SEGNALAZIONE. Ennio Abate, La Pòlis che non c’è.

La polis che non c'è copertina

La pòlis che non c’è di Ennio Abate sembra partire proprio da questo presupposto: ossia la necessità di «[ri-]raccontare altrimenti gli avvenimenti fondatori» dell’odierna società italiana, intrecciando vicende personali e storia collettiva, in un groviglio mai districabile.

Le date entro cui sono state stati scritti questi straccetti rovelli artigliate sono quanto mai esemplificative: 2012, cioè l’oggi, per quanto concerne il termine ultimo; il 1978, naturalmente scelto «per ragioni non solo biografiche» (dalla Nota dell’Autore), il punto di partenza. È nel ’78 del resto che il Rapimento di Aldo Moro dà avvio da un lato alla marginalizzazione delle voci critiche (già il 16 marzo, scrive Abate, «noi zitti in piazza / mentre De Carlini vaneggia / infilando in trinità / Matteotti Togliatti e Moro») e alla correlata speranza di riscatto sociale degli ultimi, e dall’altro all’istituzione, nei suoi tratti fondamentali, di un nuovo stato repubblicano italiano: «a milioni siamo condotti all’ovvio repubblicano / a contemplare il miracolo / detto “straordinario sussulto democratico” che / BR permettendo / salderebbe “Paese reale e Paese legale”». Sicché il 1978 diventa l’anno fondatore, e il rapimento Moro l’evento in seguito al quale lo stato dei vincitori, quelli che partecipano «al saccheggio della ricchezza esistente» (Oh, che bel rifiuto del lavoro Madame Dorè!), si impone, appianando le contraddizioni in una tonda, ovattata e morbida armonia sociale e culturale.

Sia detto subito. Quella di Ennio Abate non è una poesia impegnata, se per “impegno” intendiamo una presa di posizione ideologica facilmente codificabile con formule a portata di mano (lo stesso autore avverte che queste «non sono poesie che mi sento di definire, come si suol dire, civile o politiche», Nota dell’Autore); e non lo è nemmeno se si cerca in essa la difesa “degli umili e degli oppressi”, secondo una retorica che vorrebbe far raccontare la storia non più solo con il sangue dei vinti, ma anche con le loro parole. Nulla di tutto questo. Quella di Abate è una poesia impegnata, e aggiungerei “politica e civile”, perché riflette e punta l’indice sui nodi irrisolti, che non riguardano solo chi è più in basso (semmai costoro sono coloro che pagano di più), ma il concetto di stesso di comunità e di identità collettiva: la pòlis appunto. [Massimiliano Tortora]

Benni falsifica Ginsberg falsificato  da eccetera

Oh, begli alberi di pere che senza radici

date foglie e frutti simil-veri

per placare una nuova strana fame.

Oh, odorosi alberi del barone di Münchausen,

adoremus!

Fiabetta dei bisogni

Nel seminterrato (che sfarfallio in basso!)

stanno loro, i bisogni  ancora bisognosi:

ronzii balbettii sfrigolii sbriciolii,

l’occhio qua, la bocca in quella,

orecchio insintonizzato, setta, risetta,

comunicazione scomunicata,

sconcerto sessuale, frenesia cessuale,

lavabondaggio ideologico.

Dal primo in su

abitano i politici bisogni,

ben locati lustrati ricalcati smorzati.

Poi chi è che piomba giù?

Poi chi è che fionda su?

Attutiti a poliziotti,

sperperati o delirati

restan sopra senza sotto,

restan sotto senza il sopra

dei bisogni concettosi.

E per i bisogni veri?

Ghetti carceri e cimiteri.

L’albero

Non fate morire quell’albero gramo

che nella mente matura ribelli semi vermigli.

Ambascia ci porta, ma insieme pensieri

tolti alla morte. E carezze al futuro.

L’ombra di lui mitoleggia nel tutto del mondo

e palpita in brio in brina al buio, fra lugubri tonfi d’eventi.

O sta nel bianco solitario slimitato potato dal logico gioco.

La sua radice non dice più a che ramo conduce

ma, solo per lui, puliti miti oscuri nostri gemelli

ancora vanno, operosi su incerti sentieri;

e accendono luci tutto tatto nelle celle cupe della sera

dove ondula, austera, minacciosa, la biblica mela.

Lo scriba, arrestato da immoti dolosi discorsi

descrive a stento un suo calco, che subito stinge.

