Rinaldo Caddeo, Il bello è brutto, il brutto è bello.

streghe b

Fair is foul and foul is fair: il bello è brutto, il brutto è bello, cantano le tre streghe all’inizio del Macbeth. È il ritornello che governa gli eventi. Sono le parole che accompagnano Macbeth al potere e lo trascinano alla rovina. La tragedia del potere e della follia, dove «la vita non è che un’ombra in cammino; un povero attore che si agita e pavoneggia per un’ora sul palcoscenico e del quale poi non si sa più nulla. Il racconto raccontato da un idiota, pieno di strepito e furore, ma che non significa niente». Il loro eco e la loro danza macabra arrivano fino a noi. Nell’epoca della borghesia, come spiegano ancora efficacemente Marx ed Engels nel Manifesto del partito comunista, tutto è volatile, istantaneo e rapidissimo, sottoposto a un inarrestabile processo di rivoluzionamento. Le vecchie idee sono state disintegrate in migliaia di frammenti, le idee nuove diventano vecchie prima ancora di fissarsi e consolidarsi. Ogni cosa sacra è profanata e le cose profane vengono consacrate. La conoscenza si certifica con la falsificazione (Popper). Entriamo quindi nell’età del rovesciamento incessante e accelerato di ogni fede, di ogni regola, di ogni criterio, credenza, colore, speranza, carità. Nulla svanisce, tutto si trasforma: questa è la natura per Linneo. Questa è la realtà del nostro tempo. Un processo continuo, un’accanita contaminazione, una metamorfosi perpetua. Movimento della materia, materia del movimento, un tutt’uno. Etica, principi morali, gusti, categorie, usi e costumi, religioni non spariscono ma se ne vanno a spasso liberi e prima o poi vengono risucchiati, emulsionati in un maelstrom di buona volontà, rancori e vendetta e risputati fuori, incattiviti, deformati, abbrutiti. L’arte si è trasformata e si trasmuta in continuazione, la poesia è esplosa, salendo e ricadendo da una nuvola di polvere. È diventata araba fenice: che ci sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa. La sua polvere nasce e muore, si spegne e si riaccende, viene raccolta da una parte e trasportata da un’altra, come il turbine infernale dei lussuriosi. Ormai neanche la legge di gravitazione universale di Newton, che faceva danzare elegantemente, come in un minuetto, tutti i corpi celesti e terrestri tra loro, basta a spiegare tutti i movimenti delle universe cose. Ben altri movimenti, deformazioni, energie, spostamenti nel tempo/spazio, sono entrati in gioco.

E = mc2 Massa ed energia si equivalgono, sono le due facce della stessa medaglia. La bomba di Hiroshima ha raso a suolo in un istante una città, ha vaporizzato migliaia di uomini, ha liquefatto ogni solidità. Non c’è più differenza tra Terra e Cielo. E in Cielo non cantano gli angeli ma tutto si muove, si allontana da se stesso. Al centro della nostra Galassia (di cui il nostro Sole e noi abitiamo un angolino periferico), come probabilmente al centro di tutte le altre migliaia di migliaia di galassie, c’è un buco nero supermassiccio che divora e ingoia materia e luce facendo ruotare stelle e pianeti intorno a sé come il buco di scarico di un lavandino fa girare in un risucchio vorticoso l’acqua che sprofonda. Il cosmo in cui viviamo non è più abitato, protetto e mobilitato da serafini, cherubini, troni e dominazioni, ma è un colossale botto e noi esistiamo in e grazie a questo botto. In un miliardesimo di secondo l’Universo è sbucato fuori dal nulla e si è espanso alle attuali dimensioni con un processo distruttivo-creativo, che, con termine vagamente economico, è chiamato inflazione. L’armonia delle sfere, di platonica memoria, è stata sostituita dal frusciante rottame di questa deflagrazione. Una vibrazione dissonante, molesto borborigmo/scricchiolio e urlo condensato, ciò che sentiamo quando si passa da un canale a un altro della radio, l’ondulazione di fondo, la radiazione sottostante, il fossile grottesco e gaglioffo della nostra nascita e della nostra vita. La Bellezza? Non vedo altra Bellezza che splendidi orrori, minuscole meraviglie, epifanie, stupori istantanei, illuminazioni (Rimbaud), meglio ancora, asparizioni, apparizioni/sparizioni (Giorgio Caproni). Con Shakespeare, con il cannocchiale di Galilei, con gli sviluppi e gli inviluppi della scienza, con il microscopio e il microcosmo elettronico, con i computer, i satelliti, il telescopio Hubble, gli acceleratori di particelle sub-atomiche, insomma, con la tecnologia moderna che ha prodotto un potenziamento immane dello sguardo e del calcolo, non possiamo che vivere nell’ossimoro permanente (Montale), dove follia e ragione, bene e male, bello e brutto, ricchezza e povertà, perdita e guadagno, creazione e distruzione, si compenetrano, s’infiltrano, si accoppiano e si mescolano mostruosamente, indistricabilmente.

