Arnaldo Éderle, Poemetti per Negrura.

ederle

Negrura

( agosto 2012)

 

Storia d’una pelle nera

storia d’oscurità:

semi aperte le palpebre o

semi chiuse, storia di luce

che ferisce chi la guarda,

che lo traduce nell’aria

che lo separa dagli occhi

macchie luccicanti carboni

accesi nel buio della loro

sognante negrura e lo porta

nella luminosità oscura,

il suo torpore.

*

Chi la cerca, non la trova

agli angoli delle strade, non

in piazze piene di sole o

sferzate da piogge e tuoni,

non la trova in alcove brillanti

di lumi spenti.

Chi la cerca, deve cercare nel buio

di occluse caverne

ai piedi del monte, deve cercare

sul fondo degli oceani tra

cavallucci marini e squali bianchi.

*

Oppure, se la deve immaginare

nel mezzo della sua città,

in vicoli e strade popolate

da piccoli uomini sgambettanti

che cercano le loro cose private,

i loro tesori di carta e di

peltro arrugginito o ferri storti

di vecchi badili e vecchie forche

sbiaditi dall’acqua piovana,

abbandonati dai vecchi proprietari

simili a carta vecchia e unta

nelle fauci dei cani, dove

la moneta non ha più corso e

naviga nelle tasche forate dei pochi

che l’avevano risparmiata.

Suona così la musica

dell’ultima banda.

*

Chi l’ha trovata la luce negra

non si conosce, latita nelle piazze

e nelle strade del mondo,

sconosciuto, tra donne e uomini

lenti e spensierati come i bimbi

delle squallide comunità

fra stracci e gonne cortissime,

tra sguardi lenti e incantati

simili a vecchie e vecchi

ormai placati, simili a vecchi

alberi di bosco snaturati.

*

Tutto questo è materiale della

miseria e dell’amore dimenticato,

tutto ciò è la faccia del poco

o del niente.

*

Sopra questo sta

Negrura, gli occhi di Negrura,

la sua luce prepotente e ferma

il suo coraggio, la sua grande bontà.

*

Oggi è venerdì, andrò a pranzo

dalla mia vecchia sorella,

non m’interesserò di Negrura, riposerò

tra le sue bianche movenze

e il suo lento camminare,

lento camminare.

*

Spero mi venga meglio in seguito

non sono al meglio,

sono così, semi

adagiato nell’insulsa calura

del meriggio, affranto e floscio.

 

*

Cerco di svegliarmi, di porgere

attenzione ai miei fantasmi.

Negrura oggi non mi balza attorno,

sento solo uno sguardo pallido,

i suoi carboni me li ricordo

ma non sono qui.

Nera, alta, mi girava intorno, mi

guardava con le sue braci nere,

io ponevo la mia mano aperta davanti

ai suoi occhi e me ne riparavo,

mi riparavo i miei, troppa luce

troppa forza.

*

Nel suo viso gli occhi neri,

la bocca rilevata in una cornice

marrone, le nari aperte come

tenere ali d’una bellicosa

farfalla, il suo sguardo cerca

l’uomo e il fanciullo, lo sguardo

li passa all’altezza del cuore,

mentre la sua spavalda fiocina

è lanciata lontano oltre la spuma

bianca dell’oceano a ferire

il gabbiano di mare, regale nelle sue

ali spalancate. O in alto, tra le cime

dei monti, colpisce,

mentre volteggia tra le guglie

nelle rocce, la grande aquila.

*

Negrura, non so chi sei:

angelo adorabile, impietosa aguzzina,

interminabile orazione

di sacrifici.

Iddio ti perdoni e ti salvi!

Semmai c’è.

         La bella Negrura

La radio gracchia la mattina

se l’accendi, gracchia sottovoce,

anzi no, urla le sue stupide

canzonette, maschi e femmine

urlano come cornacchie,

chissà cosa vogliono

mostrare, a volte senti anche voci

nere, timbri scuri ingollati

con sciocche pretese di passione,

attacchi della mente inguinale.

