Ennio Abate, A caccia della cosiddetta “realtà”. Scrap-book 1 dal Web per poeti esodanti.

escher 2

M. C. Escher (1898 – 1972)

Caro Ennio, la realtà che osservo è che sto scrivendo qui per risponderti e sarà la tua mentre leggerai. Dostoevskij, in “Memorie del sottosuolo”, pone a confronto la realtà interiorizzata con la realtà sociale (“Io sono solo, e loro invece sono tutti”), pone il problema di essere sinceri in primis con il proprio io se non altro per proteggersi dalle forze esterne che agiscono più o meno consapevolmente su ciascuno. Nella seconda parte l’autore sembra voler uscire dalle pagine del libro per prendere di petto il lettore, inchiodandolo al proprio sguardo e senza dargli alcuna possibilità di fuga. La lettura si fa esperienza viva e diretta. L’esempio è estremo, ma possiamo azzardare che l’irreale delle narrazioni può essere considerato a tutti gli effetti come realtà altra, realtà che prende vita. Non potremmo parlare di creazione, per nessuna opera d’arte, se non fosse così. Inoltre è merito della rappresentazione se la realtà può essere considerata con distanza in modo da poter essere meglio osservata, contemplata, considerata. Leggendo poesia si ha spesso l’impressione di stare al cospetto di forme di identificazione assolute tra se’ e ciò che l’autore va dicendo, ma per il poeta si tratta di situazioni momentanee, per straordinarie che possano sembrare, dove si fa opera d’arte (Il poeta non è un mistico). Questo momentaneo identificarsi diventa l’elemento comunicativo che, come l’acqua quando si fa neve, diventa realtà nella realtà.
Poi non professo alcuna rinuncia alla conoscenza, ci mancherebbe, mi limito ad osservare il pensiero per ciò che è nella sua “fisicità”, pensiero che in poesia si fa arte del pensiero stesso. In questo caso resto però consapevole del fatto che mi sto calando volutamente nel “samsara”. Non possiamo pensare al pensiero pensante, oltretutto sarebbe una inutile perdita di tempo. Osservare non è pensare ma il discorso si farebbe lungo. La mia critica alla ragione parte grosso modo da qui. Sarebbe solo scetticismo se non ci fosse amore per la conoscenza e per la scrittura, e senza contare tutto ciò che ci rende partecipativi gli uni agli altri. Con consapevolezza ma senza doveri, altrimenti addio libertà (ardua e senza garanzie).(Mayoor, da un commento qui)

Realtà, irrealtà, realtà osservata, realtà pensata, realtà altra, realtà interiorizzata, realtà sociale…Queste parole che s’inseguono  nelle righe del commento di Mayoor tentano di afferrare, segmentare – con ansia, incertezza, volontà di capire – quel “qualcosa” che non conosciamo bene e per approssimazione chiamiamo (dopo le ubriacature positivistiche dell’Ottocento virgolettando  abbondantemente) “realtà”.

Questo “qualcosa” ai poeti è parso (o pare ancora) di conoscere di più (magari rispetto agli scienziati o ai filosofi razionalisti o alle persone semplicemente “ragionevoli”). Parlano spesso di  momenti “magici”, “straordinari”, “epifanici”, “sconvolgenti” della loro esperienza (da intendere nel senso più vasto: dal primo bacio dato o ricevuto alla lettura di un autore che gli “ha aperto la mente” o “riempito il cuore”, al momento “fulminante” dell’ispirazione in compagnia di erotiche e impalpabili Muse).

Questo “qualcosa” è stato chiamato, nei secoli, anche con altri termini: dio, natura, mondo, verità. E sono stati in tanti (sacerdoti, re, filosofi, artisti, scienziati), non solo i Poeti,  a tentare di parlarne e definirne i tratti essenziali in figure, simboli, allegorie, concetti, idee, teorie. Però – niente da fare – questo “qualcosa” sfugge. Da ordinato ed eterno, come è sembrato a lungo, è cominciato ad apparire sempre più caotico e mutevole.  E dalla modernità in poi si sono aperte domande innumerevoli e continuamente riformulate. Come si sono date, ora con piglio austero ora dissacratorio, risposte continuamente ribadite (fino a diventare dogmi) e poi contraddette (o falsificate).

Provo ad elencarne alcune: il “qualcosa” sfugge del tutto e sempre ed è dunque mistero destinato ad essere inconoscibile? o di esso una parte è accertabile e anzi accertata (almeno dai nostri sensi, almeno dalla ricerca scientifica) e un’altra, invece, potrebbe -chissà – essere accertata col tempo e grazie anche ai mutamenti (materiali, storici, lenti e profondi, veloci e superficiali) che nel “qualcosa” pare avvengano? e possiamo mai fermarci e tirare un attimo il fiato davanti al “qualcosa” accertato o accertabile, che gli scienziati con più decisione di altri hanno chiamato ‘realtà’, ‘materia’? Oppure: ne possiamo prescindere completamente, fare come se non ci fosse? e magari esplorare  “il resto del qualcosa”, quello che  per gli scienziati “non è realtà”,  quello che etichettiamo come “irrealtà” (e che  spesso attira molti ben più del “qualcosa” accertato come “realtà”)? E ancora: la conoscenza (quelle operazioni  che facciamo a seconda degli strumenti di cui disponiamo: letterari, filosofici, psicologici, scientifici, poetici, ecc.) è forse ininterrotta, lineare, indisturbata, contemplazione? o non è forse una pratica faticosa, continuamente disturbata (da passioni, paure, circostanze ostili, stati d’animo e stati corporei ben poco favorevoli ad essa), per cui «Καὶ ἠγάπησαν οἱ ἄνθρωποι μᾶλλον τὸ σκότος ἢ τὸ φῶς (E gli uomini vollero piuttosto le tenebre che la luce)  di Giovanni, III, 19, che il buon Leopardi mise  come citazione all’inizio de La ginestra, è un detto che non sta lì solo come rimprovero alla  (voluta) cecità umana, ma anche un po’ a giustificarla e a sollecitare pazienza? Insomma se lo stato del “soggetto conoscente” interferisce continuamente sulla “conoscenza dell’oggetto” – in maniera irreparabile  o in maniera limitata – hanno più ragione gli “incontentabili” o quelli che  si accontentano di poco e  “tagliano con l’accetta”? E poi – diciamocelo – è così facile accettare il “qualcosa” quando si  presenta come “realtà”? Bisogna “stare alla realtà”, si dice. Anche quando fa male? E si potrebbe e dovrebbe continuare. Ma meglio non esagerare.

Voglio però accennare a una questione che su questo blog ha un senso particolare: il “qualcosa” che inseguono i poeti è così diverso da quello che inseguono gli altri (i filosofi, gli scienziati, ecc.)? La pongo perché c’è una sotterranea competizione tra i poeti (specie quelli che si considerano i Poeti) e gli altri. E spesso un reciproco ignorarsi. Sotto sotto molti poeti sono convinti che la poesia possa dire di più e meglio delle scienze o del senso comune su quel “qualcosa”. Ma dovrebbero dimostrarlo. Come, viceversa, dovrebbero farlo i filosofi o i religiosi, quando accampano la medesima pretesa. (Un po’ meno gli scienziati “veri”, che dichiarano a carte scoperte i limiti nei quali  le loro affermazioni sono valide). Troppo spesso si arriva ad esasperare la propria autosufficienza “specialistica” o la difesa della propria “identità”. A me pare, invece, che in poesia una logica identitaria (coltivare il proprio orticello) sia dannosa. Quanto – a scanso di equivici – una logica di “apertura oceanica”. Ora, per afferrare il sempre sfuggente “qualcosa” (la cosiddetta “realtà”), credo  giovi ai poeti cercare di spiarla, intravvederne aspetti o frammenti anche nelle rappresentazioni o opinioni che ne danno gli altri.  Credo, anzi che esista una stretta relazione non solo tra “esperienze di vita”  e poesie che si scrivono, ma anche tra queste ultime e le letture che si fanno. E allora affaccio una proposta, cominciando da praticarla per primo.

Questi che seguono sono  quattro brani scelti dalle mie letture del gennaio 2013. Li propongo sul blog per due motivi: –  anche quando non li approvo riga per riga, vi trovo messa a fuoco, da un’ottica diversa dalla mia, qualche tratto o frammento della “realtà” che vado inseguendo; –  considero queste riflessioni  una sfida indiretta ma necessaria al lavoro poetico, se non vuole autorecludersi (la famosa ‘autoreferenzialità’). Misurarsi con il linguaggio e le idee degli altri potrebbe aiutare molti poeti a uscire dal “poetese”. Si tratterebbe di sondare in queste parole  e concetti, a prima vista prosaici o realmente prosaici, il “qualcosa” di “reale” che lasciano intravvedere. Di “lavorarsele/i” e farle/i diventare  come tizzoni di legno capaci di alimentare i  vari “bracieri  poetici”. Certo  ce ne vorrà di fatica e di labor limae. Non basta “mettere in versi” e il gioco è fatto. Si può provare. O almeno io ci proverò.

Scrap-book 1 dal Web per poeti esodanti

1.

8 gen 2013

Giosetta Fioroni :  http://perbeno.myblog.it/archive/2013/01/10/andrea-cortellessa-otto-volte-dieci-anni.html

A quel tempo spesso la partenza di un quadro per me era una foto o un ritaglio di giornale che si poteva proiettare sulla tela, per questo si poteva pensare a Warhol. Ma le mie immagini all’alluminio erano dipinte con la simpatia artigianale del pennello… niente a che vedere col distacco industriale di Warhol! Il Pop è una cosa americana, i miei lavori col Pop hanno poco a che fare, i miei sono ideogrammi di malinconia.

Questa tua esigenza di fare sempre riferimento alla scrittura mi ricorda una cosa che ha scritto Zanzotto di Ungaretti, scomponendo il termine «autobiografia» nelle sue componenti, – auto – bio – grafia – «da ripercorrere nei due sensi, da patire nei due sensi, all’infinito». Anche nella parola  «fotografia» le due componenti reagiscono l’una sull’altra…
Prima dei libri c’è sempre la grafia, la mia passione per la scrittura a mano, per l’ideogramma e la calligrafia emotiva. Amo la chiarezza, la leggibilità di una mano addestrata a scrivere. E certo anche la luce lascia una traccia: come il tempo che passa sui nostri volti, sui nostri corpi

2.

12 gen. 2013

Berardinelli su “Il contagio” di Siti: http://www.sagarana.net/anteprimal.php?quale=50

Sarà vero quello che è stato insegnato e predicato così a lungo nelle università postmoderne? Sì e no. Qui non faccio polemiche. Ogni tendenza letteraria ha immancabilmente le sue ragioni. Ma anche le sue esagerazioni. Certo che la letteratura è fatta di parole. Ma per dire che cosa? Evidentemente le parole non parlano solo di sé stesse, perlopiù parlano d’altro, soprattutto in generi letterari fortemente “mimetici” e rappresentativi come il romanzo. Può succedere che il linguaggio diventi ogni tanto protagonista. Ma si tratta di casi limite e resta da chiedersi comunque quale era il tema e l’oggetto del discorso. Nessuna letteratura, nessun genere letterario può vivere perpetuando e imitando i suoi casi limite. Non si può riprodurre ininterrottamente il modello Mallarmé, Kafka, Joyce, Borges, Beckett. La letteratura non vive di punti d’arrivo e di punti di non ritorno. Se avesse imitato solo gli innovatori rivoluzionari di primo novecento, il romanzo occidentale sarebbe morto negli anni Venti.

