Mario Marchisio, Poesie da “La falena sulla palpebra”.

cipressi
(da: La falena sulla palpebra, Mimesis, Milano 2008)

VIGILIA

Incombe ormai la notte.

Come conigli

Teneri, bianchi, a frotte

Margherite e gelsomini

Si curvano a invisibili giacigli,

Piegan le orecchie,

Velano gli occhi.

Precipita il silenzio

Dei grilli. È vinto ogni clamore.

Ed ecco – per ultimo – che salpi

Anche tu, fradicio cuore.

DAL RAMO PIÙ ALTO

Sembrano piccole farfalle

Che danzino; saltellano

Intorno, intorno rosse e gialle

Fiamme tengono per mano.

Sono piccole farfalle

Sole in cerca d’uragano.

[Canta. L’usignolo indovina la stella]

Canta. L’usignolo indovina la stella

Del mattino che ti sorge sulla fronte:

Piume d’oro, tiepido azzurro bacio

Lui di te solo indovina. Che la stella

E le sue vene – che la sua stessa gola –

Siano luogo di nessun luogo, ignora.

INVOCAZIONE SOPRA LE FOGLIE D’OTTOBRE

Un raggio, un raggio ancora

Della luce che le dora

Io ti chiedo, pigro alunno

Della morte, dolce autunno.

Un raggio. Un raggio ancora

Della grazia che le sfiora

Non negare a quest’alunno

Della vita o dolce autunno!

[Cauto, lentissimo incedere]

Cauto, lentissimo incedere

Su foglie avvizzite che lampi

Sinistri mandano al suono

Di piogge chiare ma tristi.

In breve geleranno i campi.

In breve sarà tempo d’abbandono.

[Raccolgo insieme all’ultima fascina]

Raccolgo insieme all’ultima fascina

Di novembre i gialli passi profondi

D’un vecchio che forse a malapena

Si regge in piedi. Osa chiamare:

Urlare. E sciolto in sibilo rovina

Giù dalle creste, ogni speranza

Con il suo tonfo brullo si trascina.

COMMIATO

Lasciatemi nel fango, la mia patria

È questo frutto amaro di polvere ed acqua.

Ma il vortice d’acqua aggiunge sete alla sete:

Ma polvere, confusa, che al mutare delle stagioni

S’inerpica nel vento, mi parla sottovoce

Di nuove culle e di nuove bare

Che ogni volta sembrano più simili.

Ma i vermi del mondo la mia carne han divorato.

Ma gli avvoltoi del mondo mi privarono dell’anima.

Ma esiste l’amore, lasciatemi al fango.

RISVEGLIO

Tamburellare

Di fitta pioggia, ostinato

Come il tuo piangere.

Moncone, erede sventurato

Chi primo disse

«Voglio durare».

[Torna l’oscuro volo dei pipistrelli]

Torna l’oscuro volo dei pipistrelli.

Calde ali nere sul mio capo fremono.

Io resto immobile, ascolto un suono

Remoto e dolce; campane d’argento

Chissà dove parlano a chissà chi,

Latte del cielo avidamente bevono.

Pace ingannevole: rigano il viso

Vieppiù infierendo lacrime artigli!

[Lo scafo, il sartiame]

Lo scafo, il sartiame

Colpisce una luna spenta;

Tende la mano azzurra

Acqua liscia di mattoni;

Sulla musica dei fari

Ansie e strappi di una luna stanca.

[Perché la notte rivela]

Perché la notte rivela

Quel che a luce aperta

Umano sguardo non attinge,

Quel che l’alba più radiosa cela?

Qui, adesso coglimi o notte.

Nelle tenebre vagando,

Perché ci è data l’onda

Che sul mare del tramonto

Andammo inutilmente cercando?

Qui!, adesso coglimi o notte.

ARAZZO

Ogni vela promette un suo lido,

Ogni seme la foglia ventura:

Lei lo esige. E succede il grido

Alla gioia, al coraggio paura.

Lei lo esige. Che fortuna lieta

Con oscura intrecci il ricamo,

Che ogni dolore abbia una meta:

Nessuna rosa ferisca invano.

