Michele Arcangelo Firinu, Poesie.

Vincenzo Vela, Vittime del lavoro (1883)

Vincenzo Vela, Vittime del lavoro (1883)

VOLANO ANGELI

Ai caduti sul lavoro, moltitudine;

All’Osservatorio di Bologna sulle morti sul lavoro in Italia, morti bianche, infortuni

                                                                                          mortali sul lavoro, che di tale moltitudine tiene conto e  memoria

Come volano gli angeli

che volano,

che volano dai tetti,

che volano e non hanno ali,

che sfidano i marciapiedi incatramati.

Come volano gli angeli

quando li sprecano, non li proteggono;

come volano gli angeli dai palchetti

e non hanno ali,

non hanno freni si sfracellano

nei cortili dei cantieri desolati.

Come volano gli angeli

nei cieli delle fiamme torinesi:

l’ala di fuoco, la mano di dio

li ghermisce,

li solleva,

li sbatacchia,

li sublima

nell’ordalia della linea cinque

degli altiforni della ThyssenKrupp.1

Come non volano gli angeli,

come non volano:

s’addormono dentro la Saras,

s’infettano dentro quell’amnios,

dentro quell’utero metallo-chimico,

nella bestemmia di desolforazione

al Mildhydrocracking 1;

come non volano quando s’accasciano,

sono tre e restano gli orfani: tre

in un amen.2

Oh, come volano, saettano gli angeli,

in un tempo molle che gli s’affloscia

sopra la testa dentro lo schianto

del capannone; com’è volato

nella buriana quell’angelo sfranto

a Tortolì.3

Come volano gli angeli che volano

dentro le tute,

che gli s’inzuppano del loro sangue;

sono alle macchine, sono alle isole,

quando s’impigliano alle catene

e gli ingranaggi coi loro sorrisi

di acciai dentati

bene li masticano,

bene li mangiano,

bene li sputano,

bene li vomitano.

Volano pezzi, falangi

di angeli; volano mani,

decollano gambe,

saettano braccia:

quanto sarebbe vasto

il campo non-santo

delle tombe degli arti?

Sprizza il sangue degli angeli bastardi,

annaffia campi e hangar, nutre

pance di macchine ebbre.

Come volano gli angeli migratori:

mettono ali ai loro pensieri

sciolgono vele ai desideri;

per un pane sfidano il mare;

angeli belli, angeli neri,

nessuno li vuole coi loro fuscelli;

volano dentro l’azzurra voliera,

non trovano pane, bevono sale,

saziano pesci, saziano squali

in quella liquida profondità.

Oh, come volano gli angeli delle riserve

che non lavorano,

che non li vogliono,

che non li pagano,

che non consumano,

che non dimorano,

che non si lavano,

che mal si vestono,

che molto tanfano;

nei marciapiedi dormono,

nei marciapiedi siedono,

nei marciapiedi questuano,

nelle panchine ubriacano,

e negli inverni ghiacciano,

di quando in quando bruciano

e nelle fiamme crepitano

e nelle fiamme strepitano

e nelle fiamme crepano

e negli inferni involano.

Com’è silente nel gelo il volo

degli angioletti di carbone e cenere:4

bruciavano stracci imbevuti nell’alcol

nella baracca, per riscaldarsi.

Volano nell’ombra del cupolone

nel cielo arrossato dalla nostra vergogna,

in questa gogna grassa, la Roma empia,

che ha eletto l’oro come cuore di dio.

Com’è volato l’angelo Ion5

messo al servizio di un bel rottweiler,

Mema il romeno, placido e docile,

metteva il cane alla catena;

ma un giorno quel cane si è rivoltato

e ha messo l’uomo alla catena;

come volava la testa di Ion:

correva il cane figlio d’un cane,

giocava nel prato e beveva quel sangue.

Non vide il Natale mentre volava

la testa spiccata dell’angelo Ion.

