Matteo Bonsante, Da “Simmetrie”.

bonsante simmetrieIn Appendice la Prefazione di Raffaele Urraro

Con le mie glabre parole

appunto dei post-it sul volto

dell’eterno.

***

A volte ho l’impressione d’

essere il crepitante bagliore

di un incendio che

eternamente arde in uno

spazio altro.

***

La parola delle scienze è una

freccia infuocata scoccata

nel buio

delle cose e degli eventi.

Ci ritorna colma di ore.

*

La parola della poesia è uno

scandaglio

affondato nel corrusco cuore

dell’eterno.

***

Giugno, imperioso e certo!

Come un’altissima risacca il solstizio

d’estate. Fulgente luce di un rinnovato

fuoco.

In esso mi specchio, fuoco nel fuoco.

Senza sapere dove mai si iscrive

questo mio verso.

***

Empiti di splendori e albe

distilla il fondo

del cielo

per donarci su un filo d’erba

questo mare e questi pascoli

su cui scorriamo

in cerca

della via e di noi stessi.

***

Osserviamo il mondo come l’imponente

facciata di un grande museo. Senza sapere

delle ampie sale, degli arredi, degli anditi

e dei volti che in simmetria di sguardi,

brillano di sorrisi lievi e sommessi,

e in essenze.

E dei voli, e degli angeli, e dei sussurrii

che si corrispondono abbagliati e schivi.

E delle nostre menti profondamente riflesse

in conche lunari. Di vaga notte-rondine,

buia e colma. Poco prima dell’alba.

***

A volte, procedendo per strade

spossate e lente,

interamente sommerso

da piccoli e grandi danni,

sento di spargere intorno a me

un nembo di oscurità,

di tenebra.

E la giornata resta così taciuta.

Come uno sferragliare di tram.

*

Momenti di dissimmetria,

di sospensione.

Tra la terra e il cielo.

***

Il sole, esplosione di coriandoli e di nozze,

con i suoi roridi raggi,

ingentilisce e allieta

il buio di una cava notte.

La mente, altare di candele accese,

è intesa a cesellare e a celebrare

il volto fuggente delle cose.

Anche il più assente degli uomini

porta dentro di sé l’azzardo del

vivere

la cosa in sé.

Ci si rispecchia, e si è nella certezza

di una sibilante altissima luce.

***

Quando mi espando nell’attimo

sgusciante,

quando sento d’amare ogni cosa,

anche il più tenue fruscio dell’insetto

nascosto nella siepe,

o il passero che lietamente cinguetta

dal suo frondoso ramo,

quando sento di coincidere con il semplice

pulsare del cuore

o con una immensa

sbalordita galassia,

in quel momento

scorre certezza di vivere

in consonanza

d’amore con l’eterno.

*

Sorpresa

simmetria

tra cielo e terra.

***

L’anima trabocca, si dispiega.

Tra le cose risplende.

Dà luce al creato, al canto.

L’io germoglia, gorgheggia,

spesso gorgoglia.

Si erge nell’ira e nella gioia.

Nel pianto.

Nelle strade sbandano ombre

incoerenti, disuguali.

Pur tuttavia la vita si espande.

Tenacemente.

Tra astri e purissime linfe,

segnali di guerra.

***

Perché nello stesso istante in cui accolgo

il sole, mi sento il sole eppur mi sento altro?

È forse il sole che ha brandito le mie sembianze

per visitare queste città caotiche e divine?

O sono io stesso che ho ghermito il nome

e l’essere del sole

per esplorare gli abissi limpidi e sorgivi?

È tutto forse un semplice sgorbiare

o è la mente che si dissenna a inseguire

il vero?

È l’Invisibile ciò che tutto segna.

Voce dell’istante e di me stesso.

***

In questo nostro esserci, svettano

due ardenze che si confrontano e

si compenetrano:

la coscienza e il mondo.

Esiste il mondo che si rispecchia

e si invera nella coscienza,

ed esiste la coscienza che

si riflette e si dispiega nel mondo.

Perfetta divina bi-riflessione

sul bilico dell’attimo tagliente.

Ma c’è un vedere – oltre il mondo

e oltre la coscienza –

del nostro vero nome: la cosa in sé.

Del nostro più vero essere.

***

Un lampo nell’ardente vela. Si

intravedono lucori in lontananza.

Esplode il cielo, la misura è alta.

Ciò che mi chiama è luce

e solo luce.

Devo varcare me stesso e sigillare l’ora?

O girarmi indietro e rivedere il mondo?

Non c’è nulla da compiere o completare.

Il ricordo e il pegno cercano nuove labbra.

Il mio scorrere è certo, acqua di fidata polla.

Estremo arcano annidato nella febbre delle ore,

nel fico d’India, sotto casa. E in me,

nella mia voce.

 

***

APPENDICE

Prefazione di Raffaele Urraro

 

Nel cuore della luce, con la luce nel cuore.

 

Poesia di estrema delicatezza, questa di Matteo Bonsante, sia per le tematiche che per l’espressione linguistica. Queste Simmetrie, che un’altra volta, nel cammino poetico bonsantiano, erano Iridescenze e anche Dismisure, sono poesia densa di spiritualità, che tende a stabilire, come predetto dal titolo, Simmetrie tra l’io e il Cielo, tra l’io e il Logos, tra l’io e Dio. Poesia di un uomo che ha trovato una quietudine interiore, una serenità dello spirito, un equilibrio che investe tutte le grandi problematiche che l’uomo di solito pone e, soprattutto, si pone. Voglio dire che in questa raccolta è evidente – e, per tanti aspetti, invidiabile – una serena accettazione della vita e dello stesso esito finale che essa ci impone. Bonsante ha trovato la sua luce, l’ha interiorizzata e vive in essa nell’attesa pacifica del momento finale, perché la vita che egli ha finora vissuto, le esperienze esistenziali e culturali che ha sperimentato, le riflessioni filosofiche che ha elaborato, tutto lo ha condotto a quelle certezze che, pur se qua e là vengono rappresentate ancora con una certa dose di interrogabilità, tuttavia sembrano acquisite ormai definitivamente. Tanto è vero che, quando il poeta si intride di vita reale e scende “nel grande tramestio delle strade / e dei giorni”, ancora si sente “nebbia / e non stillante gioia, caligine / e non vibrante ardore”, e allora manifesta tutta la sua scontentezza per la sua incompiutezza, e si sente spinto a chiedere “una fiaccola, una candela”, “un cerino per illuminare / il viottolo” (p. 28), cioè anche una piccola luce che gli faccia strada in questo cieco cammino dell’esistenza. Non mancano, quindi, i momenti negativi della vita, che pur ci sono, e come se ci sono!, ma è proprio allora che nel poeta si risveglia la coscienza di sé, il suo desiderio di luce che lo vivifica e lo appaga. E non è certo un caso che la raccolta sembra quasi un grande spazio di luce intensa e vibrante, con quei segni (“luce, lucente, riluce, splendente”) che sono spesso ripetuti a formare un insistente campo semantico che si richiama appunto allo splendore della luce, campo arricchito da segni che rinviano alla sfera della divinità (“eterno, Cielo, Logos, Cosa in sé, Dio”), il tutto a configurare una sorta di viaggio dell’anima lungo un cammino illuminato e luminoso che va dalla terra fino “a riveder le stelle”. Insomma: proprio nel cuore della luce, con la luce nel cuore.

Ma vediamo come, in profondità di senso e di parola, si sviluppa l’iter esistenziale e filosofico di Bonsante.

Il punto di partenza è costituito da un forte entusiasmo, innocente e puro, di fronte al rinnovantesi miracolo della natura. Bonsante, ad esempio, si ferma a contemplare lo spettacolo dell’alba che aspetta il sole per cedergli il suo posto perché il sole ha il compito di regalare ogni giorno alla terra il suo “splendente dono”, la sua luce. E allora il poeta si domanda come l’uomo intenda utilizzare quella “luce”, quella “Gloria” celeste. Voglio dire che, anche quando Bonsante si ferma estatico a contemplare la natura, anche allora – o, forse, proprio allora – si profonde in interrogativi che vanno al di là del semplice atto contemplativo. Ed è proprio sui doni del sole-cielo-natura, e cioè sul filo d’erba, sul mare, sui pascoli, che l’uomo s’interroga alla ricerca della strada della vita e di se stesso (p. 27). E sì, perché è proprio questo il percorso effettuato dal poeta, che gli consente di trovare la strada vera: è nella natura che si può scoprire il vero senso della nostra esistenza. Difatti Bonsante vi coglie quel senso nascosto, poco appariscente, ma vero e reale, che gli disvela il segreto:

 

Quando mi espando nell’attimo

sgusciante,

quando sento d’amare ogni cosa,

anche il più tenue fruscio dell’insetto

nascosto nella siepe,

o il passero che lietamente cinguetta

dal suo frondoso ramo,

quando sento di coincidere con il semplice

pulsare del cuore

                           o con una immensa

sbalordita galassia,

                           in quel momento

scorre certezza di vivere

                           in consonanza

d’amore con l’eterno.

 

                      *

 

Sorpresa

              simmetria

                             tra cielo e terra (p. 53).

 

Ecco il senso nascosto della fenomenologia della natura discoperto dal poeta: la simmetria tra cielo e terra, in virtù e in funzione della quale il mondo è, l’uomo è. E cogli già qui, in questi versi, uno dei fondamenti ideologici su cui si regge la poesia di Bonsante. E allora il poeta scopre, sorpreso meravigliato ma consapevole e sicuro, quell’essenza della vita che è il cruccio di ogni uomo che vuole ad ogni costo scoprire le radici dell’essere e dell’esistere. E la “vera essenza”, la “cosa in sé”, Bonsante la scopre, ovviamente, non “in questo nostro mondo”, ma nell’”essere, fuori dello spazio /e della mente” (p. 31). Questo interrogativo e questa risposta è costringente nel poeta, tanto che l’espressione “la cosa in sé” ricorre ben 11 volte ed è disseminata in tutta la raccolta. Infatti il mondo, per Bonsante, altro non è che “il volto dell’essere”. E allora è proprio nel mondo come epifania dell’essere che l’uomo trova se stesso, il suo “senso” e il suo “valore” (p. 42):

 

Anche il più assente degli uomini

porta dentro di sé l’azzardo del

vivere:

          la cosa in sé.

 

Ci si rispecchia, e si è nella certezza

di una sibilante altissima luce (p. 46).

 

Ma non è facile il viaggio dell’uomo verso la scoperta del senso di sé e della vita. Perché il poeta si sente anche una “cosa” tra le cose, uno che porta una sorta di zavorra che gli impedisce di “dissetarsi febbrilmente / oltre le cose”, ed anche perché egli è “mente”  che gli “impedisce di disperdersi / dolcemente / oltre la mente”: la nostra materialità e la razionalità di cui siamo dotati ci frena mentre siamo proiettati verso la più grande conquista del nostro vivere. Il peso delle nostre passioni e il nostro normale sorprenderci e interrogarci sul nostro destino rappresentano un ostacolo che può anche impedirci la conquista e frenare il nostro spirito di oltranza. In effetti, pur intravedendo la luce, “ci srotoliamo tra il vero e l’apparire / Tra essere baluardi ed essere ombre” (p. 74), e in questa alternanza tra luci ed ombre siamo costretti ad attraversare il campo della nostra esistenza e a misurare lo spazio che separa il nostro esistere dal nostro essere, la “distanza” che separa “il finito dall’infinito”. Come annullare questa distanza?

La risposta di Bonsante è di quelle che costringono il lettore a fare un passo in più verso la riflessione più profonda sul senso della nostra ietà: l’uomo non deve “tentare l’infinito”, cioè – sembra di capire – non deve avventurarsi nella ricerca di una sua infinità attraverso la sperimentazione delle normali strade della materialità che soffocherebbe il nostro essere, ma deve“cercare il transito in se stesso”, “come insegnano i mistici d’ogni tempo”. Riflessione che sembra riecheggiare anche Agostino quando ammonisce che in interiore homine habitat veritas. E difatti è nella parte più interna del cuore dell’uomo che la distanza tra finito e infinito può essere annullata. E allora il nostro io può dire di essere finalmente giunto alla sua meta, alla più vera e completa liberazione del suo spirito:

 

Vivere la vita dell’eterno

è staccarsi dalle cose

e da noi stessi.

Senza più il proprio io

sbilenco e ingordo (p. 79).

 

Infatti, “c’è una linea dell’anima” che “divide / e unisce il cuore dei viventi” al logos (p. 24). Ed è lì, nella propria anima, che l’uomo si allontana dal logos o vi si avvicina (p. 29).

