Giuseppina Di Leo, Poesie.

Foto di Giuseppina Di Leo

da Dialogo a più voci. Poesie (1982 – 2008). – Ragusa : Libroitaliano World, 2009

Vacanza

Per dirtela in uno:

«Abbiamo perso!».

Perso per strada

i moralismi inediti

edulcorati allo zibibbo

pelucchi di matassa

i nostri fili sciolti

si allontanano segugi

seguendo onde impreviste.

Più ancora

immagino i tuoi occhi

adagiati su un dove

a frugare nella bocca

questi miei pensieri

a fugare gli odiati ieri.

Al limitare, tra noi

sono le voci

uno spazio irrisorio insidiano

a latere

per note variabili

il vento le batte

chiosate sull’impiantito

affannano le porte

conducono alla strada.

I simboli

Questa sera la memoria mi sconcerta

ha nel rosso il fiore

di un inconsueto bianco il vaso;

su quel davanzale

nel grigio il rosso prorompe

quasi sangue

ritenuto e splendido.

Sicuramente incerto nel senso

principio d’un balzo lo stupore

nel giuoco una sensibile intesa.

Ai miei occhi

il pretesto dell’esile stelo,

su quel grigio, scompare.

(1993)

Impressioni

La terra ha messo fuori le radici

più verdi

del colore dei miei occhi

e vive, quasi me ne vergogno

nel farne poesia.

Un minuscolo inferno

candido nei tratti tesi (una macchina è il tempo)

gravidi nel muschio della terra:

inseparabili nudità.

Similmente, nell’abbraccio

ha un tremito il respiro.

(Maggio, 1994)

La città

Qui ora si scopre piano un mondo

un angolo trovo per la prima volta

un rifugio nel quale poi tornare.

Sto leggendo. Una pausa nel silenzio

che non tace.  Si perde ancora

l’incoerenza

nell’incerto pomeriggio

assurdo, la città era silente e lontana

intorno.

(09.08.1992)

Un’estate

Siamo tra noi | al presto dei pensieri

sui tavoli imbanditi ai dolci con le frutta

che senti che senti | ascoltami

più piano che non odo | acquartierati

avanzano segreti

rovinano franosi

son nugoli di polvere | falene nella notte.

Siamo soli siamo soli.

(1992)

Trieste

(Griffa)

Quella dai profili

in bleu, in rosa

in ocra rossa

fiore di un ventre scuro

con gli occhi aperti

al davanzale

ha l’odore del legno

lucido passato a cera

alla domenica che

precede una scadenza;

sbarca il lunario

la donna rossa

tutta trine e merletti

facile il paragone

per chi la riconosce,

mantiene nel ricordo

una memoria antica:

nel suo giardino nascono fiori

da non disturbare.

(1993)

La parola nuda

Che nessuno muova una sola foglia.

Solitario un movimento è accordato

vicino al cuore, lentamente.

Ma, fate in modo

che nessun lembo sia sgualcito

nel sonno.

(Settembre, 2003)

Dovrà nascondersi

essere invisibile

al mio sguardo, ecco che allora

dovrò temere la dura voce

del silenzio.

O forse verrà da me

inaspettata la presenza:

parvenza di farfalla

quasi confusa tra gli oggetti

con le ali chiuse, librandosi

al timido contatto.

Saprei così di essere

la sola cosa di troppo, quella

che non conta

che non fa la differenza

inevitabilmente.

(maggio 2004)

Gli astronomi hanno previsto

uno scenario straordinario cui assistere: (forse dico molto).

Notte d’agosto

Questa notte mi affaccerò a guardare nel cielo

migliaia di stelle su di noi

scivoleranno in un bagliore di frazioni di secondo, il tempo per i desideri.

Ma io qui non so

se nella piccola parte quella luce

mi darebbe la possibilità di pensare;

un pensiero solo è ora chiaro in me:

che la guerra finisca, che finisca, senz’altro chiedere.

Il tempo ha nei suoi limiti la reminiscenza,

che il bagliore racchiude in sé; è questo, forse, il margine cui ci si deve collocare (l’uomo); e colloquiare con le stelle, in un linguaggio simbolico, la sola arte che ne riflette.

È un tempo remoto, intensamente breve, in cui poter intravedere nell’amore la sola alternativa: l’estrema ultima possibilità possibile.

