dell’avanguardia, strinse rapporti con Marinetti e aderì con entusiasmo al movimento. Ma non fu un’adesione vera e propria: nonostante qualche concessione al gusto futurista nelle successive raccolte, Poesie elettriche del 1911 eRarefazioni e parole in libertà del 1915, egli stesso definì tale adesione “un gioco”, e la sua poesia restò essenzialmente ispirata alla natura e alla vita dei sensi.
Ne L’inaugurazione della primavera, del 1915, il rapporto fra sensi e cose si fa particolarmente evidente, e il poeta supera anche il crepuscolarismo di maniera per attingere a un crepuscolarismo intimo, personale.
Dal 1916 divenne collaboratore della rivista napoletana Diana che fu una delle prime ad aprirsi all’esperienza ermetica. Nello stesso anno, ritornato a Ferrara, fu costretto a vendere i suoi poderi e a dedicarsi ai mestieri più vari. Il primo periodo govoniano si conclude con l’antologia da lui curata e intitolata Poesie scelte, pubblicata a Ferrara da Taddei nel 1918.Nel 1919 si era trasferito a Roma, dove, dopo la rivoluzione fascista, ottenne un impiego al Ministero della Cultura popolare. Per qualche anno fu vicedirettore della sezione del libro alla SIAE, poi segretario del Sindacato Nazionale Scrittori e Autori. Sono questi gli anni delle sue migliori opere narrative.Grato al fascismo per l’opportunità di lavoro, scrisse un poemetto in lode a Mussolini, ciò nonostante il figlio Aladino Govoni, che faceva parte di Bandiera Rossa Roma, fu fucilato dai tedeschi alle Fosse Ardeatine il 24 marzo 1944. Nacque quindi Aladino (1946): un Govoni diverso, sconvolto dalla tragedia, che esprime il suo dolore con toni duri e talora violenti[1]. Nel dopoguerra lo scrittore si trovò in precarie condizioni economiche e dopo un periodo di disoccupazione accettò un impiego presso un ministero come protocollista, trascorrendo la sua vita tra la capitale e Marina di Tor San Lorenzo. Negli ultimi anni della sua vita Govoni diresse la rivista Il sestante letterario da Lido dei Pini, presso Roma, dove dimorava. Qui, segnato da una malattia agli occhi che lo aveva quasi condotto alla cecità, si spense nel 1965.

Poetica

La poesia di Govoni nasce dall’intreccio di poetiche e di ritmi tipici della tradizione italiana.
Da D’Annunzio egli colse il parnassianesimo con l’immobilità delle immagini e la preziosità del discorso lirico, mentre da Pascoli il Govoni di Armonie ritrova l’abbandono della forma chiusa del sonetto e la visione, anche dove il sentimento è triste, dei colori densi delle cose viste, la propensione per la campagna, la conquista metrica di versi e strofe aperte.

L’esperienza crepuscolare

Pertanto si può definire la cultura poetica del primo Govoni compresa nel triangolo tipico per i crepuscolari: Pascoli, D’Annunzio, i simbolisti franco-belgi.
Il contributo di Govoni dato al crepuscolarismo, al quale egli si accosta in forma istintiva e, come disse Sergio Solmi, in modo “straordinariamente elementare” è molto precoce. Govoni registra nelle sue poesie la varietà infinita dei colori del mondo con gioia fanciullesca e, come scrisse Eugenio Montale, egli esprime la necessità di tradurre i fenomeni della realtà a “fiabesco inventario privato”. Scrive Bonfiglioli “il suo crepuscolarismo consiste in una originale poetica dell’anima. L’anima è concepita come una lastra impressionabile, pronta a scomporre l’oggetto in una serie di sensazioni empiriche e a riorganizzarle in sovrimpressioni analogiche”. Govoni però contrappone al grigiore dei più tipici crepuscolari, come Sergio Corazzini e Marino Moretti, una grande vitalità dei colori che, per molti aspetti, lo differenzia dalla corrente crepuscolare e costituisce il “comune denominatore” tra il Govoni pre-futurista e quello futurista.

