Gianmario Lucini, Sapienziali.

sapienziali

I

[…] Era aperta la mia porta, acceso il focolare.

A lungo chiamai i miei figli a rinsavire

prima che ardesse l’astro di sventura

e si levasse il vento a urlare e sradicare.

Ho pianto nella notte, la gola ho riarsa,

il cuore pesante, gravato dalla pena.

Oggi per sempre ho richiuso i battenti

– cessino dunque di bussare alla mia porta:

resterà sempre chiusa a proteggere il mio nome –.

Si esaltano per la tecnica e la scienza

con arroganza violentano il creato,

cercano gioia ma spargono dolore. […]

[…] Io sono la Sapienza, non sono mercimonio:

quello che è stato e che non può tornare

quello che viene e che non può tardare.

Preparati al mio arrivo, raduna gli eruditi

tutti i legulei e gli scienziati e i giudici,

ti chiederò: che ne hai fatto del mio tempio?

dov’è la bellezza dell’alba nel tuo occhio?

Ecco, gli orrori che chiami progresso,

non vedo che rapine e le chiami giustizia,

vedo biblioteche immense di codici e saperi,

ma tutto il sapere non lenisce il tuo dolore.

Il tuo sapere non dà il pane all’affamato

ma riempie d’oro i forzieri dei potenti

distrugge le case dei poveri

costruisce le fortezze dei tiranni.

La tua scienza crea forme indistruttibili

e aria e acqua empie di sozzure.

Hai imparato a creare ma non sai distruggere

hai imparato a distruggere ma non sai creare.

Dovunque tu arrivi fugge l’innocenza

dovunque cammini i popoli periscono.

Dove trovi tutto ciò nel Grande Libro?

Qual è la sapienza di cui sei tanto fiero?

Io sono la Sapienza e non sono mercimonio:

quello che è stato e che non può tornare

quello che viene e che non può tardare.

II

[…] Lévati Ecclesiaste, prédica il tuo sdegno

nel vento arroventato dei palazzi

dilata le pupille indurisci la tua voce

dà fiato alle orrende tue visioni

raccontale dai tetti, incidile nel libro

rivelaci l’altra blasfema verità.

Quello che stava a destra ora sta a sinistra

il sopra cambia nel sotto ed è mutato

di segno ogni pensiero.

Tutti i sogni sono stati squarciati

ogni volto si confonde nel vento

e non rimane che un turbinìo di parole.

Capovolto nel mondo capovolto l’uomo cerca direzioni

sprofonda nello zenith, ascende nel nadir

scende salendo e avanzando si ritira,

sguardo rovesciato, e parola senza senso,

vanità di vanità sotto il sole a inaridire.

Non rimane che terrore,

tutto è perfido e giusto, insano e saggio;

la salvezza è uno sguardo finale

dove la vendetta di Dio attende e tortura

– ma disperare è il peggiore dei mali –. […]

III

[…] Intanto i barbari come un sole nero

invadono le terre da qui fino al mare;

chi cerca scampo trova muri e precipizi

chi non lo cerca fa simposi sulle torri

accende fuochi, ammazza i difensori

scolando l’ultimo vino pregiato.

Da molti anni scruto i selciati:

dietro ogni pietra dorme un cadavere

dietro ogni cadavere un grido si leva

e cupo il volto dell’angelo che spia. […]

*

[…] Dal suo lettino si leverà una bambina senza lacrime

e canterà una melodia perfetta

prima di avviarsi nel sole del mattino;

risorgeranno le macerie a quel canto

risorgeranno parole sepolte

ritorneranno i feti in grembo alle madri.

*

Vieni mia bella e canta col belato dell’agnello

e a quel canto ogni cosa può rinascere dal sonno degli orrori;

vieni mia bella, canta la parola

che addolcisce il cuore di Dio.

