Giuseppina Di Leo, Le ragazze delle confezioni.

operaie 1

Odiavo il lavoro delle ragazze delle confezioni

centinaia ne arrivavano al mattino e sostavano davanti alle porte

poi nei locali ad azionare i macchinari: cucitrici e tagliacuci

si passavano l’un l’altra il pezzo di stoffa

tagliare, imbastire,  ricamare,

il pezzo sarebbe diventato jeans maglietta sottana,

ridevano fra loro le ragazze delle confezioni

le conoscevo poco le amiche di mia sorella, io.

Se ridevano era per questo o quel ragazzo

per la storia intricata di un amore

non c’era posto per parlarne

a centinaia arrivavano sotto casa

la strada sconfinava di sorrisi.

*

Ragazzetti in motorino sfrecciavano

approcciando mani e baci nel sud delle voglie

li vedevi poi armeggiare a sagomare scatoloni

grandi quanto una casa vuota poi pesanti di prodotto finito

o con grosse balle di stoffe colorate

e che balle!

le ragazze tutte dentro e silenziose

il cicaleccio ora era quello delle macchine.

*

Di quel tempo non rimane niente oggi

i più fortunati tra gli imprenditori sono all’Est,

Bulgaria, Romania, Iugoslavia, o chissà dove

qualcuno è pure morto giovane

– la birra! – diceva mia madre, fin dal mattino.

*

La caposquadra era sempre arcigna brutta e zitella

non se la filava mai nessuno, le  ragazze la evitavano

ma lei sapeva di tutte tutto

e le ragazze ridevano già di lei:

in fondo un decennio ancora

e poi quella storia sarebbe finita.

*

Ci mettono le auto in quei locali ora

nemmeno negozi ci sono più nella via

il fitto è troppo caro.

Le confezioni: chi ci ha saputo fare s’è fatto ricco!

C’è da crederci, da mille a tremila lire a settimana

per dodici ore al giorno e vene varicose già accreditate.

*

Quando arrivava la caposquadra le ragazze

smettevano le risa.

Era il tempo delle massaie che battevano i tappeti

alle finestre, ricorda mia madre;

lei dice di aver notato un cambiamento

da questo particolare perché nessuna vicina

o dirimpettaia spalanca più la finestra al mattino;

con la scusa del tappeto si guardava, si commentava

di questo, di quello, del bello come del brutto tempo

del fattaccio e del fatterello e c’era chi, per ascoltare

rischiava di finire oltre la ringhiera

e tra le grida qualcuna ogni tanto cadeva veramente.

Diverso è adesso

le finestre restano chiuse

fino al venerdì.

*

Mille lire mi diedero per una settimana

di lavoro in confezione

ne ebbi rabbia, al punto che ne parlai con la titolare

qualcuna, esterrefatta,

ma guardala, l’ultima arrivata!

Le altre ragazze però erano d’accordo con me per protestare

così, tredici anni appena,

l’affrontai la controparte

quella, ingioiellata e bionda, mi fece accomodare

truccata come una madonna mi fece accomodare.

Non preoccuparti, mi disse,  che presto

avrai l’aumento; ma io, la tredicenne

non tanto per la mille ero amareggiata

ma che un’altra assunta con me lo stesso giorno

più adulta però

aveva ricevuto non mille bensì tremila lire.

La signora fu di parola

la settimana successiva

mantenne la promessa

pagò me tredicenne

mille e duecento lire.

Ghiaccioli mi comprai sulla spiaggia a mare.

*

Tovarish, Berta filava

e alle incursioni dei controllori era il fuggi fuggi

nascondetevi presto e quanta più roba

metteteci sopra a quegli scatoloni.

Altro che cortei, altro che sfilate

“IN BASSO”, appiattite

al Sud non in molte restammo.

 

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9 commenti

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9 risposte a “Giuseppina Di Leo, Le ragazze delle confezioni.

