Pietro Peli, Tre sonetti e una canzone disperata.

Foto:22.04.2002

Munch, Separazione

Amore, in un groviglio rovente

di cemento e di ferro, nel vapore

di un porto, quanto morente

non puoi sapere quale languore

ha l’assenza di un giorno. Se spente

le luci delle scale, incolore

la persiana filtra un passo indolente

tra la suola e le ultime ore

 

di un quarzo mattutino. Allora

fermerai cogli occhi un tremito

oltre i vetri ispessiti dal gelo:

 

Amore, in un giardino che sfiora

una morte, un fiore solo di stelo

raccoglie il silenzio di un gemito.

 

***

 

Null’altro, Amore, il crepitio

del fuoco offre questa corsa

che è finita. Non è più mio

il godere di stringere a morsa

 

di pace le mani bagnate.

È solitudine un raggio

di troppo giovane estate

tra gli ultimi panni di maggio.

 

La pagina è chiusa sul dito,

e stringe di vacuo dolore

le parole che ho sentito:

 

se non urlo è perché, Amore,

il correre per me

non è ancora finito.

 

***

 

Un grido di assassino, fu inverno

l’ultimo di un anno. Tu non c’eri

in una sala d’aspetto, dall’interno

di una grata di pioggia, non c’eri

 

tra le dunette sporche d’ inferno

di una spiaggia di calcare. Pensieri

segnati su pagine di quaderno,

eri lì… Rimasta chiusa tra i neri

 

versanti di un passato che schiuma

tempesta. Amore, perché mormora

tra la morte e l’oggi che consuma…

 

Come accade, Amore, ancora

come fosse una pistola che fuma,

tra i rami gialli, il grigio si colora

 

 

***

 IN OGNI SECONDO VUOTO

Risento quel respiro che appariva vanità,

un turbinoso dire: ti sento.

Nessuno ha più capito

come ci si appartiene

fibra a fibra del NOI

filo a filo del QUI.

La tentazione è lasciare ad altri

il significato, prima che questo

sia capace di travolgerci.

La delega ha spuntato

una croce pesante sulle voci:

nulla riserva e preserva

alla terra che si incunea

in frane prima imprevedibili

prima di un sospiro

ora presso di un volgersi

indietro

incauto.

 

In ogni secondo vuoto

c’è un mistero che è il tempo:

un dittatore

dalla magnanima parola

una spada che separa.

 

I nodi

stanno tutti in fila al posto

pronti a indurirsi

a chiudersi in cerchio:

il clangore

degli zoccoli

ha cessato di rovinare

il passo.

Tra una pagina e l’altra

ogni segno di interpunzione

è fine: in ogni gorgo

la sospensione

riguarda una chiamata

precisa

agli abitudinari giochi,

alle protezioni.

 

II

 

Egli sempre a finire

ci metteva un tempo

che non era finito:

era il capolavoro

da cui si ha paura

di separarsi.

Lei di cuore

cercava di separare

come sulle punte

delle foglie il carciofo

ogni infima goccia

di un mare colore del sale

della livida schiuma.

 

 

Come per bloccare

le macchine

«pari ferma tutta!»

l’elica segue

la sua inerzia di spirale

come vive quest’asse

scampata al fortunale

la continuità del trascinarsi

per il concerto marino

insindacabile, inesorabile.

 

Come chiede la vita

un riparo

un buio corrisposto

dal ritrovarsi segreto

un apiario

non cela i posti rimasti;

tra l’opaca cera, il greto

in cui cadere

per rifarsi acqua

non ha posto.

 

III

 

Quando spesso una mano

sparisce sotto lo smeraldo

sporco del flutto,

questo è il tempo

che mi sono vantato

di buttare

se caldo un chiodo

ha una testa smussata.

 

Fino alla fine

ho sentito lo sciacquio

di animale marino:

da ultimo il placido

incupirsi del fosso di nubi

non fa paura.

 

Se ribolle per una spira

di vento il fuoco

ogni pupilla

ne inspira più secca aria

il fioco resistere

 

 

 

 

 

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2 commenti

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2 risposte a “Pietro Peli, Tre sonetti e una canzone disperata.

  1. emilia banfi

    La musica che raccoglie disperazione e poesia non si stanca mai di aiutare le parole ad essere ciò che vogliono essere :l’espressione alta di un vero poeta.

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