Dico solo che Siti, mettendosi a fare una seria e documentata inchiesta sociologica ha dato voce allo spirito del romanzo, ha dato spazio e voce a cose che letterariamente, in Italia, negli ultimi vent’anni erano state rimosse, ha finito per scrivere con “Il contagio” il suo romanzo più libero, meno ossessivo, più interessante per qualunque lettore, più scioccante e toccante, più tecnicamente inventivo e polifonico. “Il contagio” non è altro che un intreccio, un mosaico di storie vere, di registrazioni dal vivo. Molte storie: che si affollano soprattutto nella prima parte del libro, dando l’impressione che siano davvero troppe e che la materia accumulata e stipata abbia messo a rischio la costruzione formale e lo stile, e abbia creato vortici e mulinelli narrativi un po’ frastornanti. Pagina per pagina il libro tiene benissimo, non ci si annoia quasi mai. A volte si può avere perfino l’impressione che ci siano troppe pagine da antologia.

3.

12 gen. 2013-03-17

Gianfranco La Grassa: http://www.conflittiestrategie.it/bricolage-i-puntata-di-glg-14-gennaio-13

E’ del tutto ovvio, credo, che per confliggere si devono stabilire alleanze, a volte perfino reali amicizie con solide solidarietà “di gruppo”. Inoltre, l’idea che la lotta sia ineliminabile – che nemmeno vi sia una tendenza, sia pure di lunghissimo periodo, ad una cooperazione tra uomini – non implica affatto la totale insensibilità alla giustizia o almeno all’equità; tanto meno esige l’abbandono dei deboli: vecchi, bambini, malati, handicappati, ecc. Tanto più che per lottare tra “gruppi”, occorre crearsi dei seguaci ed in numero possibilmente crescente; ciò rende necessario ai nuclei dirigenti dei vari “gruppi” (formati o, ancor meglio, in formazione) di garantire o quanto meno promettere, e generalmente non solo al proprio seguito ma anche a buona parte degli altri, un minimo di condizioni di maggiore stabilità, sicurezza, benessere, ecc., almeno come promessa per il futuro.

Non suppongo alcuna presunta “natura umana”, un Dna con una sua “celletta” in cui sia inscritta la competizione senza quartiere. Più semplicemente, immagino che il “mondo” sia perpetuo movimento, con incessanti scosse e vibrazioni; immagino che ogni “corpuscolo” di “materia condensata” esista nell’ambito di “flussi d’onda”. Anche i portatori soggettivi del conflitto sono questi “corpuscoli”, dotati fra l’altro di una materia particolare che chiamiamo pensiero, accompagnato da volontà, passioni, decisioni, ecc. Questi soggetti stanno dentro il movimento, tentano di restarci in equilibrio, ma questo è sempre instabile; si viene periodicamente destabilizzati, le relazioni reciproche mutano e ci si sente fatti oggetto di raggiri e inganni di altri, che mirerebbero ad alterare i rapporti di forza a loro favore. La lotta viene dunque fin troppo spesso vissuta da ognuno (dei vari gruppi o alleanze fra gruppi) come aggressione di altri.
Perfino i “dominanti”, i “più potenti”, non (si e ci) raccontano “soggettivamente” delle menzogne quando ufficialmente attaccano per primi, uccidono, devastano, perché si convincono d’essere minacciati dai “vicini”; minacciati nel loro sistema di vita, nelle loro credenze (in questa o in “altra vita”), nel loro potere che essi “decidono” essere quello che assicura stabilità al “mondo”, a tutta la parte di mondo in cui sono a loro proprio agio assisi al vertice del comando. Perché dei “barbari” vogliono turbare quel “meraviglioso ordine” con trame oscure, che rischiano di sfociare in contestazione di quell’ordine e del loro comando? Evidentemente, non possono che essere dei pericolosi criminali, da combattere ed eliminare.
E i popoli, i cosiddetti “dominati”, avvertono sovente lo stesso pericolo dei loro vertici e li seguono nell’aggressione ad altri popoli; o quanto meno lasciano agire, con proteste minoritarie, gli apparati del loro paese addetti alle aggressioni per conto dei suoi gruppi dominanti, sperando che ciò basti e non si chieda loro lo sforzo supplementare d’andare “in guerra” e crepare. Solo in quest’ultimo caso, e se i gruppi dominanti del loro paese perdono nello scontro, le “masse” si rivoltano e seguono i nuclei “protestatari”, inizialmente in minoranza, impotenti, soggetti a repressione. Una delle poche (a mio avviso) sciocchezze che disse Mao, grande capo rivoluzionario, è che “le masse sono gli eroi nella storia” (ma la disse proprio convinto? E non è magari che gliel’abbiano attribuita i nuclei agenti in suo nome?). Le masse sono in realtà ammassi informi di poveri miserabili e meschini, che seguono “a pecorone” fin quando non crepano in grande quantità e i loro gruppi dominanti sono infine sconfitti con i loro apparati di potere in rapida dissoluzione; allora si sollevano, ma vincono soltanto se sono ben dirette da nuove élites agguerrite e preparatesi per tempo, pronte ad assumere il potere e il governo del paese.

4.

14. gen. 2013

Arturo Mazzarella, Poetiche dell’irrealtà. Sulle nuove frontiere del realismo letterario: http://www.leparoleelecose.it/?p=8280

Ecco, allora, il vero nodo da sciogliere, al di là di ogni sterile contesa terminologica. In questione non c’è il congedo dal postmoderno o, al contrario, la sua protrazione indeterminata. Il problema riguarda, piuttosto, l’arco di espressioni attraverso le quali oggi la realtà si lascia fedelmente catturare. È un dato inoppugnabile, anche se troppo spesso trascurato – soprattutto nella fervida crociata contro il postmoderno -, che la realtà, come ci ricorda giustamente Angelo Guglielmi nel Romanzo e la realtà. Cronaca degli ultimi sessant’anni di narrativa italiana (Bompiani 2010), sia «stata sempre in campo, come obiettivo obbligato (e agognato) dello scrittore». Ma come raggiungere un obiettivo del genere? Come aderire integralmente alla realtà?

Le soluzioni offerte dalla scrittura letteraria non possono che opporsi radicalmente se si identifica la realtà con l’immediata evidenza sensibile nella quale di volta in volta ci si imbatte oppure la si considera alla luce di quella ininterrotta germinazione del possibile teorizzata da Paul Klee inTeoria della forma e della figurazione: una delle opere capitali per tutta l’estetica novecentesca (che diversi critici letterari farebbero bene a leggere, impegnati come sono nell’utilizzare con preoccupante disinvoltura termini quali forma o raffigurazione).

Da un lato si presuppone una realtà già pienamente determinata, che è compito dello scrittore riprodurre (non importa se attraverso i tradizionali protocolli della mimesi adoperati da Saviano in Gomorra o mediante le sofisticate pratiche di «straniamento» apprezzate da Ferroni); dall’altro, viceversa, si afferma la coincidenza della realtà con l’atto stesso della sua raffigurazione. Significa scegliere i fatti o, al contrario, rivolgersi ai «fantasmi dei fatti», per riprendere un’illuminante definizione coniata, nel 1975, da Leonardo Sciascia (per caso anche lui postmoderno?) nella Scomparsa di Majorana, il suo più felice non-fiction novel insieme all’Affaire Moro.

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61 commenti

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61 risposte a “Ennio Abate, A caccia della cosiddetta “realtà”. Scrap-book 1 dal Web per poeti esodanti.

  1. emilia banfi

    L’immaginazione non è semplicemente una facoltà umana ma un aspetto particolare dell’essere intelletto e psiche e allora la realtà e la irrealtà sono entrambe sullo stesso piano nel momento in cui si esprime un pensiero frutto di immaginazione che comprende sguardo intelletto e psiche.Leopardi nel suo “INFINITO” ne dà un magistrale esempio. Ciò che gli “altri” comprendono non è nient’altro che frutto del loro essere ed in poesia tutto questo è ciò che dà all’artista, al poeta, il senso di solitudine del quale non potrà mai farne a meno. Grazie ad Ennio per avermi fatto (amio modo ) riflettere. Emilia Banfi

  2. Giorgio Linguaglossa

    il fatto è che ogni volta che un’opera d’arte cattura una porzione di realtà, ecco che subito dopo la realtà diventa invisibile, e bisogna ricominciare daccapo. Voglio dire che l’occhio diventa cieco dinanzi al reale. Questa è precisamente (detta in soldoni) la connessione d’accecamento (di cui il primo accenno fu di Benjamin). Non solo non esiste soltanto UN REALE ma esistono MOLTI REALE che occorre scoprire; ma per far questo occorre un occhio in grado di vedere il reale: ma l’occhio non c’è più, è stato colpito dalla connessione d’accecamento. E tutto ricomincia daccapo.
    Il nesso che unisce il Reale al Reale è dialettico (non deterministico, non esiste un Reale stabile, metafisico), e rovesciabile: un reale scaccia l’altro, è nemico dell’altro.

  3. L’unica cosa che sembra sopravvivere all’impermanenza è il testimone che l’osserva, vale a dire noi stessi. Non mi riferisco certo all’io, di cui non sono un accanito sostenitore, ma all’esistenza di cui siamo parte, sì. Se tutto cambia in continuazione anche noi cambiamo con il tutto. Dice un vecchio proverbio che non ci si può bagnare due volte nello stesso fiume.
    In poesia accade che si scriva alla maniera che va nel periodo, pochi s’azzardano a tentare vie personali perché sanno che ne ricaveranno solo problemi. Ma in questo modo ci si ferma, il fiume scorre e tanti saluti. Non s’è inventato niente, qualcuno ha fatto meglio di altri, un po’ come in quelle noiose gare di ciclismo dove nessuno esce dal gruppo. E’ il paesaggio che li unisce?

  4. Ennio Abate

    Credevo di aver preso di petto il problema della cosiddetta “realtà” e del rapporto che con essa potrebbero/dovrebbero avere i poeti. Ma o devo aver messo troppa carne al fuoco o da un certo orecchio anche su questo blog proprio non si vuol sentire o c’è qualcosa che spaventa nel problema stesso, confermando un’ennesima volta la validità della citazione di Giovanni III, 19: «Καὶ ἠγάπησαν οἱ ἄνθρωποι μᾶλλον τὸ σκότος ἢ τὸ φῶς (E gli uomini vollero piuttosto le tenebre che la luce).