  1. A me viene amore per le donne, che già mi piacciono, ma quando ti fanno entrare nelle loro storie, così, allora le trovo ancora più belle. Anche perché le sento vicine nelle fatiche, qui accanto, solidali nelle ingiustizie e complici nella gioia come nessun altro.
    Trovo che queste poesie di Giuseppina Di Leo abbiano molti pregi: non lasciano scolorire i ricordi, li immettono nel presente come per trasformarlo, ripulirlo, dargli un significato profondo, vero, comprensibile e condivisibile. La poesia si fa prosa brevissima, sorprendente e appuntita come freccia che Giuseppina scaglia con assoluta precisione. Complimenti.

  2. emilia banfi

    Quanto mi piace Giuseppina! Una realtà che mi fa sentire complice , una poesia di un quotidiano che ti dà , dentro il reale, quella vita che con un linguaggio chiaro va a scovare tutte le sfaccettature che creano una poesia niente affatto semplice e molto efficace. Complimenti

  3. Giuseppina Di Leo

    @ Lucio, bentornato!
    Grazie per i vostri commenti cari Lucio e Emy.
    Questa lunga poesia è un frutto che chiamerei spontaneo, perché nata di getto, nonostante narri di una realtà risalente alla prima metà degli anni ’70. La spinta iniziale è nata dalla lettura del lavoro di Ennio “Per una poesia esodante. Sulla ex-piccola borghesia o ceto medio in poesia”, come una sollecitazione a far emergere un vissuto che mi tenevo dentro. Ma il motivo principale da cui è scaturita la poesia non è tanto legato alla mia esperienza lavorativa in quel settore, peraltro brevissima (dieci giorni appena), quanto il “dovere” avvertito in me di parlare di quelle ragazze e di una condizione lavorativa subordinante e ai limiti dello sfruttamento. Ho pensato fosse doveroso, proprio alla luce della mia esperienza, restituire loro la dignità che meritano. Ringrazio Ennio per questo risultato.

  4. Maria Maddalena Monti

    Grazie a Giuseppina Di Leo per questa poesia che richiama una realtà che conosco bene,anche se probabilmente in un ambiente lontano dal suo.
    La rievocazione del passato abbastanza vicino avviene senza compiacimenti, i pensieri sono suggeriti da fatti e riferimenti concreti e la parte più interessante è lo scivolamento sull’oggi ancora più duro dell’ieri.
    Maria Maddalena Monti

    • Giorgio Linguaglossa

      mi piace in particolar modo il «realismo» della memoria di Giuseppina Di Leo, il suo ritorno all’indietro per recuperare una memoria stilistica fatta di pezzi di prosa, la poesia come assemblaggio di pezzi di prosa. La «prosa del mondo» e «l’età della prosa» di Hegel trovano qui una eccellente esemplificazione. La condizione del lavoro delle ragazze operaie come condizione spirituale e ideologica di una classe già subalterna. Mi piace la poesia del «realismo» di Di Leo che è una interpellanza sulla «verità» delle cose, che possono essere dette e raccontate soltanto con questo stile da prosa di un mondo prosastico e chiesastico quando ancora c’erano la DC e il PCI, il cortile della sagrestia e la stanza angusta delle sezioni del PCI. In filigrana, tutto un mondo finito del triturame della storia, ridotto in frantumi. È una poesia dove non ci senti l’odore di banconote fruscianti che stanno in tasca alle anime «dannate» che guardano con compiacimento allo specchio i riverberi e i riboboli delle proprie compulsioni interiori. Perché insomma, diciamocelo con franchezza, dietro l’apparenza delle schermaglie d’amor e di spirto guerrier, quante banconote ci sono?, chi ti paga l’affitto a fine mese, quanti euro prelevi al mese allo sportello del bancomat?, quali sono le tue rendite? – c’è una corrispondenza tra lo stile e il proprio patrimonio?