L’esperienza futurista

L’esperienza futurista non allontanò Govoni dal suo “immaginismo impressionistico”, ma rinsaldò la forza dell’immagine alla parola unita a una capacità inventiva, vivacizzata da un estro paradossale. Già in Armonia il poeta dà il suo contributo al verso libero, anche se questo tipo di liberazione sembra scaturire in lui da una abitudine ad una certa trasandatezza formale e metrica come si può vedere nelle Fiale dove gli endecasillabi sono ad accentuazione irregolare e i numerosi ipometri (versi mancanti di una sillaba) assumono uno stile tipicamente simbolistaliberty, mentre nelle rime non mancano provocatorie grafie fonetiche regionali. Il poeta aderì al futurismo con entusiasmo e con giocosa irresponsabilità, come lui stesso ebbe a dire il 14 marzo 1937 sul “Meridiano di Roma”, raggiungendo risultati di poco inferiori a quelli di Aldo Palazzeschi, conservando, anche nella fase futurista, residui dannunziani, liberty e crepuscolari come ad esempio quando affronta il tema della città moderna, dove si vede che egli non riesce a dimenticare la natura georgica e idillica del suo animo.

Montale, in un suo saggi critico, disse che Govoni “lo si può leggere fra Li Po e Po Chu-i senza troppo avvertire il salto dei secoli” e questo per dire che il poeta, pur celebrando la dinamicità della vita moderna, resta in realtà al di fuori della storia grazie all’innesto di un modernismo spontaneo su una sensibilità profondamente campagnola.

Oltre l’esperienza futurista

Trascorsa questa fase d’avanguardia futurista, Govoni continuò ad essere fedele a sé stesso con la sua poesia ricca di immagini fresche e affettuose anche se alla ricerca di una maggiore essenzialità, come in Aladino (1946), Preghiera al trifoglio (1953), Stradario della primavera (1958) e la raccolta postuma La ronda di notte (1966).

 

 

8 commenti

Archiviato in CANTIERI

8 risposte a “A proposito di Corrado Govoni.

  1. Livia

    Ringraziamo la riproposta da parte di Linguaglossa di alcune poesie di Govoni. Spesso nei testi scolastici alcuni autori vengono soltanto accennati o addirittura omessi e gli insegnanti si trovano a dover dare spazio ad altri autori che sono di pregievole spessore culturale. Ma ciò non toglie che vadano conosciuti, apprezzati oppure analizzati criticamente autori spesso ignorati, che hanno dato un contributo alla poesia di ogni tempo, considerando che la poesia è un vero “mare magnum”.
    L’adesione al Futurismo di Govoni, secondo alcuni , si limita ad un entusiasmo superficiale: il fondo vero della sua poesia è pastoso e dimesso rispetto ai toni roboanti di Marinetti. Infatti le sue prime raccolte (Le fiale e Armonia in grigio et in silenzio) avevano toni morbidi, a tratti ingenui, coloristici, pieni di materiale della quotidianità, con echi anche pascoliani; la sua attività poetica si era sviluppata, infatti , già dal 1903.
    Livia

    • Giorgio Linguaglossa

      gentile Livia,
      mi fa piacere che qualcuno apprezzi la poesia di Corrado Govoni, uno dei maestri indiscussi del primo Novecento, anzi, uno dei maestri di tutto il Novecento. In particolare, la prima poesia, “Dove stanno bene i fiori”, è un esempio impareggiabile dell’estro e della magnifica qualità che ha Govoni di spaziare con le metafore e le immagini, con le analogie e i parallelismi di immagini, come mai nessuno nel Novecento è stato capace di fare. È impressionante quell’andare a briglia sciolta di invenzione a invenzione, di immagine in immagine, senza dare alcuna tregua al lettore, senza blandirlo con immagini languide o servizievoli o ammiccanti, ma semplicemente obbligandolo a seguirlo nella sua funambolica ascesa alla immaginazione più sbrigliata e libera di tutto il primo Novecento italiano. Sotto questo aspetto non c’è nessun altro poeta del primo Novecento che possa stare al pari della sfrenata libertà di Govoni; c’è da restare perplessi, smarriti e meravigliati, smarriti dinanzi alle iperboli funamboliche delle immagini che si susseguono senza un momento di tregua.