    Linguaglossa scrive che «l’occhio diventa cieco dinanzi al reale», che non è uno ma è molteplice.
    Ma perché questo accecamento dell’occhio? E di quale occhio parliamo fuor di metafora? E cos’è accaduto attorno o dentro di noi per dire che «l’occhio non c’è più»?
    È evidente che, se non usciamo dal generico o dall’allusività metaforica ( alla metafora che direi inerte, non da quella che apre all’inesplorato…), cadiamo in una sorta di fatalismo. In parole più crude: ce la meniamo…

    Anche Mayoor se la cava con qualcosa di risaputo («Se tutto cambia in continuazione anche noi cambiamo con il tutto». D’accordo. Ma che cosa sta cambiando nel «tutto» di oggi e come “noi” (noi chi?) stiamo cambiando con questo «tutto» (che a me pare ovvio non sia più quello di Eraclito)?
    Anche in questo caso, se non ci diamo una mossa e non precisiamo a quali “realtà” ci riferiamo quando usiamo le parole ‘tutto’ o ‘noi’, rimaniamo nel vago.

    Ultima delusione. Avevo proposto nello scrap-book di citazioni dei passi davvero provocatori o stuzzicanti. Ma nessuno ha avuto il coraggio di assaggiarli o di buttarli nella spazzatura, magari dopo qualche buon ragionamento.
    Ritenterò più in avanti. Ma permettemi uno sfogo: com’è vero che bisogna uscire anche dall’”ideologia del poetese” ( o addirittura dalla Poesia?) per arrivare a porsi il problema del rapporto tra poesia e “realtà”!

  5. emilia banfi

    A Ennio: La poesia entra nel reale ma non lo definisce, lo scompone, lo rovescia, lo porta ad un’altra dimensione, quella poetica. Alla poesia non interessa il rapporto ma la creazione.

  6. Rita Simonitto

    Sono costretta a rispondere quasi telegraficamente alle lamentazioni di Ennio perché non voglio che passi ulteriore tempo, tempo che mi sarebbe servito per poter pensare e articolare meglio alcune risposte.
    Ennio:
    a) *devo aver messo troppa carne al fuoco*
    b) *Ultima delusione. Avevo proposto nello scrap-book di citazioni dei passi davvero provocatori o stuzzicanti. Ma nessuno ha avuto il coraggio di assaggiarli o di buttarli nella spazzatura, magari dopo qualche buon ragionamento*.

    sub a) non si tratta soltanto di troppa carne al fuoco per cui basta togliere alcuni pezzi e poi si può cucinare meglio il tutto. Non è un problema quantitativo ma qualitativo, oltre che un problema di metodo.
    *Realtà, irrealtà, realtà osservata, realtà pensata, realtà altra, realtà interiorizzata, realtà sociale* non possono essere buttati lì sul tavolo come se si trattasse di pezzi ‘scollegati’ e poi, nello stile del brainstorming, si mescolano un po’ assieme e da lì emerge l’idea ‘creativa’.
    Non si tratta di ‘oggetti’ diversi ma di diverse relazioni con il soggetto percipiente.
    Certo i tempi sono cambiati, dalla seconda metà degli anni ’90, ma sostengo ancora l’idea del filosofo N. Abbagnano che sollecitava a non dimenticare che dietro ogni pensiero c’è un uomo che pensa: quel singolo uomo che pensa proprio a quella cosa.
    E, ancora rispetto alla troppa carne, è anche un problema di tempi e di mezzi (non si può cucinare un montone al microonde): il ‘mezzo’ Blog esige tempi veloci di risposte.
    Inoltre non contempla ‘masticatori ‘lenti’ come la sottoscritta!

    Sub b) Io sono ben felice di questa iniziativa di Ennio di andare a pescare spunti di pensiero in altre ‘realtà’: saperi e discipline che non siano di stretta ‘osservanza’ poetica.
    Mi piace e la approvo perché il poeta, lui in particolare modo a differenza dello scienziato – che non segue un percorso verso la ‘verità’ (ma devo essere telegrafica e quindi non posso specificare meglio) bensì verso l’efficacia pragmatica -, necessita della polifonia di voci e della policromia di sguardi sul mondo, oggetto di esplorazione e di interpretazione.
    Tralascio, sempre per esigenze di economia del testo, le varie considerazioni rispetto alle funzioni mitiche che ha avuto il prefisso “poly”.
    Dico soltanto che la ‘realtà’ (che fin qui non abbiamo definito: ma è davvero definibile, o dimostrabile, come auspica Ennio quando afferma: * Sotto sotto molti poeti sono convinti che la poesia possa dire di più e meglio delle scienze o del senso comune su quel “qualcosa”. Ma dovrebbero dimostrarlo. Come, viceversa, dovrebbero farlo i filosofi o i religiosi, quando accampano la medesima pretesa. (Un po’ meno gli scienziati “veri”, che dichiarano a carte scoperte i limiti nei quali le loro affermazioni sono valide)*), la realtà, dico, è suscettibile sì di letture monolinguistiche, ma la sua complessità è anche frutto della loro composizione. Al pari di una cipolla, essa è stratificata e nessuno strato può essere preso “in sé”, dimostrato “per sé” a prescindere dal contesto in cui è inserito.
    Infine, è la lettura di ciò che ci si pone davanti che può risentire di un modello chiasmatico:visibile/invisibile; esprimibile/inesprimibile;silenzio/linguaggio; occhio/spirito.
    Modello che può facilmente portare alla “damnatio mentis”.
    La ‘cosiddetta realtà’ invece se ne sta là, così come davanti ad Edipo si ergeva la Sfinge, “all’origine della storia come una affermazione assoluta” e il cui sguardo “che nulla può deviare, rimane teso, attraverso le cose, verso un orizzonte inaccessibile”.
    Rita S.

  7. enzo giarmoleo

    @Abate
    Blake, il visionario, diceva che “nessun uomo dotato di senso comune può pensare che una semplice imitazione degli oggetti naturali costituisca l’arte della pittura” . Da qui si potrebbe desumere che le tenebre di cui parla Abate, non si contrappongono alla luce, ma ne sono parte integrante.
    Una cosa che trovo incredibile è la capacità che hanno avuto i poeti romantici di essere così vicini alla realtà e nello stesso tempo lontani da essa, cosi rivoluzionari e cosi eterei nello stesso tempo. Sto parlando dei poetti romantici inglesi. Lo stesso Shelley diceva “Language is a perpetual orphic song” (il linguaggio è una perpetua canzone orfica). Già questa definizione fa rallentare il giudizio su alcuni poeti anche contemporanei, ritenuti lontani dalla realtà. Ma poemi come “The Mask of Anarchy” di Shelley che associa scene fantastiche, allegorie o atmosfere rarefatte , a questioni reali come quelle legate alla rivoluzione, alla condanna dell’oppressione del nascente capitalismo, fanno riflettere.
    Shelley, come dice Sanesi, cerca di sfuggire al procedimento mimetico (della realtà ) e agisce più su una vibrazione che rispecchia il moto dell’anima senza realistici ricorsi alla descrizione. E’ proprio quel nulla che secondo il critico William Hazlitt (contemporaneo di Shelley) è il punto di partenza della nascita della poesia di Shelley, per Sanesi è il momento più alto, energetico e autonomo di una oggettualità che non ha bisogno di descrivere le cose, poiché “è cosa essa stessa”. E’ mettere assieme i fatti e il fantastico come nella poesia simbolista dove il lamento di una perdita , la percezione inquietante di un’assenza sono i tratti più dolorosi della poesia simbolista. Anche qui si fondono i fatti e il fantastico.
    Più vicino a noi, in Pasolini, senza la visione cosmica di Shelley, troviamo l’unione fra etereo-sacro e razionale. Ma alcuni pensano che questa unione non porti alla rivoluzione. Eppure forse quell’etereo è anche la condizione, non necessariamente religiosa, da noi vissuta tutte le volte che la realtà è così alienata o lontana o irreparabilmente immutabile senza per questo essere astratti in assoluto. enzo giarmoleo

  8. Ennio Abate

    “Alla poesia non interessa il rapporto ma la creazione.” ( Banfi)

    Non è che la poesia stabilisca un rapporto *qualsiasi* con la “realtà”
    pur di “creare”?
    Non è che bisogna vedere cosa si “crea”?
    E la “creazione” non ha a che fare con il tipo di rapporto che si stabilisce tra due “elementi”?

    P.s.
    A pensarci bene, se la poesia fosse donna e la realtà uomo, ci sarebbero da trarre varie e tragicomiche conseguenze da questa tua affermazione…
    Ovviamente sempre guardando alla “realtà” e alle “creazioni”..

  9. emilia banfi

    Il rapporto nasce tra il poeta ed il suo pensiero, la sua psiche, il suo modo d’intendere la poesia. La realtà non interagisce col poeta. Per quanto riguarda ” se la poesia fosse donna….” La poesia è donna. Le conseguenze come tu ben dici sono inevitabili.

  10. Ennio Abate

    “La realtà non interagisce col poeta” (Banfi)

    E questo è il guaio….

    Ma sempre a proposito di approssimazione alla “realtà” vi invito a guardare questo documentario.

    Dura 65 minuti, ma vale la pena di ripensare come si fa la storia…
    Questo il link:
    http://vimeo.com/61998092

    TAREQ AZIZ – L’ALTRA VERITA’ (versione italiana)
    from Jean-Marie Benjamin PRO 3 days ago /

    Creative Commons License:
    by
    nd

    ALL AUDIENCES

    In occasione del
    10° ANNIVERSARIO DELL’INVASIONE ANGLO-AMERICANA DELL’IRAQ (20/03/2003)
    pubblico l’integrale del mio film “TAREQ AZIZ-L’ALTRA VERITA'” (65 mn)
    premiato al “Silent River Film Festival 2011” di Irvine/Los-Angeles (USA)
    Dalle mie ultime notizie, TAREQ AZIZ sta morendo in prigione e George W. Bush sta godendo giorni felici nel suo ranch in Texas…