Nell’Impero del Brutto, se tale si vuole definire la situazione in cui ci troviamo, rimane, anzi, può ri-nascere, non la Bellezza, tramontata definitivamente con il Rinascimento italiano, ma un’istanza di bello. Ce ne sono stati e ce ne possono essere di tanti tipi. Un bello incapsulato negli anfratti, da tirare fuori da uno scaffale polveroso o da scavare nel sottosuolo o da sbirciare in un buco o in una fenditura o in un deserto o in una landa ghiacciata o paracadutato da un soffitto invisibile e commosso dal demone della poesia come poeticus furor, poetic frenzy, ultima istanza oppositiva al nulla definitivo. Può eruttare fuoco, sabbia, acqua, veleno, gas. Può essere funebre e immobile come il Mare della Tranquillità sulla Luna, frastornante e scandito da un rullo continuo di tamburi come mare in tempesta, frusciante come un incendio o stridente come requiem di Penderecki, divagante e a piombo come concerto di Shostakovich, irriverente come un ready-made di  Duchamp, perturbante come un quadro con tritoni arrapati di Böcklin o allucinato come Odilon Redon o confuso e feroce come un dripping di Pollock. Straniante e drammatico (la tragedia della serenità!) come una piazza d’Italia di De Chirico. Può essere duro come sasso, molle come calcestruzzo prima di rattrapparsi, candido e fumoso come ghiaccio secco. Può essere sughero che galleggia, una boazza di vacca sdraiata su di una malga alpina, una coppia di daini, la tigre assenza, fiore che fa rima con cuore, purché la rima, pareggiando, sgarri.

La poesia nasce nel linguaggio e con il linguaggio può risalire la china del niente. Come? Cominciando a scavare un nuovo senso sotto le cose e nelle parole di tutti i giorni, come aveva cominciato a suggerire ad esempio l’indagine lucida e convulsa di un Kafka o di un Cattafi. Un non-senso nel senso che sia un altro senso del non-senso, un senso che ci consegni un altro sguardo, proprio dal non-senso in cui ci troviamo. Un senso recondito, estraneo a se stesso, paradossale, ma che nasce nelle discariche della catastrofe in cui e per cui possiamo recuperare un senso nuovo della bellezza della natura. Per fare un esempio: le zampette fornite di ventose, il corpo piatto di uno scarafaggio o l’occhio composto di una mosca (frutto di svariati milioni di anni di natural selection) risultano più sofisticati, meno rozzi e quindi più belli di un robot o di un’automobile da corsa, con i suoi tubi attorcigliati ecc. ecc.

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3 commenti

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3 risposte a “Rinaldo Caddeo, Il bello è brutto, il brutto è bello.

  1. Lo chiederei alla musica, se preferisca essere ascoltata da un dipinto di Raffaello o da un secchio della spazzatura. Credo non faccia differenza, e credo anche che la bellezza, che è essenzialmente l’arte di accostare le cose tra di loro, sia suscettibile dei gusti ristretti di ogni epoca.
    Inoltre non attribuirei all’epoca della borghesia la responsabilità ( o il merito) della continua e caotica trasformazione, in quanto, proprio come viene detto in questo articolo, è nella natura dell’universo che creazione e distruzione si compenetrino.
    A me sembra che non sia questione di bello o brutto. Considerare la bellezza un’arte del recupero è svilente, ma è comprensibile per il fatto che gli oggetti sono costantemente sottoposti alle leggi del mercato, e oggi il mercato (o chi per esso) ha deciso che la poesia non debba avere lo stesso valore che ha uno smartphone. Siamo ancora nell’epoca del mezzo, non del messaggio, che manca o sembra mancare non perché ha perso le sue fondamenta ma perché non ha tempo e modo di mettere nuove radici, stabili e durature. Pensare che il passato possa riproporsi astrattamente equivale a non riconoscere storicamente il declino della monarchia o del feudalesimo. Credo serva una rivoluzione culturale, grazie alla quale la conoscenza si possa estendere in modo decisamente meno elitario, utilizzando, come stiamo già facendo, i nuovi media. Ma non solo: bisognerebbe considerare il linguaggio alla stregua del mezzo, affidando il messaggio a maggiore e intelligente umiltà.