      Ecco, direi, per farla breve, che sarebbe ora di rileggere i grandi poeti del primo Novecento, e di lì gettare un’occhiata alle piccole cose dei poeti di oggidì. Dobbiamo, insomma, tornare a rileggere Govoni, tornare a fare poesia a briglia sciolta, tornare alla tematizzazione del tema, ad esempio prendere il tema dei “fiori” e farci sopra una poesia che abbia la brillantezza e la trasandatezza (formale?) di quella di Govoni.

  2. Anonimo

    Nulla di più si può dire di un fiore
    un fiore è un fiore perchè è fiore
    nessuno mai potrà negare
    al fiore d’essere fiore
    potrà coglierlo comprarlo regalarlo
    benedirlo esibirlo subirlo
    forse anche mangiarlo
    ma un fiore resta fiore
    anche in un imbroglio.

    Emilia Banfi

  3. Sono belle poesie. Trattano del dolore e della gioia con la stessa voce, senza che ci sia identificazione, senza sentimentalismo.
    “So d’una villa chiusa e abbandonata / da tempo immemorabile, segreta / e chiusa come il cuore d’un poeta/ che viva in solitudine forzata.” Come lo sa? l’avrà provata questa solitudine, eppure non v’è traccia di se’…
    Provo anche un sentimento d’invidia per i poeti che conservavano nella memoria cieli, luoghi, paesaggi. E’ dai tempi di Pasolini che abbiamo perso la compagnia dei luoghi? che tutto s’è fatto uguale, sui villaggi s’è allungata l’ombra delle città: gli stessi negozi, le stesse merci agli stessi costi. Abbiamo nella mente una natura virtuale, collettiva, idealizzata, virtuale, che non comunica e non sorprende. I poeti che la raccontano sembrano del secolo scorso, sembrano di altri luoghi, che non esistono. Sembra così. Sarà perché piove, accidenti! Non fa che piovere.

  4. Ennio Abate

    «Govoni appresta quel repertorio di oggetti e temi che sarà tipico della sensibilità “crepuscolare” (parola tematica che in lui compare presto), e lo fa in modo straordinariamente elementare, e, per così dire, feticistico”, accompagnandolo con “arpeggi di annoiata chitarra” (Solmi). In realtà Govoni è soprattutto attratto dalla superficie colorata del mondo, dalla varietà infinita dei suoi fenomeni, che registra con golosità inappagabile e fanciullesca, quasi in una volontà di continua identificazione col mondo esterno»

    (P.V. Mengaldo, POETI ITALIANI DEL NOVECENTO, p. 5, Mondadori, Milano 1978)