Insistere nell’amore dobbiamo

ad ogni colpo di vento

afferrarci

con le mani, trovarci

musici di musica sola;

di ogni nuovo alito

desiderarne

insistentemente

un altro, e non altro.

(13.03.2008)

da Slowfeet. Percorsi dell’anima (Gelsorosso, Bari 2010)

Slowfeet

Un camminare lento ferma il tempo

nell’attimo di luce la rugiada – goccia

del mattino – unirà pietre sconnesse

in rughe di terra avanzeranno gli anni

come romanzo d’amore disteso al sole.

L’omaggio dell’oggi è un frutto ancora acerbo

il richiamo del sibilo muto di ocra gialla

una buccia di bacio, dal nulla venuto a galla.

Di una sera vorrei imparare

a dipingere le rose

le mistiche velature

nel morbido seno

tra il nero in cornice

nella mano enorme del cielo

sopra a tutto.

Controsenso

Di corsa

frenando in tempo contro il mare

balla la cicca a labbra strette sulla salita.

Lascio il mare ai suoi marosi

insieme alla stupidità ai sogni.

Sull’ingenuità delle strade di mosto

un occhio calvo si osserva in punta un piede.

Per un altro giro

mentre oscilla un palloncino sorride

sull’auto che precede a retromarcia.

Storie finite

Lo stesso sole delle giornate di partenza

un riflesso sul foglio come di lampadina

tutte le storie riemergono senza fretta

tutte le storie d’altra parte sono partenze

sia che nascano sia che finiscano dentro

o sia come sia, da appendere in cantina:

con meno dolore si arrestano al centro.

Previsioni del tempo

 

Silenzio in alta pressione

nessun miglioramento previsto

incremento nel pomeriggio di pensieri piatti/ cupi/ muti

vento nel cuore con possibili rinforzi in serata

spirito mosso, quasi mosso

moderato alquanto;

sospensione specie in nottata del giudizio

fino a un capogiro che siede un attimo

poi riprende a fare autoanalisi

passando dalla dorsale nutrizionista mentale

sconfina nel solitario passeggio

tra due righe di primo mattino;

parzialmente stabili o in lieve aumento

manifestazioni di senso

incertezza altrove con isolati rovesci frontali

al bivio sogni deboli variabili stratiformi

minimi stabili gradualmente.

Possibilità di riscontro nella giornata di domani

senza nessuna variazione di rilievo per il momento.

TP-Adieu

Allineo poche parole fiches

sul tavolo verde

incroci di semi mal riposti

inaridiscono nel telegrafico intento

chiarificatore

nessuna parola cara sopravvive

semanticamente immanente

di me di un’amicizia

non [ti] rimane proprio niente.

P.S.: Uno dei tanti modi per [non] dire “ti amo” è dire non ti amo.

Meglio un pomeriggio assonnato

o un libro aperto sulla piazza assolata

a qualche restante figura in ombra.

Fra nuvole e silenzio

un tempo improvvisa liberamente

chiostri ad asola in isole

alberi in bacoli di cera nel sole

sciorinando favole sui rami; poi

sposta l’accento tardivamente

nel mentre

a un passo dall’impensato

un colpo di vento rifrange l’onda

sullo scoglio di vetro.

Vico

(il viaggio)

Il nome porta in inganno

da un viaggio così lungo

avresti dovuto intuirlo

se già nel fermarti in sosta

ad ogni sosta hai premura

di rimetterti in gioco, due

all’andata più cinque al ritorno

ricordo, e già sembra ieri.

Quell’uomo mite

come un padre accarezza

la testa randagia

che nulla dà in cambio

e nulla prende, piuttosto

ha un osso e un pelo d’ali arruffato

tra i denti per colazione

dissotterrata giusto in tempo

per il mio sguardo incuriosito

e il gridolino di disgusto

della donna accanto.

Quanta parsimonia, sufficiente

per un giorno che si prepara

portandone buoni auspici.

Nel guscio

Entra nel guscio della sera

un altro giorno spilla di rosso

nuvole e case, e più in là

comincia a svegliare volti di pietra

ai bordi delle strade, sul selciato

a tratti ne emerge un cuore

che nel sole nessuno vede mai

nascosto com’è

nel cimitero delle apparenze.