    • giorgio linguaglossa

      Sulla questione di «reale», trascrivo qui l’articolo di Alfonso berardinelli apparso su “Il Foglio” del 24 marzo:
      La realtà, che cos’è la realtà? E’ tutto ciò che non si prevede, non si controlla. E’ ciò che vanifica i nostri piani, che ci costringe a cambiare, che umilia le nostre capacità e pretese di capire come è fatto e come funziona il mondo. Realtà è il primo problema delle scienze, della politica, delle arti, della morale. L’immaginazione è in confronto poca cosa. E’ solo un’attitudine del nostro cervello che si rivela ridicola e vana se non immagina qualcosa di reale.
      Realtà è l’evento minimo o grandioso che rivela verità nascoste e incalcolate fino a un momento prima: una dermatite, un dente che si spezza, una perdita di sangue, una
      catastrofe geologica, l’esplosione di una guerra, un amore che inizia o che finisce, una macchina che si guasta, una crisi economica, un comportamento di massa di cui i sondaggi non parlavano, una pandemia, o semplicemente guardare l’ultima foto che ci hanno fatto e non riconoscersi più…
      Improvvisamente si vedono gli effetti di cui trascuravamo le cause.
      Non è vero che l’immaginazione è eccitante e variopinta mentre la realtà è grigia.
      La realtà è indomabilmente varia. Ci sono diversi gradi di realtà. Prima sembra non succedere nulla. Poi tutto va in ebollizione. Esplodono eventi a catena. Uno dei nostri scrittori più intelligenti e atroci, Walter Siti, non ha fatto altro, negli ultimi vent’anni, che studiare il modo per fare
      emergere la realtà, anzitutto la propria, per liberarla e poi dominarla letterariamente. Lo si è visto nel più noto dei suoi romanzi, “Troppi paradisi” e lo si vede nell’ultimo, “Resistere non serve a niente”. In tutti c’è un metodo, che viene esposto nel saggio “Il realismo è l’impossibile” (Nottetempo), un’ottantina di pagine che ne valgono trecento.
      Siti esalta, dilata e forse dissolve la nozione di realismo (come ha notato Filippo La Porta) facendola coincidere con l’idea stessa di letteratura e di arte. Scrive: “Nel
      vero realismo la realtà non è mai qualcosa di ovvio: è sempre ‘in statu nascendi’”.
      Lo scrittore deve perciò “sferzare l’attenzione del lettore cogliendolo di sorpresa ma poi deve concedergli abbastanza elementi riconoscibili per non perderlo e tenerlo a ruota; deve giocare con la forma fino a farla apparire, se necessario, sottrazione o assenza di forma (…). Soprattutto, deve tenere presente che i modi per beffare la razionalità del lettore, seducendone l’intelligenza emotiva, sono sostanzialmente due e provengono da due sorgenti distinte: o colpire prima che la coscienza predisponga le sue caselle o moltiplicare gli spessori e i livelli a un punto tale che la coscienza non ne sia più padrona”.
      Queste sono tecniche per catturare la realtà ma anche per fingerla, per attivare quegli “effetti di realtà” ch e possono incatenare l’attenzione del lettore di narrativa e provocare la sua identificazione con quello che gli viene raccontato.
      Ma c’è un problema e una nozione di realtà che va oltre le tecniche di ogni rappresentazione artistica. E anche di ogni
      previsione politica. C’è la realtà ovvia e noiosa (tutte le notti dobbiamo dormire, dobbiamo consumare pasti quotidiani, ci laviamo, restiamo abbastanza stabilmente
      quello che siamo, negli stessi luoghi e negli stessi ambienti ecc.). Ma c’è anche la realtà sorprendente, l’evento: non quello costruito dai media, ma quello che esplode e spiazza, come effetto di cause che avevamo ignorato. Il comunismo che crolla in pochi anni, le imprese di Mani pulite con la
      fine della Democrazia cristiana e del Partito socialista, l’irruzione di Berlusconi e della Lega nella politica italiana, l’attacco alle Torri gemelle, l’elezione di un nero alla Casa Bianca, il comunismo cinese che partorisce un trionfale, feroce, barbarico capitalismo, i regimi del nord Africa messi sotto accusa da movimenti nuovi che poi si rivelano vecchi, gli omosessuali come categoria che scoprono e vogliono il matrimonio quando il matrimonio sembrava un reperto archeologico, l’immedicabile conservatorismo della sinistra che fu marxista, le dimissioni di un Papa, l’ipertrofia tecnologica che monopolizza ogni atto comunicativo e ogni forma di socialità, il successo di
      Beppe Grillo, non grillo parlante (“buona coscienza”, come in Pinocchio) ma grillo urlante (“orribile inconscio”) che invade la politica con l’antipolitica, riuscendo ad
      avere nello stesso tempo tutte le ragioni e tutti i torti, perché in Italia la politica è quella cosa che impedisce di governare, ma l’antipolitica dei non politici aumenta
      l’inefficienza operativa del sistema, impedendo la formazione di un governo…
      Noi italiani vogliamo essere governati bene, o più precisamente non vogliamo essere governati. Siamo indignati contro ciò che ci viene più naturale: l’inefficienza, l’inadempienza e la corruzione. Scegliete voi fra queste cose qual è la più reale.
      Alfonso Berardinelli

  11. E’ una connessione strategica, o meglio un riconnettersi con le cose intorno, se di cose si tratta, dopo che si è stati via per l’ennesimo volo. L’effetto del reale è salutistico, quello delle cose quotidiane come quello che deriva dallo stare nella grandiosità della natura. Grazie a questa ri-connessione è più facile poi riconoscere l’inconsistenza di molte affermazioni, fatti o avvenimenti, perché è il reale che stabilisce la misura di cui bisogna tener conto, per ogni distanza e approdo. Il reale svela “l’inefficienza, l’inadempienza e la corruzione”, e anche se vogliamo essere governati per davvero oppure se siamo così in gamba da saperci amministrare con libertà. E’ il reale che stabilisce l’attualità delle prassi da seguire e dove è necessario cambiare. Ogni altra classificazione, come modernità e simili, o capitalismo e operaismo, sono definizioni instabili, che si possono re inventare all’infinito. Mantenersi in equilibrio, in tempi tanto difficili, è un’arte senza soste. E’ l’approdo che è reale, ma senza immaginazione non si va da nessuna parte, la vita non è solo consapevolezza dell’esistente perché l’esistente è continua trasformazione, non è dato una volta per sempre.

  12. Ennio Abate

    Copio per alimentare la riflessione sul tema ‘realtà’ questa poesia di F. Fortini:

    La realtà
    La città di cui sto parlando non esiste,
    è un’idea della ragione e della volontà.
    Nella speranza di essere compreso
    la chiamo con un nome sconosciuto.
    I suoi viali si aprono nel vuoto.
    Le sue posterìe sono aperte fino a tardi.

    Anche i nomi degli amici sono finzione.
    Chi è vivo, di loro, chi è morto? Probabilmente
    sono scarabei di lapislazzulo
    nei musei o voci di repertori,
    fotografie, carta, propine di esami.
    O, col pianto in gola, dormono nel pomeriggio.

    Sì, sono stato a Gela una volta.
    Un’altra volta persino a Roubaix.
    Sono vissuto alcuni mesi a Roma.
    Tutto questo significa ben poco.
    Accorgersi che nella mia mente affaticata
    l’idealismo trionfa, è impressionante.

    Le dattilografe mettono la copertina sulla contabile.
    I gatti si occupano dei fatti loro.
    Nel garage puliscono carburatori. Questa
    è la realtà. Se lasci cadere un giornale
    esso volteggia e raggiunge le ortensie.
    Non vuoi abbandonare la sintassi.
    La finzione è l’ultima speranza.
    Qualcuno telefona, hai l’ansia nella voce.

    La storia – torni a spiegargli – è tutta la realtà.
    E invece non è vero.
    Parli per farti coraggio.
    Hai difficoltà a leggere.
    I rumori familiari
    avvertono che viene cena
    e così sarai liberato.
    Al Cinema Cristallo una pellicola di guerra,
    alla televisione un dibattito animato.

    Il dovere di Schiller è di resistere.
    Dante si ostina su di una rima difficile.
    Ecco perché gli amici sono divenuti nomi.
    Ecco perché nei sogni vedi solo carri di morti.
    Ecco perché puoi dire «Torino» ma non esiste
    nessuna città con questo nome
    e anche esistesse non te ne importa.
    Parli al plurale solo per ammonire
    i figli a non inciampare nei gradini. Tutto è
    tremendo ma non ancora irrimediabile.

    1984

    (Da «L’ospite ingrato», in «Versi scelti», Einaudi, Torino 1990, a pag.338)

  13. Ennio Abate

    I GIOCHINI BRILLANTI MA FUTILI DI BERARDINELLI CON LA “REALTA’”

    Sì nel pezzo riportato da Linguaglossa, Berardinelli fa bene a scrivere che la realtà è « tutto ciò che non si prevede, non si controlla», ma poi ricama attorno a questa idea senza aggiungere molto di interessante.
    Sembra che i suoi bersagli polemici siano:
    1) l’immaginazione che, in confronto alla realtà, sarebbe «poca cosa» o soltanto « un’attitudine del nostro cervello che si rivela ridicola e vana se non immagina qualcosa di reale»;
    2) «la nozione di realismo», che Walter Siti avrebbe dilatata e dissolta.
    Berardinelli resta cioè in una “posa contemplativa” davanti alla “realtà” che, come lui dice, presentandosi come « evento minimo o grandioso che rivela verità nascoste e incalcolate fino a un momento prima», potremmo dire che “fa tutto da sola”;
    3) «la razionalità del lettore» o «la coscienza», che sarebbe una specie di pedante vigile da «beffare» o da « colpire prima che […]predisponga le sue caselle».
    Mi pare poca cosa.
    E noi? E i gruppi politici, sociali, professionali? Cosa facciamo di fronte alla “realtà”? Ce la beviamo soltanto? Non è che qualcuno, al di là dei media, la progetti, la costruisca o la trasformi sotto il naso della gente in ambiti a cui non abbiamo accesso?
    Ed è poi questa realtà una sorta di caos indistinto, un’”ammucchiata” come ce la presenta Berardinelli? Che senso ha elencare assieme cose eterogenee e non dipendenti da una medesima causa come «una dermatite, un dente che si spezza, una perdita di sangue, una
    catastrofe geologica, l’esplosione di una guerra, un amore che inizia o che finisce, una macchina che si guasta, una crisi economica, un comportamento di massa di cui i sondaggi non parlavano, una pandemia, o semplicemente guardare l’ultima foto che ci hanno fatto e non riconoscersi più…»? Un elenco del genere aiuta davvero a capire?
    E , ancora, aiuta a capire qualcosa dei fenomeni e delle cause questo altro elenco eterogeneo:«il comunismo che crolla in pochi anni, le imprese di Mani pulite con la fine della Democrazia cristiana e del Partito socialista, l’irruzione di Berlusconi e della Lega nella politica italiana, l’attacco alle Torri gemelle, l’elezione di un nero alla Casa Bianca, il comunismo cinese che partorisce un trionfale, feroce, barbarico capitalismo, i regimi del nord Africa messi sotto accusa da movimenti nuovi che poi si rivelano vecchi, gli omosessuali come categoria che scoprono e vogliono il matrimonio quando il matrimonio sembrava un reperto archeologico, l’immedicabile conservatorismo della sinistra che fu marxista, le dimissioni di un Papa, l’ipertrofia tecnologica che monopolizza ogni atto comunicativo e ogni forma di socialità, il successo di Beppe Grillo»?
    Tutti questi eventi sono forse venuti fuori “spontaneamente” dalla “realtà” e a noi non resta che sorprenderci e magari applaudirla?
    Concludendo, Berardinelli scrive un pezzo brillante, ma non scopre nessun altarino del funzionamento della cosiddetta “realtà”.

  14. emilia banfi

    La realtà è in mano al più forte a chi crede insistentemente al suo sogno e non si ferma . La realtà è una guerra con vinti e vincitori. Le coscienze fanno il risultato, La realtà si può moficicare solo se si vorrà di nuovo lottare, ma spesso ormai si è stanchi. Di questa stanca speranza ne vediamo oggi più che mai i risultati.