IV

[…] Ti accompagna un consesso di ladroni

di serpi viscide che pregano al mattino

e di notte insidiano le culle,

di notte nell’orgia e di giorno sugli altari –. [1]

Canti le lodi dall’alba al tramonto

mentre il povero rantola e muore.

Innalzi templi, t’allei coi potenti

mentre i poveri disperano in Dio.

Un fallo sconcio invece del capo

un suono di bottino nella loro voce,

questi i tuoi alleati, i tuoi santi

che pregano Dio bestemmiando.

Ti dici sapiente e sei ancora in vita?

Il mondo è morto e tu sei rivestita

di panni preziosi, esci fiacca dall’orgia

e te ne vai nel deserto a pregare.

Quale dittatore non hai conosciuto?

Di quale potente non hai gradito i banchetti?

Come un cane da caccia punti i suoi palazzi

– grondano sangue e tu ne sei complice –.

O Sposa adultera che male ti ha fatto?

In quale desiderio ti ha mai contrariata?  [2]

V

[…] Ricorderai le mani ferite, la pazzia

che fermò il corso degli astri e il mio Respiro

mi curerai come un giardino

dopo il temporale;

ritorneranno i mansueti e il loro sapore

per far tornare il sorriso ad ogni popolo.

Muterai le spade in zappe, in falci le lance,

nessuno più muoverà guerra a un altro.

Non sarà oggi, non domani, forse in un tempo

che non ci appartiene

– siamo da sempre la ciurma testarda

a traghettare nel futuro la speranza – .

VI

[…] Per tutti quegli anni Cristo era lì,

appollaiato su un trespolo aspettando la mannaia.

Giuda si clonava nei laboratori delle mafie

vendeva Cristo ai poteri delle lobbies

celebrava riti sacri

creava vescovi e santi in gran segreto

mullah e archimandriti invasati

nuove religioni di stato, crociati

templari risorti dalle ceneri e nuove Apocalissi.

E noi a marciare a manifestare – presso i ruscelli di Ruben

grandi erano i pensamenti, dolci le zampogne [3]

ma è scritto non tentare il tuo Signore

non chiedere vittorie senza lottare.

Per tutti quegli anni abbiamo marciato

con disciplina quasi militare

non ci importava di mafia e di potere

ma abbiamo tradito il Giusto allo scempio

al terzo canto del gallo

(lo abbiamo sentito vagire nella notte

ci siamo detti «è un cane, uno sciacallo»

crollando un po’ le spalle «ciò che importa

è mantenere l’equilibrio statico

delle profonde notti estive

l’esito felice dei colloqui diplomatici:

non è di questo mondo la giustizia

già la vendemmo un tempo senza remore

ne ricavammo ben trenta denari»).[…]

VII

[…] Che farai, Geremia contro tanta lascivia dei sensi, che farai

contro eserciti di automi e generali decerebrati

che non sanno distinguere il desiderio dalla legge?

Te ne andrai sospinto dal vento dell’Essere che scalpita

e il suo posto rivendica al centro di tutte le cose?

Te ne andrai col vessillo alto della bellezza

per farti massacrare dalle macchine del fango?

Te ne andrai contro di loro brandendo l’innocenza

come una spada a doppio taglio ed essi rideranno

rideranno chiamando a testimone un mondo capovolto

ti chiuderanno in una fossa, bruceranno

le tue parole con il fiato dei loro mostri,

forgeranno idoletti d’oro col tuo volto e il tuo sembiante,

e per essi costruiranno templi e cattedrali ad ogni trivio

e ne faranno postriboli e luoghi di commercio

dove la tua parola sarà venduta come schiava

ai più loschi trafficanti d’armi e ai mercenari.

Che farai, Geremia contro tanta spietata durezza, che farai

contro i falsari della parola

che ti attendono al varco per svilire ogni tua profezia? […]

VIII

[…] In questo inferno si corre a occhi chiusi

per strade sul vuoto fra abisso e abisso

si vive a schemi fissi visioni

costrutti su realtà virtuali

libri sigillati in lunghi scaffali

oscuri codici da decifrare

e lungo i nostri giorni una musica

sempre ci accompagna

a tempo di ballo ritma le nostre sciagure

corriamo dentro sigillate mura

graffiamo il cielo con artigli di acciaio

chiamiamo la morte a gran voce

l’ingravidiamo di ciechi nascituri

e di altre sventure.