*

La radio gracchia e urla, e

si sta lì fermi e poco attenti

mentre si prepara la solita

colazioncina.

Poi il cervello arresta la sua

corsa nel vuoto, d’un colpo

sale a un piano diverso

del suo schedario, si trova

senza averlo voluto al ventesimo,

piano delle notizie universali.

*

E lì in alto c’è ancora Negrura

con la sua pelle scura come

la statuetta arrivata

da una fanciulla molto gentile,

viene dai lidi gemelli dei Caraibi.

Ha fianchi procaci e spalle diritte

è nerissima, chissà di che è fatta,

una bella ragazza, con pantaloni

allargati alle caviglie, non sorride

la sua serietà è una specie di

monito una specie di “zitti

dovete stare zitti e guardarmi

soltanto. Vi piaccio?

Lo so, ma non posso aprirle le cosce,

sono nata così, così dovrò restare

fino alla fine dei secoli”,

ferma arcuata nei fianchi

prosperosa nei seni, le natiche

paffute sporgenti. Così è ora

Negrura, che gira il mondo

e non sa il perché.

La dea si compiace, ma non sorride,

forse davvero cerca un motivo

per essere in questo mondo

occidentale, in questa Europa

signorile e un po’ vanitosa

un po’ kitsch.

Che non ha nulla di lei, nulla

della sua negrura, nulla

della sua beltà.

*

Sempre la solita ignoranza

la solita ingenuità che sventola

la sua faccia insulsa con nari

allargate e la bocca aperta

che aspetta la sua mosca che

s’infili nella trappola

della vana ingordigia.

Ma la saliva s’asciuga e i denti

liquefatti non prendono più

nemmeno l’inutile mosca.

(Quando s’insegue una puzzola

l’odore ti trattiene dalla sua

vicinanza, si cerca di correre

naso tappato e si respira a bocca

aperta. La puzzola arranca in mezzo

ai tronchi, s’arrampica sui rami,

cerca salvezza nella pancia del

bosco. Si continua a inseguirla,

ma poi si perdono le tracce

e ci si trova ingabbiati

tra l’erba alta e gli alberi radi

che via via si trovano

verso un centro abitato). E lì

ritrovi Negrura, la ragazza/dea

con gonne cortissime e quindici

centimetri di tacco, che

graziosamente sculetta come

una splendida sgualdrina.

*

Non capisco, mi chiedo

il perché.

Mi ricordo delle sue belle braccia

nel momento quando la vidi

mentre lanciava la sua fiocina

appuntita e feroce oltre

l’oceano e sulle cime aguzze

della montagna. La sua bocca marrone

era semiaperta, lo sguardo

terribile, lo schianto dell’arma

dava senso alla sua rabbia

schiodava le nubi dal loro

disegno e i suoni diventavano

scrocchi di lampi che si lontanavano

mormorando.

Ahi! Quella battagliera nera

è scomparsa, la gonna incosciata

l’ha resa floscia e torpida.

Ora sorride come una baby scaltra

ora ride come una foca:

“Chi mi cerca mi sollevi le falde,

mi penetri lo slip, anche prima

che il mio corpo sia pronto.

Voglio una fiocina che mi penetri

l’anima e mi trafori il cuore”.

*

Che sarà mai questo nuovo animale?

Che, questa trepida Masòch?

Ho l’impressione che la sua

sia una voglia maledetta, un

turbine di fretta insana mai goduta

prima, mai scoppiata.

*

Negrura, Negrura! Come ti correggi,

come pensi migliorare la tua

nuova cittadinanza? Come invece

la sprechi in questa triste landa

di sabbia e liquame!