[Quando scavalchi l’azzurro abisso]

Quando scavalchi l’azzurro abisso,

Aquila, e più in alto

E più sicure le penne stridono;

Dimentichi lo scettro, la corona?

Bevi la schiuma delle tue nubi

O sogni d’essere colomba?

[Saranno nebbia, gialla nebbia]

«Saranno nebbia, gialla nebbia

Brancolante in cieche strade».

I flagelli che ci devastano…

Essere tristi perché? la furia

Degli anni, turpe megera,

Ne placa il morso, con un cenno

Saprà renderli mansueti.

Pene, angosce, palpiti segreti

Non sfuggiranno al tempo ingordo.

Vedi: è cosa stolta enumerare

I colpi lunghi dei sarmenti

Che ci fanno sanguinare;

Vedi: si perde anche il ricordo,

Questa nebbia che avanza, invade…

«E lotte e spasimi e tormenti

Saranno gialla, grigia nebbia

Brancolante in cieche strade».

[Anche la pena che imbriglia]

Anche la pena che imbriglia

I tuoi giorni e li tinge di fumo

Avrà senso quando ritorni

A te il sereno. Sarà il ponte

Che attraversasti d’un baleno;

Palude, intrico di fanghiglia

Dove nacque azzurro fiore.

[Cerco il nettare in cui possa nutrirsi]

Cerco il nettare in cui possa nutrirsi

Questo mio spirito, purificato

Dalla più grave colpa: l’esser nato

E aver vissuto a lungo senza dirsi

«Che fai, tra un nulla e l’altro qui esiliato?»

So bene che ostinandosi il malato

A fingere chissà quale salute

Il morbo non inganna; che perdute

Le mie parole – inferno abbacinato –

Sul ciglio dell’abisso vagan mute;

Lo so, non vedo altro che fango e sterco.

E tuttavia quel nettare io cerco.

DALLA PARTE DEL FUOCO

Aro l’angoscia mia con le parole

Nella speranza che a te mi guidi

Un solco e brilli di nuovo il sole

Davanti a me allo spegnersi dei gridi.

Di solco in solco già la speranza!

Vita maligna, perché mai l’uccidi?

LETTERA DAL MATTINO

Lontano da Dio quanto può esserlo un pensiero

Di fauci nell’abisso tenebroso,

Proprio qui, fra l’ondeggiare dei tuoi capelli,

– Mi crederai? – ho udito la sua voce;

Una sciabola di raggi, un fuoco bianco

Ed infinito come il suo volto sorrideva.

Ma non è duro Dio e probabilmente

Nemmeno inutile aprire gli occhi così tardi…

EPITAFFIO

Cantava la primavera

Con lacrima inesausta,

L’umido pallido ringhioso

Inverno; le beate

Meraviglie dell’estate.

Autunno dai capelli d’oro.

TRANSITO

Poi s’offuscano le stelle; l’aurora

Versando fiumi lucenti

Della notte ruba la memoria.

Mentre i sogni dileguano, ancora

Una volta ci inganna la fiaba

Lieta del giorno e la sua gloria.

CARMEN SAECULARE

Anche se è vano, vano, vano

Ridere o piangere nell’ombra della vita

(E forse è vano anche pensarlo);

Cogliamo insieme la fulva margherita

Del mondo e la sua luce su noi regni

Come lacrima gioiosa: breve ed infinita.

ALDO

Hai fatto la valigia in un baleno

Uscendo da questa fossa comune

In punta di piedi, come quando c’eri entrato;

E finalmente vivi – e non più o meno –:

Vivi del tutto. Io qui nel nero senza fine

Conto le lapidi, cugino amato,

Mi preparo a nascondere l’osceno

Lenzuolo di fantasma ancora un poco

(Sugli occhi e sulla lingua mi formicola una croce

Quasi leggera)… Aspettami!, gl’intrichi

Delle paludi annunziano che è prossima la foce.

SOTTOVOCE

Questo essere in cui alberghiamo

Sta come un libro immenso aperto:

Fra le sue pagine camminiamo

Sulle parole scivolando spesso.

Non ricordiamo, se avesse titolo,

Né all’indice arriveremo certo.

Sostiamo, finisce un capitolo,

A quello nuovo ci prepariamo.