Fra rovine e gironi ci muoviamo a scatti

circospetti guardandoci le spalle

abbiamo soldati bene armati, spie

congegni elettronici occhi dallo spazio che ci scrutano

viviamo nel terrore protetti

dalla violenza di Stato

non sappiamo più parlare al nemico

in ogni strada un demone sorge dà fiato

alle trombe dell’apocalisse

semina omicidi e terrore

e ancora viaggiamo blindati, scortati

da demoni ancor più feroci

spendiamo molti averi per proteggere gli averi

sacrifichiamo tutto terra acqua aria

allo sviluppo del sistema

ma alimentiamo un fuoco che divora

e a morire sono sempre i poveri, gli ignari

coloro che leggono la vita con occhi ancora animali

con l’innocenza del cane e la pazienza

del prigioniero. […]


[1] )           Il verso è libera citazione da Carlo Carretto

[2] )           Libera trasposizione dagli Improperia, del Venerdì Santo: Popule meus, quid feci tibi? Aut in quo contristavi te? Responde mihi!

[3] )           Il riferimento biblico è a Gdc, 5,16

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11 commenti

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11 risposte a “Gianmario Lucini, Sapienziali.

  1. emilia banfi

    Travolgente come un uragano , Lucini non fa confusioni tra l’essere e l’avere . Una sacralità espressa con quella maestria di cui lui è capace, sempre. Il nuovo credo e il disfacimento di una società che non può più neanche sognare. Il tradimento solo, unico, grande protagonista arriva come freccia avvelenata che vorrebbe uccidere, ma l’uomo, il poeta con “l’innocenza del cane e la pazienza del prigioniero” esalta la -costanza della ragione-. Carissimo Lucini grazie , ciò che ho scritto è ciò che profondamente ho provato. Complimenti.

  2. Prima di tutto mi sento un “feroce demone” almeno due e piu e infinite volte…altro che “estrosa”, carp Matteo Bonsante, a cui chiedo ancora scusa… ma passiamo a Lucini, e giù altre scuse. DI fronte al suo “impoetico” da vero nudista politico mi sento un verme, perché nel mio diario/blog non ho ancora trovato la sera in cui porgerlo e riporgerlo, e ancora e ancora. Eppure di sere ne ho avute per mandarlo in onda….

    Questo spazio lo trovo più che giusto per trovarlo e ritrovarlo, poiché egli rappresenta ai miei occhi una p.arte completa di tutto…non è solo un nudista poetico, ma politico a tempo e spazio pieno. Io nella mia ignoranza conto solo lui in ogni veste. Il pensare e il fare in una trinità umana, editore-critico-poeta, causa le quali ottiene l’odore che mai evapora di una quarta e quinta e “altra” essenza . E’ l’dore dell’immediatezza…quella che “dio nascosto in un bunker” ha trasmesso a parecchi umani in varie forme di potere e sub-potere, per padroni e servi, compresi coloro che direbbero di essere i loro contrari.

    Lucini non ha appunto bisogno di “codici”, o marchingegni “blindati”. Se mette dei lucchetti speciali lo dice, è il “focolare”. Egli è come un bicchiere d’acqua, anche quando ormai tutto è diventato un bicchiere di lacrime. Perché è così diverso da tanti altri? Perché è consapevole tanto della “violenza di stato” che della violenza degli intellettuali, nel momento in cui denuncia il punto di arrivo e di partenza a cui siamo evidentemente “prigionieri “.

    Potere di un tipo o dell’altro, nessuno ha cambiato le condizioni .