Sorprende vederlo ora salire in alto

tra due file di mattoni

mentre un po’ più in giù

due in due

confondono senza rima in suono parole insonni.

“Perdersi in paesaggi come quadri”

(Pessoa, Il libro dell’inquietudine)

Leggo nel mattino

un fondo di dolore

dentro di me

simile ad un’attesa

l’offesa nel frattempo

si assopisce | poi | nella luce

del mattino | due tre suoni

mi giungono agli orecchi

nell’aria come pensieri | distinguo

il giorno aperto come un libro

sorprendente | che serve

come un libro serve sempre

fosse solo per fare spessore

come una storia | da tenere in conto | da ricordare.

*

Veleggia un muro

nell’oro del mattino

il muro del mattino

nel quintetto del mattino

innaffio nel rumore di un motore

di un ventilatore

ripulisco dall’erba il geranio;

il profumo di te mi avvolge

prepotente

se sei lontano non ci faccio caso.

*

Nell’oro del mattino

ondeggia il muro a vela

statuina inanimata

nella faccia sorridente a matita

e due occhi verdi

fissati a sorpresa

senza che dica niente:

manca il tempo.

*

Diffondendo l’alba un nuovo giorno

manda un temporaneo addio

la vela è già partita

sciolti gli ormeggi

nuovi intrecci prepara per l’arrivo

e nodi e nuove rive

immagini nel vento.

*

Calma di vento / riprendo a sognare

dopo il pianto / la terra lontana appare

un’oasi di pace / nessuna crepa mi parlerà

dei suoi amori / umori del tempo / di un tempo sfaldato.

Sorrido ai volti di pietra / nel dubbio dell’oggi

intrecciano stagioni d’estate a inverno

con radici residue / sull’orlo del muro

un fremito mi coglierà per entrare

nella notte inattesa.

*

Mostrami, Luna

il cinguettio del mattino

di aria e luce fammi sentire

il vento sulle caviglie.
La coscienza dell’età

quasi mai corrisponde

alla percezione di sé.

Guardo oltre una linea

nell’orizzonte delle parole

le tue: sanno di incenso

di noia e di stanchezza.

Se spengono una luce

il sogno rimane intatto

non occorre dirsi altro

saprò dormire vegliata

nel dialogo notturno sarai

il mio piacere di essere sola:

un granello di sabbia

talvolta è sufficiente

per spostare lo sguardo

dal basso verso il mare.

(22.11.2009)

In memoria

(ai libri che furono)

Strazio nella polvere

nero d’inchiostro nero

la Sarajevo che mi porto dentro

smembra il ricordo

dell’ultima sillaba

lasciata marcire nel fango

al rogo di una porta chiusa

taciuta in bocca nel sorriso

di popcorn, intriso di rossetto

nelle unghie laccate, adatte

a dirigere tutt’altro concerto:

lo scarto dei libri mandati al macero

a migliaia, come bestie

per arricchire l’umano bestiario dell’ignoranza;

LA GIURIA CRETINA

li nomina desueti, senza appello

e il nome del libro diventa involto

per incartarci la pizza o la pezza

buoni neppure per scarabocchiarci sopra

figurarsi da leggere!

(ma intanto le tarme ghiotte saranno più dotte!).

Eppure Ortega ne aveva parlato

chiamando missione quella del bibliotecario

ma lui pure, senza scampo,

verrà tradotto nel dimenticatoio

o – chissà – magari s’invola, all’insaputa

in una nota de profundis

a piè di pagina, al limite ignoto dei libri morti

per essere stati libri… da tacere!

[NOTA: Nel luglio 1992, durante le operazioni di trasloco dei libri della biblioteca comunale di Bisceglie, migliaia di libri vennero mandati al macero; alla denuncia fatta da una dipendente venne istituita la Commissione d’inchiesta, la quale accertò che si trattava di libri frutto di donazione di privati, non ingressati.]

[Entro nell’archivio dei ricordi]

Entro nell’archivio dei ricordi

scartabello registri di note

rubriche alfanumeriche

filze smembrate dall’uso del tempo

orrido di nomi che furono

liberamente

per numero di corda;

sciamani di idee carrozzabili a trotti

che sembrano galoppi

trasposti in veline scartafacci di lemmi

leggibili appena a metà

(l’altra, la sa il gatto che mangiò il ratto);

lungarni momenti al decennio sessantasei-settantasei

svernato in cantina o lasciato in sordina

a far tacere i crampi d’addome

tra zolle di muschio, alito al gusto di menta.

