Rita Simonitto, Poesie.

cassandra 2

Kassandra sieht ein Schlangenei, di Heidrun Hegewald, DDR, 1981

Giugno 1946

Bambino mio, ti facevano male

le scodelle di alluminio

troppo calde o troppo fredde da tenere in mano.

O il legno grezzo delle panche a pizzicare

la nuda pelle, livide le gambe a penzoloni.

E ai giorni si aggiungeva lo spavento delle notti,

il passo pesante di soldati, lo zoccolìo diverso

dei muli e dei cavalli, le grida in lingua sconosciuta

poi terribile il silenzio fuori dalla porta.

Come potevo proteggerti, bambino,

la mia vita aggrappata al letto d’ospedale

già bianchi i capelli di tua madre,

le sirene della morte lasciano segni.

Ma inutili a riconoscere gli inganni,

per quelli non ci sono comitati.

E poi proteggersi da chi se chi stava usurpando

la nostra terra, ed i sorrisi, i canti nostri,

nostre le donne, passava da liberatore?

(Giugno 2011)

Il canto

ALLE FRONDE DEI SALICI.

E come potevano noi cantare
con il piede straniero sopra il cuore,
…. (Quasimodo)

 

Cuore mio, tu oggi canti lacrime

amare eppur le canti

strazianti perché nessuno ti accompagna

in questa irredenta epifania svuotata

di rappresentanze perché non serve più

la terra come madre o suolo di erpici e d’aratri

o di messi e nemmeno di inermi fiordalisi

che i destini dell’oggi hanno distrutto.

 

Cuore mio, da molto le tue lacrime imbevono

la spugna che ha cancellato il senso

delle liberazioni del mito

che da lì voleva nascessero altri frutti.

Non temere, Andromeda, non temere

disse Perseo e ne superò la ritrosia.

Non abusò nè inorgoglì della vittoria

riconobbe da chi gli venne data.

Oggi l’arroganza tiranna nella sorte

contrabbanda la morte vestita come sposa,

sparge confetti di fiele e di vergogna.

 

Cuore mio, tu oggi canti il niente

canti di inesauribile fiato pure se bruciato

dalla sete. E più canti e più s’ammorbano le acque,

non c’è storia a valle se a monte pasce il lupo,

solo belar d’agnelli instupiditi.

L’urlo che senti, cuore mio, non è quello dei Proci

ma la mezza verità di una vanesia gioventù

che volle farsi ‘re’ senza pagare un pegno.

E’ solo tuo l’urlare che si aggrappa, orbo di approdi,

a false tènere Nausicae, anch’esse ormai perdute

come lacrime perdute senza riscatto alcuno.

(Novembre 2011)

 

Meriggiare

 

Stanco meriggio della mente.

Ogni spiga svanita o allucinata nelle brume

di un cielo che si impasta con la terra

come memoria persa e così inutile ormai

al letto del morente.

Ombre a cunei tagliano i palazzi

che il silenzio ubriaca. Solo così

possono dormire e poi dormire.

Come richiami di tortore ferite

i nonpensieri galleggiano nel vacuo

poi collassano gelidi

nel vuoto del bicchiere.

 

Sssst…Sssst. Zszszz. SzsZss.

Torpido lo sguardo che  a pena segue

una mosca che passa su carta riso,

minuta vecchia. Olim. Zszszz. SzsZss.

Leggero struscio di un passato che torna.

Di ghirigoro in ghirigoro buffe zampette

legano inconsapevoli erratici disegni:

la conchiglia di Saint Jacques, due biglie colorate

le umide sorti di fondi di bottiglia

sparse su fogli. E libri, e fogli.

 

Sbriciolata realtà dove precipita

il mio nulla di mancate appartenenze

mentre manda luccichii la sua esistenza in atto

morbida di peli, le ali liquide, gli sfaccettati occhi

che vedono dappertutto! Ah! Fermati!

 

E invece se ne vola alla finestra,

sbiadite le tendine scostate dalla noia.

Prepotente un gelso mi guarda da macerie

di una casa diroccata, rimasta lì

per inspiegabili ragioni. Di certo furono le bombe.

Per certo presero qualcuno. Proprio là sotto. Sulla porta.

E trascinato chissà dove da qualche parte della terra.

Ma non si sentirono le grida. O non ricordo.

Forse che ho mai gridato o forse pianto, io?

E non piange nessuno, se non piangiamo.

Forse che ho mai sentito e sete e fame, io?

Perché allora altri dovrebbero soffrirne?