    Questa pagina a lui dedicata la trovo inoltre il giusto contrappasso al precedente post in cui senza togliere nulla al poeta Pleyenet, si sventola la bandiera di chissa quale codice dello scrittore alla facciazza di qualsiasi lettore, stile “io sono io , tu non sei un cazzo”. Per poi magari pure lamentarsi della dittatura del mercato o, peggio, delle masse sconfinate o del ceto medio mediatico etc etc diventate sempre più povere – di tasca come di spirito- anche grazie a un mondo di autori che le hanno sempre più drogate oppure, peggio, ne son sempre stati ben alla larga e, con il declino galoppante degli ultimi decenni, meglio lontani, scudati e “sigillati” , con il declino stesso a mo’ di scusante perfetta. Di conseguenza i post del tipo su Pleyenet (sempre senza nulla togliere a questo poeta), diventano facili anagrammi di spot antiuomo come quelli di Banderas da cui vorrebbero essere profondamente diversi. Insomma se devo vivere la musica del fuoco, o dell’acqua , o qualsiasi altro elementale dalle rovine in mezzo alle macerie, meglio fasri un bicchiere e una damigiana di Lucini.

  3. ec
    quella che al suo esatto contrario “Dio……”

  4. emilia banfi

    L’idea della damigiana mi piace! Lucini è un grande!

  5. Ringrazio Lucini per queste poesie e per l’invettiva, per aver oltrepassato la ragione col sentimento. Raramente la poesia dà gli esiti immediati che offre la musica, quando emoziona e contamina. Lasciarsi contaminare da queste poesie porta salute, leggendo se ne può scrivere e scrivere ancora, ciascuno con il proprio stile e la propria dis-misura.

  6. Troppa enfasi amici e vi ringrazio (ma non so ancora chi sia Rò…) e troppe lusinghe per me. Vendo libri e dunque so chi e quanti leggano i miei :-)) davvero pochi e quindi davvero, al mio livello, non si conta un cazzo.Ecco cosa ho scritto oggi sui poeti, in una nuova raccolta che si chiama “Hybris” e l’ho terminata apcuni giorni or sono (ma ci mancava un interrmezzo che ho inserito oggi) ma che uscirà l’anno prossimo: “É il poeta il più gran peccatore. S’immerge nel mare agitato delle parole e non sa di non saper nuotare. Annaspa, s’industria di salvarsi la vita – lo vedi dalla riva alzare a volte il braccio come un vecchio Achab aggrovigliato nella sua balena – sentenzia, dice di vedere e di sentire. Ma noi, dalla riva, nulla sentiamo e vediamo. Noi qui si sta a fare pic nic.”.
    Ciao

  7. Ennio Abate

    In questi frammenti scelti da *Sapienziali* c’è l’eco della Bibbia, cioè di un grande libro (per moltissimi il Libro dei libri). Che mi sono sempre ripromesso di leggere negli ultimi anni. Col quale ho mancato l’appuntamento, anche quando giovane ero nell’orbita del cattolicesimo (e forse non a caso, perché il cattolicesimo in cui fui educato mi diede al massimo un’infarinatura evangelica). E che ho visto invece ben presente e operante negli scritti di almeno un paio di poeti (Fortini e Ranchetti) da me letti con convinzione.
    Risentire tardivamente l’eco della Bibbia nei versi di Lucini non risarcisce quel vuoto di lettura. Permette però di fare il punto fra il suo percorso (che poteva magari anche diventare il mio, se le cose fossero andate in un certo senso) e quello mio effettivo e non cancellabile. Per riconoscere comunque una vicinanza fraterna. Ma anche un confronto schietto.
    La sua meditazione “attualizzante” della Bibbia a me permette di *comparare* quell’eco, diciamo pure, del divino al rumore della bassa storia e del basso quotidiano in cui sono rimasto incastrato tra questa seconda metà del Novecento e i primi decenni del 2000 assieme a tanti.
    Comparazione quasi leopardiana: «E come il vento / odo stormir tra queste piante, io quello / infinito silenzio a questa voce / vo comparando: e mi sovvien l’eterno, / e le morte stagioni, e la presente / e viva, e il suon di lei». Ma scansandone la conclusione: «Così tra questa / immensità s’annega il pensier mio:/ e il naufragar m’è dolce in questo mare».
    In secondo luogo su questi tronchi di parole dal tono antico, solenne, austero (Aglieco nella *Introduzione* a *Sapienziali* nota anche un altro elemento: «la presenza, già nella Bibbia, di un titanismo/eroismo uman saldamente radicato a un’idea di resistenza») si possono appoggiare le nostre vicende o i ricordi anche amari delle nostre storie. E credo che Lucini un po’ questo abbia voluto fare. Non per nobilitare la storia umana, ma per mostrarne semmai la miseria, denunciarne gli orrori, le cattive pretese, l’incompletezza. (Come accade in Fortini, direi…)