*

Chi ti ha dato quella fiocina

e quegli occhi di dea e

ti ha regalato la regale bontà

come tuo patrimonio e del mondo,

vuole ancora che la scagli

la tua fiocina, credimi,

come allora facevi,

con la gonna lunga

e strisce di calzari.

Degüello 

 

 

Ah, il degüello lo tirano dall’alto

con una mannaia affilatissima,

il disteso bocconi nemmeno se ne

accorge, è completamente stupidito.

Il boia, invece, è sobrio e calmo,

non misura nemmeno il colpo,

conosce il tragitto della lama,

potrebbe misurarlo

sulla pelle delle sue braccia.

Quando afferra il manico

non ha il minimo brivido, la sua schiena

è insensibile come il legno.

*

Molta gente in piazza, molte

grida e gesti con mille mani, la festa

è lì che incomincia.

*

Nella campagna, buoi e pecore

fanno i loro rumori, e si urtano

con i deretani.

In città si biascicano parole

incomprensibili, si stenta a dargli

un significato seguendo i loro

chiacchiericcio.

Ma non importa, importa che si seguiti

a biascicare, a sputare saliva, a

emettere rutti con la mano davanti.

La città è buona da mangiare

per chi ha denti e mascelle contati

come una tastiera.

L’uomo è simile alla donna,

poche cose lo fanno diverso pochi

particolari. Si discorre di giustizia

e il degüello è un grande giustiziere.

Oh sì, quello che conta è vedere

una testa che cade pesante nel

cesto. L’atto di giustizia è

perpetrato concluso eseguito in

nome del boia.

Povero boia! Lui non sa neanche il

misfatto compiuto dal nemico,

non sa nemmeno il perché del suo gesto.

Gli hanno detto “va, fa”. Lui

è andato, farà. E’ assolutamente

apposto, inattaccabile, molto

innocente.

*

Negrura è lì vicina anche lei,

mani la cercano occhi la divorano,

lei è ferma come una bandiera

senza vento.

Ah, Negrura, ho sempre amato i tuoi

slip. Ho sempre ammirato i colori

accesi della tua lieta parure.

Vesti sempre a questo modo,

dea della beltà?

Non porti mai abiti sdruciti, scarpe

consumate, copricapo da povera contadina?

Negrura mia, che ci fai nella piazza

della giustizia? Conoscevi il

giustiziando? Io, ad esempio,

non l’ho mai visto, mai conosciuto,

ma si sa, chi non vuole vedere…

Conosco la madre e il padre, brave

oneste persone, non so il suo delitto.

Negrura, che ci fai qui?

*

Il tempo passa, l’ora del supplizio

s’avvicina terribilmente, mascherata

da momenti d’ozio, da minuti

in concreti affari, fantasmi di minuti

buoni solo a far ridere o a cantare

liete bazzecole.

*

A un tratto la dea riceve un boato

di applausi, chi la guarda con desiderio

incontenibile, chi pronuncia il suo

santo nome, chi vuole proteggerla.

Ma Negrura è scomparsa improvvisamente.

Ognuno, senza volerlo, alza lo sguardo

verso il patibolo.

*

Ecco dov’è Negrura.

Nera, alta, formosa, il viso

esposto al sole, i seni a punta,

le braccia aderenti ai fianchi.

Immobile e fatale porge il suo

sguardo diretto nel centro del centro

del sole, lo sfida

sembra lo voglia sedurre.

Intanto il boia prova il filo

della lama, si lecca il dito,

lo passa sulla guglia della mannaia,

il filo è ben acuminato nella

sua curva a mezza luna, lo sguardo

del boia è sorridente.

Negrura, sul patibolo, è fiera

immobile come la statua di

Afrodite.

Ma perché questa magica sostituzione?

Il popolo non comprende, ma si fida

dell’apparizione, ormai la accetta.

*

Giustiziano la bellezza, questo

è il fatto, giustiziano la bontà,

questo è il fatto! Così si sente

dire ai piedi del palco, nella

piccola piazza. Sembra che le cose

vadano proprio in questa funesta

direzione. Una direzione zoppa

che non dà spiegazioni, non

giustificazioni, non perché.