Che cos’è per il poeta il logos, termine che ricorre ben 11 volte nella raccolta? Il logos, risponde Bonsante, è “seminatore e reggitore celeste” (p. 58), “araldo e splendore dell’essere” (p. 84), è la divinità che, proprio come logos, cioè come intelligenza e insieme come provvidenza, gestisce il mondo e lo governa. E l’io tende ad esso con tutte le sue forze. Anzi l’io, con la sua ricerca del logos, proprio per il suo impegno escatologico, diviene “uno dei sentieri che conduce a Dio” (p. 68).

Alla fine di questo nostro cammino c’è un’altra esperienza che ci aspetta, ed è quella della morte, che per Bonsante non è la fine di tutto perché essa apre ad un’altra vita: è “l’Ora di tutte le ore”, è “la notte che albeggia”, cioè la fine che dischiude la strada verso un altrove. Bonsante, in un momento di stupendo abbandono lirico, la descrive non con il tremore di chi pensa alla fine e la teme, ma con il sorriso sulle labbra, con un atteggiamento di serena accettazione di un passo che è soltanto un passaggio:

 

Un’improvvisa strenua eco

ed è la morte.

Un denso cinguettio si scioglie,

ti coglie e ti conduce in più

distese stanze (p. 33).

 

Per questo la morte è “dolce e feconda”, è “compagna di una rinnovata fiamma”; è liberazione e trapasso a “una nuova vita”, più tranquilla, da vivere “in più / distese stanze”:

 

La morte si avvicina non con la

falce, in nero. E crudelmente.

Ma come sorpresa che toglie

il naufrago da vortici e inganni (p. 45).

 

   Ecco, allora, che il nostro poeta, come se si sentisse chiamato a tirar le somme del suo discorso, a fare la sintesi delle sue riflessioni e dei moti del suo animo, ci presenta un testo di grande intensità emotiva e lirica, come se a parlare fossero cuore e mente, sensibilità sentimento e razionalità:

 

Trapassare la coltre del visibile

            – morire,

            è scomporsi nel più grande

                                                       balzo

           che da quaggiù chiamiamo

 

dio

essere

 

nulla

eternità

 

 

            fino a perdere il senso del proprio io.

           E a ritrovarlo

 

 

                                *

 

            La morte non dissolve.

            Accoglie semplicemente (p. 61).

 

Né si tiene lontano, Bonsante, da una rappresentazione anche del post-mortem, partendo dalla domanda: “Che resterà di me?”. La risposta è un sorriso, un lieve sospiro dell’animo, uno scatto del cuore e dell’immaginazione:

 

Indugia una pianura edenica.

Chiara, distesa, senza tempo.

 

Dove tutti i contrasti s’involano,

non più stridente danno.

 

Vince Amore, il più antico degli dèi.

Il più fidente (p. 64).

 

E perciò Bonsante ci invita a considerare la morte non come “una gola stretta, cupa, tenebrosa”, ma come “un’ampia radura / eterea che ci assorbe e ci ricrea / in stella, fiore, fiocco, varco, prato, neve… / Dove si intonano canti e danze novelle” (p. 70): si prefigura nella sua mente di poeta una sorta di locus amoenus nel quale il nostro spirito, disciolto dalla sua terrestrità adamica soffocante e dura, può finalmente celebrare la sua liberazione e la sua libertà.

Quale può essere la conclusione di questo discorso che oscilla tra il religioso, il teologico, l’umano, l’esistenziale e il poetico? Meglio lasciare ancora la parola al poeta:

 

Oh energia-logos che mi hai fatto

uomo e a te mi tieni e a me, legato.

Domani sorgeranno nuovi cieli,

nuovi appagamenti, e nuove seduzioni.

E il mio agio, la mia libertà,  

sarà di slegarmi e di compararmi

alle tue leggi e risonanze.

E sarò roccia e sarò canto,

sarò l’umile stella che predicando

sorge all’alba per accompagnare il sole

e scomparire in un buio fulgore, 

mentre

un’ossuta favola si affaccerà 

e forgerà vite novelle (p. 39).

 

Non sfugga l’efficacissimo ossimoro, “buio fulgore”, che da solo potrebbe significare il mondo ideologico del poeta: si va, alla fine della nostra vita, verso un buio, quello della morte, fatto di luce, dove l’uomo, “umile stella”, sorge all’alba per accompagnare per poco il sole e poi lasciargli via libera per scomparire nello splendore della morte, lui sempre stella, come tutte le stelle dell’universo.

 

Questa, in estrema sintesi, il quadro contenutistico, ideologico, di questa raccolta di testi monotematici pur nella loro polivocità di contorni connotativi. Si tratta di un contenuto originale, risultato di una riflessione che s’indovina profonda e faticosa, di una consapevole conquista del pensiero. Pensiero che sfiora le posizioni dei mistici, pur se pensiero di un uomo della modernità che, per consentire al pensiero stesso di inoltrarsi in sentieri impervi alla ricerca di una strada che conduce agli orizzonti bonsantiani, gli chiede, e pretende, una disposizione particolarissima dell’anima e della mente.

Ma non è soltanto qui, ovviamente, il pregio di queste Simmetrie. Come in ogni testo poetico, la cifra artistica e l’originalità estetica sono date dalla parola, dal linguaggio nel quale il messaggio si invera e prende forma. E Bonsante anche qui ci propone una profonda riflessione propedeutica alla prassi del poiein vero e proprio. Infatti egli, nella sua ricerca della parola nella quale calare i suoi contenuti affinché essi si in-formino, distingue, un po’ leopardianamente, le parole delle scienze, che sono come una freccia scagliata nel buio delle cose, dalle parole della poesia, che sono come uno scandaglio affondato nel cuore dell’eterno (p. 25). Bonsante, quindi, considera le parole scientifiche adatte a studiare una cosa, un oggetto, un fenomeno, per de-scrivere quella cosa, quell’oggetto, quel fenomeno nelle loro connotazioni e nella loro oggettività.

Le parole della poesia, invece, sfidano l’oltranza, cioè sono quelle adatte a percorrere la strada che, superato il dato reale, porta all’eterno: le cose dette da Bonsante potevano essere dette soltanto da quelle parole, le parole della poesia. Perché la poesia conosce quell’”empito” che è dentro di noi, e che, “come un grande sole o specchio, / illumina e ricompone il mondo / in noi / che osserviamo” (p. 52). E difatti le parole della poesia permettono al poeta di stringere un intenso rapporto con le cose e di dirle. Solo con “la traboccante parola / della poesia” è possibile metterci in comunione con l’essere (62).

Ma ad un certo momento Bonsante si domanda, ed era perfino ovvio che se lo chiedesse:

 

Potranno mai le parole essere tanto

audaci e penetranti

da cogliere il più piccolo soffio

della cosa in sé? (p. 73).

 

La risposta del poeta riconosce alle parole il potere di “descrivere e percorrere / l’intero universo / ma non sporgersi sull’altro volto / delle ore / se non per momenti / scossi, aurorali” (p. 73). Il poeta, con le sue parole, si può avventurare dovunque egli voglia, ma inoltrarsi sulla strada che porta “sull’altro volto delle ore”, in quell’altrove che, comunque, ci è sconosciuto e forse inattingibile, lo può fare, ma soltanto in brevi momenti, quelli nei quali la sua anima venga “scossa” da brivido intenso o da una profonda ansia conoscitiva, e quando essa venga a trovarsi in un particolare stato di grazia, di purezza, di alba dello spirito. Insomma, par di capire, in momenti di grande visionarietà.

E la raccolta di Bonsante è piena di questi slanci che gli hanno permesso di forgiare una lingua “leggera e piana”, pur nell’altezza e profondità dei suoi contenuti, una lingua ricca e culta, l’unica che poteva sopportare il peso di tematiche che spesso, nella lingua di altri, risultano o incomprensibili o in distonia con lo strumento espressivo. La lingua di Bonsante, come ha lui stesso adombrato, sembra avvicinarsi a quella dei mistici, nella quale il fervore (egli direbbe: l’”empito”) religioso e morale si sposa con una parola densa e piena a partorire messaggi di particolare intensità, proprio come avviene per il nostro poeta il quale, però, pur non discostandosi dal tema fondamentale delle sue Simmetrie, non rifiuta momenti di vero abbandono lirico. A testimonianza di tale tipologia poietica mi piace riportare due lacerti di grande intensità.

Primo:

 

Il silenzio della notte si scioglie in un urto

muto di stelle.

 

                     Disseminiamoci in quest’alto

stupore come il vento si inebria dell’aria (p. 40).

 

Secondo:

….

Mentre vedo me stesso

chino ad ascoltare il mare

che dolcemente mormora

sotto riva:

 

                  ci prendiamo (p. 51).

 

Sono momenti, e non sono i soli, in cui la liricità dell’io del poeta si incunea tra le righe di un discorso di alto spessore intellettuale, come se il poeta davvero si abbandonasse al suo sogno dichiarato, quello dell’incontro con il logos-Dio, motivo principale della storia e della vita.

 

Raffaele Urraro

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34 commenti

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34 risposte a “Matteo Bonsante, Da “Simmetrie”.

  1. emilia banfi

    Come si sente quanto è importante e direi quasi sacra la poesia per Matteo Bonfante! Le sue poesie elevano il lettore a piani molto alti . Natura, vita e morte , come lui meravigliosamente dice – in un denso cinguettìo si sciolgono- . Segnalo anche la sua bellissima opera : POESIE 1954 – 2004 ALIANTE Edizioni, che sto leggendo e che mi ha notevolmente colpita ed emozionata. Grazie

  2. emilia banfi

    Scusate l’errore il cognome è BONSANTE

    • Laura Canciani

      la post-fazione di Urraro lo squalifica come critico e la poesia di Bonsante lo squalifica come poeta. La sua poesia non può essere presa in alcuna seria considerazione. Tutti hanno diritto di mettere sulla carta i propri desiderata, e quindi anche Bonsante ha questo diritto, ma poiché questo èun blog serio, è anche mio diritto dire con chiarezza che queste “cose” sono dei (legittimi) prodotti senza nessun valore artistico di medio livello.

      • Ennio Abate

        Chiedo alla Laura Canciani vera se sottoscrive questo giudizio che qui è stato dato su Bonsante e Urraro.
        Se sì, chiedo di argomentare approfonditamente perché “queste “cose” sono dei (legittimi) prodotti senza nessun valore artistico di medio livello”.
        Su questo blog, proprio perché serio, fumo e umoralità al minimo, prego…

  3. Anonimo

    bah …devo buttarla a ridere e, domandandomi se Laura Canciani sia Laura Canciani o altri che le ruba il nome, chiedermi come mai per la prima volta sia totalmente d’accordo con il suo intervento..Intervento che è stato addirittura delicato, perché se potessi scrivere in linguaggio non comune ( mi basterebbe quello quasi comune di Dante Maffia) rischierei di diventare più aristocratica dello stesso Linguaglossa ….allora mi chiedo, buttandola sempre a ridere, non è che Ennio Abate, per l’amore della magia, ci sta combinando, nei suoi vari linguaggi , una specie di candid camera?

    un caro saluto

  4. emilia banfi

    Non riesco a capire perchè la sig, a Canciani parla di diritti e non di convinzioni o di pareri. Il “diritto” di fare poesia mi fa pensare a qualcosa di talmente lontano da essa , che mi da un grande senso di squallore.

  5. Mary

    Non è spiegabile la superficiale lettura né il velo di sottile acredine che traspare nel post di Laura Canciani e dell’ilare successivo post (che sembra ebbro… non si capisce di che?!) per una poesia che ai miei occhi sembra piana e godibilissima. Mi permetto di rileggere – per orecchie attente – la semplicissima seguente lirica:

    Empiti di splendori e albe
    distilla il fondo
    del cielo
    per donarci su un filo d’erba
    questo mare e questi pascoli
    su cui scorriamo
    in cerca
    della via e di noi stessi.

    Da cui sembra tralucere un senso profondo e positivo della realtà pur nel suo essere come in bilico sul ‘ filo d’erba ‘, un allargamento dell’intuizione della vita e delle cose, e un certo compito per noi umani che è certamente quello di cercare ‘noi stessi’.
    Con ogni evidenza le ragazze – è bello pensarle giovanissime – dei due post citati, sono in cerca forse di altro.

    Non è che cercano poesia da bar ? Alla maniera de ‘ La zanzara ‘ di Cruciani?