  2. GiorgioLinguaglossa

    «Fair is foul and foul is fair: il bello è brutto, il brutto è bello, cantano le tre streghe all’inizio del Macbeth». Un bello stile, ciò che un tempo era un bello stile, con il passare del tempo (e della Storia) si scopre che è diventato un brutto stile. Il bello è diventato brutto. E ciò che era considerato brutto invece è diventato bello. Ma ciò non accade per caso. Non è il Caso che regola le cose del mondo ma la Necessità. i cambiamenti del gusto seguono la necessità, non il caso, i cambiamenti individuali avvengono nel profondo strato della coscienza e affiorano per abreazione o per sintomo, come una malattia, in momenti improvvisi e in contesti disparatissimi. Ciò che a me sembra una poesia che gronda di letteratura come quella di Bigongiari e della Spaziani, a un altro invece può sembrare bella. Non ci sono vie intermedie, ovvero, ci sono una infinità di vie intermedie, di sentieri interrotti, etc. Se leggo oggi una poesia di Helle Busacca della trilogia dei «Quanti del suicidio», rimango esterrefato perché mi sembra che si parli di fatti accaduti stamattina; se invece leggo una poesia di Pagliarani de «La ragazza Carla» o di Giudici de «La vita in versi», sento come l’odore di un tempo lontano, sento che quelle cose grondano di sociologia, di ideologia, ci sento dietro il piccolo borghese con la sua fame di modernizzazione e di arricchimento (per carità giustissime cose!), che oggi non interessano più un lettore che invece vive in presa diretta le conseguenze della RECESSIONE stilistica, economica e spirituale! – Oggi che tutto il mondo è diventato un quotidiano televisivo e televisizzato, che cosa può dirci la poesia del quotidiano così come era stata edificata da Anceschi? – Ecco che scopriamo che gli oggetti dei lirici della prima Linea lombarda ci appaiono muti, non ci parlano più, ma non possono parlarci perché quegli oggetti sono stati moltiplicati per milioni di volte ed hanno invaso la nostra vita quotidiana rendendoceli innocui e odiosi: basti pensare alle pubblicità dirette e indirette. Ecco la ragione per cui oggi noi stimiamo molto di più quei poeti che sono andati contro corrente, o che almeno ci hanno provato! – Per non parlare della poesia di paesaggio, anche la più alta e complessa, la più evoluta come quella di Zanzotto de «La Beltà» (1968), chiediamoci: che cosa ci comunica quella poesia? Oggi che il paesaggio è diventato un preambolo del capitale dove anche il più bel paesaggio (a prima vista) nasconde poi un avvelenamento da arsenico e di colibatteri? E allora? Che dire più del bel paesaggio? Come scrivere una poesia sul bel paesaggio? Oggi la nostra sensibilità verso la poesia di paesaggio è mutata ma è mutata in peggio, siamo diventati più sospettosi, dopo la prima occhiata al paesaggio vogliamo sapere quanto inquinamento acustico e elettronico e chimico e di radiazioni si nasconde in quel bell paesaggio, non ci fidiamo più… e così via. E la poesia cambia, necessariamente, e in noi cambia la sensibilità per la poesia di genere (per quella di paesaggio e per quella del quotidiano e per quella mitologica). Ciò che era bello si rivela brutto…

  3. Livia

    I concetti di “bello e brutto” sono soggettivi (nonostante tutta la tradizione classica e neoclassica che abbiamo ereditato dalla storia culturale, letteraria e filosofica) ed appartengono ad ognuno di noi in base a categorie mentali, filosofiche, morali e culturali in generale.
    Si può parlare di bellezza o bruttezza estetica, di bellezza o bruttezza morale; possiamo utilizzare gli aggettivi o i sostantivi corrispondenti, lasciandoci guidare dalle nostre categorie mentali e dalla sensibilità individuale.
    Può essere bello per qualcuno un paesaggio estivo con la brezza marina senza pensare a inquinamento e a brutture sociali, ma può essere brutta una persona andando oltre l’aspetto fisico e valutando la “bruttura interiore”.
    Ma è vero, profondamente vero, che ciò che per qualcuno inizialmente era bello in realtà si rivela brutto proprio per quel qualcuno.

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