  15. Giorgio Linguaglossa

    Trascrivo qui un pezzo inviatomi da Marisa Papa Ruggiero:

    “La poesia apre l’impensato al pensiero”…
    L’impensato, rifletto, è per me è l’illimite, (certamente non l’inconscio), il senza forma, interdetto a qualunque significazione, qualcosa che, non si scappa, non si può pensare, di cui non si può riferire perché non sta in nessuna parola; ma non credo che sia un territorio assolutamente astratto, l’impensato… lo sento in qualche modo riferibile a un sentimento, a una proiezione della mente che si sporge a riflettere sulla qualità di una “mancanza” che ossessivamente cerca di colmare; che non smette di “risuonare” come possibilità interrogante, (dove l’infinita potenzialità della domanda, e l’impossibilità della risposta ruotano nello stesso movimento).

    Potrebbe, la poesia, essere la superficie specchiante di quella sostanza inesplicabile? L’invenzione della parola impossibile che la indichi senza precisarla?
    Mi piacerebbe pensare se ciò di cui stiamo parlando corrisponda a ciò che Alain Bosquet ebbe a dire per l’increato : “non c’è che la poesia a captarlo, dandogli la possibilità di farlo passare per creato”.
    Potrebbe, la poesia, dar volto all’indicibile?
    E non è forse vero che è l’indicibile a cercare nella poesia l’unica sua possibilità ad esistere, l’azzardo di poter essere, per un istante, pronunciabile: il tempo di un’ eco nell’aria prodotta da un suono d’arco…
    Ecco forse, il senso di uno sperimentare metamorfico: l’azzardo di uno scandaloso sconfinare…

    Ma in questa prospettiva la poesia potrebbe sparire, per lasciar posto a una scia d’eco che non si può trattenere, che non si può tradurre in verità riconoscibile!
    La poesia, a volte, a lasciarla fare, ci vorrebbe trascinare fuori, fuori gli stessi confini del dire. Ma può, la poesia, uscire dalla mente dell’umano?, entrare nella mente dell’universo? E con quali parole? Non sarebbe più poesia, e a noi non resterebbe che tentare una riflessione sulla poesia, un po’ come quello che sto cercando di fare adesso, e così inadeguatamente. Penso che la poesia non la si descrive, la si vive. La poesia che amo è materia vivente che chiede di farsi carne e sangue nel momento stesso in cui la mente elettrizza le corde vocali!

    “La questione del logos è la questione fondamentale del pensiero poetico” VERO !

    Marisa Papa Ruggiero

  16. A ben vedere l’indicibile, per un poeta, dovrebbe essere un dramma. Se non lui chi altro potrebbe trovare le parole per dirlo, sempre ammesso che sappia preventivamente cosa vorrebbe dire. Ma se lo sapesse, o se sapesse come si esprimerà, con quali parole, allora non sarebbe un evento, sarebbero parole operaie, parole all’opera, non “materia vivente”.
    Sapevo però che Ennio avrebbe chiarito che c’è un reale sociale e politico di cui si dovrebbe tenere conto, al di là dell’indagine esistenziale. A questo proposito azzardo che stiamo vivendo un momento particolare che definirei di “rivoluzione culturale”, se si vuole l’ennesima ma che non può essere la stessa di tante altre. Vivere in ristrettezze ci immette nel reale delle necessità e dà un colpo mortale al surplus del benessere industriale a cui ci eravamo acriticamente abituati, o assuefatti. Il risvolto culturale è evidente perché non basta l’interpretazione economicistica per spiegarne le conseguenze. L’effetto secondo me sarà benefico.

  17. emilia banfi

    La realtà più bella della poesia è che quando scriviamo siamo immersi nel reale e le parole si rifiutano di vivere solo di esso, vogliono andare oltre tutto ciò che le definisce e le fa morire la poesia le libera da questa condizione per loro esclusivo volere. Il poeta lo sa .

  18. Rita Simonitto

    Bene che G. Linguaglossa abbia postato l’articolo di A. Berardinelli perché ci permette due tipi di osservazione: a) sulla realtà, ovvero chiarire ancora su come si intende la medesima; b) sull’uso che viene fatto da questo particolare sguardo sulla “realtà” da parte dei maitres à penser.

    Capisco che A. Berardinelli è ‘costretto’ dalla ‘realtà contingente’, legata al fatto che in un articolo di giornale si deve essere chiari e nel contempo concisi nel trasmettere un messaggio. Capisco che questa ‘realtà’ legata al mezzo scelto (non si tratta, infatti, di un libro) lo condizioni al punto da dover tirare via con semplificazioni.
    Nello stesso tempo, questa ‘sua realtà’, e questo suo modo di rapportarvisi, non può comunque non avere degli effetti sul lettore (di massa, perché si tratta di un giornale!).
    Il quale lettore può dire, visto che è stata sedotta (ma allora c’è una operazione sulla realtà!!) la sua *intelligenza emotiva* (ma questa è poi reale o solo immaginata tale?):
    “Ohibò, guarda guarda, non avevo pensato che *La realtà […] è tutto ciò che non si prevede, non si controlla. E’ ciò che vanifica i nostri piani, che ci costringe a cambiare, che umilia le nostre capacità e pretese di capire come è fatto e come funziona il mondo*. E’ vero! E’ VERO! Che cose illuminanti mi sta dicendo questo studioso (?!)”.
    Mentre non si tratta che di banalizzazioni : * Prima sembra non succedere nulla. Poi tutto va in ebollizione.* Gli stessi ‘luoghi comuni’ che sentiamo uscire dalla bocca di giornalisti quando commentano uno spietato fatto di cronaca nera: “Era una così brava persona! Chi lo avrebbe mai detto!!”
    Quindi, volente o nolente (anzi, per dire meglio, in buona fede o in malafede) lo studioso ‘agisce’ sulla realtà del lettore – in questo caso -, il quale per ciò stesso ne sarà plasmato aderendo, per pigrizia o per idolatria, a tutte le giravolte linguistiche, le piroette fantasmagoriche in cui il Nostro lo trascina.
    E, nel mentre ci si perde in questi giochini, e dove il Logos non è che parodia di se stesso, la ‘realtà’ (intesa nelle sue relazioni con i soggetti che si confrontano con essa sia a livello di scienza e sia a livello di arte, ovviamente con finalità diverse) si modifica e si trasforma. E ci trasforma. Ma quando dico ‘si modifica’, non intendo un ‘si’ impersonale, bensì personificato da chi detiene il potere e che ‘sa’ che cosa è la realtà con tutte le sue strategie e i suoi oscuramenti. E ha buon gioco nei confronti di chi si autocondanna all’inermità: “tanto non si può far niente”.
    Non si tratta solo di *cause che avevamo ignorate*, è troppo comodo pensare che tutto ‘avviene’ (l’*evento*) e noi non possiamo che rimanere basiti, colti dalla sorpresa. Certo, c’è anche questo, ma non solo questo. Si tratta di nessi che artatamente si sono ignorati, perché c’è anche la ‘realtà psichica’ del voler mantenere lo status quo nel mentre si predica la rivoluzione. O si predica per nuovo, con equilibrismi linguistici affascinanti, ciò che la Storia ci ha mostrato e dimostrato più volte essere una ripetizione e che solo gli incauti non riconoscono come tale. E questo perché viene strombazzato un proclama ambiguo: da un lato viene sostenuto che * accade una realtà che ci sorprende*, dall’altro si dice, con altrettanta sicumera, che si tratta di eventi a fronte dei quali non si è pensato abbastanza.
    Si sarà capito che sto parlando del ‘produrre cause che non si possono ignorare’: che se si abitua il lettore a bearsi di falsi idoli (tutto è imprevedibile, ergo nessuno si può chiamare responsabile) abbiamo poi di fronte non l’ *orribile inconscio*, il quale poverino non ha mai fatto male a nessuno in quanto non è né ‘cattivo’ né ‘buono’. Certo, può essere titolato dello statuto di inconoscibile, l’impensato, il ‘senza forma’ fintantoché non trova un pensatore che con il suo pensiero è in grado di dargliela.

    Ed è a questo che, a mio parere, il pensiero poetico è chiamato e non può chiamarsi fuori da questo agone.
    Perché, come più sopra dice Marisa Papa Ruggiero, la poesia è in contatto con quell’illimite, con quell’impensato *che non smette di “risuonare” come possibilità interrogante, (dove l’infinita potenzialità della domanda, e l’impossibilità della risposta ruotano nello stesso movimento)*
    R.S..

  19. Ennio Abate

    Sempre a proposito di “realtà”.
    Su «Il Sole 24» di domenica 24 marzo si legge un articolo di Remo Bodei dal titolo « Il realismo anti-populista di Machiavelli» Se è facile condividerne la prudente conclusione sul “populismo” che qui riporto:

    « Di norma, è associato all’idea di una degenerazione della democrazia e visto come uno spettro o, al contrario, come una calamita che attrae tutti gli scontenti e gli indignati. Ma è sufficiente demonizzarlo, esaltarlo o banalizzarlo? Non sarebbe meglio esaminarlo più a fondo, tenendo conto della linea di faglia che si è aperta tra il “popolo” e le élite, della crisi della rappresentanza tradizionale e della connessa, tormentata transizione da una democrazia dei partiti a una democrazia del pubblico? Anche questa analisi sarebbe realismo»

    un’altra tra le affermazioni significative dell’articolo, questa:

    «Nei Discorsi Machiavelli descrive una situazione che ricorda, per analogia, quella che stiamo vivendo in Italia. A Firenze – scrive – dopo la cacciata dei Medici, venuto meno un governo ordinato e peggiorando di giorno in giorno le condizioni della città, i “popolari” ne attribuivano la colpa alle ambizioni e alla corruzione dei “signori”. Non appena, tuttavia, uno di loro giungeva a occupare un’alta magistratura e cominciava a procurarsi gradualmente idee più adeguate sulla realtà, finiva per abbandonare i pregiudizi e le astrazioni con cui si era affacciato alla vita pubblica. Agli occhi dei popolari, tale mutamento lo rendeva però un traditore: «E come egli era salito in quel luogo e che ei vedeva le cose più da presso, conosceva i disordini donde nascevano ed i pericoli che soprastavano e la difficultà del rimediarvi. E veduto come i tempi e non gli uomini causavano il disordine, diventava subito d’un altro animo e d’un altra fatta: perché la cognizione delle cose particulari gli toglieva via quello inganno che nel considerarle generalmente si aveva presupposto»

    mi pare davvero discutibile. Perché, se non interpreto male, Bodei sembra dire che le «idee più adeguate sulla realtà» siano prerogativa esclusiva di chi occupi «un’alta magistratura», che solo da lì si vedano le cose in modo “giusto” e che, di conseguenza, i “contestatori” ( i «popolari») si scaglino alla cieca contro i “signori” quando li accusano di ambizioni e corruzione e hanno, sempre o quasi, torto.
    La soluzione “illuministica”, allora, sarebbe andare a vedere. Si capirebbe – come diceva Machiavelli – che «i tempi e non gli uomini causavano il disordine» e sarebbe più facile diventare «subito d’un altro animo».
    Attualizzando: se si potesse andare a vedere, tutti riconoscerebbero che le «idee più adeguate sulla realtà» ce l’hanno i governanti o chi sta più addentro all’«alta magistratura» (allo Stato).
    Allora, scherzando per farci coraggio in tempi così difficili, si potrebbe aggiungere: perché mandare solo uno o qualcuno del «popolo» a vedere? Almeno per un attimo mandiamoci tutto il popolo. Aprirebbe gli occhi. Ed eviteremmo accuse infondate ai governanti e ai “contestatori” rinsaviti ogni accusa di tradimento. Tutti c’inchineremmo disingannati e sopporteremmo senza più mugugni i “sacrifici” (precariato, disoccupazione, tagli alla spesa pubblica, spese militari, ecc.) impostici non per cattiveria ma in ossequi alla “realtà” dei tempi.
    Questa visione di Bodei aggira “filosoficamente” le ragioni vere ( e non immaginarie) della conflittualità tra “signori” e “popolari” (tra i partiti attuali e “noi”).
    Insomma, le «idee più adeguate sulla realtà» ce l’hanno solo i governanti?