    • ciao Mary, se la questione del gusto è ovviamente personale, senza richiamare categorie di moda per affondare l’altro, limitandosi dunque al massimo a una presa stile Nanni Loy, non mi sembra che il tuo commento si discosti molto da coloro che penseresti di criticare , da bar o da zanzara che siano….a me non provoca particolare fastidio il fatto che a te possa piacere questo poeta e altri ancora come desideri, altrimenti dei pianeti e costellazioni Poesia, avrei interiorizzato ben poco.

      ps
      Il disprezzo da te espresso, da donna a donna, è doloroso ma nulla di nuovo.

      • Mary

        Cerchiamo di non scadere a polemiche piccole e banali.

        Il problema non sta nel fatto ‘viscerale’ che la poesia possa o meno ‘piacere’, ma nel valutarla con serenità – anche quella che non è affine a noi – e con garbo, e con senso dell’altro. Caratteristiche che sono mancate completamente nel primo post dove sovrappone la sua ‘idea’ della poesia alla Poesia. E questa è ideologia. L’ideologia che ha prodotto il fascismo e il comunismo. E che continuamente produce guai.

        Che la poesia di Bonsante pur essendo centrata sull’ “essere” (spero che non sia un peccato questo) abbia i piedi ben saldi sulla terra, ce lo mostra ancora quest’altra poesia che mi permetto di rileggere con lei:

        A volte procedendo per strade
        spossate e lente,

        interamente sommerso

        da piccoli e grandi danni,

        sento di spargere intorno a me

        un nembo di oscurità,

        di tenebra.

        E la giornata resta così taciuta.

        Come uno sferragliare di tram.

        *

        Momenti di dissimmetria,

        di sospensione.

        Tra la terra e il cielo.

        Prescindendo da tutto (l’ “essere” o il “non essre”), lei non si è mai ‘vista’ in una situazione simile? Di inconsistenza, di inessenzialità, di impalpabilità!? Ma anche di buio?! Che peccato!

        L’arte serve anche a questo, ad allargare il campo d’azione della nostra sensibilità ‘naturalmente rozza’ e che va smussata come fa Michelangelo con il marmo, fino a mostrarci le sue Pietà, tanto per intenderci. Se non si capisce questo, allora di che parliamo? E perché parlare?

        Le faccio tanti Auguri e le ricordo che la Poesia non ‘passa’ da ‘donna a donna’ ma da ‘mente a mente’ e semmai da ‘cuore a cuore’. Non riduciamo un’esperienza spirituale a un problema di genere. Altrimenti, anche in buona fede – cosa certamente le riconosco – si cade nel grave errore in cui è incorsa. La giovanissima età certamente è una scusante che le riconosco.
        Auguri e buona lettura… (con un piccolo sforzo).

  6. Fiammetta Giugni, una mia amica poeta (e peraltro molto brava), un giorno mi disse: “sai, mio padre mi diceva una cosa: quando vai al mercato e hai due soldi, uno usalo per comprare il pane e l’altro usalo per comprare un fiore”. Detto da un “rude” montanaro, la cosa fa pensare. Che la poesia di Bonsante non possa piacere a tutti, lo posso anche capire, perché per capire la poesia di Bonsante bisogna conoscere un pochino anche la filosofia. E poi il “piacere” più o meno, è una categoria estetica, non critica. La critica deve invece capire il gioco linguistico e semantico di una composizione e da dire se l’artista è riuscito ad “essere quello che voleva essere”: questo è il suo dovere, ossia di essere quello che vuole essere e non quello di “piacere” a qualcuno (tentazione invero molto pericolosa, per molta poesia contemporanea, perché è una poesia che va a rimorchio delle aspettative e quindi ripetitiva, logora, poco ispirata e intellettualistica). Non accetto altre critiche a questo libro (che ho editato io con convinzione – e sono lo stesso editore de “L’impoetico mafioso”, “La giusta collera”, “Il ricatto del pane”, “Cuore di preda”, non sono uno che pubblica merdaccia, tanto per capirci) se non a partire da una comprensione del testo nella sua portata semantica e linguistica – ma soprattutto semantica perché della forma, se proprio non fa pena ed è impresentabile, poco mi importa.
    Respingo dunque al mittente l’aridità delle critiche che ho letto sopra, perché queste persone non hanno capito che la poesia ha anche un’infanzia (di cuore, non di significato o di tematiche, che qui sono molto sottili e necessitano di un cervello affinato e forse un pochinoi anche colto, per poter essere ben afferrate e comprese). Il caso di Matteo Bonsante è forse l’unico, in Italia, di un poeta che fin dagli anni ’50 è stato fedele alla sua concezione di poesia “dell’essere”, certo una poesia “diversa” che parla del mondo in maniera quasi esaltata e sicuramente mistica, ma che ha il pregio di ricordarci che al mercato ci sono anche i fiori e anche lo stupore e la meraviglia deol bambino devono avere un posto accanto all’impegno civile, alla corrosività della satira, all’eros, e quantaltro (e purtroppo accanto agli epigoni del decadentismo e del crepuscolarismo, ai ruderi del futurismo e delle avanguardie ideologiche che non hanno prodotto granché).
    Purtroppo anche in poesia, oltre che in politica, si preferisce a volte la facilità della squalifica alla difficoltà dell’interpretazione e il grugno trinariciuto alla domanda di comunicazione. Consiglio alle due critiche di cui sopra, di leggersi qualche appunto di filosofia contemporanea o anche solo i due circostanziati saggi monografici che il sottoscritto e Franco Toscani, un filosofo di Piacenza, hanno dedicato alla poesia di Bonsante – che purtroppo è così semplice e immediata che è difficile da cogliere, come tutte le cose semplici. Troppo facile squalificare quando non si capisce e, in verità, non molto corretto intellettualmente.

    • Motivo la mia “personale” scorrettezza(non amo il politically correct, ma amo la convivenza senza menzogne, ipocrisie etc)…la motivo non completamente visto che una parte delle ragioni, quelle inconsce, in quanto tali, non posso conoscerle…

      “mi piace” molto il mondo poesia, di ogni epoca….questo “mi piace” non è evidentemente quello mediatico fesbuc contemporaneo

      senza nulla togliere “oggettivamente” a cio che non capisco, lasciando lunga vita anche alla poesia di questo Bonsante come a tutti gli altri, ci mancherebbe!, ho espresso solo un mio “olfatto”…certi profumi, di pane e fiori, contenuti anche questa poesie, non mi rapiscono, perché PURTROPPO per questo tipo di poesia ci sono stati così tanti oceani e vette che, per una lettrice che non capisce come me, su certi temi è gia stato detto tutto e il contrario di tutto tanto che, almeno ai miei occhi, bisogna essere particolarmente magici per sorprendere ancora e ancora… ciò può essere perchè io, condizionata da certe malattie dell’uomo contemporaneo, abbia “consumato” troppo di certa poesia e con il commento di ieri non abbia portato il dovuto rispetto alle voci minori che tutt’ora intendono rappresentarla….è un mio pregiudizio sicuramente ma la reazione, trasponendo a livello pittorico, è stata come quando vedo certi paesaggisti che di fronte alle macerie contemporanee, guardano e riproducono come fossero ancora ai tempi di Lorrain, senza nemmeno sognare una tigre di Ligabue..

      detto quanto sopra, visto che vivere in mondo-mercato presenta tantissimi svantaggi, diciamone anche un lato positivo: c’è posto per tutti, diritti o meno, pseudodiritti compresi,quindi visto che posso non tenere per nulla al mio “io” o gusto o mi piace o riflessione, lunga vita anche a questo poeta e ai suoi lettori.

      un caro saluto

      • Beh, tutto quello che vuoi, ma, per seguire il tuo ragionamento, permettimi queste obiezioni: a) non credo che “Moltinpoesia” sia il sito del “mi piace o non mi piace”, ma si debba tentare una critica argomentata (senza argomenti si esprime una “sensazione”, non una critica… b) di conseguenza, saggio il detto di Wittgenstein (P7) laddove suggerisce che “su ciò di cui non si può parlare, bisogna tacere”; c) neppure io amo il “Politically ecc”, ma dire le cose fuori dai denti è altro, a mio avviso; d) a differenza di te, invece a me “non piace” molta poesia contemporanea, perché è solo palestra di narcisismo e poco oltre, perché mancano i contenuti (ma questo non c’entra); e) Il “tutto”, nell’arte, è una parola che non ha senso: l’arte è inesauribile ed ogni interpretazione è diversa da tutte le altre: voglio dire, se la poesia non mi piace (ma comunque è fatta bene, secondo le regole che il poeta si dà e osserva così che possiamo criticarla) non è un problema di quella poesia, ma, in ultima analisi, un mio problema. Se non riesco a cavare nulla da una poesia, è perché non ce la faccio io, non la poesia. f) L’accusa di ripetitività e di uso di vecchi schemi… mi dispiace, a questi testi non credo sia applicabile. Ripeto: non ci sono altri esempi in Italia di una poesia fatta in questo modo (ovviamente soggiungerò “che io conosca”, perché non conosco “tutto”). g) Rispetto al “mercato”, credo proprio che qui siamo fuori bersaglio, decisamente: non c’entra nulla col mercato. Non è Mondadori che stampa migliaia di copie: qui si sta parlando di CFR che stampa 200 copie… non vedo cosa c’entri. B. è uno dei tanti bravi sconosciuti, perché ora è il tempo di chi scrive per soddisfare il pubblico, non per creare opere d’arte. h) Ligabue è forse il pittore, paradossalmente, più vicino alla poetica di Bonsante, che tuttavia porta in sé anche una agguerrita cultura, mentre Ligabue era un istintivo geniale. Il pregio di B. è proprio quello di saper conservare l’immediatezza dell’istinto (mentale e anche percettivo-fisico) coniugandolo con una cultura raffinata.Ligabue era un bambini, un geniale bambino: Bonsante, con altri linguaggi e senza magari la drammaticità di un Ligabue (che però in certi casi è anche retorica), è anch’egli uno che ha saputo conservare il suo istinto bambino e usarlo nell’arte.
        Detto questo, ognuno ha i propri gusti, questo è vero, ma il gusto non è mai (MAI) un indice di criticità.

  7. @ Mary
    purtroppo scadere in considerazioni “piccole e banali” etc etc è stato un tuo gioco , non il mio…evitiamo giochi degli specchi e proiezioni visto che pretenderesti il grande e lo straordianrio . Ovviamente comprendo che in un paese che non si è preso molto sul serio, c’è, a seconda dei temi, una parte della sua popolazione assolutamente bisognosa di prendere tutto sul serio . Allora visto che la vuoi mettere giù dura, addirittura brandendo la bandiera del cuore, riportiamo le cose sul piano crono-logico.

    S non puoi affidarti alla tua memoria, affidati a quella digitale..sei tu che hai iniziato e condito i tuoi discorsi di suoni /parole/ giudizi e false preveggenze sul tema di genere, peraltro riducendolo a scarso intuito e lato anagrafico semplificato. Sia con appellativi dal suono disprezzante “ragazze”, sia con presupposizioni di età , hai dato luogo peraltro a una lettura di te con ben poco cuore epperò con tanto ingrediente di pura “forza”(culturale?)…Un braccio di ferro non mi interessa e ciò, forse, ti verrà più chiaro anche alla luce di quanto scriverò a Lucini nel successivo commento. Se ritengo perfettamente in parte e in luogo il suo proteico o ricostituente o forzuto intervento culturale, ritengo fuori luogo e senza parte il tuo, dove è appunto il cuore, che ti starebbe a cuore, che non mi raggiunge …come del resto ugualmente tu non senti la pulsazione (ritmo e melodia) del mio (e ora potrai scrivere che senti solo rumore e spiegherai meglio identico concetto)…

    ciao

  8. @Lucini
    Apprezzo e ringrazio molto per la tua risposta ..seguendo l’elenco delle tue argomentazioni, sicuramente la prima e assoluta su cui , solo personalmente e non oggettivamente, hai tutto il mio accordo, è che era meglio tacessi. Ma visto che ho parlato, ho ritenuto “giusto” dare motivo del mio “gusto”. Ciò naturalmente e giustamente non poteva soddisfarti sul piano della critica, dunque della messa in discussione volta a raggiungere dimostrazioni scientifiche di aspetti deboli o critici delle poesie di Bonsante. Cosa che fa ritornare al punto di partenza , ergo era meglio stare muti. Ma la cosa interessante che ti distingue dall’intervento di Mary, è la perfetta “presenza” come parte e luogo…importante cioè notare di te, anche in questa occasione, come difendi i tuoi giardini che si chiamino x, o y, o zeta….Non posso di conseguenza darti appoggio sulle altre considerazioni, di cui scelgo le due principali che non mi appartengono:
    1 non ho scritto , non penso, e non sono io quella che ama molta poesia contemporanea;
    2 mercato. come nel caso di Mary, vi è una memoria su altre conversazioni avvenute fra noi . Apprezzai moltissimo il tuo piglio e la tua onestà intellettuale poiché senza slabbrature con la tua veste imprenditoriale. Iillustravi le regole economiche per non correre ogni minuto il rischio fallimento e arricchivi i lettori di questo blog di tanti elementi. Sarebbe i molto grave, grave riferibile a una come me, non sapere la differenza dei diversi segmenti, e le regole e la jungla, del mercato editoriale.
    ……
    come ben dicevi sulla conoscenza, ma per altri motivi rispetto a quelli da te elencati, neanche se io avessi tutta la conoscenza del mondo per non poter starmene muta, m’ interesserebbe poter dire parola per dimostrare cose che alla fine non rientrano dei miei desideri. Peraltro ci sono già gli aristocratici che sanno far valere la loro corona e la loro ceralacca meglio di qualsiasi altro.