Oh, come volano gli angeli

che nei tralicci salgono,

che ci lavorano,

che vi si folgorano,

che vi si bruciano,

che vi si cuociono,

che poi li calano,

che poi li interrano,

che poi gli mancano,

che li ripiangono nei Ferragosti,

dentro gli odori dei loro arrosti.6

Come volteggiano,

quanti ne volano

e non manca giorno,

in ogni refolo,

in ogni angolo,

in ogni spasimo,

anno per anno, in ogni mondo:

come in battaglia in una tonnara,

come in mattanza a Little Bighorn7!

Volarono angeli di argenti, ori,

zinco, silicio, quarzo, azzurrite;

volarono angeli a Monteponi

a Trubba Niedda, Perda Majori,

al Salto di Quirra di Gerrei,

a Monte Pisano8 e un battaglione

nelle budelle di carbone;

erano tanti a Marcinelle9:

ci fu un boato, li tirarono su,

avevano ali di grisù.

Oh come volano,

volano gli angeli,

e come folano,

come s’affollano

dentro i silenzi,

dentro l’oblio,

privi di un angelo,

privi di un dio.

Roma, 28.12.10 – 16.03.2012

1    Nella notte tra  il 5 e il 6 dicembre 2007 sette operai della TyssenKrupp di Torino vengono investiti da una fuoriuscita di olio bollente in pressione che prende fuoco. Sette operai muoiono nel giro di un mese: Antonio Schiavone, 36 anni; Roberto Scola, 32 anni; Angelo Laurino, 43 anni; Bruno Santino, 26 anni; Rocco Marzo, 54 anni; Rosario Rodinò, 26 anni; Giuseppe Demani, 26 anni. Un altro lavoratore, Antonio Boccuzzi, resta ferito in maniera non grave. Diventa parlamentare del PD ed è un testimone chiave al processo.

La testimonianza del superstite:
“Alla ripresa è stato chiamato a testimoniare Antonio Boccuzzi, unico superstite del rogo alla Thyssenkrupp di Torino e oggi parlamentare del Pd. Secondo la testimonianza di Boccuzzi l’incendio era partito come un piccolo focolaio che poi diventò un vero e proprio rogo nell’arco di pochissimo tempo: «Ricordo che all’inizio – racconta Boccuzzi – si trattava di un incendio molto piccolo che si sviluppava proprio sotto la macchina spianatrice, sul pavimento che, come accadeva normalmente, era intriso di olio che perdevano i rotoli di acciaio nel passaggio. Provai a usare il mio estintore che risultò essere praticamente vuoto. A questo punto – continua – l’incendio raggiunse la carpenteria e io andai con Angelo Laurino e Bruno Santino a recuperare una manichetta per spegnere il fuoco. Tirai su la testa e in quel momento ci fu un’esplosione sorda, un boato non molto forte che mi fece venire in mente il rumore che fa una caldaia a gas quando si accende. Le fiamme a qual punto diventarono enormi: sembravano una grossa mano di fuoco, un’onda anomala che ricadde sui ragazzi e li inghiottì». ( http://www.legamidacciaio.it/Speciale%20Processo.htm )

2    26 maggio 2009. “Sono morti in tre nella grande raffineria Saras della Sardegna. Il primo è caduto nel serbatoio intossicato dall’azoto; gli altri due perché volevano salvare il compagno. Dovevano pulire un serbatoio dell’impianto di desolforazione. I vapori letali non gli hanno lasciato scampo. Bruno Muntoni, 52 anni, sposato e padre di tre figli; Daniele Melis, 26 anni, e Pierluigi Solinas, di 27, erano di Villa San Pietro, paese a 30 chilometri da Cagliari e pochi chilometri dagli impianti della Saras.” (da: Repubblica.it)