Visiono – è tra le dita – il faldone della morte

(siamo nel ’77), dei “battezzati nella necessità

dalle levatrici”, dei nati morti, da un’idea inumata

mai divenuta concetto, un’idea non amata

neppure idealmente

– alla mancanza d’idea non sopperisce ideale –

nomi impronunciabili, rimasti a subire

l’ennesimo attacco del parto da indistinte

fincature striminzite, rinchiusi in barattolo

sigillati al punto da non essere liberi nemmeno

di andare nel mare

di lasciarsi navigare.

(12.03.2010 – h.: 22,50)

Annunci

4 commenti

Archiviato in RICERCHE

4 risposte a “Giuseppina Di Leo, Poesie.

  1. Animo nobile, Giuseppina Di Leo, allegro, solare e consapevole di tutto. Intensamente ma senza perdere la ragione, e pronta a battersi quando ci vuole. Fa bene sapere che non tutta la poesia del primo decennio 2000 si senta smarrita, ferita o persa.
    La mia preferita è dove c’è il verso “…fammi sentire / il vento sulle caviglie.” per ragioni, diciamo così, ottocentesche. Ma di versi purissimi se ne leggono ovunque in queste poesie, come : ” La terra ha messo fuori le radici / più verdi / del colore dei miei occhi / e vive, quasi me ne vergogno / nel farne poesia.”

  2. emilia banfi

    Rileggo questi meravigliosi versi che mi riempiono di gioia, malinconia e tenerezza. -Nel guscio- e -Mostrami luna…- le sento un po’ mie e Giuseppina mi perdonerà se la sua vena è passata anche fra le mie. Un caro saluto. Complimenti tanti tanti.

  3. GiorgioLinguaglossa

    “Entro nell’archivio dei ricordi” e “Previsioni del tempo” sono poesie che da sole fanno una poetessa, poesie che richiedono molte cognizioni di poetica e un talento raro per la scrittura in versi. Una poetica della gentilezza mi sembra che sia questa di Giuseppina Di Leo, di ciò che è fragile ed esposto alla fragilità, c’è un’aria d’altri tempi in queste poesie, si respira una atmosfera che avevamo dimenticato e che ci aiuta a ricordare qualcosa di noi… ma non sapremmo dire esattamente che cosa, qualcosa di antico, che un tempo ci apparteneva… mi sembra una poesia del congedo gentile, come se fosse semplice conservare un animo gentile in tempi come i nostri…

  4. Giuseppina Di Leo

    Ringrazio Lucio Mayoor, Emilia Banfi e Giorgio Linguaglossa per i commenti così lusinghieri e per la simpatia che mi mostrate e che ricambio di cuore.
    Non saprei quanto ci sia di ‘ottocentesco’ nel verso che prediligi caro Mayoor (piace anche a Emilia), quel che posso dire è che quella sensazione di volo sono riuscita a provarla almeno una volta, quanto metaforicamente sarebbe poi da accertare.
    Ringrazio Ennio Abate per aver postato queste mie poesie.
    Sono, come si vede, poesie scelte dalle prime due raccolte perché da me ritenute ancora ‘valide’ e che in qualche modo corrispondono, seppur a distanza di tempo, sia al mio stile sia ai temi a me cari – la realtà aperta sull’inconoscibile, la gratuità dell’amore, la responsabilità del nostro vivere civile , temi che emergono anche dai vostri commenti (e ve ne sono grata).
    A Emilia vorrei dire che lo ‘scambio’ è arricchimento e non c’è da scusarsi e anzi ti ringrazio di questo.

    Preciso soltanto, perché forse non sono chiari, alcuni inizi (avrei dovuto meglio suddividere le poesie senza titolo):
    “Insistere nell’amore dobbiamo”; “Meglio un pomeriggio assonnato”;
    la citazione di Pessoa “Perdersi in paesaggi come quadri” introduce “Leggo nel mattino”; “La coscienza dell’età”.
    Nella poesia “In memoria. Ai libri che furono”, nel verso “chiamando missione quella del bibliotecario”, il pronome (quella) è da intendersi con “la fatica” (com’è riportato nel libro).

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...