    • Giorgio Linguaglossa

      cari amici lettori,
      mi fa piacere che Abate abbia trascritto io giudizio riduttivo di Mengaldo sulla poesia di Govoni. In realtà tale giudizio riduttivo è indicativo della cecità e della ristrettezza di campo concettuale con cui il critico citato guarda alla poesia del Novecento. Mengaldo fa una duplice operazione, dimidia il valore della poesia dei crepuscolari per puntare dritto sulla poesia del primo Montale, quello degli “Ossi” e quello delle “Occasioni”; ma non solo, La idea guida di Mengaldo ripete il cliché del gusto accademico che si ha della poesia del primo Novecento nel secondo Novecento: cioè svalutare il primo per rivalutare il secondo; svalutare la libertà sfrenata e gioiosa dei grandi poeti del primo Novecento come Govoni, Palazzeschi, dei futuristi e di Lucini, per rivalutare la poesia del pedale basso di estrazione lombarda e della poesia post-montaliana del disimpegno e dell’ironia, della cultura dello scetticismo e del disinganno. Io invece affermo che alla luce degli eventi che hanno punteggiato il mondo in questi ultimi due tre decenni possiamo tranquillamente rovesciare come un guanto il giudizio critico di Mengaldo e rivalutare quei poeti che nel primo Novecento hanno corso a briglia sciolta sulle ali di un irrefrenabile entusiasmo e di una estenuata malinconia, e dimidiare l’importanza della poesia del secondo Novecento che ha tentato di avere come referente la piccola borghesia ed i suoi rappresentanti il letteratura: per fare un solo nome: Pagliarani, ma anche Nelo Risi, Erba come Cattafi, Raboni come Cucchi. È molto semplice, è arrivata l’ora di rovesciare i giudizi (anzi i pregiudizi) e i giudizi interessati di coloro che vogliono rivalutare le posizioni più recenti del Novecento rispetto alle posizioni cronologicamente più antiche. Proviamo, con un po’ di coraggio, a rileggere all’incontrario la poesia del Novecento.

  5. enzo giarmoleo

    E’ piena di grazia la destinazione dei fiori di un osservatore attento della natura con un finale bellissimo doloroso a sorpresa, ad effetto che denota l’animo intimista del poeta. Segue la straziante descrizione di una tenera bambina che ricorda le altrettanto strazianti pagine del libro “Cuore”. Questi pensieri così troppo teneri espressi con parole vive, testimonianze di quel tempo, mi fanno pensare al clima in cui nacque il fascismo quasi che quelle parole suggerissero le ragione del suo nascere dentro un commuoversi fino alle lagrime per la morte di una tenera bambina o la perdita o la lontananza di una persona amata. Questo modo di sentire buonista legato anche al sentire religioso si è protratto anche nel dopo guerra quando a scuola volevano costringerci alla commozione con la cavallina storna o qualcos’altro. Ci volevano tutti commossi e inquadrati. Un amarcord pieno di fascino ma pericoloso. enzo

    • Giorgio Linguaglossa

      gent.le Giarmoleo,
      dovrei fare un lungo inciso su ciò che indicava la poesia del minimalismo imperante in Italia da almeno trenta anni in qua, non era una grande fatica intravvedere attraverso quella poesia ciò che stava diventando il paese: lo scetticismo e l’ironia scontata e facile, una cultura che non aveva cognizione di ciò che stava avvenendo nel paese e che continuava a fare una poesia del disimpegno, del ritorno al privato, al particulare e alo scetticismo ma saldamente ancorata ai parametri di potere e di palazzo, una cultura celebrativa e inaugurale del Presente fondata sulla digressione e sul bilanciamento tra interessi contrapposti, sullo stile cosmopolitico, su una clericatura dotata di invarianza e di tatticismi piccolo borghesi, una poeeia pseudo fatta di tatticismi e di piccoe risorse non poteva che accompagnare il paese che alla stagnazione ventennale e alla recessione (anche stilistica e spirituale). Veda caro Giarmoleo, bisogna fare distinzione tra il correre a briglia sciolta della poesia di un Govoni e di un Palazzeschi del primo Novecento e lo sbocco del paese al fascismo: non c’è alcun legame tra le due cose, quello che poi vinse è stato il richiamo all’ordine di “La Ronda” e dei poeti come Cardarelli; occorre leggere la storia della poesia del Novecento con un’altra lente di ingrandimento.
      Per tornare all’oggi, è utile e salutifero guardare alle esperienze poetiche del primo Novecento con l’occhio critico di chi ha vissuto e sta vivendo sulla propria pelle il conformismo del post-minimalismo e del banalismo di massa dei nostri giorni. I discorsi sulla metrica avulsi da ogni contesto storico critico li lascio volentieri ai professori di professione i quali devono dimostrare di essere colti e à la page.

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