3    Daniele Floris, 20 anni, operaio di Villagrande, muore il 22.12.10 all’ospedale San Francesco di Nuoro. Il giorno prima era precipitato con tre colleghi di lavoro dal tetto di un capannone nella zona industriale di Arbatax.
“ Restano gravissime anche le condizioni di Andrea Pinna, 24 anni, di Tortolì, ricoverato in prognosi riservata nel reparto di Rianimazione dell’ospedale di Lanusei. Ha subito forti traumi e la perforazione bilaterale di un polmone. Lesioni toraciche gravi ha riportato anche Ambrogio Rubiu, di 24 di Lotzorai. Anche per lui i medici non hanno sciolto la prognosi. Non corre pericolo di vita, invece, Giovanni Chillotti, 21 anni, di Ulassai.
I giovani ogliastrini lavoravano per una ditta d’appalto lombarda – assunti da due giorni attraverso un’agenzia interinale cagliaritana – e sono rimasti vittime di un incidente nel cantiere nautico Abbate di Tortolì. Sono precipitati da un’altezza di circa 12 metri a causa del cedimento del tetto di onduline di un capannone sopra al quale stavano posizionando dei pannelli fotovoltaici. Le indagini avviate dai carabinieri di Tortolì e della compagnia di Lanusei dovranno chiarire la dinamica esatta dell’infortunio, mentre gli ispettori dello Spresal della Asl di Lanusei dovranno accertare eventuali violazioni delle norme di sicurezza nel cantiere.
Erano in sei ieri sul tetto del capannone quando, intorno alle 11,30, si è improvvisamente aperto uno squarcio, forse a causa del peso eccessivo mal sopportato dalla copertura di onduline, e in quattro sono precipitati al suolo. Due sono riusciti ad aggrapparsi a una sporgenza e si sono salvati. Per gli altri, Daniele Floris, 20 anni di Villagrande, Andrea Pinna, di 24 di Tortolì, Giovanni Chillotti, di 21 di Ulassai, e Ambrogio Rubiu, di 24 di Lotzorai, un volo di circa 12 metri, poi lo schianto a terra.”

(da: http://marcocarta.e.dintorni.forumcommunity.net/?t=42600821 )

4                I quattro fratellini, Raul, Ferdinando, Patrizia e Sebastian, figli di Elena e Mirca Erdei, sono morti nella notte tra il   sei e il sette febbraio 2011, rannicchiati tra loro, nel rogo della baracca, in un accampamento di Rom, allestito in una discarica nella via Appia di Roma dopo ripetuti sgomberi dei campi nomadi ordinati dal sindaco “pro tempore” della  capitale Gianni Alemanno.

5         “Foggia 24 dicembre 2010. E’ morto Ion Mema romeno di 52 anni. Ion è morto in un modo impensabile: è stato strozzato e decapitato dalla catena di un cane rottweiler che gli si è stretta attorno al collo mentre cercava di legarlo. Ion Mema da alcuni anni lavorava alle dipendenze dell’azienda agricola nei cui pressi è stato trovato il suo corpo. Mema aveva abitualmente il compito di accudire il cane. Secondo la ricostruzione fatta dagli investigatori in base anche alle osservazioni del medico legale Mema sarebbe stato aggredito dal cane che probabilmente lo ha fatto cadere mentre cercava di liberarsi. Il rottweiler ha poi strattonato con violenza la catena che si è stretta attorno al collo del romeno strozzandolo prima e poi decapitandolo. L’animale si è poi avventato sulla testa portandola lontano.” (da: http://cadutisullavoro.blogspot.com/)

6                 Nel novembre 1971 a Schio (VI) due operai morirono folgorati su un carroponte a causa di una gru che aveva urtato i cavi dell’alta tensione. L’episodio è stato raccontato anni fa dal cognato dell’autore. Incidenti simili si registrano anche nel 2010.

7    La battaglia del Little Bighorn fu uno scontro tra una forza combinata Lakota, Sioux, Cheyenne e Arapaho e il 7º Cavalleggeri dell’esercito degli Stati Uniti d’America che ebbe luogo il 25 giugno 1876 vicino al torrente Little Bighorn, nel territorio orientale del Montana. La battaglia fu il più famoso incidente delle Guerre indiane e costituì una schiacciante vittoria per i Lakota e i loro alleati. In realtà parteciparono al combattimento soltanto cinque squadroni del Settimo Reggimento di Cavalleria degli Stati Uniti, comandati dal Tenente Colonnello George Armstrong Custer, che furono comunque sterminati quasi fino all’ultimo uomo.