  5. Giuseppina Di Leo

    @ Maria Maddalena Monti e Giorgio Linguaglossa
    La realtà narrata – come giustamente evidenziate entrambi – è quella di un comune pugliese di medie dimensioni, un paese che per tanti aspetti (cancellazione delle unità edilizie del passato, come chiostri e cortili intorno ai quali crescevano le abitazioni, sostituite da palazzoni) è ormai irrisconoscibile per chi ci vive. Quello delle confezioni è stato un periodo ‘d’oro’ per molti imprenditori, molti dei quali si sono arricchiti grazie alla mancanza di regole, o ignorando quelle che negli anni ’70 pure c’erano. L’aspetto economico della questione è rilevante – dice bene Linguaglossa. Penso che si sia persa un’occasione unica: offrire lavoro e far crescere l’economia locale, due aspetti, questi, che sono stati traditi dall’affarismo di pochi. Le lavoratrici delle confezioni hanno pagato lo scotto delle logiche individualistiche di quei signori senza ricavarne alcun beneficio. Molte di quelle ‘ragazze’ hanno scelto infatti la strada dell’emigrazione verso il fatidico nord.

  6. Ennio Abate

    ” C’è una corrispondenza tra lo stile e il proprio patrimonio?” (Linguaglossa)
    C’è. Ma attenzione al meccanicismo. Non è automatico che chi appartiene alle classi subordinate o vive solo di salari o pensioni (minime, basse, appena sufficienti) – e si tratta come dicono gli studi della stragrande maggioranza degli italiani (di noi; e lo stesso vale in tutti gli altri paesi occidentali) – pensi “realisticamente” o adotti, quando parla di faccende esistenziali, uno “stile realistico”. Trascureremmo che la subordinazione è anche culturale, è anche quella dell’immaginario. Per cui si vivono amori, lutti, rapporti sociali e politici secondo gli schemi forniti dalla TV e in generale dalla “società dello spettacolo”. L’illusione di Pasolini di un proletariato e sottoproletariato più sano delle classi borghesi è crollata davanti ai suoi stessi occhi come un simulacro di cartapesta. e perciò direi che al “realismo” bisogna guardare con simpatia, ma senza nostalgia, consapevoli che fu uno *stil novo* solo “quando ancora c’erano la DC e il PCI, il cortile della sagrestia e la stanza angusta delle sezioni del PCI” (Linguaglossa). E anche se volessimo riprendere quella strada, perché ci dice delle “cose vere” (del passato), non ci dice/non ci può dire le “cose vere” del presente.
    Interessante da leggere in merito *Il realismo impossibile* di W. Siti (gransasso nottetempo, Roma 2013).

  7. Giuseppina Di Leo

    Tentare di ricomporre oggi il cadavere degli anni ’70 è un’impresa improponibile non solo perché ‘abbiamo dimenticato’ i meccanismi ‘culturali’ che muovevano quelle realtà subordinate, che erano numerose in vari ambiti almeno quante ce ne sono oggi negli stessi settori di pubblico e privato. Ma spiegare il presente – cosa difficilissima, concordo con Ennio – alla luce del passato pur recente è altrettanto impossibile per i risvolti che la storia di ognuno contiene in sé. Non c’è neppure nostalgia – una parola che personalmente non amo. Rabbia, quella sì.

  8. Rita Simonitto

    da Rita Simonitto
    G. Linguaglossa: *mi piace in particolar modo il «realismo» della memoria di Giuseppina Di Leo, il suo ritorno all’indietro per recuperare una memoria stilistica fatta di pezzi di prosa, la poesia come assemblaggio di pezzi di prosa.*
    G. Di Leo: *Ma spiegare il presente – cosa difficilissima, concordo con Ennio – alla luce del passato pur recente è altrettanto impossibile per i risvolti che la storia di ognuno contiene in sé. *
    I movimenti della conoscenza sono complessi nella misura che noi conosciamo ‘post festum’ (K. Marx, cito a braccio: * E’ dall’anatomia dell’uomo che comprendiamo meglio l’anatomia della scimmia*).
    Per questo è importante, alla luce dell’oggi, entrare in contatto con la realtà di cui ci parla G. Di Leo e della quale, allora, non avevamo una adeguata percezione.
    R.S.

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