    ciao

    • Concesso – che ti abbia attribuito cose che non pensi. In ogni caso, credo di poter dedurre, come succo di questa conversazion e e come (dolorosa) verità sulla critica in genere, una situazione sulla quale sto lavorando da tempo (e spero di finire il lavoro questa estate) e cioé che nel giudizio sulla poesia (e sull’arte in genere) vi sia una enorme confusione, che non attribuisco solo ad altri – ed è pèer questo che è da un paio d’anni che cerco di “capire” dove stia l’inghippo.
      Il discorso qui porta lontano, anche se il “caso” Bonsante in qualche modo lo ha scatenato, ed a mio avviso è questo:
      a) Noi facciamo critica senza una metodologia della critica, ossia senza il rigore dell’argomentazione, che non deve essere “scientifica” (ci mancherebbe) perché non è possibile (almeno da come io la vedo) una “scienza” che si occupi dell’arte, a parte il restauro e cose del genere. Soprattutto non esiste una scienza dei linguaggi simbolici, perché il linguagigo è l’uomo stesso, la sua (diciamo così) “ontologia”. E dunque la nostra critica, in mancanza di una epistéme, accetta di tutto, dalle “scuole” di derivazione filosofica, alle estetiche, al semplice parere spesso senza un’ombra di motivazione. Su questo punto sono molto lontano da autori che io stesso ho pubblicato, ad esempio il Pedota, ma vivaddio un libro si scrive perché un altro vi risponda ed è solo così che si impara. Tutto questo lo chiamiamo “critica”, comprese le prefazioni dei libri (che sono altra cosa), comprese le cosiddette “recensioni” o le stroncature o i salamelecchi. Ma la critica a mio avviso è altro da questo e necessita di un rigore logico-argomentativo, che pur non facendo riferimento a una scienza o a una filosofia (perché la sua essenza è retorica e non dia-lettica o scientifica), tuttavia non può parlare senza porre delle premesse (pur discutibili), operare dei confronti e trarre delle conseguenze (senza dubbio discutibili anch’esse, date le premesse) che siano logicamente coerenti fra loro. Certo non è, il prodotto della critica, una “verità”, probabilmente neppure per chi la fa, ma un “orizzonte” nel quale tutto quello che c’è dentro “si tiene insieme” ed ha senso perché si fonda su una regola dichiarata e criticabile a sua volta. La critica è infatti criticabile, mentre dire “la post-fazione di Urraro lo squalifica come critico e la poesia di Bonsante lo squalifica come poeta. La sua poesia non può essere presa in alcuna seria considerazione” è una frase che non può essere criticata, perché è assoluta, è prendere o lasciare. Bastava dire: “no0n ci capisco nulla, di questa scrittura” punto e basta o altrimenti motivare perché “si squalifica da sola”. Ma anche metterla in burla non mi sembra un atteggiamento che permetta un critica, una risposta argomentata, perché non “spiega” dove sta la burla o che cosa sia tanto risibile. Ma siamo tutti un po’ così non spaventiamoci per questo: ognuno di noi ha questi atteggiamenti, che poi sono un modo di difendersi da qualcosa che non si riesce ad afferrare: io stesso a volte sono così, come già ho affermato proprio all’inizio di questo intervento. Siamo persone e siamo fatti così. Se poi andiamo in altri campi, ad esempio quello politico, stiamo molto ma molto peggio, al limite della patologia e della incomunicabilità, specie su certi blog…
      b) Vorrei che, anche da lettori, noi ci sforzassimo di più nel capire le “ragioni” dell’autore. Capisco che un ragazzino di 20 anni che scrive un quaderno di poesie si senta un grande poeta e se qualcuno lo stronca si senta “incompreso”: anche questo fa parte della natura umana. Ma non credo che un poeta ultrasettantenne, alla sua ultima opera (a quento egli dice, ma io non ci credo) dopo averne scritte una quindicina, abbia velleità di passare nella storia della letteratura, o di fare il cosiddetto “botto”. La sua intenzione è evidentemente di dire qualcosa che egli sente e che vuole dire, qualcosa che per lui è importante. Se non altro si dovrebbe avere comprensione e rispetto per questa volontà di apertura sul mondo, al di là dei risultati – che certo, a volte non sono granché, ma non è a mio avviso il caso di Bonsante. Se poi non si condivide il suo orizzonte, questo è un’altra cosa che non ha a che fare con la critica. Ho spesso criticato poeti che non mi piacciono ma essendo convinto del loro valore. Su “Poeti e poetiche” ad esempio, mostro delle perplessità per gente del calibro di Isella o di Oldani (certo, non un “totale dissenso” ma un “distinguo”) che peraltro (ne sono convintissimo) è gente che sa il fatto suo e scrive una poesia di valore. Su Isella mi sto peraltro ricredendo (forse ho letto la sua opera più difficile e su quella mi sono basato) e su Oldani, che considero peraltro un grande amico, non ci piove che lo difenderei a spada tratta come poeta, perché vale. E così ad esempio per Éderle, che è lontaniussimo dal mio modo di intendere la poesia ma è uno bravissimo (e parimenti dimenticato).
      Insomma, dovremmo essere anche un po’… come Voltaire, che affermava che avrebbe difeso a spada tratta il pensiero del suo avversario, se può calzare l’esempio.
      c) sostengo invece che bisogna essere durissimi di fronte alla poesia “fragile”, quella che non dice nessuna sostanza, è scritta perché poi viene stampata, con i versi eleganti e lambiccati che però esprimono il nulla o, al massimo l’ego smisurato di chi li ha scritti (perfino andare a pisciare diventa un fatto poetico per costoro, perché come pisciano loro non piscia nessuno e devono perciò farlo sapere al mondo intero, e si sentono originali e unici – te credo!). Mi viene da dire: fattela addosso e non sprecare alberi (per la carta).
      Insomma questo mi gira in testa e scusa la trivialità montanara.
      bYe.

  9. Carissimo Gianmario, mi rivolgo con quest’affetto per due ragioni quasi “scientifiche”, ovviamente entrambe appartenenti alle scienze umane (forse l’antropologia più che la filosofia)…grazie alla burla che ho commesso, è stato possibile rileggerti più e più volte. La ricchezza emanata dalla nostra conversazione pesa davvero tanto per me. La tua posizione, che non è trivialità montanara, induce perlomeno la sottoscritta a riconfermarti dentro quell’umanesimo delle montagne in cui anche Franco Arminio.
    In ciò che dici, sulla tua ricerca di questi ultimi due anni attorno al mondo “critica” , sta sicuramente un molteplice perno. Nel mappamondo che stai studiando con quell’ “inghippo” a più facce , non c’è mai stato? o è venuto meno?, o si è ridotto? una capacità “semplice” del volto (è stato sempre scarsamente presente? è vieppiù rarefatto? ne è causa la sovrappopolazione di settore riflesso dell’altra o del sovraffollamento generalizzato? etc etc).

    Questa capacità appartiene a qualcosa che non ha a che fare con la cultura (letteraria o poetica o figurativa o cinematografica o critica etc etc) in senso stretto, ma in senso molto molto ampio con qualcosa che è relativo all’educazione senti-mentale….dunque al mondo iniziale (primitivo o meno) del bambino. Il corto circuito o l’inghippo a cui ti riferisci , forse, per un aspetto di quel volto (solo uno, chiaro, quello che scrivendoti vorrei trasmetterti) è dato dalla incapacità a dire : ho sbagliato . Nel caso concreto del mondo della critica ciò vale per entrambe le ipotesi. La prima, in caso di critica arruffona che appoggia qualsiasi schifezza che va per la maggiore e che cosi facendo controlla politicamente i gusti dell’uomo massa da ingreggiare (anche con le più marcate pisciate, segnando il territorio pseudo trasgressivo, un po’ quasi come da tuo esempio) . La seconda, in caso di critica così elitaria ma così elitaria da toccare per opposto gli stessi comportamenti e gesti della prima (segnando il territorio con altrettante pisciatine)…

    Dunque spero con questa mia per te, o tramite te, che ci si possa accontentare delle mie scuse al poeta Bonsante( e al critico Urraro) proprio perché volutamente superano qualsiasi merito o demerito, argomenti o gusti etc etc . Evolvono uno stato di coscienza da un prima a un durante (e forse a un dopo), per il desiderio di ascolto nato grazie all’errrore/erranza….

    Non è facile chiedere scusa, ma non perché sia difficile farlo (tanto più non lo sarebbe a chi dichiara, ed avrebbe anche, tutta la conoscenza del mondo per argomentare “scientificamente”), bensì perché occorre saperlo fare ergo anche essere credibili.Cosa che quando avverrà più di frequente rispetto allo stato dell’arte ( pensiamo nella vita politica in cui è del tutto assente, mentre non so le frequenze puramente statistiche del mondo letterario), richiederà capacità ” argomentative ” ben diverse dalle solite su cui sia nel momento dell’elogio, che in quello del biasimo, si è incentrato il discorso critico.

    Grazie ancora.

    • Abbiamo tutti (io per primo) il dovere di chiedere scusa a tutti e se non sappiamo ol perché, riflettendoci lo scopriremo (ma scusa la banalità dell’aforisma, che è la parafrasi di un pessimo detto cinese, peraltro anche maschilista). Inoltre, non so chi tu sia e magari sapendolo avrei interpretato in altro modo l’intenzione (le parole ci tradiscono sempre, specie quelle su Internet, che vengono da sole e all’improvviso, senza contesto, senza aver davanti appunto un volto e una storia, che comunque sono sempre illuminanti perché, come diceva Freud, “il corpo tradisce quello che le parole non dicono” – cito a memoria. Ma dalla barbarie del web, che è un capitolo molto serio, ci siamo per fortuna salvati tutti e due – vedo certi blog… e dispero nell’uomo). Voglio dire che la vita stessa è una continua interpretazione (del mondo e degli altri) e nel web manca… il mondo, appunto: ci sono soltanto parole e, soprattutto, nessuno che ci contenga con la sua alterità ed è allora che se non c’è la disciplina del decentramento del Sé, si rischia un po’ tutti di essere sfrenati e assoluti, mentre la relazione è appunto anche un relativizzare e problematizzare…
      Io credo che dopo la stagione della critica crociana e gentiliana, che erano basate sulla metafisica hegeliana e neo-hegeliana (critica che in gran parte oggi, giustamente, riteniamo obsoleta), di fatto la critica è andata un po’ a “naso”, perché forse non è mai esistita come disciplina (se non all’interno della filosofia, come disciplina estetica – come appunto quella crociana). Iol forse parlo di una critica che non c’è mai stata: non lo so, devo ancora scoprirlo e ci sto riflettendo. E ovviamente anch’io, come tutti, sto andando un po’ “a naso”, perché non ho una metafisica sulla quale poggiare: occorre trovare qualcosa di solido dove poggiare in ragionamenti e io credo che una buona indicazione sia contenuta nella “teoria della formatività” di Luigi Pareyson e nelle riflessioni che il suo allievo Gianni Vattimo fa sulla relazione fra poesia e ontologia. Due filosofi, certo, ma che in qualche modo escono dal rigore della filosofia o almeno della metafisica e lasciano intravvedere la possibilità di una critica autonoma dalle premesse filosofico-estetiche. E io credo che sia una via percorribile non soltanto dalla critica dell’arte, ma anche in altri settori cruciali, come l’etica o la politica.
      Il problema è quello di trovare il fondamento di questo metodo, che poi ognuno lo usa a seconda del suo vissuto personale, della sua cultura, della sua storia, del suo oprizzonte estetico, ecc. Intendo un metodo col quale si critica tutta l’arte, non solo quella occidentale. Se infatti noi usassimo le categorie che di solito usiamo per la nostra poesia, applicandole alla poesia di certi popoli, nojn faremmo un buon servizio alla poesia. E lo stesso per l’etica o la politica o l’economia.
      Insomma, mi sono un po’ perso nel risponderti, ma questo è un “mnare magnum” che non è facile ridurre in citazioni. ma per rispondere alla tua domanda dico che no, noi non abbiamo mai avuto una critica letteraria, ma un’idea di estetica con la quale giudicare le opere d’arte. Per questo oggi c’è confusione: perché le estetiche sono tramontate, con le metafisiche, e nulla le ha rimpiazzate. Così non possiamo andare avanti perché accadrebbe come in politica: chi dice le cose più accattivanti (parlando alla pancia e non al cervello) diventa quello che ha ragione.
      Bye