8    Monteponi, Trubba Niedda, Perda Majori, salto di Quirra di Gerrei e Monte Pisano sono vecchie miniere della Sardegna.

9    Il disastro di Marcinelle fu una catastrofe avvenuta la mattina dell’8 agosto 1956 in una miniera di carbone situata a Marcinelle, nei pressi di Charleroi, in Belgio. L’incidente provocò 262 morti su un totale di 274 uomini presenti nella miniera. Per numero di morti nella storia dei minatori italiani emigrati, questa sciagura è la terza più cruenta disgrazia dopo quella di Monongah e il disastro di Dawson. Per di più questa sciagura avvenne pochissimo tempo dopo l’affondamento della nave Andrea Doria, l’Italia passò dunque da una sciagura all’altra. (da: http://it.wikipedia.org/wiki/Disastro_di_Marcinelle ) Notizie più dettagliate e corredo di foto sull’incidente in  in: http://keynes.scuole.bo.it/ipertesti/europa/Marcinelle/index.htm

AVE MARIA[1]

(Per Brenda)[2]

Ave Maria,

di silicone piena nelle grazie,

il signore è con te per venti euro.

Ti sei rigenerata tra le donne,

ma non avrai mai frutti in seno;

benedetta per le curve esagerate,

pelle di seta, dominio di eroina e ormoni.

Ave, madonna nera, merce, carne,

sotto le docce di luce dei lampioni,

avvolta nei cartocci degli sguardi,

tra i barriti dei fari, a frotte, i peccatori,

a te clamanti, vengono ai sollazzi:

camionisti, gaudenti, governatori;

assunta sugli altari: i paparazzi.

Santa Maria, povera crista-cristo, fronte – recto,

tu non avrai mai stelle, ma dolori,

in case-stalle elargirai languori.

Madonna brasileira,

madonna delle blatte,

nessuno pregherà per te,

preda dei disonesti,

nell’ora della morte

servita sul vassoio dai servizi,

negra dagli occhi neri e pesti, tradita,

impasticcata per gli ultimi supplizi,

crocifissa nel sonno sulla branda,

affumicata come una salsiccia.

Puttana povera,

madonna infima,

 assunta in cielo in fil di fumo,

povera Brenda! Ave!

polvere nera di Maria!

Roma, 2010, 26.04 – 03.05


[1]    La poesia, letta da Simone Cristicchi, è inserita in mp3 nel CD “Monologhi incivili” di Simone Cristicchi, allegato al libro: Simone Cristicchi, Dialoghi incivili, elèuthera, 2010.

[2]    E’ stata trovata morta asfissiata nella sua casa invasa dal fumo il 19 novembre 2009, la trans brasiliana Brenda, 32 anni, coinvolta nella vicenda di sesso, droga e ricatti che ha portato alle dimissioni di Piero Marrazzo, presidente della Regione Lazio. La Procura di Roma ha aperto le indagini sull’ipotesi di omicidio volontario del trans (il cui vero nome era Wendell Mendes Paes, nato in Brasile il 28 novembre 1977).

L’AMBASCIATORE UCCISO1

Muore ben pettinato l’ambasciatore,

eppure muore

e pare, nell’impietosa foto,

che lo esibisce al mondo, un ecce homo,

un cristo povero deposto

dalla vita e dal suo posto,

che gli fu onore e gloria

e ora croce

di supplizio e di guerra,

come l’onorificenza postuma

che appenderà la vedova

in salotto,

sotto il ritratto lustro,

e che dirà feroce

che a se medesimo l’ambasciatore

portò pena,

dopo che ai suoi nemici,

nell’imperiale guerra.