    Eppure, oggi più di ieri e in un’epoca oscura di sconfitta delle ipotesi utopiche, che anche della Bibbia si alimentarono (si pensi all’opera di Ernst Bloch), mi sento di discutere pacatamente l’uso critico che Lucini fa di quella sapienza in versi come i seguenti: «Si esaltano per la tecnica e la scienza /con arroganza violentano il creato, / cercano gioia ma spargono dolore». E anche le analogie di evidente sapore politico immediato: «Giuda si clonava nei laboratori delle mafie /vendeva Cristo ai poteri delle lobbies / celebrava riti sacri / creava vescovi e santi in gran segreto /mullah e archimandriti invasati / nuove religioni di stato, crociati /templari risorti dalle ceneri e nuove Apocalissi».
    Di discutere con lui, perché al suo rispettabile pensiero critico profondamente religioso (ma certamente non confessionale o forse istintuale, come egli stesso lo definisce…) mi sento tuttavia di affiancare/contrapporre un altro pensiero critico, questo più imbevuto o *sporcato* di storia, meno solenne, più inquieto, meno certo cioè della Conclusione o della Certezza di stare dalla parte giusta o del Giudizio Finale che a Lucini permette di scrivere: «Io sono la Sapienza, non sono mercimonio:/ quello che è stato e che non può tornare /quello che viene e che non può tardare. //Preparati al mio arrivo, raduna gli eruditi / tutti i legulei e gli scienziati e i giudici, /
    ti chiederò: che ne hai fatto del mio tempio?/ dov’è la bellezza dell’alba nel tuo occhio?»

    All’esplicito, frontale, rimprovero che un autentico punto di vista religioso (quello meno compromesso con la “mondanità”) muove contro la storia umana guidata dai potenti (« Ecco, gli orrori che chiami progresso, /non vedo che rapine e le chiami giustizia,/ vedo biblioteche immense di codici e saperi,/ ma tutto il sapere non lenisce il tuo dolore. //Il tuo sapere non dà il pane all’affamato /ma riempie d’oro i forzieri dei potenti / distrugge le case dei poveri/ costruisce le fortezze dei tiranni.») sento di affiancare/contrapporre non una difesa impossibile del Progresso o una giustificazione dell’ipocrisia « di serpi viscide che pregano al mattino / e di notte insidiano le culle» o una smentita dell’andamento tragico della storia ( ancora l’orrore storico!), ma la caparbietà più “materiale” con cui « puliti miti oscuri nostri gemelli / ancora vanno, operosi su incerti sentieri;/ e accendono luci tutto tatto nelle celle cupe della sera / dove ondula, austera, minacciosa, la biblica mela».
    Sono miei versi da *L’albero*, che mi pare giusto citare, perché ci sento una resistenza diversa da quella a cui accennava Aglieco: senza titanismi o prometeismi e senza fede nel sicuro riscatto che fa scrivere a Lucini: «Vieni mia bella e canta col belato dell’agnello / e a quel canto ogni cosa può rinascere dal sonno degli orrori». O lo fa retrocedere (secondo me) ancora in una visione “paradisiaca” dell’utopia:« ritorneranno i mansueti e il loro sapore / per far tornare il sorriso ad ogni popolo. /Muterai le spade in zappe, in falci le lance, / nessuno più muoverà guerra a un altro».