  10. Raffaele Urraro

    Gentile Laura Canciani,
    dopo aver letto il Suo “giudizio” sul libro di Bonsante e sulla mia prefazione, sono rimasto – comprensibilmente, credo – interdetto. Mai mi era capitato di vedermi rivolte parole così manifestamente accusatorie. Parlare di “squalifica”, gentile Signora, suona male, molto male. Ed ho subito pensato di non dare alcun peso a quelle parole, così semplicisticamente prive di ogni giudizio vero e durissime nel loro tono frettolosamente liquidatorio. Ma poi ho pensato che comunque fosse opportuno intervenire anche perché Lei, come ho potuto appurare navigando su Internet, è un’addetta ai lavori.
    E allora, così, senza rancore o acredine, vorrei porre delle domande alle quali, se vuole, Lei può rispondere. Se non vuole, non si preoccupi, non crolla certamente il mondo:
    1. Ritiene, Signora, che sia quello il modo di liquidare un poeta come Matteo Bonsante? O non pensa, invece, che, al di là di ogni possibile giudizio critico, sia necessario valutare con serenità e serietà qualsiasi prodotto artistico per poterne parlare?
    2. Ritiene, Signora, Lei che è autrice di versi, che la poesia possa essere valutata con tanta superficialità, ma stavo per dire supponenza?
    3. Ritiene, Signora, che i Suoi versi siano il massimo dell’espressione artistica e, pertanto, Lei sola sia in possesso della patente necessaria per pubblicare libri di poesia, patente che nega agli altri non si capisce bene in nome di quale parametro valutativo? E poi: presso quale prefettura poetica si può richiedere la patente di pubblicare un libro di poesia?
    4. Ritiene, Signora, che un faticoso tentativo di comprendere le ragioni e il valore estetico di un prodotto artistico, possa essere liquidato in modo così sprezzante e con tanta saccenteria?

    Per concludere: ognuno, in materia di poesia, svolge il proprio lavoro, e cerca di farlo nel migliore dei modi. Ritengo necessario, però, che alla base di ogni confronto tra poeti e critici, ci sia il rispetto reciproco, senza nulla togliere alla possibilità di giudizi negativi, stroncature, ecc.
    Quel che fa male è l’atteggiamento di superiorità, supponenza, arroganza, saccenteria, che con la critica seria nulla hanno a che spartire.

    Raffaele Urraro.

  11. emilia banfi

    Matteo Bonsante non ha bisogno di nessun sostegno o difesa . Matteo Bonsante è la sua poesia , il suo essere, che nessuno può scalfire o ferire . Se qualcuno vorrà farlo sarà un suo “diritto ????” ma il poeta resterà se stesso dentro la sua passione.

  12. Ringrazio tutti, ma proprio tutti, per aver vivacizzato il dibattito.
    In particolare ringrazio Moltinpoesia che lo ha ospitato.
    Auguri di buon lavoro e di… ‘buona poesia’ per tutti,
    Matteo Bonsante

  13. Ennio Abate

    Già il ringraziamento pacatissimo (e sottilmente ironico…) di Matteo Bonsante dice molto dell’uomo che ha scritto queste poesie; e dovrebbe correggere i preconcetti e le fumosità dei primi commenti.
    Bonsante mira al «volto» o al «corrusco cuore /dell’eterno», a «uno /spazio altro». «Luce», «fuoco», «incendio», «sole» sono parole e immagini ricorrenti nella sua poesia sommessamente “paradisiaca”. La sua visione del rapporto tra coscienza e mondo è armoniosa ( « Esiste il mondo che si rispecchia / e si invera nella coscienza, / ed esiste la coscienza che / si riflette e si dispiega nel mondo»), perché «oltre il mondo / e oltre la coscienza» Bonsante (o l’io che s’interroga) sa ( o crede) di vedere «la cosa in sé», il «nostro essere più vero». Il dubbio che la coscienza si inganni («È tutto forse un semplice sgorbiare / o è la mente che si dissenna a inseguire / il vero? », l’intravvedere «tra astri e purissime linfe, / segnali di guerra» non hanno seguito, non lo turbano mai a fondo. Perciò su un certo piano Urraro ha ragione: questa è «poesia di estrema delicatezza», che purtroppo però non può essere quasi più accolta nel vociferante mondo d’oggi (compreso il Web che pur pretendeva di “com-prendere” tutte le voci escluse dalle gerarchie accademiche ufficiali). Ma Urraro sbaglia, secondo me, a esaltare in modi unilaterali questa «poesia di un uomo che ha trovato una quietudine interiore, una serenità dello spirito, un equilibrio che investe tutte le grandi problematiche che l’uomo di solito pone e, soprattutto, si pone» . Il limite che io vedo nella poesia di Bonsante è quello della sublimazione. A me pare che egli non guardi davvero in faccia e da vicino – cosa non facile e non è che ci riesca io, che pur vorrei muovermi in tale direzione – l’*orrore della storia*. Che non è affatto riducibile, come pare credere Urraro, né al generico « grande tramestio delle strade / e dei giorni » né ad altrettanto generici «momenti negativi della vita, che pur ci sono, e come se ci sono!». Questi, sì, forse, possono essere intaccati o tenuti sotto controllo dalla «coscienza di sé» o dal «desiderio di luce» del poeta Bonsante. Non certo quell’*orrore della storia*! Per cui si rischia che «a riveder le stelle» si arrivi attraverso una troppo facile scorciatoia spiritualista. E che «il viaggio dell’anima» salti alcuni dolorosi passaggi infernali o purgatoriali. Non veda, ad esempio, proprio a causa di « un forte entusiasmo, innocente e puro, di fronte al rinnovantesi miracolo della natura», quanto questa natura sia stata stravolta proprio dalla “brutta storia” che tutti noi subiamo; e che « lo spettacolo dell’alba che aspetta il sole per cedergli il suo posto perché il sole ha il compito di regalare ogni giorno alla terra il suo “splendente dono”, la sua luce» resti, purtroppo, una semplice reminiscenza dantesca che allieta – ma solo un attimo – gli animi dei letterati.
    Non mi sento, però, di impedire o sbeffeggiare o correggere questo “strabismo metafisico”, che mi pare accomuni Bonsante e Urraro. Sicuramente, però, di obiettare che la loro visione antimaterialistica e finalistica («la nostra materialità e la razionalità di cui siamo dotati ci frena mentre siamo proiettati verso la più grande conquista del nostro vivere») risolve in modo troppo semplice e individualistico la lotta contro «il peso delle nostre passioni». «“Cercare il transito in se stesso”, “come insegnano i mistici d’ogni tempo”» è la risposta che da sempre hanno dato alcune grandi tradizioni religiose. È la risposta che ha placato e placa in molti l’angoscia di morte. Ma è una risposta che non ha mai fermato – e insisto – l’*orrore della storia*, il quale travolge quegli stessi che seguono gli insegnamenti dei mistici e quegli stessi che ancora troppo beatamente contrappongono « le parole scientifiche adatte a studiare una cosa, un oggetto, un fenomeno, per de-scrivere quella cosa, quell’oggetto, quel fenomeno nelle loro connotazioni e nella loro oggettività» alle «parole della poesia» che , invece, sfiderebbero «l’oltranza» e sarebbero «quelle adatte a percorrere la strada che, superato il dato reale, porta all’eterno».
    Eh, no! Proprio questa scissione, questo “compromesso”, consolidatosi dalla “rivoluzione scientifica” di Galilei in poi impone alle scienze una certa volontaria “ottusità” e alla poesia un suo “delirio” in assenza delle “cose”. No, in queste condizioni le parole della poesia NON permettono affatto « al poeta di stringere un intenso rapporto con le cose e di dirle». Purtroppo la corrispondenza certa o solida tra le parole e le cose è saltata in poesia. Mentre nelle scienze è corrispondenza esatta soltanto tra *alcune* parole (i linguaggi specialistici) e *alcune* cose, che entrano sotto il riflettore delle discipline scientifiche. Per superare tale scissione ( e compromesso tra sapere religioso e sapere scientifico: ne avevo parlato in passato in un post riferendomi a Lukàcs: http://moltinpoesia.blogspot.it/2012/03/qui-ennio-abate-i-m-oltinpoesia.html ) non basta nessun brivido d’anima o «profonda ansia conoscitiva» o « particolare stato di grazia, di purezza, di alba dello spirito» o « grande visionarietà». Si dovrebbe ritornare a lavorare sull’orrore della storia, come hanno tentato in passato sia le correnti religiosi (ereticali) apertesi al problema del mondo e del mondo in via di modernizzazione sia quelle filosofico-scientifiche (per me, tra le più rilevanti, quelle marxiane).

    Sui commenti a questo post.
    Ho già detto quanto non condivida l’assenza di argomentazione nel commento liquidatorio di Laura Canciani.
    Vorrei aggiungere che mi sono abituato a cercare faticosamente d’imparare anche dai commenti “ barocchi”, “umoral-femministi”, “olfattivi”, “introspettivo-sospettosi” (virgolette d’obbligo) di rò.
    Alcune sue buone intuizioni ( questa, ad es., che condivido: « la reazione, trasponendo a livello pittorico, è stata come quando vedo certi paesaggisti che di fronte alle macerie contemporanee, guardano e riproducono come fossero ancora ai tempi di Lorrain, senza nemmeno sognare una tigre di Ligabue» ) vanno tratte faticosamente dai gorghi di una “tempesta linguistica in un bicchier d’acqua”, perché lei non parte quasi mai da un minimo d’analisi dei testi. ( Non è forse come non guardare in faccia una persona e pretendere però di giudicarla a vista?…).
    Non c’è che da ringraziare il “montanaro” Lucini che ha saputo portare i giusti argomenti per far capire la “legittimità” della poesia « esaltata e sicuramente mistica » di Bonsante anche con riferimenti concreti al “mercato” della poesia. Il suo giusto rimando al dato della pluralità delle voci poetiche (siamo seriamente *moltinpoesia* – e questo è un enorme problema – anche quando ci sentissimo *rara avis* e riducessimo gli altri a uno stormo di cornacchie poetanti”) e all’assenza di un lavoro critico adeguato sui testi oggi prodotti andrebbe ulteriormente approfondito. In particolare io vorrei che Lucini stesso sviluppasse questo suo spunto:
    «Io credo che dopo la stagione della critica crociana e gentiliana, che erano basate sulla metafisica hegeliana e neo-hegeliana (critica che in gran parte oggi, giustamente, riteniamo obsoleta), di fatto la critica è andata un po’ a “naso”, perché forse non è mai esistita come disciplina (se non all’interno della filosofia, come disciplina estetica – come appunto quella crociana). Iol forse parlo di una critica che non c’è mai stata: non lo so, devo ancora scoprirlo e ci sto riflettendo. E ovviamente anch’io, come tutti, sto andando un po’ “a naso”, perché non ho una metafisica sulla quale poggiare: occorre trovare qualcosa di solido dove poggiare in ragionamenti e io credo che una buona indicazione sia contenuta nella “teoria della formatività” di Luigi Pareyson e nelle riflessioni che il suo allievo Gianni Vattimo fa sulla relazione fra poesia e ontologia. Due filosofi, certo, ma che in qualche modo escono dal rigore della filosofia o almeno della metafisica e lasciano intravvedere la possibilità di una critica autonoma dalle premesse filosofico-estetiche».

    Perché non proporre su questo stesso blog le buone indicazioni che egli ha trovato nella «“teoria della formatività” di Luigi Pareyson e nelle riflessioni che il suo allievo Gianni Vattimo fa sulla relazione fra poesia e ontologia». Senza dimenticare – aggiungo da parte mia – la stagione interessantissima della critica letteraria a fondamenta marxiane ( Lukàcs, Cases, Fortini..). E perché non approfondire le stesse tesi di Linguaglossa e di Bertoldo che su questo blog intervengono?

