Pasquale Vitagliano, Dieci inediti.

basilico

Foto di Gabriele Basilico

La parola

Pronunciò piano la parola

e  la camera si riempì di quel suono,

ne fu subito piena e fu ascoltata

come se fosse stata detta la prima volta,

arrivata inaspettata, non invocata, nuda.

Inaudita eppure concreta e nuova

come solo le cose più elementari

sanno esserlo.

Inspiegabile eppure necessaria.

In questi ultimi anni

 

sono stato inclinato su un fianco,

le vele a pezzi e la memoria scrostata,

le punte dei piedi rotte e inzuppate.

Ho ruotato ingovernato per cerchi

sprecando giorni interi a trovarne il perno

e finendo senza fiato a girare su me stesso,

e specchiandomi di fronte credendone l’orizzonte.

In questi ultimi anni

sono stato trattenuto alla deriva,

deviato dal mio tragitto e preda del passato.

Restituitemi l’habeas corpus.

Non c’è più un carico da riscattare,

sono la carena vuota che risuona solo del suo destino.

Paesaggi 1

Non ci è più dato di fuggire dalle nostre vite

da quando le terrazze non sono più sgombre,

se sali fino ad affacciarti su di esse  non entri più

in quella dimensione che un tempo ti lanciava via.

Non c’è più alcuna piattaforma per le stelle,

né la città ti appare più capovolta sulla strada del cielo;

è scomparsa la casbah di panno e si sono eretti i sottotetti,

le cuffiette di legno o i pannoloni marci per tenersi dritti.

Non ci abbandonare mi dice l’involontario portiere,

ma non basta questa fiducia a ridare vita al vento

sulle terrazze che ti vengono incontro imbrigliate dai fili di ferro

e non si può più correre sui mattoni neanche ad essere un mutante.

Non ci abbandonare mi ha detto l’involontario portiere.

Ma se non ho ancora trovato  il coraggio di abbandonare me stesso.

Paesaggi 2

Le auto circolano inutilmente intorno,

potrebbero essere sangue nelle arterie

ma non hanno alcuna funzione vitale

neppure per se stesse.

E finiscono per ingolfarsi nelle rotatorie

sbreccate dai pneumatici e private di ogni

destinazione e girano e girano gli stracci

all’interno della lavatrice.

Poi si arrampicano sulle strade lisce e spesse,

e polverose di pelle nera di elefante,

o squamose di asfalto di serpente,

e implorano la pioggia che se poi cade e peggio

con il suo odore di latta e di calura.

E se si alza il vento è finita con le carte

che si schiantano come schiaffi  e le pietre

che rotolano daccapo all’inizio della strada

e tutto ruota ancora con più follia che attrae così

la mia titanica vocazione al vuoto.

 

Paesaggi 3

Anch’io un tempo sono stato

sensibile alle foglie,

le avrei volute studiare,

e catalogarne i nomi

per forma, margine e nervatura.

Ma oggi le foglie

non hanno più nome

perché con gli stessi nomi

chiamiamo cose diverse,

le soglie, le voglie, le spoglie.

Anch’io qui non parlo di foglie,

ma di idee morte e di vite passate,

di cose che volevano cambiare nome

perché erano morte,

ma che alla fine senza nome sono rimaste.

Forse solo le sedie

non hanno mai cambiato nome

perché non hanno forme diverse

e se le lasci nel centro della stanza

là le ritrovi, ferme e univocamente utili.

Paesaggi 4

Rimango quando scende la sera

senza pronunciare parola seguo

la sera prendere possesso infilandosi

nei condomini rimasti senza padrone.

Arriva ogni giorno come se fosse

il primo giorno, inaspettato e disatteso,

solido e tangibile come una formula,

inutile eppure essenziale come un saluto.

Il silenzio l’accompagna inaudito nelle strade

e di esso si riempiono le stanze dove irrompe

e qui si ferma senza alcuna citazione a fissare fuori

le macchine ormai ferme in sosta senza più pretese.