Roma, 12 settembre 2012


1     Per l’uccisione dell’ambasciatore USA Chris Steven, Consolato di Bengasi (Libia), 11/09/12. Vedi foto su Il fatto Quotidiano, 12/09/12, pag.1.

MARK E EDDY, GEMELLI*

 Roma, 24.02 – 5.03.2013

Nel pancione-aerostato di Mary

con amore Romy depose il seme,

affinché nelle azzurre acque della sposa

si cullasse la sua progenie.

Nella voliera liquida

staccata dalla terra,

come in una campana vitrea, silente,

due esserini monozigoti maturarono

e galleggiavano,

stretti stretti tra loro,

nel calore dell’amnios.

Nati, crebbero interpretarono

il film della loro esistenza

senza colonna sonora alcuna,

l’uno rivolto all’altro

a grammaticarsi sguardi,

i sogni ben ficcati nelle palpebre

e letti a specchio da iride a iride.

Scorre la polvere dei giorni

e riempie le clessidre sorde.

I due calzolai siedono al desco, ridono,

piantano chiodi su tacchi e suole

senza rumore.

Colma la polvere le ampolle:

quarantacinque anni nelle clessidre sorde.

Ma ora muore anche la luce

nelle pupille dei due fratelli.

Nelle loro silenti campane di vetro

non tollerano che il glaucoma

gli cali la mannaia del buio. Rattrappirsi

annichiliti, ognuno dei due in un singolo bozzolo,

come monadi senza finestre,

non sarebbe più vita.

Indossano per l’ultima foto, dopo il caffè,

un sorriso tenue, dolce, sbiadito,

dentro le tute e le scarpe nuove.

Il fratello Dirk, il papà e la mamma

li stritolano mentre li abbracciano,

serrano i denti, che non sfuggano lacrime.

Mark e Eddy Verbessen, gemelli, salutano:

“Ci vediamo in cielo”

e si coricano vicini,

come due bambini buoni

in una poesia pascoliana,

tenendosi stretti la mano.

Per due anni hanno implorato le cliniche

che non li lasciassero soli a cercar la finestra,

lo sparo, lo sfracello da un ponte.

Rispetta il loro volere

il dottor Distlemans Wim, pietoso.

Al Bruxelles University Hospital Jette Campus,

il quattordici dicembre duemiladodici,

fa scorrere nelle loro vene l’eterno riposo.

Erano in tale sintonia, i due gemelli,

che con la morte si son voluti siamesi.

*                Erano nati sordi, ma all’idea che sarebbero diventati presto anche ciechi hanno deciso che non valeva più la pena vivere, e hanno chiesto di morire, insieme, così come insieme erano venuti al mondo: la legge belga sull’eutanasia ha consentito un mese fa a Marc ed Eddy Verbessem, due gemelli quarantacinquenni di Anversa, di essere uccisi con un’iniezione letale, giustificata con la loro grave “sofferenza psicologica” dovuta all’imminente cecità. Non erano malati terminali, lavoravano come calzolai, e secondo alcuni testimoni si sono avviati alla morte bevendo un’ultima tazza di caffè e conversando serenamente con parenti e amici. Assuntina Morresi, © Il Foglio, 17 gennaio 2013, Inserto II