Negrura, ti sei lasciata cogliere

nella tua libertà, nel tuo regno

di potere e beltà.

Chi ti ha infilato il cappio

al collo, ti ha parlato d’una collana

di onici e diamanti, ti ha

bellamente incantato, tradito.

*

Quando tenevi stretta la fiocina

nella tua grande mano, nessuno

si concedeva confidenze con te, ognuno

prendeva la sua decisione al di là

della convenienza, oltre il suo

interesse, senza pensarci ti rendeva

santa nella sua preghiera, ti parlava

in silenzio, ti adorava come un

tabernacolo. Eri la patrona di tutti,

poveri e ricchi. La tua grande mano

si affacciava sulle case della gente,

una benedizione e il tuo volto nero

passava in rassegna gli uomini e le donne,

accarezzava i bimbi e i nonni.

I tuoi occhi non lacrimavano mai

davanti alla miseria, ridevano

dinanzi alla gioia. Ma ogni cosa,

specie se bella, è destinata a morire,

mai si vorrebbe esprimere una tale

verità, ma è così.

Hanno deciso, hanno promulgato il foglio

della condanna.

*

Negrura, ti aspetta il degüello.

Sul ceppo porgerai la pelle liscia,

il tuo bel capo rimbalzerà nel cesto

come palla, ed ogni tua

bellezza sarà una cosa morta,

una stella recisa.

Nota biobliografica

 

 

ARNALDO ÈDERLE, poeta, narratore, critico e traduttore, è nato a Verona dove vive. Ha seguito studi linguistici e musicali (armonia e pianoforte). Ha pubblicato: Le pietre pelose ben osservate (Verona, Ferrari, 1965), Racconti (Verona, “Il Nuovo Adige”, 1974-78), Vocativi e querele, prefazione di G.Piccoli (Milano, Il Trifoglio, 1981, Premio Alassio 1981), Partitura (Guanda, 1981), Il fiore d’Ofelia, introd. di G.Raboni (Milano, Società di Poesia-Bertani Ed., 1984, Premio Gatti 1985), La chiesa di Santa Anastasia (Verona, Office Automation, 1992), Contre-chant, introd. di S.Ramat (Mondadori, “Almanacco dello Specchio” n.14, 1993), Paradiso, introd. di F.Bandini (Udine, Campanotto, 1993, finalista Premio Metauro 1995),Il caso Tramonto, racconti (Udine, Campanotto, 1995) Cognizioni affettive, prefaz. di M.Cucchi (Roma, Empirìa, 2001, Premio L.Fiumi 2002, finalista Premio Dessì,2001, Premio San Pellegrino Terme, 2002), Arcipelaghi (Casette d’Ete AP, Grafiche Fioroni, 2001), Sostanze, prefaz. di G.Galetto (Verona, Bonaccorso, 2004, finalista Premio Camaiore 2005), Varianti di una guarigione, prefaz. di S.Verdino (Roma, Empirìa, 2005, Premio Battista-Circe Sabaudia, 2006), 10 Divagazioni sul corpo umano (Mondadori, “Almanacco dello specchio” 2008), La luce dei cristalli, scritti critici (Verona, Bonaccorso Ed. 2008), Stravagante è il tempo (Roma, Empirìa, 2009, finalista prima rosa al Premio Viareggio-Repaci, 2009), Sandwich, romanzo (Verona, Bonaccorso, 2010), Frammenti imprevisti, Antologia della poesia italiana contemporanea, a cura di A.Spagnuolo (Kairòs Ed. 2011), Poeti e poetiche a cura di G.Lucini (CFR Ed. 2012), Vocativi e querele, 2^ ediz. (Piateda, CFR ediz., 2012), Negrura (Piateda, CFR ediz. 1912), Poemetti per Negrura (CFR Ed.2013). Oltre ad aver tradotto da G.d’Aquitania, J.Clare, S.J.Perse, M.Maeterlinck, ha curato e tradotto per Guanda due libri di prosa: Ombre italiane di Vernon Lee (Biblioteca della Fenice, 1988) e Amanti assassinati da una pernice di F.García Lorca (Quaderni della Fenice, 1993). E’ stato tradotto in spagnolo, inglese, olandese. Scrive per “L’Arena”, “Il giornale di Vicenza” e “Bresciaoggi”. Collabora a “Poesia” di Milano.