    Anche al bilancio sotto sotto generazionale, come quello che intravvedo in questi versi: «Per tutti quegli anni abbiamo marciato/ con disciplina quasi militare / non ci importava di mafia e di potere / ma abbiamo tradito il Giusto allo scempio / al terzo canto del gallo», obietterei – e non per giustificarmi/ci o giustificare i nostri perduti “compagni” di strada – che il tradimento, che pur c’è stato, è cosa alquanto secondaria rispetto a un mutamento – questo sì epocale e tremendo – che è avvenuto; e che ancora non capiamo in termini razionali (per me indispensabili). Esso rende, non dico, sterile, masempre più fragile lo stesso ricorso alla Bibbia. Lì di certo troviamo la *posa giusta*, il *fine giusto* per una visione pienamente umana, ma non il *che fare* per passare dalla posa alla costruzione (e ricordo ancora il mancato passaggio dall’utopia alla blochiana «utopia concreta»).
    Mi pare che questo dubbio sia presente anche nelle *Sapienziali*, se Lucini chiede: «Che farai, Geremia contro tanta spietata durezza, che farai/contro i falsari della parola / che ti attendono al varco per svilire ogni tua profezia?». E che il quadro tragico da lui evocato («viviamo nel terrore protetti /dalla violenza di Stato /non sappiamo più parlare al nemico / in ogni strada un demone sorge dà fiato / alle trombe dell’apocalisse / semina omicidi e terrore / e ancora viaggiamo blindati, scortati / da demoni ancor più feroci // spendiamo molti averi per proteggere gli averi / sacrifichiamo tutto terra acqua aria / allo sviluppo del sistema / ma alimentiamo un fuoco che divora / e a morire sono sempre i poveri, gli ignari / coloro che leggono la vita con occhi ancora animali /
    con l’innocenza del cane e la pazienza / del prigioniero») è reso ancora più cupo dal fatto che i “poveri”, da soli, non sono in grado di lottare con chiarezza contro queste nuove forme di capitalismi. ( Con questo termine so di abbassare il discorso perfino troppo rispetto al tono di *Sapienziali*, ma a me pare necessario..).
    Arrivo a una ellittica conclusione, che qui non posso svolgere, ricordando che ho scritto in anni passati: *Non c’è più religione* (titolo di un libro di Michele Ranchetti), Non c’è più comunismo…
    Non per disincanto o disperazione, ma per indicare il *punto zero* ma ineludibile, dal quale interrogarci per dare alla nostra resistenza le ragioni di cui oggi manca.

  8. Caro Ennio,
    molto, ma molto schematicamente, credo che il problema sia riducibile a questo:
    a) il poeta è parola;
    b) la parola può esprimere solo sentimenti (poesia amorosa), ed essere anche ‘poesia di non soli sentimenti’ ma anche di scavo (Petrarca etc.);
    c) la parola, poeticamente, può scandagliare oltre a vicende emotive, affettive etc. anche vicende della società e della storia, individuarne i mali (la tua poesia per es. : poesia di denuncia) e anche proporre desideri ed eventuali soluzioni (poesia utopica, la poesia di Lucini etc.);
    d) Ma le condizioni sociali e le storture (gli orrori) della storia, possono essere ‘lette’ anche da un punto di vista collocato ‘al di fuori della storia’. Questo è permesso solo alla poesia. In aggiunta a quanto riportato in un mio precedente post sulle *periferie delle nostre città* (orrore della storia), ecco da Lapislazzuli, edito sempre dall’Editrice CFR di Gianmario Lucini, ancora un mio distico:

    La Storia

    Le sabbie, la notte, sussurrano al vento
    un mormorio di carcasse e d’albe morte.