Ma dentro non dura a lungo e si dilegua,

staziona guardingo lungo i marciapiedi

e scuote la testa come un lupo al primo fragore

che piano piano comincia ad uscire osceno dalle tv.

 

Paesaggi 5

Vorrei entrarci dentro,

con gli occhi prima del corpo

nel punto, la spirale, il tao

di pelle che unisce il buio cieco

con le lucenti gambe del sole.

Vorrei tenerlo tutto,

contenerlo per intero in mezzo

così com’è completo e perfetto

visto da dietro alla luce fioca

del riposo per stremato periplo.

Vorrei riempirlo ancora,

il fianco di avorio proteso,

spinto dal basso a porgere il collo

socchiuso, sempre pronto a ricevere

l’olio dorato dentro un mondo mai ricolmo.

Come per Sophie

E nessuno mi ha ancora imposto

di fare la scelta di Sophie,

ma non per questo mi è meno dolente

scegliere fra gli opposti luoghi del bene.

Proverò anch’io prima o poi se è più facile

morire di tumore per la produzione

o perdere ogni sicurezza di stare al mondo,

o subire la giustizia somma e incerta degli uomini.

Quello che sto già provando è che il dolore

si prepara presto, all’alba, quando ti sembra lontano,

quando appartiene agli altri che ti anticipano

al tramonto dove non c’è più tempo per fare i conti.

Ho già imparato quanto siano inutili i santi

se non ci hanno insegnato a rispettare la madre

che va bene se ti allatta anche se hai quarant’anni

ma poi la metti da parte se la casa l’ha data ad altri.

Se per amore dei miei figli ho assassinato i miei genitori,

quanto è circolare l’immobilità del destino umano

se hai finito per preparare col tuo sperma

il veleno per il quale tuo padre ha maledetto il suo.

Bisognerebbe essere capaci di sistemare le cose

se solo fosse possibile, ma ormai l’intero armadio

è crollato e non c’è più spazio per ritrovare dove

ogni cosa sia messa nella sua migliore posizione.

Non ci resta che sperare nei marziani perché

ridisegnino le case, rimescolino le carte,

e mettano mano ad un nuovo alfabeto,

con la speranza che facciano la scelta giusta.

Finiscila di aspettare

Questa terra non era niente di particolare,

qui non c’era nulla prima,

poi mio padre un giorno c’ha piantato un melo,

che non so come gli è venuto.

e mia madre in un angolo ha fatto crescere i capperi,

e sotto il solito cielo ha fatto spuntare un tetto di glicini,

e mio fratello sull’ultima lingua di terreno ha fatto un orto.

Adesso questo posto è cambiato davvero.

E’ diventato un giardino, ma io non c’ho messo mano.

Non ho fatto niente per questo terra.

Ero rimasto a casa deluso che non accadesse nulla.

Mentre questo posto si è trasformato in un altro luogo.

La brutta notte

Ci vorrebbe un notte di sonno

di sonno e di riposo.

Una notte senza paure,

ci vorrebbe una notte

che si potesse anche vedere.

Ci vorrebbe una notte stellata.

La notte e le stelle,

e un riposo senza paure.

Ci vorrebbe una notte

che rendesse sontuose le rovine,

e ragionevoli le disperazioni.

Se solo ci fosse una notte di silenzio

o di parole piene di silenzi.

La notte, il silenzio e il sonno.

No, una brutta notte senza silenzio,

e un sonno cattivo ad incomodare il risveglio.