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10 commenti

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10 risposte a “Arnaldo Éderle, Poemetti per Negrura.

  1. L’impressione è di una bellezza appunto non occidentale, non aristotelica, fatta di immagini transeunti pur intrise di profondo erotismo, ma connotate insieme da desiderio e da aporia di possesso, che si sciolgono nella morte, eros e tanatos. Resta vivida nella fantasia questa bellissima donna. Pure mi ha colpito “Fabula”, con quell’idea primordiale di paradiso perduto

    • Laura Canciani

      vorrei consigliare Ederle di lavorare di forbici su questi esercizi, di non aver paura di tagliare il di più e il già noto, di togliere tutte le locuzioni “narrative” che appesantiscono le composizioni; seguire l’indicazione di Michelangelo che la scultura (come la poesia) è l’arte del togliere. Il buon fabbro è colui che sa togliere e tagliare i rami secchi della significazione. Ederle potrebbe migliorare, e di molto, questi esercizi, se solo lo volesse, e se accettasse non solo i complimenti e le lusinghe (dati gratis et amore dei) ma anche le critiche. Troppe parafrasi, troppe perifrasi, troppi giri di parole e di frasi che allungano e stiracchiano il significato e appesantiscono la versificazione.

  2. Ennio Abate

    Non credo che convenga ad Éderle sforbiciare i suoi poemetti.
    La sua versificazione “narrativa” (ma anche meditativa) a me pare giustificata dall’adesione (direi, addirittura, innamoramento) al personaggio femminile di Negrura, allo stesso tempo centrale e sfuggente, concreta nella sua sensualità e tipizzato fino ad essere una replica odierna dell’eterno femminino.
    Non a caso il poemetto inizia quasi enunciando un titolo: «Storia d’una pelle nera / storia d’oscurità».
    E segue, insegue questa figura in spazi molteplici ( mitici e contemporanei). Ne tesse le lodi («il suo coraggio, la sua grande bontà»). Le si avvicina e si distanzia («non m’interesserò di Negrura, riposerò»). Non sopporta a volte le «braci nere» dei suoi occhi. Non la conosce mai davvero («Negrura, non so chi sei»). Le dà voce («Vi piaccio? / Lo so, ma non posso aprirle le cosce, /sono nata così, / così dovrò restare /fino alla fine dei secoli»).
    La fluidità dei versi a me pare davvero potente e adatta ad accompagnare le movenze sensuali sia della donna/dea e sia dell’immaginazione, che a quelle tenta di adattarsi. Di un “narratore-maschio occidentale”; e questo non è secondario.
    Nel finale «Degüello» mi è parso di vedere poi un dramma di grande attualità simbolica e politica. Nientemeno che una trasposizione in poesia di quel conflittuale rapporto con l’*altro* (in questo caso una figura femminile, proveniente dal Sudamerica o dall’Africa nera poco importa, personificazione di un mondo affascinante e temuto). Dramma qui risolto con la uccisione di questa donna/dea inafferrabile.
    Perché – mi sono chiesto – Éderle l’ha fatta morire, anzi giustiziare? E in nome di cosa e di chi agisce il boia? Chi sono quelli che «hanno deciso, hanno promulgato il foglio / della condanna»?
    Forse ci troviamo di fronte, espressa con parole piane e dolenti, a una profonda meditazione sullo “scontro di civiltà” di cui ha parlato su un piano strettamente politico Huntington. E la “nostra” aggressività occidentale, pur sapendo riconoscere e invaghirsi della bellezza che viene da un altrove, non sa resistere a catturarla e poi a eliminarla, giustificando la violenza con la sublime saggezza (occidentale e niente affatto universale): «Ma ogni cosa, specie se bella, è destinata a morire,/ mai si vorrebbe esprimere una tale verità, ma è così».
    (Solo che “noi” non ci limitiamo a lasciar morire le cose belle. Ne anticipiamo la morte uccidendole. Per continuare a dominare. Fino a quando?).