  20. Ennio, non era meglio citarne la fonte e l’autore, ergo l’articolo di Mauro Tozzato sull’articolo di Bodei?
    http://www.conflittiestrategie.it/il-machiavelli-di-bodei-e-il-realismo-politico

    un saluto
    r

  21. Rita Simonitto

    Parto da questa citazione *A Firenze – scrive – dopo la cacciata dei Medici, venuto meno un governo ordinato e peggiorando di giorno in giorno le condizioni della città, i “popolari” ne attribuivano la colpa alle ambizioni e alla corruzione dei “signori”. Non appena, tuttavia, uno di loro giungeva a occupare un’alta magistratura e cominciava a procurarsi gradualmente idee più adeguate sulla realtà, finiva per abbandonare i pregiudizi e le astrazioni con cui si era affacciato alla vita pubblica. Agli occhi dei popolari, tale mutamento lo rendeva però un traditore*

    Accantoniamo, per un attimo, le molte considerazioni politiche che vengono sollecitate e concentriamoci in particolare su questo: * perché la cognizione delle cose particulari gli toglieva via quello inganno che nel considerarle generalmente si aveva presupposto»* per leggerlo in altri termini.
    E cioè: quando un individuo, un ‘io’, può farsi ‘soggetto’ e riesce a pensare abbandonando *i pregiudizi e le astrazioni* a cui è ‘assoggettato’ quando appartiene alla folla (intesa anche come ‘luoghi comuni’), allora può accedere gradualmente ad idee più adeguate alla realtà.
    Potrebbe pensare sia al *particulare* e sia al generale, non vincolato dagli ingannevoli e volubili bisogni della moltitudine che non ha memoria perché vive solo del momento presente.
    Nel Giulio Cesare di Shakespeare vediamo come la folla cambi opinione a ogni discorso che le viene fatto. Parla Bruto e la folla lo sostiene, parla Antonio e la folla va in delirio. Eppure i due oratori sono diversi: Bruto cerca di sedare le passioni mentre Antonio cerca di eccitare proprio quelle e con maggiori risultati.

    Ma, poiché la moltitudine è incapace di operare dei distinguo ed è facile trascinarla nella faziosità, allora le «idee più adeguate sulla realtà» le avranno solo i governanti?, come provocatoriamente chiede Ennio.
    Direi proprio di no, anzi, abbiamo visto tutti il brillante lavoro di devastazione fatto dai cosiddetti tecnici!!
    Io volevo solo sottolineare il rilievo che ha la nostra posizione nelle lettura che viene fatta della realtà.
    Ma siccome qui stiamo parlando di poesia, metto qui, con il permesso dell’autrice, questo suo componimento che illustra con poche pennellate, in modo esaustivo e geniale, il succo del problema. E anche il ruolo che il discorso poetico può avere in questo contesto.

    REALTA’

    Alfredo l’ho visto azionare la macchina del pane
    dal retrobottega usciva odore di buono
    i suoi occhi neri e la farina bianca

    Al mio sguardo affondò il suo nell’impasto
    che girava come una giostra

    Alfredo vedeva il suo pane farsi e disfarsi
    aveva una cresta in mezzo alla testa

    Un anello al dito e un grembiule copriva
    i jeans sfilacciati sulle scarpe

    Alfredo mi venne a dire signora la pianti di guardare
    ho quindici anni e ho bisogno di lavorare

    Ti guardo perché è tutto così bello
    come il pane e tutto questo odore

    Signora grazie è questione d’igiene
    esca per favore.

    Emilia Banfi

    Si potrebbe scrivere un trattatello sull’incontro tra queste due ‘realtà’, la molteplicità dei significati, ecc. ecc., ma per il momento lascio qui.
    R.S.

  22. Ennio Abate

    «Ma, poiché la moltitudine è incapace di operare dei distinguo ed è facile trascinarla nella faziosità, allora le «idee più adeguate sulla realtà» le avranno solo i governanti?, come provocatoriamente chiede Ennio.
    Direi proprio di no, anzi, abbiamo visto tutti il brillante lavoro di devastazione fatto dai cosiddetti tecnici!!
    Io volevo solo sottolineare il rilievo che ha la nostra posizione nelle lettura che viene fatta della realtà». (Simonitto)

    Allora, le «idee più adeguate sulla realtà» le hanno solo i governanti e i loro tecnici?
    Insisto nella provocazione perché qui si nasconde un enorme e irrisolto problema storico che ha riflessi anche attuali, come si può vedere dal dibattito sul “grillismo”.
    Rita scrive:« Parla Bruto e la folla lo sostiene, parla Antonio e la folla va in delirio. Eppure i due oratori sono diversi: Bruto cerca di sedare le passioni mentre Antonio cerca di eccitare proprio quelle e con maggiori risultati» e conclude: « la moltitudine è incapace di operare dei distinguo ed è facile trascinarla nella faziosità».
    L’unica possibilità, dunque, che la folla (o le masse o la moltitudine), non sia faziosa e appoggi o combini qualcosa di buono, visto che da sola è come un bambino che ha assoluto bisogno della guida di un adulto, starebbe nello scegliere ( o indurla a scegliere) una guida buona e non cattiva.
    È, lo si comprende bene, la posizione classica di Lenin: per combinare qualcosa di buono nella storia (una rivoluzione) ci vuole un partito di “scienziati della rivoluzione”, un’avanguardia che sa come stanno veramente le cose e riesca a farlo capire almeno ad una sezione della folla ( o masse o moltitudine).
    Dall’altra, finite sullo sfondo o riprese in particolari momenti, ci sono le posizioni illuministiche , sia pur con qualche tentennamento “protestante”, di Kant: l’illuminismo è l’uscita dell’uomo dalla minorità, il quale è da imputare all’uomo stesso. O quelle, facilmente liquidate ( dallo stesso Lenin che pur ne riconosceva i meriti), di Rosa Luxemburg (e , in un contesto storico più lontano e diverso, dello stesso Spinoza o dei “romantici” del primo Ottocento), che aveva fiducia nella “creatività” delle masse.
    Il dilemma tra queste due posizioni resta, per me, aperto e non è liquidabile con una scelta unilaterale.
    Perché è vero che solo con lo strumento del partito che conosce prima come stanno le cose (fornito di teoria) Lenin ha fatto la rivoluzione nella Russia zarista, ma è vero anche che quella rivoluzione non è riuscita ad essere “proletaria” né ad “estinguere lo Stato”; ed è venuto fuori un qualcosa, l’URSS da Stalin fino a Gorbaciov, che alcuni vedono solo come una degenerazione autoritaria della rivoluzione ( un po’ come capitò alla Rivoluzione Francese con Napoleone) e altri vedono come “un’altra cosa”, l’unica realisticamente possibile e dunque – hegelianamente (ciò che è reale è razionale) – da accettare, liberandosi dall’”utopia proletaria” (=religione), che al massimo sarebbe un contorno del tutto secondario della storia.
    Com’è vero che la “creatività” dei movimenti dura poco e presto – vedi ‘ 68 – la loro immaginazione va , sì, al potere, ma ben depurata, neutralizzata e portata lì, trasformisticamente, da pentiti o semi-pentiti del movimento stesso.
    Se poi qualcuno ha scovato la quadratura del cerchio, la spieghi.

  23. Giorgio Linguaglossa

    torniamo alla poesia. E leggiamo un componimento di Quasimodo, il più famoso, tratto da una raccolta del 1930: “Acque e terre”.

    « Ognuno sta solo sul cuor della terra
    trafitto da un raggio di sole:
    ed è subito sera. »

    A leggerla oggi, appare inequivocabilmente invecchiata. La mediocre poesia invecchia precocemente, e a rileggerla oggi ci dà da pensare sulla semplificazione del «reale» che Quasimodo fa del «reale» del suo tempo, dell’Italia e dell’Europa degli anni trenta: qui il «dolore» è visto come una questione individuale legata al ciclo biologico ed esistenziale dell’individuo isolato (considerato senza Storia e senza le numerosissime mediazioni dialettiche di cui è fatta la storia dell’io). È una poesia pacificatrice, aproblematica, semplicistica, retorica, vacua. Una pessima poesia perché deriva da una pessima (consolatoria) semplificazione del «reale». La poesia designa un falso «reale», un «reale» che non esiste, un «reale» che può andare bene alle élites dominanti e all’accademia alle quali vanno benissimo le poesie che ci parlano di presunti tormenti, di trafitture di raggi di sole (metafora abusata e corriva), sulla solitudine, etc.

    E allora torniamo al nostro problema: che cos’è il «reale» e come metterlo dentro la poesia? (perdonatemi la semplificazione forse eccessiva).
    Diciamo che la poesia di alto livello non scende mai a compromessi pacificatori con la visione del «reale» che il proprio tempo produce e impone; la poesia (leggi l’arte) di livello indica sempre un altro «reale» che nessuno (o quasi nessuno) è ancora in grado di poter vedere. E allora torniamo al problema base: come si fa a produrre un’arte di alto livello? Come può un’arte di alto livello prodursi quando essa esce fuori necessariamente dalle aspettative estetiche e culturali dei contemporanei? Come può un’arte di alto livello essere riconosciuta se i contemporanei sono condizionati (e legati) da concetti di poesia (e di arte) già sedimentati, digeriti e, proprio per questo, falsi e fuorvianti?

    • Luciano Nota

      A differenza di Linguaglossa, ritengo il componimento di Quasimodo per nulla invecchiato, anzi, IMMORTALE. ( Vorrei ricordare, che questi 3 versi facevano parte di una poesia dal titolo “Solitudini”, ove l’incertezza del linguaggio,le improvvise forme sintattiche e l’uso di una metrica regolare, portarono il nostro a fare una scelta incisiva e fulminante). Sono versi che si inondano di “senso”, di carne, di verità somma. Non è poesia pacificatrice, è sentenza, non è metamorfosi biologico-esistenziale, è significazione assoluta del tratto umano, non è semplificazione del reale, è REALTA’, pura realta, maledetta realtà. Il reale in poesia e nell’arte in generale, è tendenza allo schiudersi ultimando ogni gesto antropico, calcando il sogno che con gli alluci lisciamo.
      “La vita non è sogno. Vero è l’uomo/ e il suo pianto geloso del silenzio”.