Questo essere che noi alberghiamo

Sta come un libro immenso aperto:

Fra le sue pagine camminiamo

Senza mai leggere un solo passo.

PHANTASMATA

Alba. Righe di neve. L’opaco argento

Che balugina là fuori in mezzo al vento

Mi riporta – freddo sole – il tuo sorriso,

Anima, e la tua voce all’improvviso.

«Volli salpare verso terre lontane

In solitudine; in silenzio d’arcane

Pianure io sola, in braccio al mio groviglio,

Corsi inesausta miglio dopo miglio.

Tremavo – come te adesso – ed un’oscura

Segreta forza domò la mia paura,

Mi spinse avanti; di colpo mi trattenne.

Ma l’ultimo prodigio non avvenne

(Fui sorda, facendo inutile il consiglio):

Nessun prodigio, solo un’ebbrezza strana

E senza meta. E il capire che in esilio

Se aquila vola ogni sua penna è vana».

L’ANGELO DELLA MORTE

A Orsola Muslay

Da una bocca, la pace, da questa bocca.

Ricòrdati del tempo: verserai le fiamme nere

Sui miei capelli come sul volto d’arcobaleno

Di spade in agguato dietro umida rovina

Finché fremendo si allarghi un urlo agonizzante

Figlio d’aquile o di corvi, dai tuoi capelli

Sorga la cenere, finché unghie vedove e sabbiose

Giacciano sul prato che solo ieri era il mio volto.

Dalla bocca la pace stilla che germoglia:

Ricorda, l’affanno durerà quanto l’indugio.

VEGLIA

Ne andavo fiero:

Con l’aiuto della notte,

La mia vita fuse un duplice profilo;

Ero io, di carne e vento,

Quell’ombra sull’asfalto

Obliqua ansiosa dalle gambe corte…

SALMO

Mostra dunque la catena i suoi anelli

Fedeli, avanza, spalanca in mani aperte

Nera luce di mantelli. E vola il sonno,

Il sogno vola ed è tutto lo spazio in quelli

Che ci lasciammo indietro, che vegliano e perdonano.

Come aria tra i cancelli vola il sonno,

E vola il sogno da sbarra a sbarra ad alitare

Un corpo abbandonato: un corpo consolato

Regno di pace. Né dove, mai, né quando.

FUOCO

Mi sveglio prono alle ginocchia

Della febbrile attesa incandescente

Lago silente e mi raggiungi, tu

Che sei rubino e biancospino,

Carogna e mandorlo fiorito. Oh alba

Oh servitù!, che vena insonne

Hai ricucito con aghi d’avorio

Al nostro nulla feroce, al tuo

Fiato illusorio.

[Loda la stella che infine perisce]

Loda la stella che infine perisce

E il deserto e la nebbia circonda

Che furono i tuoi domani,

Riposa, foresta feconda:

Visitato da bianche asce,

Vicino a lei ripòsati, mio corpo

Immemore di fango o di salire

Dove un angelo cancella ogni patire.

[Del mosaico di luce che spezzammo]

Del mosaico di luce che spezzammo

Si ricompongono le ardenti schegge,

Le nostre voglie sempre disuguali.

Se tu resti nel nido, io vortico fra i nembi.

Ma quando il lago tarda a farsi grigio

Nasce intatto il furore come un’onda,

Ci avvinghia come fossimo sue prede.

La serpe in cima al ramo, la foglia nel fossato.

PAESAGGIO

Era l’agreste malinconia. Un sorriso

Ebbro di giallo sangue, nutrito di verdi scaglie

Piegava i girasoli a viva forza. Sfatte ormai

E tremanti le ginocchia s’arrendevano

Alla nera umida nebbia venuta dai sepolcri:

Figlia perdizione col suo debole tintinno

Così umiliava il trionfo meridiano,

E il principe altero che di fiamme si copre

In quegli addomi verdi, in quelle gialle teste

Fu solamente ombra della memoria

Fuggendo insieme al buio i muti campi; aveva

Un soffio di rugiada, e alzò la scure lamentosa

Con meno slancio, notte, con meno fierezza,

E la memoria bruciò le ultime fascine,

Di gialla polvere si fece, come le ossa

Nei verdi occhi chiusi trascinati via dal sole.