L’albero gli sfugge in traballanti visioni

freme negli scarabocchi, sviene in canti alti;

né nenia l’intrattiene. Per terra finito,

sotterra, lui pure interrato, sotto messo

da morte, atterrito, vien dato da molti,

che  volentieri o furenti colmano per finta

la poderosa fossa da lui ereditata

di gioie più prossime, minuscoli affetti

e stenti sentimenti senza sementi.

Ma l’albero svetta là, sulla strada dimenticata.

Orrido non è. Alle belle onde non cede.

Non gocciola spiccioli d’imposti doveri.

Dà dolore vero. Poiché innalza il conflitto

sconfitto, scorcia il nostro sgomento

e fermo a quello lo ritorce.

(2002)

Cronaca di performer

In Tunisia molti in piazza.

«Il capo dello Stato tunisino, Ben Ali,

è un ex ufficiale di polizia; e a quanto pare

sua moglie, Leila Trabelsi, che gioca

un ruolo importante nell´ombra,

ha un passato di parrucchiera»:

oggi  Ben Jelloun su «La Repubblica».

E aggiunge: «Tutto funziona secondo

la sua volontà: il commercio estero

è prospero, i turisti affluiscono in massa».

Ma «il 17 dicembre [noi qui preparativi

per natale e capodanno] «un ambulante

ventiseienne[1] si è cosparso di benzina

per immolarsi sulla pubblica piazza

di Sidi Bouzid, una cittadina nella zona

centrale del Paese».

In questo blog[2] qualcuno s’è chiesto:

« Come giudicare l’opera-performance

di Marina Abramovic che si fa colpire

con schiaffi e altro dagli spettatori?».

Aggiungiamo un’altra domanda:

E come la performance dell’ambulante

tunisino o dei «poliziotti [che]

avevano confiscato arbitrariamente

la sua carretta di frutta e verdura»?

In Tunisia molti in piazza:

«quattro i morti: due suicidi

e due manifestanti uccisi
da colpi di arma da fuoco».

Qui moltinpoesia e moltintelevisione.

(9  gennaio 2011)


[1]                 Mohammad Buazizi.

[2]              Il blog del Laboratorio Moltinpoesia (http://moltinpoesia.blogspot.it)

* ISBN 978-88-897224-79-2

Edizioni CFR – 2012 – pp. 104, € 12,00    (- 20% dal sito per ordini di almeno 20 € complessive)

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10 commenti

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10 risposte a “SEGNALAZIONE. Ennio Abate, La Pòlis che non c’è.

  1. emilia banfi

    Grazie ad Ennio Abate per questi suoi scritti nei quali io sento molta poesia soprattutto in “L’Albero”. La sua fatica, la sua denuncia, il suo impegno in questo libro sono davvero mirabili, ma il gioiello da tenere nello scaffale dei libri più belli , ma soprattutto nel mio cuore è “IMMIGRATORIO” –

  2. Luciano Nota

    Ennio Abate è un pregevole esempio di una poesia impegnata, terrena, materiale.Accanto alla frenetica ricerca del ritmo, della rima, dell’assonanza e dell’allitterazione, si muove una ricerca ben più importante e imponente; la ricerca del cuore, del battito essenziale, dell’umanità più autentica.

  3. leopoldo2013

    “Scordato strumento , cuore ” , scriveva un Tale seppur frenato dal disincanto nichilista che sappiamo . Ce ne siamo ricordati leggendo questo libro , dove la febbre del cuore è colore , dramma , favola .
    leopoldo attolico –

  4. Non vorrei deludere Luciano e Leopoldo ma pensavo davvero che “Cuore”, quello di De Amicis, l’avessi “scordato” ( nei due sensi…).
    Ritrovarmelo, come voi dite, febbricitante o col “battito essenziale” un po’ mi preoccupa e un po’ mi fa sorridere.

    • leopoldo2013

      De Amicis era l’enfatizzazione / esasperazione del sentimento . Quello che tu esprimi è “scabro ed essenziale” ( sempre per dirla con Montale ) . Su questo nessuno di noi ha dubbi , credo . Quindi sei assolto con formula piena ( sic ! ) .
      leopoldo attolico –

    • Luciano Nota

      Carissimo, non devi nè preoccuparti nè sorridere, ma riaprire. Apparentemente scordi che i ghetti e i cimiteri, i peri e “i sentimenti senza sementi” scuotono i muscoli, i tessuti, il muscolo, il pre-parato.