      Luciano Nota

  24. Ennio Abate

    A Linguaglossa

    Torniamo alla poesia?
    Ma dov’è questo campo sicuro, questa zattera a cui aggrapparsi per non finire alla deriva nell’oceano tempestoso della storia o dell’esistenza individuale?
    Vedi che se possiamo definire quella di Quasimodo, da te riportata, «una pessima poesia» che «invecchia precocemente […] perché deriva da una pessima (consolatoria) semplificazione del «reale»», è per due ordini di motivi (complementari): – non siamo restati alla visione “semplificata” del reale e allo stesso tempo della poesia che aveva Quasimodo. O almeno pretendiamo di avere una posizione che ci permette di criticarlo. Pretendiamo, cioè, di aver conosciuto (filosoficamente, scientificamente) del “reale” aspetti che Quasimodo non vedeva; e di saperli esprimere con strumenti linguistici più adeguati al reale e che egli non aveva. Ma questo «alto livello», che pretendiamo per noi o più modestamente auspichiamo e cerchiamo può anche restare – mettiamolo in conto – un’astratta e velleitaria aspirazione. Io non credo al Poeta Veggente capace da solo di indicare « sempre un altro «reale» che nessuno (o quasi nessuno) è ancora in grado di poter vedere».
    Non nego le eccezioni. Ma esse, indagate a fondo, mostrano i mille fili che le collegano alle norme. Ma anche se lo fossero in assoluto, il fatto che siano riconosciute da pochi (contemporanei o meno) è un grosso limite. Che ce ne facciamo delle “cattedrali nel deserto” che nessuno vede ( o che molti non possono vedere perché alle prese con i “bassi livelli” dell’esistenza?).

  25. emilia banfi

    A Linguaglossa.
    la sua è una domanda che un po’ tutti ci siamo posti. L’arte di alto livello si riconosce nonostante il condizionamento dei contemporanei , perchè dà ad essi la possibilità di capire il nuovo attraverso un fatto psicologico che si svolge anche (e qui non voglio stupire nessuno) attraverso il corpo, perchè l’emozione fa parte del giudizio finale. Certo il mio discorso non è da critico ma sicuramente, quando vidi per la prima volta (ero giovanissima) “Les demoiselles d’Avignon ” di Picasso, provai qualcosa che non sono mai riuscita a descrivere , quel qualcosa che ancora oggi mi fa distinguere il valido dal non valido , resta il fatto che la mia idea del valore , ripeto, è legata strettamente al mio sentire che è assolutamente discutibile, ma che io rispetto perchè mi dà una possibilità infinita di sguardo. Il supporto dei critici, lo studio,la conoscenza , mi è poi servito molto per scoprire tutto ciò che c’è dentro il momento e la vita del pittore e tutt’ora mio interessa molto , ma ciò che di grande e positivo mi tarsmette una poesia nuova, una nuova espressione di pittura o di scultura cosidette “valide” , ancora oggi non so descriverlo ma mi coinvolge , direi mi travolge ancora.

  26. emilia banfi

    e.c. lo studio , la conoscenza,”mi sono poi serviti molto”.. scusate

  27. Rita Simonitto

    Continuo a pensare che il ‘reale’, su cui noi stiamo puntando l’attenzione, non sia una ‘cosa’ bensì una relazione nella quale siamo implicati (anche per il fatto stesso che ne parliamo e vi portiamo i nostri saperi e, soprattutto, le nostre convinzioni – non voglio ancora chiamarle ideologie).
    Prendiamo ad esempio la poesia di Quasimodo citata da Linguaglossa.
    Premetto che questo Poeta è stato ed è uno tra i miei preferiti, ma qui voglio seguire un discorso altro.
    Qui, l’astrazione e la generalizzazione (oppure l’a-storico) rispetto al dolore, intende sottolineare troppo il fatto che il sentimento della solitudine sia ‘eterno’ e trapassi tutti i tempi, come il ‘raggio di sole che trafigge indifferentemente il mondo attraverso i secoli’. Questa ‘generalizzazione’, pur vera e valida, viene però a sovrapporsi a quel processo di astrazione che parte dalla realtà contingente e ne ‘astrae’ certe particolarità facendone connessioni altrimenti impensabili. Perché non tutte le solitudini sono uguali, si dà solitudine e solitudine e ci possono essere differenze che ‘pesano’.
    Ed è proprio un concetto di ‘Umanità in Generale’ che invece piano-piano si insinua e che mette sotto scacco la problematicità di quel ‘reale’ specifico di quel contesto pre e post-bellico.
    Questa poesia, pertanto, visto che l’abbiamo presa come oggetto di riflessione, ci dice anche sulla realtà del mondo ‘intellettuale’ di quel tempo che, non a caso, la approvava.
    G. Ungaretti in una lettera del 1959, volendo smontare i meriti letterari e civili per cui Quasimodo aveva vinto il premio Nobel, criticò : “Scriveva poesie sulla Resistenza perché era di moda”.
    Emergono dunque aspetti di una cultura (!?) che incomincia a dare avvio e spazio ai buoni sentimenti (finito il periodo delle ‘cavalline storne’), a cui si aggiunge un mix pacificatore?
    O, per lo meno, ci può essere un atteggiamento a-conflittuale nel senso che il conflitto viene visto più all’interno della condizione umana (cosa più che ovvia), distogliendo l’attenzione da ciò che invece è dirimente, ovvero i conflitti dominati-dominanti, inter-dominanti e inter-dominati.
    Incomincia a farsi strada il cosiddetto ‘buonismo’ e, intanto che i soliti noti si macerano nei tormenti interiori, le classi dominanti (accademiche e no) favoriscono questa elargizione di ‘panem et circenses’ in modo da procedere indisturbati nel loro dominio.
    Per questo la poesia di Quasimodo può mostrarsi interessante (al di là del suo valore poetico che spetta al critico giudicare), in quanto veicola qualche cosa ‘di non visto’ rispetto ad un reale che invece possiamo vedere oggi, ex post, come al solito accade e come anche suggerisce Ennio: i particolari rapporti che la poesia può avere con il potere.
    Analogo interesse, proprio per questo ‘non visto che appare’, ho ritenuto di ritrovare nella valida poesia della Banfi: in pochi tratti, nei suoi versi, ha descritto non soltanto lo scarto generazionale, o quello valoriale (che pur ci stanno), ma una cesura terrificante tra la parola e il suo senso: * Signora grazie è questione d’igiene/ esca per favore.*
    Tremendo. Uno shock!

    Quanto alle domande poste da Ennio *L’unica possibilità, dunque, che la folla (o le masse o la moltitudine), non sia faziosa e appoggi o combini qualcosa di buono, visto che da sola è come un bambino che ha assoluto bisogno della guida di un adulto, starebbe nello scegliere ( o indurla a scegliere) una guida buona e non cattiva*: beh, se la mettiamo in questi termini, e visto che siamo in ricorrenza pasquale, chi fu scelto dalla folla, per essere liberato, fra Barabba e il Nazareno (quel Gesù che pure avevano seguito e di cui avevano riconosciuto anche miracoli)?
    La folla non ha bisogno di una guida, non è un bambino che ha bisogno di un adulto: è una aggregazione di persone.
    Come dice W. H. Auden: “Una società è qualche cosa a cui posso appartenere, una comunità è qualche cosa a cui posso unirmi, una folla è qualche cosa a cui mi aggiungo”. E, all’interno della moltitudine, che io ci sia o non ci sia come individuo, con un proprio pensiero, è altamente irrilevante a meno che io non ricopra per un momento la posizione di ‘capopopolo’.
    Una società che si è disgregata in quanto ha duramente messo alla prova il senso di appartenenza legato alla storia e alla memoria (o è stata poco per volta portata a farlo!), facilmente si comporta come una massa. Partiti, comunità (più o meno chiuse) e clan (li metto in posizione decrescente per segnalare il loro differente grado di ‘democrazia interna’) rimangono gli ultimi baluardi a impedire che lo sfacelo si compia del tutto.
    Quando Beppe Grillo tuona dal suo Blog: <> e aggiunge <> non fa ricordare, a chi ha un po’ di memoria storica, il famoso “Padroni, borghesi, ancora pochi mesi”? Oppure “Pagherete caro, pagherete tutto”?
    Non finì certo bene, ma non possiamo non dare atto che allora non aveva la preminenza la guida ‘moralizzatrice’ (così tipica della comunità chiusa con un leader indiscusso) ma c’era anche la consapevolezza che i destini dell’Italia non concernevano soltanto questo povero paese, oggi ormai ridotto a pura espressione geografica, ma che era inserito in un contesto geopolitico ben più vasto.
    E prendere atto di tutto ciò non attiene alla ‘realtà’? E trovare il ‘mistificante’ (che, quanto all’etimo ha a che fare con il mistero, ciò che non si delinea del tutto, ciò che ancora non è stato detto) non attiene al lavoro del poeta?
    La poesia è soltanto ispirazione o è anche una ‘ricerca’?
    R.S.

    @ Luciano Nota il cui post vedo adesso.

    Questa * significazione assoluta del tratto umano, non è semplificazione del reale, è REALTA’, pura realta, maledetta realtà* ha senza dubbio un suo posto importante e non intendo assolutamente negarlo.
    Ma, per fortuna (o per disgrazia, non so), purtroppo non è tutto.
    L’essere Uomo (con la sua maledetta Realtà in quanto Uomo) non lo esime dal fatto di stare anche dentro una rete di relazioni. E poter capire, o tentare di capire, quali sono queste relazioni, e che effetto hanno, forse, dico forse, potrebbe evitarci di prendere svarioni confondendo il nemico con l’amico, visto che anch’egli è un Uomo.
    A questo proposito, mi piace riprendere qui un pezzo della “Lode al Dubbio” di B. Brecht:
    Con coloro che non riflettono e mai dubitano
    si incontrano coloro che riflettono e mai agiscono.
    Non dubitano per giungere alla decisione, bensì
    per schivare la decisione. Le teste
    le usano solo per scuoterle. Con aria grave
    mettono in guardia dall’acqua i passeggeri dl navi che affondano.
    Sotto l’ascia dell’assassino
    si chiedono se anch’egli non sia un uomo.

    • Luciano Nota

      Carissima Rita, per me relazione è condivisione del tragitto umano, bello o cattivo che sia. Io non confondo l’amico e il nemico. Con l’amico parlo, condivido, col nemico ho voglia di dialogare, comprendere, instaurare e se possibile restaurare insieme. Poi richiamo l’amico, e vicinissimo il nemico, aggiusteremo la realtà.

      C’eravamo messi in viaggio
      lungo strade inclinate.
      Avevamo strappato ortiche
      dai terricci. Ci trovarono
      con voce senile.