    Ma mi permetto di ricordare anche dal recentissimo Simmetrie

    (poesia senza titolo)

    Il più grande dono è essere nato
    libero.
    Libero di slegarmi da me stesso
    e di dissolvermi nella tua impervia
    infinità,
    essenza e scopo del tuo/mio
    esistere.

    Conoscermi e
    negarmi
    all’inquietudine dei venti e della Storia
    che non sanno da dove vengono,
    né dove vanno.

    Come vedi, caro Ennio, dal mio punto di vista la storia è confinata in un fatto effimero (la fugacità della vita umana). Contro al quale, dal tuo punto di vista, giustamente insorgerai. Ma sempre di punti di vista si tratta. E in poesia non c’è fortunatamente un punto di vista privilegiato. Come forse non c’è neanche in fisica o in matematica. O anche in filosofia. Possiamo saggiamente dire che si tratta di punti di vista tutti legittimi e complementari l’uno all’altro, cioè ricchezza di espressione e quindi di poesia.
    Quanto al *come* si realizzi la parola poetica (lo stile, il modo della poesia di calarsi concretamente in una data forma) credo che il problema non si ponga, almeno dal mio punto di vista. Dal momento che il problema dell’ *espressione* è un problema, come accennato altrove, che è *a valle* dell’intuizione poetica. Al limite ne è coevo! Mentre se è considerato *a monte*,la poesia per ciò stesso viene ad essere alterata (condizionata). Un esempio? Generalmente certe poetiche nate con (e dopo) il gruppo ’63, che pretendevano di stabilire come punto di partenza del fare poesia, un determinato tipo di espressione. O certe avanguardie di inizio secolo scorso basate su ‘alcune’ idee.
    I Sapienziali di Lucini stanno a dimostrare che, se si ha qualcosa di veramente importante da dire, l’ispirazione (o questo qualcosa che chiamiamo poesia) trova sempre la strada giusta per venire alla luce ‘nel migliore dei modi possibili’. Se c’è – naturalmente – il poeta.
    Caro Ennio, questo è il mio modesto punto di vista, che come tutti i punti di vista, può essere contraddetto.
    Quanto al concreto lettore, questo sembra essere un altro problema. Ma riconducibile alle *condizioni* in cui si trova il lettore stesso: abitudini, sensibilità, letture, prospettive, desideri, aspettative, stati d’animo etc.
    Questo spiega le difficoltà incontrate qualche volta da lettori o critici, come te o come altri, nel leggere certa poesia intesa come arcaica o come *poesia staccata dalla realtà*. Ma questa è un’eterna vicenda.
    Un caro saluto,
    Matteo