  14. Matteo Bonsnate

    Carissimo Ennio,
    grazie per questo tuo denso e puntuale intervento. Se ne sentiva il bisogno. E bene hai fatto ad intervenire a ‘gioco’ compiuto, perché così hai dato modo ad altri di interloquire liberamente.
    Sollevi giustificate (dal tuo punto di vista) obiezioni a proposito della mia poesia, non solo in modo garbato ma molto ben argomentate. E dal momento che non sono un teorico della letteratura, potrei cavarmela con l’aiuto di Victor Hugo, dicendo semplicemente:
    C’è chi si fissa a vedere solo il buio.
    Io preferisco contemplare le stelle.
    Ciascuno ha il suo modo di guardare la notte.
    Ma così verrei meno alle aspettative della tua legittima curiosità, e forse anche a quella degli interlocutori intervenuti sulla querelle sollevata dagli interventi di Laura Canciani e della simpaticissima e un po’ estrosa rò.
    E, come stavo dicendo, non essendo un critico letterario, non vorrei avventurarmi in un campo accidentato e scivoloso come quello, oggi, della critica letteraria, rimettendo questo compito ai teorici che frequentano il tuo blog come Gianmario Lucini e altri di un certo valore e peso. E anche allo stesso Raffaele Urraro, grecista e latinista di alta e raffinata cultura.
    Il tuo rimprovero di fondo, caro Ennio, infine è questo: di essere la mia poesia ‘paradisiaca’ e di non sentire ‘l’orrore della storia’. E dal momento che posso parlare con qualche legittima presunzione solo in quanto attore del mio fare poesia, attività che si è dispiegata nell’ampio arco di più sessant’anni, farò ricorso a qualche mio componimento nella speranza di non essere accusato di narcisismo.
    Semplice testimone quindi di come vivo il prodigio ‘esistenza’ o ciò che è lo stesso, il fenomeno ‘poesia’. Le due cose si tengono per mano.
    Ed ecco una prima testimonianza. Siamo nella prima metà degli anni ’50 del secolo scorso. Dalla raccolta prime poesie edita solo nel 2004 allorché ho pubblicato il mio libro ricompositivo Poesie 1954 – 2004 (Aliante Editrice, Polignano a Mare) leggiamo la lirica seguente:

    C’è tanta poesia nel mio
    cuore, che a volte mi sento
    un otre pieno di vino,
    un mare pieno di sale e di onde,
    un cortile nel sole.
    Ma è degli alti mondi,
    del loro silenzioso lieve andare
    per precisi cammini d’oro,
    (dove oro sono i tuoi capelli)
    che vorrei avere notizie.

    Questo componimento, inteso come dichiarazione di poetica, attesta che la poesia nasce dall’impregnarsi dell’esperienza mondo. Attenzione, non impregnarsi di ‘idee sul mondo, ma esaltarsi, estasiarsi dell’esperienza mondo così come un albero si inebria e vive di luce, la poesia si inebria e vive intrisa (come spugna) di mondo.
    Ma c’è dell’altro in questo giovanile componimento, vi troviamo il tentativo di giustificare e dare senso alla nostra esistenza intuendo, ipotizzando, presagendo un ‘sopramondo’ presentito o desiderato, non ha importanza; importante è che la poesia senta la presenza di questo mondo ‘oltre’. Ed ecco che la mia visione fin da giovane, si offre non come visione estetizzante (o idealizzante o ancor peggio: a programma) della realtà-poesia ma come visione centrata nell’humus, nel sostrato, nella ‘densità’ ma anche nel dolore di cui siamo composti. Aver definito la mia poesia ‘paradisiaca’ (altri l’hanno definita – credo più appropriatamente – della ricerca del varco oppure anche poesia dell’’oltre’) significa coartarla in modo inappropriato; infatti:

    Uccisi i passeri,
    ascolteremo i buoi.
    E le strade oscilleranno insanguinate
    nel lamento delle nostre mani lontane.

    Questo breve componimento – sempre degli anni ’50 – non potrebbe essere stato scritto ad Auschwitz? O anche oggi, in Palestina? O in qualsiasi altra parte del globo?
    Ed allora si impone la domanda: la poesia nasce dalle idee che abbiamo sul mondo oppure è vero il contrario e cioè che è la poesia ad offrirci idee e visioni allargate del mondo? Questo è il problema di fondo che potremmo considerare anche in altro modo e cioè: viene prima la critica (vale a dire una idea della poesia) oppure la critica è bene che venga dopo ‘il fare poesia’? A commento ed analisi della poesia realizzatasi?
    La risposta io l’ho già appena data.
    Potremmo considerare legittima l’idea opposta, credo la tua, caro Ennio. Ma se osserviamo i fatti della storia delle arti, ci accorgiamo che ogni qualvolta le idee forzano la natura di un artista, il prodotto artistico scade. Faccio due soli esempi: Botticelli passa dalla sua prima maniera quando è libero di dire ciò che sente e produce le grandiose visioni della ‘primavera’ e della ‘nascita di Venere’ e il secondo momento quando è sotto l’influsso di Savonarola. E per quanto riguarda il campo delle lettere potremmo fare l’esempio di Paul Claudel il quale dopo l’adesione alla fede cattolica, perde di vigore e di originalità. Ma gli esempi sono tantissimi.
    E su un altro punto sollevato da rò , e da te condiviso, vorrei dire ancora una parola, caro Ennio, ed è a proposito di Poussin. Ma in questo modo si cade in una contraddizione di fondo. Entrambi dite che la mia poesia fa l’effetto di osservare un Poussin laddove si vorrebbe vedere magari un Piero Manzoni o un Fontana e cose del genere. Bene. Ma ‘l’orrore della storia’ non è orrore semplicemente di oggi, ma è orrore di sempre! ciò non ha impedito a Poussin di creare i suoi capolavori come non ha impedito a Morandi di creare i suoi, ai giorni nostri. Ed allora?
    Se esiste la poesia di Celan con tutti gli orrori della storia, accanto ad essa (e coeva) è nata la poesia tellurica di Saint-John Perse. Ma chi conosce questo grandissimo poeta, oggi? Per me il più grande di tutto il Novecento (opinabilissima opinione, naturalmente)? Il congegno della popolarità sembra essere un altro rispetto al valore intrinseco di un autore nelle varie epoche. Ma così apriremmo un altro capitolo che riguarda la società più che gli artisti.
    E tornando a noi, possiamo dire che è a valle della poesia che sorgono gli sconcerti e le storture, perché la poesia quando è vera, non è altro che un allargamento del mondo sia che si senta preminentemente l’orrore della storia o che si senta preminentemente il sublime dell’esistenza. Entrambe queste visioni ci fanno percepire sia l’orrore della storia che il sublime dell’esistenza anche se non in parti proprio uguali. L’errore, a mio modesto parere, è mettere innanzi alla poesia una idea di come deve essere la poesia. Basta osservare del resto ciò che è stata la poesia italiana dopo il gruppo ’63, una poesia generalmente scadente o sbiadita, giocata su argomentazioni che non hanno nulla a che vedere con la poesia. E si è andati così fuori strada, caro Ennio. Mentre se l’orrore della storia lo portiamo dentro, nasce la grande poesia come nel caso di Celan; e se il sublime dell’esistenza è connaturato all’artista, abbiamo la poesia magmatica e tellurica di Saint-John Perse.
    Naturalmente liberi di accettare o di rifiutare questa mia posizione. Né pretendo di dire cose definitive. Dico semplicemente come dalla mia sessantennale esperienza, vedo le cose relative alla poesia.
    Ma accanto a tutto quello che è stato detto, esiste un altro problema, quello della poesia che transita via blog, da te sfiorato, gentile Ennio. Brevemente diciamo che per capire e giudicare una raccolta, bisogna aver letto e assimilato la produzione precedente. E se questo viene a mancare, ecco che si può incorrere nelle difficoltà di comprensione avvenuto con queste mie liriche, in questo blog…
    Ma facciamo un grande salto, e passiamo dalle prime poesie a Esperidi per mostrare un punto molto stringente delle cose che sto dicendo.
    Ho superato frattanto i sessant’anni e mi avvio verso la terra del tramonto, da cui il titolo Esperidi. Anche questa silloge non sarà pubblicata come raccolta indipendente, ma entrerà a far parte del libro ricompositivo di cui ho parlato prima.
    In Esperidi troviamo una poesia che potremmo definire lunare, dai tratti lievi e delicati con testi generalmente brevissimi. Ma accanto a versi cristallini e diafani, come nei due distici seguenti, questa raccolta si sofferma anche sul degrado delle periferie delle nostre città, E non è ‘orrore della storia’ anche questo degrado? Intanto leggiamo:

    La poesia vive del nulla
    come la luna, è sospinta dalle nuvole.
    …………….

    Il volto del tempo è sempre nell’ombra.
    L’attesa nel mondo è un tonfo. Profondo.

    E di questi distici ce ne sono a decine. Questo per darvi il ‘temperamento’ della raccolta. Ma adesso leggiamo questa suite di cinque testi relativi al degrado:

    Periferie, passeggiatrici

    Schegge d’un vivo astro /
    vagano in rovina. Accendono / qua e là, di tanto in tanto, / misere fiammate.
    …………………..

    La notte si aggruma in un dolente buio./
    Disperde i volti / passeggiatrici frante./
    Dente e metallo è il cuore del passante./
    Buio riverso, momento senza varco./
    …………………

    Lamento della passeggiatrice

    Sono conchiglia spenta senza più dimora./
    Il mio corpo è covo, per passanti./
    Aspetto sotto un faro che non mi schiara./
    Lascio che il mio cuore rotoli / barattolo.
    …………………

    Marcimento di firmamento /
    sono gli uomini che affollano /
    le inferme città. /
    ……………..

    Notte, periferie

    Altari di riottosi latrati di cani, persi.

    Spero che nessuno vorrà scandalizzarsi per questo ‘marcimento di firmamento’. E se la storia è anche orrore, certamente è anche marcimento.
    Domanda: questi versi sono imparentati a quelli di Celan, o alla pittura di Morandi? Qualche critico o semplice lettore vorrà intervenire ad illuminarci e dire, nel bene o nel male, la sua?
    Naturalmente adesso dovrei dire qualcosa su Simmetrie ma ho già forse parlato troppo e non vorrei annoiare ulteriormente. Propongo alla vostra riflessione ancora due componimenti da Lapislazzuli CFR Editrice 2011, poesie composte nel biennio 2004/5

    E se la scienza ci dimostrasse che /
    di alte rive non c’è che questa, e solo questa, /
    e poi un grande sprofondante vuoto selciato? /
    Noi pencoleremmo in questa eterna forca. /
    E se dovessimo rinvenirla sterile e perdente, /
    ecco, saremmo ancora noi – i poeti – /
    che la popoleremmo delle nostre più riarse /
    e vive parole.
    ……………………………

    Poeti

    Il compito è di costruir campate. /
    La scienza costruisce solo selciati. /

    Un grazie a tutti.
    Matteo Bonsante

  15. Una breve riflessione sui commenti sopra riportati.
    Ho acquisito negli anni, attraverso lunghi e approfonditi studi e ricerche ed anche attraverso un lunghissimo esercizio di lettore di testi, un mio metodo esegetico che tiene conto, al massimo grado, della testualità. Linguistica generale, strutturalismo, semiologia, metodologia della critica letteraria, esegesi del testo, mi hanno condotto alla consapevolezza che un lettore – ed anche il critico, sebbene sia uno speciale tipo di lettore – debba ricercare in un testo quello che nel testo c’è, a livello semantico e a livello linguistico e artistico, e non quello che si vorrebbe che ci fosse.
    Il testo, dunque, “deve” essere al centro di qualunque discorso critico. È il testo che deve parlare. E il critico deve fare in modo che sia proprio il testo a parlare. È per questo che mi piace parlare di sostanza fenomenologica del processo critico.
    Se, invece, il critico si fa guidare dalle sue idee e dalla consonanza o dissonanza delle sue idee rispetto al testo, allora il testo scompare lasciando tutto lo spazio al critico.
    La mia lettura del testo si fonda, quindi, sul fenomeno-testo, sulla parola, sulle modalità del fare poetico, sul modo in cui un “messaggio” (posso ancora chiamarlo così?) si invera in una forma che lo sostanzia e lo dice. Seguendo questo metodo, in virtù del quale non esistono idee aprioristiche rispetto al confronto con la parola del poeta, ho letto la raccolta di versi di Bonsante, la poesia del quale mi è nota anche per precedenti letture.
    Questo non vuol dire che con tale metodo io riesca a far parlare un testo meglio di altri lettori che si servono di altre metodologie esegetiche. E perciò è giusto che letture diverse possano portare a risultati critici diversi. Ma ripeto un concetto già espresso nel precedente intervento: mi auguro che ognuno rispetti il lavoro degli altri senza avventurarsi in giudizi gratuiti e ingiustificati. E perciò il fatto che Abbate legga diversamente da me la poesia di Bonsante, è nella natura delle cose. Si tratta di personalità, sensibilità e metodologie critiche diverse che hanno cittadinanza legittima nel territorio della poesia e della critica.