Per quanto rispetto e sostegno avessero mostrato al cospetto della loro scelta, fino all’ultimo, il fratello Dirk e i genitori Mary e Romy, hanno cercato di fargli cambiare idea ma alla fine hanno dovuto accogliere il loro sguardo sereno e quel saluto, l’ultimo: “Ci vediamo in cielo”. Poi l’iniezione letale e via per sempre.
Così, vestiti con tuta e scarpe nuove, dopo aver aspettato al Bruxelles University Hospital di Jette Campus il loro momento, bevuto insieme un’ultima tazza di caffè ed essersi detti addio, in una grigia mattina dello scorso dicembre, sono morti i gemelli Mark e Eddy Verbessem. Hanno scelto di morire assieme, dopo 45 anni passati in totale simbiosi perché gemelli, perché nati sordi e proiettati verso una cecità totale, hanno scelto l’eutanasia perché in Belgio è un diritto anche quella.
Sconvolgente la serenità con cui se ne sono andati, la perseveranza con cui per due anni Mark e Eddy hanno cercato la struttura che accettasse la loro istanza di eutanasia. Già perché i due gemelli non erano affetti da cancro e non erano malati terminali, per loro però, l’idea di non essere più autosufficienti, di finire in un istituto era già un buon motivo per farla finita con questa terra. Il Professore Distlemans Wim, il medico che ha preso la decisione di praticare l’eutanasia ai gemelli Verbessem, ha difeso la sua decisione.”Questo è il primo caso al mondo di eutanasia doppia eseguita su fratelli. C’era per loro una forte sofferenza psicologica , non è semplicemente perché erano sordi e ciechi che hanno potuto ricorrere all’eutanasia, è che non potevano sopportare di vivere l’uno isolato dall’altro. Il dolore può essere insopportabile non solo a livello fisico ma anche mentale”.

                    ( http://blog.libero.it/DGVoice/commenti.php?msgid=11850413 )

***

*Michele Arcangelo Firinu

E’ sardo, del ’45, e vive a Roma. Ha insegnato Lettere nella Scuola Media fino alla pensione. Nel 1974 ha collaborato con Bruno Corà alla realizzazione della grande Mostra Contemporanea a Roma. Negli anni ’80, a Milano, è stato redattore del periodico letterario il bagordo. Negli stessi anni, con il gruppo Orfeo80, è stato tra i promotori di alcuni tra i primi laboratori di scrittura creativa in Italia. Come titolare della Oximoria (piccola casa editrice, estinta con il bagordo, che editava) ha curato due piccole collane di narrativa e poesia, tra le quali la collanina Taschino e ha collaborato all’uscita del catalogo antologico di poeti Centodue (’86). Ha prefato e ha curato l’editing di alcuni libri di narrativa della editrice Polistampa Pagliai di Firenze. Nella seconda metà degli anni ’90 ha presieduto a Roma l’associazione culturale CEPAA – Teatro del Centro. Ha organizzato e curato svariate attività culturali, convegni, mostre d’arte, concerti di musica classica ed operistica, rassegne teatrali, corsi di università popolare, conferenze, rassegne e letture pubbliche di letteratura. Nel 2008 a Santulussurgiu ha diretto A libro aperto, uno degli 8 festival letterari della Sardegna.

Ha pubblicato poesie su il bagordol’AvantiPoiesis, il giornale nazionale COBAS dei Comitati di base della scuola e divulgato mediante letture in circoli, radio e su Internet. Un unico suo librino è dato alle stampe: Luminescenze, con sette disegni di Luigi Dragoni, il 174 della Collana dei Numeri, Editrice Signum d’arte diretta dal pittore Claudio Granaroli,.

Per il resto, benché affettuosamente sollecitato da amici poeti e critici, non si cura di pubblicare, per di più a proprie spese, intendendo sottrarsi all’autoreferenzialità narcisistica nella quale è allettata la poesia nei nostri inflazionatissimi mala tempora.

È convinto che nessuno lo leggerà nemmeno sui blog ma tanto vale tentare; e poi, essendo la pubblicazione gratuita, almeno non ci si rimette.

michelearcangelo.firinu@fastwebnet.it

Annunci

4 commenti

9 aprile 2013 · 16:24

4 risposte a “Michele Arcangelo Firinu, Poesie.