  9. L’obiezione di Ennio parte come difesa della storia e (giustamente, dal suo punto di vista – ma per certi aspetti anche dal mio) è comprensibile, ed è un’obiezione che mi aspettavo (e giunge, finalmente).
    Sapienziali è ambivalente e denso di trappole che la natura del tema porta in sé. NON vuole essere una riproposizione della Bibbia o tematiche bibliche (appunto perché non siamo più in quella temperie culturale) è questo è ben spiagato in una nota iniziale. Naturalmente lo si può anche fare, ma non è la mia intenzione. E’ solo una rivisitazione di alcuni simboli, vecchi come l’uomo ed entrati nella Bibbia (che è anche una specie di “summa” delle civiltà mediorientali, da quella egiziana a quella assira a quella dei “palestinesi” antichi, ossia i cananei, gli amorriti, ecc.).
    NON vuole essere una condanna della ragione e della scienza moderne, perché è appunto tramite la ragione che io contesto la ragione. Quanto alla scienza è uno strumento, pur usato male, e forse il problema sta nell’uomo che non è culturalmente preparato a servirsene (sembra paradossale…).
    Sapienziali è quindi un libro di pura poesia, che non vuole entrare in questi temi, neppure in quelli etici, che sembrano abbondare. Ma è anche lì che abbonda l’aspetto passionale e poetico, non tanto quello etico. L’improperio non è un argomento filosofico, ma piuttosto mitico, vicino allo scongiuro. La Sapienza non è un sapere come noi l’intendiamo, ma un essere. O forse un sapore, visto che c’è la stessa radice. Lo sciocco, che nella Bibbia è contrapposto al sapiente (o lo stolto, ecc.) è sostanzialmente colui che non sa vivere, al di là di quello che sa o non sa. E’ colui che usa la conoscenza per scopi impropri (e di potere). Per il Cristo (che sta nella Bibbia anche lui, anche se più vicino a noi) dice che i veri sapienti sono i bambini. Turoldo diceva, “L’innocenza al potere”. Io me la sono piantata in testa, questa massima, come unica verità credibile in poloitica. Il resto sono chiacchiere. Noi siamo sciocchi e non sapienti, perché stiamo costruendo con le nostre mani la nostra morte e la vita come dannazione: questo il senso.
    E se si grarda bene, in Sapienziali NON c’è nessun giudizio di valore (etico), nessuna accusa ma soltanto una descrizione di comportamenti, quasi maniacale cronaca del vissuto (sia storico che contemporaneo). E’ pur vero che additando la contraddizione si fa in qualche modo un’accusa, ma è un’accusa che chiede conto, magari anche sul piano della sfida retorica, ma chiede conto e cerca il dialogo, nella sua ruvidezza (ed è per questo che non lo ottiene: da una parte SAP viene considerato un libro religioso, (lo è in parte, ma soltanto nella seconda parte e non sempre) e dall’altra un libro etico o imbevuto di etica “da un certo punto di vista”. In realtà è un poema che racconta ciò che è accaduto, quello che gli uomini hanno fatto e cerca l’obiettività (certamente non trovandola, come è umano che sia, specie in poesia) la narrazione di fatti, quasi cronache, seppur senza date e circostanze precise.
    Io non voglio giudicare la storia: quello è compito della filosofia e di chi ha tempo e piacere di farlo; voglio invece che accadano delle cose che sono però considerate utopiche e che non accadano altre cose che hanno portato sofferenza e distruzione. Ma l’utopia, che è ragionevole, è pur sempre un luogo possibile, che può diventare realtà: compito della poesia è visitarlo ed esprimersi sulla sua vivibilità. L’utopia di SAP è un mondo che non c’è perché nessuno lo vuole (anche i poveri, beninteso, e non soltanto i ricchi e i prepotenti: non si può mettere tutta la giustizia da una parte e tutta l’ingiustizia dall’altra) ma un mondo che ci potrebbe essere. La via per farlo è quello che chiamo “Sapienza” e sta scritta, a suo modo, nella natura e nelle gesta degli antichi (tutti, non solo gli ebrei), così come sta scritta la stolidità. Io ho cercato mdi creare una fucina di provocazioni, perché credo che sia compito dell’intellettuale provocare, possibilmente senza sparare cazzate. E considero il massimo della provocazione il fare, ossia la poesia che si tramuta in azione e ci permette di essere e non soltanto esser-ci. Il mio ideale è poetico, non etico o politico e questo voglio dire in Sapienziali. Che poi si dica che la poesia non potrà mai cambiare nulla, lo contesto, pensando semplicemente ai poemi omerici e biblici che hanno creato la civiltà occidentale (non la filosofia o la “Politica” di Platone o le guerre di Roma…).
    Quindi, a Ennio vorrei dire che non posso rispondere alla sua obiezione, perché non ho voluto giudicare nulla. La lettura dei SAP non parte da una visione storica o religiosa o politica o etica: parte dal mio personale disgusto nel vedere le cose come vanno e dalla mia sofferenza personale a livello di pelle e di pancia, non tanto di testa.

  10. emilia banfi

    Insomma la poesia non sta nelle parole o nei concetti , essi la possono solo servire e la storia , i sentimenti la potrebbero anche distruggere.

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