  16. Ennio Abate

    DAI CIELI DEL SUBLIME SI COLGONO DAVVERO GLI ORRORI DELLA STORIA?

    Caro Matteo,
    sarei davvero ingiusto se imputassi a te solo un certo torpore (o viltà) nel fare i conti con l’orrore della storia. No, ci siamo tutti (me compreso) in questo torpore postnovecentesco. Ma bisogna pure che qualcuno di noi dia la sveglia. Anche ponendosi nell’antipatica posizione di chi scuote gli altri, che fingono di non capire o davvero non capiscono. O, nel mio caso, di uno che parla dalla posizione di una poesia esodante ma “purgatoriale” («Interamente nella disciplina d’un duraturo purgatorio. O nelle sporche pause di quieta apparenza, senza code in paradiso» ) e vede la poesia altrui – la tua per essere schietto – “paradisiaca”.

    Lungi dall’accusarti di narcisismo per le autocitazioni di tuoi versi, a me pare che proprio essi confermino la tua poetica – permettimi di ribadirlo – “sublimante”, che rispetto ma non condivido.
    Per essere chiaro, io ritengo sbagliata la distinzione che fai tra fare esperienza del mondo e farsi un’idea del mondo. ( O, detto con le tue parole: tra «impregnarsi dell’esperienza mondo» e « impregnarsi di ‘idee sul mondo»). E poi – altro punto fondamentale di dissenso tra noi –
    per me il poeta non è affatto un fenomeno “di natura”: non è, come tu scrivi, «un albero [che] si inebria e vive di luce», né la poesia può essere davvero «spugna» del mondo», anche quando lo pretendesse. Ho appena concordato con Linguaglossa sul fatto che la poesia sia finzione (in un senso che può essere positivo ma anche negativo) e richiamato l’attenzione alla riflessione di La Grassa sul complicato rapporto tra coscienza e realtà; e a questi commenti rimando: https://moltinpoesia.wordpress.com/2013/05/01/ennio-abate-via-la-realta-non-si-rischia-una-cattiva-liberta/comment-page-1/#comment-6271).

    Intendo dire che anche nell’esperienza del mondo più elementare o ingenua o meno estetizzante c’è, quantomeno, un abbozzo di idea del mondo. Gli uomini primitivi, che noi appunti tendiamo a rappresentarci come elementari, ingenui, ce l’avevano. Una visione del mondo è in urto o viene sostituita da un’altra visione del mondo che può risultare più “pratica”, ma non è mai assente: non esistono uomini senza una certa idea (elementare, ingenua, religiosa, magica, scientifica) del mondo. ‘Humus’, ‘sostrato’, ‘densità’, ‘dolore’ sono appunto le idee che tu, a posteriori, hai riconosciuto all’opera nella tua esperienza poetica “naturale”. E credo di non sbagliare se dico che, fin da quando eri bambino o giovane ai primi tentativi di scrittura, tali idee ( o altre simili) erano compresenti nel tuo modo di “sentire” il mondo, anche se allora neppure ti passavano per la mente o ignoravi persino il significato di tali concetti-parole.

    Più in generale, il rapporto tra poesia e idee (o, se vogliamo, filosofia; o , se vogliamo, critica) per me non si pone, come tu scrivi, in netta antitesi: o la poesia che nasce dalle idee; o l’idea ( la critica, o la filosofia) che precede (o determina o programma quasi ingegneristicamente) la poesia. Il processo a me pare molto più complesso e oscuro e in gran parte affidato al caso.
    Proprio perché nella maggioranza delle ricerche poetiche le due componenti-base (esperienza e pensiero o sentimento e ragione) non sono contrapposte, al di là di quel che dicono troppo spesso i poeti “romantici”. E sono poi anche convinto che *non sempre* « è la poesia ad offrirci idee e visioni allargate del mondo». A volte è stata la filosofia (o la poesia/filosofia). A volte sono state le scienze. Certo devo ammettere che resiste ed è quasi inestirpabile in molti poeti (specie in Italia) questa idea (e se non è idea, cos’è?) della poesia come lirica pura, spontaneità assoluta del sentire (Ahi, Croce che la ratificasti con il tuo potere politico-culturale e la tua autorità!). E me lo confermi tu pure, ancora oggi, scrivendo: « se osserviamo i fatti della storia delle arti, ci accorgiamo che ogni qualvolta le idee forzano la natura di un artista, il prodotto artistico scade». No, obietto con convinzione, non è così. Perché questa benedetta «natura di un artista» in sé libera e che sarebbe forzata o coartata soltanto dalle «idee», queste ultime intese come un qualcosa di esterno alla natura d’artista, semplicemente non esiste. Quella che noi chiamiamo “natura d’artista” o “vocazione artistica” o “talento artistico” è in buona parte costruzione individuale e storica. E se appare più libera in partenza a un osservatore esterno, è perché è “sostenuta” per lo più da un insieme di idee che la indirizzano (soprattutto dal romanticismo in poi) alla libertà (individuale) o a una maggiore libertà (individuale). Le idee che “concimano” la libertà individuale dell’artista non sono poi mai soltanto personali o del singolo. Sono condivise da un ambiente, da un gruppo sociale o professionale, da una “comunità” (ristretta o ampia). E l’esempio, da te fatto, del Botticelli, prima umanistico-mediceo e poi savonaroliano-mediovaleggiante, non mi pare calzante. Dimostra semmai la tua preferenza per la prima fase di questo pittore. Ma sia la sua scelta umanistica che quella savonaroliana non furono un fatto “di natura” (ma adesione individuale a un determinato clima sociale e storico). Se fosse stato un fatto “di natura” essere umanista e rinascimentale, nel periodo savonaroliano Botticelli si sarebbe dovuto suicidare o avrebbe dovuto smettere di dipingere.

    E, comunque, il risultato artisticamente scadente (a detta di chi poi?) non è mai imputabile soltanto alle idee imposte o volontariamente professate dall’artista. Che possono essere state, in modi più o meno inquieti e sinceri, controriformistiche (Tasso) o reazionarie (Balzac!). Non di per sé – in quanto idee – esse hanno determinato *automaticamente* la mediocrità del risultato artistico. Anzi a volte dover fare i conti con “brutte” idee (o pessime ideologie) può persino stuzzicare una ricerca artistica più libera. Insomma, il rapporto tra ricerca poetica e artistica e idee da un parte è inevitabile e dall’altra può produrre risultati non meccanici, imprevisti. Questo voglio dire.

    E se non è automatico e meccanico il rapporto tra poesia e idee, non lo è neanche il rapporto tra poesia e «orrori della storia». E perciò abbiamo risultati diversi da questo rapporto: da una parte la poesia di un Celan, in cui l’orrore della Shoah, pur senza quasi essere nominato, è tenuto al massimo presente (ed è penetrato nel midollo della sua esistenza e della sua poesia); dall’altra la poesia di un Marinetti o un D’Annunzio in cui quell’orrore è esibito, imbellettato, trasfigurato in sublime ( e vuota per me) retorica letteraria. Ora , quando io invoco i poeti a fare i conti con l’orrore della storia, è perché la poesia di per sé non lo raggiunge mai *automaticamente*. Anzi si offre – nel caso di Marinetti e D’Annunzio – come velo di bellezza per esaltarlo e occultarlo quell’orrore.
    Tu mi assicuri che nella tua poesia l’attenzione all’orrore della storia c’è. Come in Celan o in Saint-John Perse, « perché la poesia quando è vera, non è altro che un allargamento del mondo sia che si senta preminentemente l’orrore della storia o che si senta preminentemente il sublime dell’esistenza». Non ci sarebbe nessuna vera contrapposizione tra il poeta che « senta preminentemente l’orrore della storia» e il poeta che « senta preminentemente il sublime dell’esistenza». A una condizione: che la poesia sia «vera». (O, per riprendere un commento fatto in questi giorni da una certa Livia: 6 maggio 2013 alle 15:10), “autentica”).
    Insomma un atteggiamento “sublimante” non impedirebbe un atteggiamento, chiamiamolo, “realistico”. Attingerebbe lo stesso a quell’orrore della storia, che a me preoccupa di più.
    Resto perplesso.
    Bisognerebbe verificare sui testi le proprie “ipotesi di partenza”. (E qui concordo in pieno con il commento di Raffaele Urraro che ho appena letto). Anzi di più: confrontare i testi poetici e le conoscenze prodotte da altre discipline (storiche, scientifiche, sociologiche) su quel medesimo «orrore della storia» di cui hanno parlato i poeti.
    Ora, per dirla in breve e per concludere, se penso che i testi di Celan reggano il confronto con quanto è emerso sull’orrore della storia della Shoah e superino l’esame, la stessa cosa non mi sento di dire per molti poeti che sentano « preminentemente il sublime dell’esistenza».
    Lasciami questo pregiudizio anti-sublime. E accontentati della mia cautela: perché credo che nulla garantisca al poeta che « senta preminentemente l’orrore della storia» di saperlo mettere in poesia nei giusti modi.

  17. Matteo Bonsante

    Caro Ennio,
    credo che il tuo problema, se ho ben capito, consista in questa domanda: “come mai dopo secoli di massacri, l’orrore della storia non sia stato introiettato dall’umanità”? Come mai in altre parole, l’uomo continua ad essere in un certo senso, l’uomo delle caverne, il quale per un riparo o un tozzo di cibo era disposto ad ammazzare il suo simile?
    La risposta è allo stesso tempo semplice e molto difficile.

    Tra l’orrore della storia avvertito da Celan e l’orrore della storia avvertito da te, o da me, c’è o non c’è una fondamentale differenza? Certo che sì.

    Ed allora caro Ennio, se Celan questo orrore l’ha saputo trasmettere in una poesia drammaticamente essenziale, è perché l’ha vissuto sulla sua pelle e l’ha tanto condizionato da portalo al suicidio. Tu fortunatamente l’orrore l’hai introiettato attraverso le idee (racconto) sull’orrore! ecco perché la tua poesia (e di chiunque non si trovi nelle condizioni in cui si è trovato Celan) non può farci sentire appieno quell’orrore, come vorresti tu e come vorrei io stesso. E se per questo motivo la tua poesia non sembra essere idonea a questo scopo, la tua mente può essere atta a evidenziarlo o metterlo in risalto da storico per esempio, da saggista etc.

    Come vedi sto tentando di riportarti sulle mie posizioni. Quando dico che la poesia nasce dalla fusione con i fatti dell’esistenza, dico proprio questo, fusione che non vuol dire ‘fusione di natura’ o ‘fusione naturalistica’ ma fusione come ‘verità’ introiettata. Questo è il vero problema della poesia. Senza questa fusione anche a livello del subconscio (adopero altre parole ma sto dicendo quello che volevo dire e che forse non sono riuscito a dire nel precedente post), l’autentica poesia non può nascere.

    Mentre da te stesso o da me stesso potrebbe essere nata, la poesia dell’orrore della storia, se disgraziatamente ti fossi (da poeta) o mi fossi (da poeta) trovato a vivere in un lager. Ci vuole comunque il poeta perché altrimenti tutti i sopravvissuti della Shoà, avrebbero saputo o dovuto scrivere ciò che ha scritto Celan e forse si sarebbero dovuti suicidare. Questo è il vero problema. Del resto, che la poesia possa nascere soltanto se si introietta il mondo, è proprio una vera fortuna, perché altrimenti dopo Troia, dopo Gerico, dopo Cartagine e via via risalendo per i sentieri sempre insanguinati della storia, dopo la caccia alle streghe, dopo Giordano Bruno e tutte le guerre di religione, dopo i massacri dei nativi amerindi e su su fino alla shoah (e perché no? fino a Sadam Hussein o fino ad Arafat!), tutti noi avremmo dovuti suicidarci. Ma per fortuna non è così. Per cercare nuovi Celan bisogna andare in Palestina o in qualche (e ce ne sono tante) frontiera calda del mondo.
    Se mi permetti, dai cieli del sublime il senso dell’orrore della storia può apparire persino più drammatico

    Come vedi tutto si tiene caro Ennio, del resto ci conosciamoda un po’ di tempo, ci accettiamo e soprattutto ci stimiamo. E questo è molto bello e gratificante.

    Si tratta di eterne diatribe che in fondo in fondo presentano punti di vista inconciliabili e anche necessari.