Forse hanno realtà nomi esistiti su registri

scoperti a caso?

Quale realtà se tutto è transitorio

dove si alternano vivere o morire

e anche scrivere memorie gronda futilità?

 

Oggi nemmeno i fantasmi mi entrano per casa

e il guardiano lustra i pomoli d’oro della porta

su cui non mette dita il passaggio della Storia.

 

Mmh, Mmmh! Ah!

Anche il Finisterra ha perso la purificazione!

A che servono i cammini

se ci sono strade che si incontrano e non lo sanno!

Questa sarà la sterile dimensione futura.

(21.07.2012 (ex 1982))

 

Έφφαϑἀ

 

E se quando soffiasti “effeta” avessimo taciuto

perché non ci si apre sull’onda dell’inganno?

Adesso, soli, lo sappiamo dopo che il pus del veleno

ha ammorbato ogni cellula minuscola di vita

come accade con lo spino della rosa che entra nella carne

e poi si chiude e infetta la ferita.

 

Le mie porte al mondo e a quelle dei sodali

si aprirono ingenue e trovarono mattanze.

Ormai senza parola una inutile Cassandra

sta lì ritta sul cassero solo a testimoniare.

(31.08.2012)

 

 

 

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7 commenti

Archiviato in RICERCHE

7 risposte a “Rita Simonitto, Poesie.

  1. emilia banfi

    Il dolore lontano entra come bufera nel cuore della poetessa che respinge ogni cura, ogni assuefazione e forma nella sua mirabile, nobile poesia il vero significato della nostra vita che senza partecipazione diventa un nulla che s’accascia e lascia in solitudine chi ha sofferto. . Davvero un esempio di come il dolore si possa descrivere e quasi fermare in uno scrigno dove mettere i grandi valori. . Accolgo anche uno stile perfetto , armonioso che vibra sulle mie corde.Brava è poco.

    • Maria Maddalena Monti

      Poesie di sofferenza e di denuncia che esprimono con forza e armonia, sostanziate di esperienza e mito, resistenza al male che percorre la storia.
      Grazie a Rita Simonitto per questa coinvolgente occasione di riflessione.
      Maria Maddalena Monti

  2. ro

    Mi sono molto piaciute queste poesie di Simonitto perché istintivamente o meno (non posso conoscere quanto siano costruite da Rita per produrlo) trasferiscono in egual misura il dolore politico e il dolore esistenziale senza frattura, in un tuttuno, come il puzzle che ne disegno imperiale ha portato a tutto questo nuovo mondo senza storia. Il tuttuno infatti coinvolge l’uno ai molti, pur in ogni specifica identitaria(radici, identita, idealità,sentimentalità etc ) nei due lati di un’unica medaglia che non paga e non produce capacità di storia a Storia, se non quella ridotta ad osservare , e nel proprio sguardo riflettere e riversare le macerie del mondo e chi ne ha il vero tornacontomondo e dominio, ergo l’unica storia, la loro.

  3. Giuseppina Di Leo

    Faccio i miei sinceri complimenti a Rita Simonitto per queste sue poesie.
    Sul principio mi erano apparse ‘scontate’, con riferimento soprattutto a Giugno ’46 e alla seguente: il canto, per quell’amore materno/protettivo dichiarato, nella prima; l’anafora della seconda. Invece mi rendo conto che sbagliavo, proprio perché la sua poesia non può essere espressa in altro modo. Apprezzo in particolare l’attenzione verso gli elementi ‘minuti’ del quotidiano e la visione di fondo di un mondo che, se solo volessimo, sarebbe migliore.
    La storiografia ha cominciato ad occuparsi, ed apprezzare, soltanto di recente della minutaglia (la storia minuta o minore) ; in poesia questo sforzo deve ancora essere compiuto.
    Forse un giorno ci accorgeremo che anche il solipsismo non proviene dal pianeta marte e che il sogno rientra nelle attività della mente e dunque della vita – ma questa è un’altra poesia.
    Brava Rita!

  4. Ennio Abate

    Seguo con attenzione la ricerca poetica di Rita da alcuni anni, da quando ci siamo conosciuti.
    All’inizio ero un po’ perplesso per la sua tendenza a muoversi in un mondo, che mi pareva quello chiuso della “classicità”, di cui assume il lessico (ad es. in queste poesie: erpici, aratri), l’aggettivazione elevata, le figure della mitologia.
    Ora la mia perplessità si è attenuata.
    Perché Rita, senza dire le cose d’oggi con il linguaggio d’oggi, stabilisce un inquieto
    cortocircuito tra le immagini classiche evocate e questo presente. E di quest’ultimo ci fa sentire tutta la miseria, anche se lascia a noi il compito di vedere a cosa e a chi associare quel «belar d’agnelli instupiditi» o quella «vanesia gioventù».