    • Laura Canciani

      @Ennio Abate
      io resto del parere che, a differenza che nel racconto o nel romanzo, quando si scrive una poesia non bisogna iniziare da un principio narrativo e poi proseguire su un registro narrativo; così facendo si scrive una poesia pseudo, cioé un racconto in prosa con degli a-capo. Infatti, se l’autore provasse ad abolire tutti gli a capo dei suoi “racconti” si renderebbe conto che funzionano anche in prosa, anzi, molto meglio in prosa. Proviamo:

      Storia d’una pelle nera, storia d’oscurità: semi aperte le palpebre o
      semi chiuse, storia di luce che ferisce chi la guarda, che lo traduce nell’aria che lo separa dagli occhi macchie luccicanti carboni accesi nel buio della loro sognante negrura e lo porta nella luminosità oscura, il suo torpore.

      Come si può notare, il raccontino fila liscio, anzi fila molto meglio senza gli inutili impedimenti degli a-capo. E questo perché? Perché gli a-capo nella poesia contemporanea sono ormai diventati gratuiti e liberi, così liberi che ci puoi andare quando vuoi. E invece se c’è una regola ferrea che non può essere in alcun modo smobilitata o cancellata in poesia è proprio l’a-capo: se c’è l’a-capo c’è pausa, c’è censura, c’è un rimando a un nuovo inizio. Se cade anceh questa catena di ferro, tanto vale scrivere in prosa. Quindi, Ederle scrive poesia come un manierista, come un letterato (colto) che mette sulla pagina delle cose chiamate poesia (che hanno l’aspetto della poesia) ma che non sono poesie perché (tra le altre cose) non rispettano l’unica regola aurea (io direi di ferro) che ancora rimangono per la poesia.
      E poi: la si smetta di fare in poesia dei raccontini! non si spacci al lettore dei raccontini per poesie! Bisogna essere onesti e scrivere poesie se vengono delle poesie e scrivere dei racconti se vengono in mente delle narrazioni. Il fatto è che in assenza di una critica seria di poesia tutto viene spacciato per poesia, tutti hanno la patente e quindi tutti possono guidare. È vero, questa è una regola cardine delle democrazie! Sì, ma pochissimi soltanto sono Niki Lauda!…

  3. Perplesso. Un po’ come con le canzoni di De André, che ascoltavo con religioso silenzio, pensando chissà se le avrei anche ballate. Ma qui si leggono le parole di qualcuno che decanta la bellezza di una donna, e di conflitti, ingiustizie mi pare, di una storia forse degna di Jordi, “hanno ammazzato Jordi con una corda d’oro”. C’è poco da ballare. Talvolta intraprende un buon ritmo, poi si ferma e descrive, riflette. Per i miei gusti è una poesia illustrativa, tant’è che riesco a vederla, Negrura, io che di ragazze di colore non ne so quasi niente.

    • Rodolfo Settimi

      non sono d’accordo con la Canciani, Arnaldo Ederle è un poeta maturo per lo Specchio Mondadori, è stato presente negli Almanacchi Mondadori, è stato prefato più volte da Cucchi, e adesso è maturo; forse gli manca ancora qualcosa, ma insomma, non andiamo per il sottile…

  4. Ennio Abate

    @ Lucio

    Ma perché una poesia o un poemetto devono indurre al ballo?
    Non mi pare indispensabile.