    Matteo

  18. Domanda: come mai è scomparso il mio secondo commento che pure era già stato pubblicato?

  19. Chiedo scusa. È stato spostato. E perciò non lo ritrovavo più.

  20. @ Matteo
    No, il problema che ho posto è questo: perché la poesia, invece di fare i conti con l’orrore della storia, più spesso che non si creda lo copre, lo occulta, anche quando ( i casi da me citati di Marinetti e D’Annunzio) pare metterlo in primo piano?
    Quanto a Celan è certo che noi non possiamo parlare della Shoah come se l’avessimo vissuta sulla nostra pelle come lui. Ma Celan non è un grande poeta, che ha espresso quella tragedia storica solo perché l’aveva vissuta sulla sua pelle. Non bastava. E infatti tu stesso ricordi che dei milioni di ebrei ben pochi l’hanno espresso in poesia. Quindi non è vero che « la poesia nasce dalla fusione con i fatti dell’esistenza ». Questa fusione non basta e può persino non esserci. E poi noi abbiamo da fare i conti con l’orrore della storia *che ci spetta*: quello quotidiano, quello nostro, quello italiano e occidentale. È questo che troppo facilmente rimuoviamo. Anche con la poesia! Non c’è cioè bisogno di finire in un lager o trovarsi a vivere in un campo palestinese per far entrare nella propria poesia l’orrore della storia. Kafka lo fece entrare ancor prima del nazismo e pur vivendo una vita tutto sommato borghese. Se non entra in poesia questo orrore della storia due sono le ipotesi: o noi lo rimuoviamo come uomini, come cittadini; o è una determinata visione della poesia a tenerlo lontano, ad escluderlo.

  21. Matteo Bonsante

    @ Ennio, [ho capito cosa significa @]
    credo che il problema in ultima analisi possa essere ridotto a un fatto genetico. O se vuoi, di prospettiva.

    E mi rifaccio a quanto da me riportato da Hugo in un posto precedente.
    Certo, non può essere negato che esista l’orrore della storia, ma allo stesso tempo, non si può negare che esista il sublime della storia. Altrimenti
    perché si sarebbe passati dall’essere uomini delle caverne a uomini delle stelle?
    E poi,senza ‘contrasti’ sarebbe possibile l’evoluzione e quindi la storia? Me lo chiedo semplicemente. Certo è che se non fossimo ‘esseri in evoluzione’ saremmo ‘esseri solo di un’epoca’. E in questo caso quale epoca potremmo scegliere per fissare una volta per tutte, l’epoca della terra? Ma stai pur certo che, qualunque epoca potessimo scegliere, sarebbe sempre un’epoca caratterizzata dall’orrore della storia.
    E’ chiaro poi che su i milioni di uomini che han vissuo l’eperienza della Shoah solo chi è ‘nato’ poeta, cioè con particolari caratteristiche, potrà poetare sulla sua esperienza. E soffermarci su ‘chi’ e ‘perché’ è poeta, sarebbe un altro discorso. Lungo e difficile.
    Ed allora, come detto nel mio precedente post, subito possiamo acquietarci se consideriamo i ‘due punti di vista’ come ‘necessari’ e in un certo senso ‘complementari’. Come guardare una montagna dal lato sud o dal lato nord.

    Quanto poi a stabilire il valore di una determinata poetica, condivido appieno quanto detto da Raffaele Urraro nel suo ultimo post.

  22. Ennio Abate

    @ Matteo

    Ancora alcune precisazioni. Per me proprio la coesistenza tra l’orrore della storia e il sublime della storia è scandalosa e dovrebbe indignare. Essa smentisce, infatti, la tranquilla convinzione di una sicura evoluzione del genere umano (il Progresso). Perché tale coesistenza non è «un fatto genetico» ma un dato dovuto alla storia, che continua ad essere fatta con poca consapevolezza dagli uomini organizzati (in contrasto tra loro) in società, stati, classi, lobby, ecc. L’andamento di questa storia non ci rassicura affatto. Non dimostra che si è passati « dall’essere uomini delle caverne a uomini delle stelle». (Al massimo ci dice che pochissimi uomini delle stesse vivacchiano tra milioni di uomini che stentano a campare in “moderne” caverne).
    Non si può (o almeno a me pare inaccettabile) sottolineare il sublime della storia (poco o tanto che sia). Si finisce così per ridimensionare o occultare l’orrore permanente o addirittura crescente della storia. (Cos’è l’atomica su Hiroshima e Nagasaki rispetto alle stragi “artigianali” dei nostri antenati? Un progresso?). Io perciò marcio ancora sulla scia di Benjamin o di Brecht, i quali non riuscivano a non chiedersi su quanta barbarie o su quanta fatica (spesso sprecata) di masse umane sfruttate o schiavizzate venivano costruite le pur grandi (non sempre) opere della civiltà. E si chiedevano: questa barbarie (o orrore della storia) è ineliminabile? Non è riducibile?
    Se, razionalmente e con convinzione, rispondessimo tutti di sì, mi azzittirei. Se, invece, ci fosse anche in pochissimi il dubbio sulla “naturalezza” di tale orrore o la certezza della sua ineliminabilità , tutti noi, che ci diciamo o siamo poeti, non potremmo non orientare la nostra ricerca verso una prospettiva che indaghi più a fondo questo orrore (da qui anche l’importanza che do alle scienze), che non accetti di rappresentarlo in modi puramente estetizzanti (ancora gli esempi in negativo di Marinetti e D’Annunzio, ma di tanti altri), ma – e lo dico senza esitazione – ne parli in termini *correttamente politici e comprensibili anche dai non poeti*.
    Perché la *politicità* e la * tendenziale universalità* (o *non gergalità* o * non aristocraticità*) dei linguaggi poetici sono obiettivi possibili e coerenti per i poeti. Almeno per quelli che non si sdraiano sulle filosofie che ratificano l’orrore della storia come insuperabile.
    Non c’è nessuna epoca in cui l’orrore della storia è assente. Su questo concordo con te. Esiste però una bella differenza tra le epoche in cui determinate minoranze hanno saputo trascinare una parte (fosse pure minima) di uomini a lottare contro l’orrore della storia e le epoche, come questa in cui viviamo, in cui le minoranze trascinano gli uomini a sottomettersi a questo orrore. E quindi a considerare “normali” guerre neocoloniali (addirittura in nome della “democrazia”), immiserimento di interi paesi (Grecia, Spagna, la stessa Italia), rafforzamento delle posizioni privilegiate dei gruppi sociali già più potenti.
    Concludo. Per me i nostri due punti di vista non sono affatto complementari. Ma non voglio insistere all’infinito. Prendiamo atto del nostro dissenso. Altri dopo di noi vedranno se il probema può essere posto diversamente.

    • Matteo Bonsante

      Carissimo Ennio,
      posso ammirare e anche apprezzare il tuo *sacro sdegno* ma non credo a una sorta di palingenesi universale *qui* e *ora*. Né purtroppo domani.

      Il cosiddetto Eden non è mai esistito e mai esisterà su questa terra. E se mai lo fosse, sarebbe un Eden di automi: senza libertà, senza desideri, senza futuro. Nel senso che tutto sarebbe bello e compiuto. Perfetto, sì, ma la perfezione degli automi. Questo è il punto:una specie di disperazione senza fine, oppure una speranza senza fine.

      Come la notte di Hugo, a me piace (attenzione a questo verbo, come dicevo in un altro post c’è forse qualcosa di genetico e comunque di inconscio in questo ‘piacere’) guardare le stelle, *considendo* anche la *notte* che ci circonda come ben si può cogliere nelle liriche da Esperidi inserite nel blog.

      Del resto sono temi e dibattiti che hanno reso insonni molti filosofi e profeti a cominciare dai tempi della Bibbia e della Grecia…

      Quanto all’articolo di Manlio Dinucci, ti ringrazio. Questo non fa che attizzare la pena di vivere in questa sgangherata Italia ormai alle soglie della disperazionei. E se dovessi esprimere tutto quello che penso dei nostri cosiddetti politici, alti e bassi che siano, correrei brutti rischi.

      Perciò, caro Ennio, grande stima e grande considerazione per un lottatore strenuo e coraggioso come te. Un grande abbraccio e un grande grazie,
      Matteo

  23. Ennio Abate

    Mi permetto un’ultima battuta:
    Leggete questo articolo di Manlio Dinucci, un attento osservatore politico dell’orrore della storia d’oggi, e avrete la certezza di cosa non si vede dalla “postazione del sublime”.

    *
    I «misteri della Repubblica» che Andreotti si è portato nella tomba non sono così misteriosi. Basta leggere il libro «La repubblica delle stragi impunite» del magistrato Ferdinando Imposimato, oggi presidente onorario della Suprema Corte di Cassazione. Resta da vedere se quella dei «misteri» sia una pagina ormai chiusa della storia italiana.
    Imposimato, in base a documenti, mette sul banco degli imputati il gruppo Bilderberg. Nato nel 1954 per iniziativa di «eminenti cittadini» statunitensi ed europei, esso ha svolto un ruolo fondamentale nelle operazioni segrete in Europa durante e dopo la guerra fredda. «Il gruppo Bilderberg – conclude il magistrato – è uno dei responsabili della strategia della tensione e quindi anche delle stragi» a partire da quella di Piazza Fontana nel 1969. Di concerto con la Cia e i servizi segreti italiani, con Gladio e Stay Behind, con la P2 e le logge massoniche Usa nelle basi Nato, con i gruppi neofascisti e le gerarchie vaticane.
    In questo prestigioso club è stato ammesso Mario Monti che, cinque mesi dopo aver partecipato al meeting Bilderberg del giugno 2011, è stato nominato senatore a vita dal presidente della repubblica e incaricato di formare il governo.
    Nello stesso club esclusivo, che ha la regola del silenzio (gli atti degli incontri sono segreti), è stato ammesso Enrico Letta. Nel giugno 2012, dopo aver partecipato al meeting Bilderberg, ha confermato che «la discussione era a porte chiuse» (alla faccia della declamata «trasparenza») e che all’incontro c’erano «rappresentanti dell’opposizione siriana e russa». Per concordare che cosa è facilmente immaginabile.
    Monti e Letta sono stati chiamati anche nella Trilaterale, la commissione creata nel 1973 da Rockfeller e Brzezinski, che riunisce «esperti leader del settore privato» di Nordamerica, Europa e Asia su «questioni di interesse globale».
    Riunisce cioè le più potenti oligarchie economiche e finanziarie che, assieme a servizi segreti e capi militari, concordano le strategie su scala globale: le grandi operazioni speculative per attaccare monete ed economie nazionali, le campagne mediatiche per demonizzare i nemici, le guerre aperte e segrete per disgregare interi paesi e impadronirsi delle loro risorse. Non a caso Mario Monti – consulente del gruppo bancario Goldman Sachs, uno dei maggiori artefici della crisi finanziaria che dagli Usa ha investito l’Europa – è stato presidente europeo della Trilaterale.
    Ne fa parte anche Marta Dassù, prima consigliere del premier D’Alema durante la guerra alla Jugoslavia, poi viceministro degli esteri nei governi Monti e Letta, attiva nel gruppo intergovernativo «Amici della Siria» che arma i «ribelli». Quelli che – ha appurato la commissione Onu di Carla Del Ponte – hanno usato anche armi chimiche.
    Enrico Letta ha detto alla Camera che il suo è «il linguaggio “sovversivo” della verità». Il termine «sovversivo», in realtà, è più appropriato (senza virgolette) per definire quanto sta accadendo alla democrazia italiana.

    (il manifesto, 8 maggio 2013)

  24. Antonio Fiori

    Una poesia come questa – Un lampo nell’ardente vela, che sigilla la raccolta – penso che metta la parola fine a tante incomprensioni rilevate nei precedenti commenti. D’altra parte, come negare il ri-orientarsi di tanta poesia contemporanea verso forme interroganti, di preghiera e di meditazione? In questo testo, in particolare, sento il tono e l’oggetto profondo della poesia di Mario Luzi

    Un lampo nell’ardente vela. Si
    intravedono lucori in lontananza.
    Esplode il cielo, la misura è alta.
    Ciò che mi chiama è luce
    e solo luce.

    Devo varcare me stesso e sigillare l’ora ?
    O girarmi indietro e rivedere il mondo ?

    Non c’è nulla da compiere o completare.
    Il ricordo e il pegno cercano nuove labbra.

    Il mio scorrere è certo, acqua di fidata polla.
    Estremo arcano annidiato nella febbre delle ore,
    nel fico d’India, sotto casa. E in me,
    nella mia voce.

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