  1. Giorgio Linguaglossa

    caro Michele Arcangelo Firinu,
    io invece ho letto le tue 4 poesie. Straordinarie. Nude. Efficaci, senza fronzoli, prive di decorazioni e di art déco, di decoloranti e di profumi, allergiche al pubblico di massa che si aspetta una poesia sulle quintessenze o una sull’impegno. E invece tu tracci dei «quadri» in bianco e nero, con una stilo affilata come uno spillo, dove dentro c’è tutto: il dolore delle esistenze qui diventa stile e mito: direi contro stile e contro mito, l’acqua di colonia diventa varecchina, acido solforico dell’ironia, amara e crudele, ma necessaria. Altro che poesia degli oggetti, qui gli oggetti sono i morti delle miniere di Marcinelle del 1956, la Madonna (uccisa dalla religione cattolica), l’ambasciatore americano ucciso dai terroristi (ben pettinato e sbarbato); I Sette operai (il 5 e il 6 dicembre 2007 sette operai della TyssenKrupp di Torino vengono investiti da una fuoriuscita di olio bollente in pressione che prende fuoco), morti subito dopo l’incidente. Qui gli oggetti sono quella lunghissima catasta di morti che il capitalismo trionfante ha seminato (e semina ogni giorno). E la poesia di Firinu diventa gelida, ironica, a volte anche istrionica, baciata dalla consapevolezza di essere mortale anch’essa; e forse macchiata da questa consapevolezza.
    Firinu è un poeta che non fa sconti. A nessuno. È questa la sua forza e la sua debolezza. È un poeta degno di stare nella Antologia della poesia italiana di Cucchi e Giovanardi, se non fosse per quella piccola questione della intrattabilità della sua poesia e dei suoi temi.

  2. emilia banfi

    Tutto ciò che volevo dire lo ha già detto molto meglio Linguaglossa. Queste poesie sono una vera sorpresa , la consapevolezza prende tutto e il dolore viene inciso senza lasciare spazio alla compassione ma scuote le coscienze e lascia una riflessione che non fa davvero sconti.

  3. Ennio Abate

    Anch’io trovo vigorose le poesie di Firinu, un altro degli sconosciuti che fanno il loro lavoro poetico badando al sodo. E mi fa piacere che si sia deciso ad affacciarsi su questo blog.
    Quanto amaro sarcasmo in questi suoi lavoratori/angeli che volano pur non avendo le ali!
    E che rabbia ben temperata in quelle sue tante, martellate, anafore : «bene li masticano,/ bene li mangiano, / bene li sputano,/ bene li vomitano»; « che non lavorano,/ che non li vogliono, / che non li pagano,/ che non consumano, /che non dimorano,/ che non si lavano,/ che mal si vestono,/ che molto tanfano». Esse segnalano i ritmi della ripetizione mortale nella vita niente affatto da angeli di operai e immigrati. Senza leccate buoniste e pietismi. Il tono è quello brechtiano. E poi si sente – dai richiami precisi, cronachistici, persino pignoli – che Firinu conosce bene le condizioni di vita di cui parla, non ci ricama “col cuore in mano”. Mi ha molto impressionato anche la “documentazione” che accompagna le sue poesie, secondo me niente affatto secondaria. Mi pare una bella sberla a tanto estetismo. E come se dicesse che quel che si dice in poesia deve essere pesato, riflettuto, macinato, tratto dalla “prosa del mondo”. E persino che va provato, e non spezzato, il suo legame con l’extra-poetico e l’extra letterario (alias la “realtà”).
    Tutte le quattro poesie hanno per tema la morte. Ma non ci sento nessun gusto necrofilo. Semmai un’attenzione materialistica ai dettagli corporei, che reagisce bene contro l’eccesso idealizzante e sentimentale dell’immaginario cattolico. Ave Maria potrebbe sembrare blasfemia per un credente, ma invece colpisce soprattutto l’ipocrisia dei «peccatori».

  4. leopoldo2013

    La concretezza – si direbbe terragna – di questi versi è la cattiva coscienza di tanta poesia occupata a declinare i propri esaurimenti nervosi e la totale latitanza dell’Altro , del Mondo . Ciò che Firinu nomina è intorno a noi e dentro di noi , perentorio come un comandamento che non ha bisogno di enfasi per pronunciarsi .
    leopoldo attolico –

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...