  5. emilia banfi

    Difficile entrare nell’eros in poesia. L’attrazione è strettamente legata al grado di eroticità dello scrittore. In questi versi c’è molta ricerca dell’eros e della forma , ottimi , ma manca un passo forse un salto-

  6. Mah! continuo a non capire. Da una parte c’è Laura che ci dice come “deve” essere fatta la poesia. E’ una pretesa non da poco, direi. C’è anche una lirica che racconta, credo. Altrimenti dovremmo cassare i poemi omerici e persino la Divina Commedia, che sono essenzialmente narrazioni, così come i poemi del Tasso o dell’Ariosto e forse qualche canto del Leipardi perché si sofferma sulla sua visione del mondo e descrive il vecchietto che va col suo fascio di legna sulle spalle (descrizione orribilmente lunga!). Peraltro Éderle usa il poemetto, che o fatto proprio per questo scopo. Laura ha ovviamente in mente un modello, che però è il suo e sul quale non ho nulla da eccepire. Il problema doivrebbe essere “cosa” si racconta e “come” si racconta. Sul “cosa” mi trovo d’accordo con Ennio e anzi aggiungo (ma è una mia personale interpretazione) che l’oggetto di questi poemetti è polisemico: è ilo rapporto con quello che ti affascina e che però in qualche modo temi e per questo ha anche una radice religiosa e mistica (il “fascinosum et tremendum” di Rudolf Otto). Potrebbe essere la storia di un rapporto con l’arte, con la poesia, con la filosofia, con la natura… Peraltro, Negrura (la protagonista della “storia” presunta) sta in tre poemetti: gli altri 7 sono altre cose, altri vissuti, altri sentimenti, ecc. e ognuno sta per sé.
    Chiamare “esercizi” queste composizioni, mi sembra quantomeno iungeneroso o piuttosto velenosamente squalificatorio: credo che a 75 anni sonati e dopo 47 anni dalla prima pubblicazione, dopo gli apprezzamendi di Raboni (che un pochino credo ci capisse di poesia) questa espressione vada cassata perché non ha senso. E’ come dire che la musica di Mozart è fragile perché non scrive serioso ed eroico come Beethoven.
    Rispetto al dire “ballata” ad esempio, no0n ho nulla da eccepire: cdredo infatti che queste cose potrebbero essere scritte in forma di ballata: ci sarebbe il materiale adatto. Il problema èp che l’autore non le ha sentite in questo modo e se c’è una certa “misicalità” in questi versi, deriva dal fatto che l’auitore ha una formazione musicale (ha studiato musica in gioventù). Il credo invece che il suo pounto di forza, stilisticamente, sia quello di usare una lingua discorsiva senza scadere nel tono, senza fare chiacchiere del più e del meno ma conservando sempre una tensione lirica evidente e una lingua viva e scattante a tratti e a tratti calma e tranquilla, in una sorta di chiaro-scuro sempre presente. Per trovare la matrice di riferimento per questo modo di scrivere, bisogna appunto tornare alla poesia medioevale, di cui Éderle è conoscitore e traduttore e che in qualche modo ha assorbito nello stile (lo si vedrà in una prossima raccolta, scritta prima di questa, che è un omaggio alla grande tradizione medioevale e al suo spirito multiforme, che va dalla poesia provenzale cortese e dallo stilnovismo fino alla scrittura paradossale di Rabelais e a quella vitalista di Villon.
    In ogni caso, la mia idea è che non vi sia un modo di scrivere poesia, ma per fortuna almeno mille. L’importante è quello che si dice e copme lo si dice. Mi pare che qui di contenuti ne abbiamo da ripensare, volendolo, per lungo tempo e mi pare che i numeri stilistici non manchino affatto.

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