    L’altro filone della sua ricerca è, mi pare, quello delle memorie d’infanzia, su cui s’interroga come sul mito. Interrogazione solo apparentemente più personale.

    Tralascio per ora Meriggiare ed Έφφαϑἀ, che richiederebbero un complesso confronto con Montale e l’episodio evangelico della guarigione del sordomuto.

  5. Rita Simonitto

    Ringrazio i commentatori per la attenzione dedicata ai miei testi e per le loro osservazioni che hanno toccato delle curvature sulle quali ero scivolata, la ‘cognizione del dolore’ ad esempio. Perciò credo che sia importante un dialogo tra lo scrittore ed il lettore di modo che possa esserci uno scambio di senso che vada ad integrare quella realtà parziale di cui lo scrittore si fa interprete.
    La cifra che è stata sottolineata e colta primariamente dai commenti è, infatti, quella del dolore. Dolore di fronte al quale ci si inchina, a cui si partecipa, si denuncia. Ma poi finisce lì. E’ un dolore che non trasmette ‘rivolta’ o rabbia ma solo acquiescenza, così stanno le cose.
    Ergo, quello che io intenderei far sentire (cioè ribellione a questo sistema che sotto mentite spoglie sempre si ripete ) è fallito. Ma questo ‘fallimento’ ha a che vedere con una ‘tecnica’ poetica inadeguata, a una ‘carenza’ poetica dello scrivente, oppure ad altro? Inoltre, altra domanda, la poesia può sentirsi vincolata da una ‘finalità’ oppure è solo un veicolo di trasmissione ‘emotiva’?

    E veniamo al mito che, giustamente, Ennio chiama in causa. L’intendimento del mito non ha a che vedere con il dare una ‘spiegazione’ oggettiva, ragion per cui ‘questo’ sta per ‘quello’. Il mito dovrebbe permettere un nuovo ‘dispiegarsi’ per far emergere ‘verità’ nuove o connessioni nuove.
    R.S.

  6. Ho tentato più volte di commentare queste poesie di Rita Simonitto, perché le sue poesie mi piacciono e così facendo mi sembra di poter ricambiare, con poco, il piacere che ne ricavo sempre. Questa volta non mi è stato possibile, dico solo che anch’io ho colto, più che il dolore, l’amarezza che ne segue. Versi amari che non vogliono consolazione, caparbi perché, forse, Rita cerca segretamente nella scrittura anche una sorta di autoanalisi. Tracce non ve ne sono ovviamente, ma si scorge la seria ricercatrice. Se non sto dicendo sciocchezze, dopo la chiarezza avvenuta verrà ancor più dirompente la ribellione. La chiarezza è data da quell’unica vista che unisce il dentro con il fuori. Più che del fallimento di una tecnica io parlerei di una mancata pacificazione, o disequilibrio, tra fuori e dentro, dove appare che il fuori sia il male insormontabile. E questo è dovuto a retaggi della politica, intesa come visione del mondo, e servirebbe, sempre secondo il mio sciocco modo di vedere, non tanto e non certo una tregua quanto una pausa. La tecnica poetica è invece proprio ciò che ammiro nelle poesie di Simonitto, perché ha una scrittura fortemente ritmata che sta all’interno di ogni suo discorso poetico, tanto che quasi non servirebbero versi interrotti dagli a-capo. E’ qualcosa che va oltre l’uso discorsivo della prosa: è musicale, fa sentire (scrive) con respiro corto e frequente. Non ansimante ma incalzante. E’ scontato azzardare che cambiando respirazione, cambierebbero anche i versi. Ma sarebbe un peccato perché, anche con maggior vigore, con lo stesso metro si possono esplorare altri stati d’animo, non ultima la gioia, che non è sempre un sentimento colpevole.
    Bisogna anche capire se si è inadeguati verso la modernità (dei poeti oggi scriventi?) oppure se in rapporto alla modernità sociale. Un linguaggio prosastico più asciutto e stringato? e perché se i romanzi piacciono ancora tanto? e poi? tagliarsi un dito, togliersi un dente del giudizio? C’è qualcosa di personale nel segno, nella parola, che non può essere trasgredito. Sebbene tutto è possibile.
    Un fedele lettore.

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