*Pasquale Vitagliano è nato a Lecce nel 1965. Vive a Terlizzi (BA) e lavora nella Giustizia. Giornalista ed editor per riviste locali e nazionali. Ha scritto per Italialibri, Lapoesiaelospirito, Reb Stein, Nazione Indiana, Neobar. Più volte menzionato in importanti premi nazionali, è presente in diverse antologie. Sul settimanale Diva e donna ha scritto di cinema, musica e letteratura per la rubrica Scandali e Passioni. Nel 2006 ha curato la sezione riservata a Italialibri dell’Antologia della Poesia Erotica (Atì editore). Ha pubblicato le raccolte Amnesie amniotiche (Lietocolle, 2009) e Il cibo senza nome (Lietocolle, 2011). Nel 2010 la silloge di poesie civili Europa è stata inserita nell’antologiaPugliamondo – un viaggio in versi, curata da Abele Longo (Edizioni Accademia di Terra d’Otranto Neobar). Nel 2011 ha partecipato alle opere collettive Impoetico mafioso – 100 poeti contro la mafia, curata da Gianmario Lucini (Edizioni CFR) e La versione di Giuseppe – poeti per Don Tonino Bello, curata da Abele Longo, (Edizioni Accademia di Terra d’Otranto). Nel 2012 è uscito il romanzo Volevamo essere statue (Eumeswil). Di prossima pubblicazione la nuova raccolta di poesie, Come i corpi le cose.

Annunci

4 commenti

Archiviato in RICERCHE

4 risposte a “Pasquale Vitagliano, Dieci inediti.

  1. Giorgio Linguaglossa

    una nota tesi percorre da tempo il pensiero contemporaneo: la mutazione antropologica che sta investendo in pianeta occidentale: si tratta di una frattura radicale che inaugura l’era della frammentazione. Il pensiero si è polverizzato in mancanza di un principio fondatore: la morale, le ideologie, l’arte, la poesia, insomma i valori (l’universo valoriale) in senso lato, hanno perduto le loro giustificazioni ma, soprattutto, la loro giustificabilità. Tutte le forme di cultura e di arte hanno preso atto della disseminazione nel momento in cui si sono esse stesse disseminate in molteplici frammenti. Di qui le mode intellettuali. L’uomo fondamento che poggiava su di una gerarchizzazione, smantellata dall’evoluzione sociale in senso egualitario, si così trovato senza fondo, sfondato, franato. Ai grandi borghesi (della critica di Marx) sono succeduti i piccoli borghesi, e l’idea di socialismo e di socialdemocrazia è entrata in crisi irreversibile. L’attuale situazione dell’arte e della poesia, ben visibile in queste poesie di Vitagliano, è l’inferno mimetico che priva il significante di un contenuto proprio, di un referente. Semplicemente, il significante non offre più alcuna garanzia di stabilità, l’io si trova sospinto dalla forza centrifuga all’esterno del nucleo, in una deriva anche essa effetto del movimento di traslazione dei significati in Altro. In queste poesie ci vedo quel movimento di disseminazione per cui la poesia vive al’interno della malattia dell’io, del suo trasformismo in Altro e del suo incessante trasloco. Anche le stelle, dice Vitagliano, hanno perduto la propria stabilità. E la sua poesia riflette indubitalbilmente questa instabilità, l’inospitalità dell’io, che oscilla tra abitazione (della dimora linguistica) e espiazione, tra colpa e riscatto, tra essenza (perduta) e presenza (da edificare); lo stile è narrativo, diegetico direbbe uno strutturalista, e si esplica in proposizionalismi allineati e intrecciati… tra una sospensione e l’altra, tra un interrogativo e un esclamativo.

  2. Ringrazio Moltinpoesia per l’ospitalità. E ringrazio Giorgio Linguaglossa per la lucida e lusinghiera nota.

  3. emilia banfi

    Complimenti per queste poesie , per questa ricerca in cui la “libertà” dell’oggi trasforma tutto in una pagina piena di pezzi di una vita che si vorrebbe risistemare in un solo grande quadro dove i colori possano riprendere il loro senso .Le parole arrivano chiare e sapientemente scelte , l’equilibrio lascia il posto ad una insicurezza che porta ad una importante riflessione. . Grazie

  4. marcello mariani

    Caro Giorgio Linguaglossa, lei è troppo buono con Vitagliano: ma dove è la musica in questi versi? Esempi di come i verbi rovinano tutto:
    Ci vorrebbe….
    che rendesse…..
    Se solo ci fosse…
    —–
    e la banlità trionfa:

    Ero rimasto a casa deluso che non accadesse nulla.
    Mentre questo posto si è trasformato in un altro luogo.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...