* Mario Marchisio è nato a Torino nel 1953. Dopo la laurea in Giurisprudenza, conseguita all’Università di Firenze, ha compiuto studi letterari e teologici, diplomandosi a Torino presso l’Istituto superiore di Scienze religiose. Le varie raccolte – da Phantasmata (1984) a Il sipario della schiena (2003) – sono confluite, con modificazioni e numerose aggiunte, in tre volumi riassuntivi: Versi giocosi e satirici editi e inediti, Joker, Novi Ligure 1999; Il viandante. Poesie d’amore 1973-1998, ivi, 2003; La falena sulla palpebra. Poesie gotiche, Mimesis, Milano 2008. 

Si segnalano, fra le altre opere: Pesca d’altura, Edizioni dell’Orso, Alessandria 1998; Teologia a muso duro, Asefi, Milano 2002; La chiarezza possibile, Edizioni dell’Orso, Alessandria 2005; Chi cerca si ferisce, ivi 2007; Oboli di Caronte. Narrazioni, aforismi, dialoghi, Aurora Boreale, Prato 2012. Vittorio Alfieri, Antologia poetica, a cura di M. Marchisio, Fabbri Editori, Milano 1998.

Tra i principali contributi critici:AA. VV., Scritti su “Il viandante”, «Hebenon. Rivista internazionale di letteratura», Aprile 2003, pp. 72-101 (saggi di Giacomo Affenita, Rinaldo Caddeo, Sergio Calzone, Mauro Ferrari, Franco Pappalardo La Rosa). BENASSI Luca, Rivi strozzati. Poeti italiani negli Anni Duemila, Lepisma, Roma 2010, pp. 172-175. BERTOLDO Roberto, Secolarizzazione e dogmatismo, «Nuovi Confini», Aprile 2002, pp. 23-27. BERTOLDO Roberto, Sinapsi dell’argomentazione, «Hebenon», Ottobre 2003, pp. 59-64. CACCIA Gianni, Amor Mortis, «La Clessidra», Ottobre 1995, pp. 51-60. CARAMAGNA Fabrizio, La scrittura aforistica di Mario Marchisio, «Aforistica/mente», rivista on line, 19 novembre 2011. MAZZARELLI Paola, La fede adunca dello scettico, «La Clessidra», Novembre 2004, pp. 55-58. MONTALTO Sandro, L’alcova di marmo, in: Compendio di eresia, Joker, Novi Ligure 2004, pp. 153-164. MONTALTO Sandro, Lo stile e la precisione della ferita, in: Tradizione e ricerca nella poesia contemporanea, Joker, Novi Ligure 2008, pp. 151-158. MORANDOTTI Lorenzo, Tra alcova e bara, in: Il sogno condiviso. Tre voci della poesia italiana contemporanea, Ripostes, Salerno 1993, pp. 47-66. OCCELLI Emanuele, Dualismo, in: Oltre lo specchio, Edizioni dell’Orso, Alessandria 2004, pp. 153-172. RIENZI Alfredo, Del qui e dell’altrove nella poesia italiana moderna e contemporanea, Edizioni dell’Orso, Alessandria 2011, pp. 109-124.

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3 commenti

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3 risposte a “Mario Marchisio, Poesie da “La falena sulla palpebra”.

  1. “Mario Marchisio è nato a Torino nel 1953”, casualmente, mi vien da dire, perché avrebbe potuto nascere in un giorno qualunque del novecento, e forse anche dopo, tra un po’. Che forse sarebbe lo stesso: immune a qualunque ronzio della modernità, come fedele ai toni pastello di certi chiaristi, anima luminosa incorrotta (“Chi cerca si ferisce”, leggo tra i suoi titoli), e che altro? Un Deva, un multicentrico dell’equidistanza, un si diesis? Ma bello, da mettere in cornice.

  2. Blog davvero interessante, peccato non sia ancora disponibile la versione mobile. Almeno io non l’ho trovata, infatti per leggere questo articolo sul mio telefono ci messo mezz’ora. Perlomento era interessante e ben scritto.

  3. Ennio Abate

    @ monica

    Grazie della segnalazione. Ho attivato la versione mobile alla quale prima non avevo pensato. Mi faccia sapere se ora funziona.

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