  5. Rita Simonitto

    Alla latitanza del senso di “Polis” che contraddistingue l’odierna società, questo piccolo poema (sì, lo chiamerei tale) di Ennio cerca di contrapporsi con una sua/nostra Pòlis che emerge, per dolorosa sottrazione, dai frammenti di esperienze individuali e collettive che vengono presentate al lettore.
    C’è una coralità interiore che dà tessitura a brani che sembrano dispersi tra storie personali (*Faccio poesia perché*) e plurali (*Ma caparbi nei nostri io-noi viaggiamo…* – *Come migranti africani su un camion/che nel deserto s’avviano appollaiati/…*) uniti ad eventi storici (*1986 Chernobyl* – *Kosovo* e altri).
    E’ una Pòlis che pure “c’è” ed è viva nei suoi strappi, perdite ma anche nei toni delicatamente melanconici (*Tutto ora è dimenticato./E gemono nell’umido delle cantine/i volumi con intere pagine sottolineate* – *Pioggia sulla città./ E se durasse mesi/ininterrottamente?/*).
    Il suo canto prorompe, indomito e ‘rupestre’ come ben rappresenta l’immagine di copertina.
    Anche lo stile di scrittura ricalca questi tratti, il che lo rende estremamente ‘personale’ e difficilmente imitabile.
    R.S.

  6. Giorgio Linguaglossa

    come Leila Trabelsi, «moglie del capo dello stato tunisino Ben Alì», «ha un passato da arruchiera», anche l’imperatrice Teodora, moglie di Giustiniano, aveva un passato di prostituta nella città bassa di Costantinopoli. Ennio Abate è il cantore della città incendiata, della Costantinopoli, della «polis che non c’è», lui «figlio di un carabiniere e d’una casalinga / sarta e ricamatrice da giovane / poteva imbattersi in cose / dai maestri chiamate poesie». Scrive Abate:

    Mi sono strappato
    dalla gialla casa mediterranea
    dagli aranceti
    dai passeri
    dalle primavere
    e volenteroso e incauto apprendista
    ho iniziato a Milano
    un particolare immigratorio
    in uno dei tanti bidoni metropolitani.

    Abate fa una poesia «esodante», come lui la chiama, che vuole andare al di là degli argini, di ciò che il comune concetto della maggioranza e della minoranza intende per «poesia». Poesia come esodo, esilio da una patria che non c’è, da una dimora che non c’è più (da notare qui l’ironico antiheideggerismo del marxista Abate); poesia come radicamento di chi è stato sradicato, come radice nuova che sostituisce quella vecchia (sradicata), poesia come arma di combattimento contro le false idee, i falsi idoli della poesia della restaurazione. Poesia politica dunque, che vuole farsi capire, senza sotterfugi né tentennamenti; che cerca la letteralità, letteralizzata in quanto povera e priva di retorismi e di retoriche. L’unica musica che si concede Abate è quella di sottofondo, che scorre sotto le parole e le inquina e le intorbida. Per questo la sua è una lezione di chiarezza quasi didascalica: nella misura in cui ogni poesia che cerca il suo interlocutore concreto tende a diventare didascalica, priva di cineserie e di metaforismi, come gli hanno insegnato i poeti da lui preferiti Fortini e Brecht. Che senza dubbio sono anche miei. Ma qui le nostre idee divergono, Abate va per una poesia che racconti e si sporchi le mani con i commenti alla cronaca politica di tutti i giorni; io vado per una poesia che fa la traduzione in altra lingua della cronaca e del commento. Tutto sommato credo che le nostre rispettive idee sulla poesia siano poi del tutto speculari (anche se agli antipodi), contraddittorie nel senso che si contraddicono a vicenda e che a vicenda si arricchiscono. Considero Abate uno dei più importanti poeti in circolazione, anche e soprattutto per le sue convinzioni così diverse dalle mie. Ma la storia è fatta di contraddizioni e di diversità, tutto sta nel riconoscerle e di trarre arricchimento da tali diversità. Scrive Abate con sardonica ironia: «chi va dietro a zoppi / come Dante, Leopardi, Pavese e tanti altri / impara a ben zoppicare». È appunto quel passo claudicante di Abate che mi piace nelle sue poesie, quel suo osceno zoppicare in mezzo ai salamelecchi e alle ipocrisie dei suoi contemporanei, quella sua ritrosia così ricca di rispetto per i «compagni» di viaggio, sia pure di un viaggio all’inferno.

  7. emilia banfi

    Vero Linguaglossa! Ma è il paradiso che ha bisogno di quel diavolo di Ennio!

  8. antonio sagredo

    a leopoldo 2013-
    caro De Amicis trovi il nesso tra questo autore e Majakovskij: ma non usi il computer!
    a.s.

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