      Luciano Nota

      • Rita Simonitto

        Carissimo Luciano, come non apprezzare e condividere sia la poesia citata e sia lo spirito che l’accompagna!
        So bene che l’amico e il nemico ‘concorrono’, nella loro dialettica, a far procedere il cammino. So bene che il termine ‘nemico’, può essere usato in contesti non del tutto adeguati, così come posso considerare ‘nemica’ la ‘parola’ solo perché non si piega al mio bisogno di chiarire il mio pensiero sin nelle sue viscere più profonde. Ma per quanto la possa considerare ‘nemica’, alla parola mi accompagno, lottando con lei e cercando con lei un adeguamento.
        Questo lo posso fare poiché la mia parola è, per l’appunto, mia, mi appartiene.
        Ma un ‘altro’ e la parola di un altro non sono di mia proprietà. Per cui non è detto che il loro pensiero e la loro parola concordino con il mio progetto. E allora diventano c…avoli acidi!
        E se sono ostili al mio progetto oppure, cosa peggiore, fanno finta di assecondarmi per poi remare contro, io, se voglio salvaguardare il mio progetto devo smascherarli.
        Tutto qui e grazie per l’attenzione.
        R.S.

  28. Rita Simonitto

    Scusate, ma non ricordavo più che ciò che entra dentro un certo tipo di virgolettatura non viene ripreso.
    Lo aggiungo qui di seguito.
    Mi scuso anche per la scrittura in corsivo che è apparsa così, al di là della mia iniziativa. Eh, la imponderabile ‘realtà’ del PC!!!

    ” I Padri Puttanieri, quelli che hanno sulle spalle la più grande rapina ai danni delle giovani generazioni. Questi padri che chiagnono e fottono sono i Bersani, i D’Alema, i Berlusconi, i Cicchitto, i Monti che ci prendono allegramente per il culo ogni giorno con i loro appelli quotidiani per la governabilità. Hanno governato a turno per vent’anni, hanno curato i loro interessi, smembrato il tessuto industriale, tagliato lo Stato sociale, distrutto l’innovazione e la ricerca. Pdl e pdmenoelle sono vent’anni che ci prendono per il culo e non hanno ancora il pudore di togliersi in modo spontaneo dai coglioni dopo Penati, Tedesco, Dell’Utri, Cuffaro, Monte Paschi di Siena, dopo il Lodo Alfano, lo Scudo Fiscale e cento leggi abominio “ e aggiunge “ I figli di NN vi manderanno a casa, in un modo o nell’altro, il tempo è dalla loro parte”

  29. emilia banfi

    Oh Rita quanto cose mi fai ricordare…quanti momenti vissuti tra lacrimogeni e “chi si estranea dalla lotta è un gran figlio di mignotta”, resitenza passiva ai poliziotti, e scrivevo anche allora una verità che ho messo nel cassetto e che oggi sembrava non servisse più…e la storia si ripete. Ma devo dire che in un angolo sola, mi leggevo Prèvert e gli credevo. Ciao

  30. 1
    Il più sublime lavoro della Poesia è, alle cose insensate dare senso, passione; ed è proprietà dei fanciulli di prender cose inanimate tra mani, e, trastullandosi, favellarci, come se quelle fossero persone vive.
    Giambattista Vico – Principi di scienza nuova d’intorno alla comune natura delle nazioni; XXXVII – Degli Elementi

    2
    La realtà è quella cosa che anche quando smetti di crederci, non va via, non svanisce…..
    Philp K.Dick Come costruire un universo che non cada a pezzi dopo due giorni

    3
    parafrasando Eliot, il genere umano se non poteva portare/sopportare troppa realtà, adesso quanto e come potrà resistere a tutta questa realità, pardon a tutto questo reality? la modifica antropologica è già a buon punto e non certo per la sola videocrazia locale del silviuncolo del caso(pur con tutte le sue enormi indicibili responsabilità)
    ciao

    ps
    senza la relazione con altro /l’altro da sé, saremmo sicuramente in un campo malato, autistico, come in realtà i poteri forti con le mani sulla realta , per controllarla/controllarci meglio, ne hanno voluto espandere le patologie da quelle strictu sensu, che al massimofino a qualche anno fa ci facevano sorridere e paingere in qualche film o in qualche libro di sacks. Sicuramente in questo caso l’italia già parecchio sofferente sul piano del grande individualismo del suo dna, è stato un buon campo di sperimentazione per inoculare questa malattia e non solo questa, I nostri padroni ringraziano.

  31. Giuseppina Di Leo

    Mi sento in linea con quanto già detto, a partire da Lucio Mayoor fino a Rò, nessuno escluso.
    Il mio pensiero: le parole della poesia dovrebbero contenere le imprecisioni della vita, originarle, nel peggiore dei casi; rendere innocue le idiozie di un corrivo ‘mostrare’, dell’ intanto fammi vedere cosa sai fare… Proporre anche il dubbio che talvolta la realtà è ingannevole.

  32. Forse siamo noi che ci siamo allontanati dalla realtà. Ogni mattina sento gli uccelli cinguettare tra i rami e sembra che per loro non cambi nulla, per loro la realtà non è ingannevole. Siamo noi che cambiamo, che siamo instabili. Il nostro rapporto con la realtà sembra essere evolutivo, cercando un rapporto con la realtà cerchiamo noi stessi e ci interroghiamo. Intesa così la realtà è un problema d’ecosistema, tra noi e l’ambiente. Immagino che lo studio dell’ecologia ambientale, comportamentale, culturale ci condurrà ad un ideale terreno, fattibile, ad una condizione di vita migliore, dove ci sia spazio anche per la celebrazione e la contemplazione. Viceversa staremo con Cartesio, nell’estenuante tentativo di mettere un po’ d’ordine nei pensieri, mentre la realtà continuerà a guardarci dagli alberi.

  33. Giuseppina Di Leo

    Ingannevolmente (verso me stessa) ho usato il termine ingannevole ma avrei dovuto dire incomprensibile intendendo quello che difficilmente può essere detto, un po’ come i tuoi alberi che ci guardano, caro Lucio.

  34. Giorgio Linguaglossa

    che il «reale» debba entrare in una poesia è un dato di fatto ovvio. Ma, chiediamoci:

    a) quale reale;
    b) attraverso quale filtro;
    c) ci sono miliardi di cose nel reale;
    d) il linguaggio è il veicolo che porta per noi il reale;
    e) diceva Valéry che il linguaggio è il luogo della confusione;

    Per fare un po’ di ordine, dobbiamo adoperare un riduttore; ma anche il linguaggio è un riduttore! E allora dobbiamo adoperare una tematizzazione del tema (un ulteriore riduttore ai minimi termini) e, all’interno del tema tematizzato dobbiamo introdurre una stilizzazione (un ulteriore riduttore), fino a pervenire a quella cosa ultima che costituisce quella cosa che non è più riducibile. Ma per fare un discorso poetico dobbiamo per forza di cose verificare continuamente (testare) la validità dei discorsi poetici di chi ci ha preceduto; dobbiamo operare sempre con un meta linguaggio. Dunque, per parlare del linguaggio io devo ricorrere a un meta linguaggio; ciò richiede doti di astrazione e di concretizzazione di uno scrittore davvero eccezionali. Non è così facile scrivere un buon romanzo o un buon libro di poesia: il testo deve sconvolgere i nostri orizzonti di attesa. ma se li sconvolge noi non riconosciamo più un testo, non siamo in grado di comprenderlo, e il testo ci rimane estraneo. Se, invece, il testo non sconvolge i nostri orizzonti di attesa, ecco che il testo ci parla, rientra entro i nostri canoni culturali, soggettivi. Ma sarà un testo di mediocre qualità, perché con il mutamento dei canoni e dei gusti soggettivi il testo tramonterà nell’indistinto del già detto e scritto innumerevoli volte. Il testo invecchia inesorabilmente (come nella citata poesia di Quasimodo), non è più in grado di parlarci.
    Il testo parla quando noi lo interroghiamo, altrimenti resta muto. E può restare muto per anni, secoli, finché qualcuno non sarà in grado di porgli la giusta domanda.
    Il testo vive nell’attesa. In questo senso vive nel tempo, nel senso che il tempo è il suo carceriere. Il testo vive nella prigione della sua Forma. Ma, ci chiediamo noi: da dove viene la Forma?

  35. emilia banfi

    Riflettendo sul commento di Linguaglossa: certo il tempo è carceriere se il testo vive nell’attesa. Certo nessun poeta ha pensato o pensa a questo cioè ad un testo immortale. Il testo è bello, importante, considerandolo nel contesto del suo tempo. Dante scrisse la Divina Commedia , si preoccupò moltissimo del testo , della forma, restò per sempre, almeno fino ad ora sui libri di testo e nelle università, ma nessuno oggi scriverebbe come lui , sarebbe davvero inutile, alcune volte sentiamo qualche comico che declama versi ironici alla maniera di Dante , questo mi intristisce ma il tempo si sà è un impietoso carceriere e se si mette è anche molto molto cattivo, ma Dante resta e se ne frega.

  36. Giorgio Linguaglossa

    …leggiamo due composizioni del poeta polacco Ryszard Krynicki:

    Fobia dell’altezza

    Il potere sof­fre di fobia dell’altezza :

    più in alto si arrampica,

    piu’ ha paura di scen­dere sulla terra.

    *

    La verità?

    Cos’è la verità?

    Dove ha sede?

    Dove la sua amministrazione?

    Dov’è il con­si­glio direttivo?

    Dove sono i suoi giuristi?

    Dov’è la sua scorta?

    Dove la sua sezione per la promozione?

    Dove quella del marketing?

    Com’è la sua audience?

    Com’è la forza di impatto?

    Com’è la sua tutela mediatica?

    Si vende bene?

    E’ già quo­tata in borsa?

    Che valore hanno le sue azioni?
    Ryszard Krynicki/due poesie

    Fobia dell’altezza

    Il potere sof­fre di fobia dell’altezza :

    più in alto si arrampica,

    piu’ ha paura di scen­dere sulla terra.

    *

    La verità?

    Cos’è la verità?

    Dove ha sede?

    Dove la sua amministrazione?

    Dov’è il con­si­glio direttivo?

    Dove sono i suoi giuristi?

    Dov’è la sua scorta?

    Dove la sua sezione per la promozione?

    Dove quella del marketing?

    Com’è la sua audience?

    Com’è la forza di impatto?

    Com’è la sua tutela mediatica?

    Si vende bene?

    E’ già quo­tata in borsa?

    Che valore hanno le sue azioni?
    Ryszard Krynicki/due poesie

    Fobia dell’altezza

    Il potere sof­fre di fobia dell’altezza :

    più in alto si arrampica,

    piu’ ha paura di scen­dere sulla terra.

    *

    La verità?

    Cos’è la verità?

    Dove ha sede?

    Dove la sua amministrazione?

    Dov’è il con­si­glio direttivo?

    Dove sono i suoi giuristi?

    Dov’è la sua scorta?

    Dove la sua sezione per la promozione?

    Dove quella del marketing?

    Com’è la sua audience?

    Com’è la forza di impatto?

    Com’è la sua tutela mediatica?

    Si vende bene?

    E’ già quo­tata in borsa?

    Che valore hanno le sue azioni?

  37. Giorgio Linguaglossa

    gent.mi interlocutori,

    vedete, il bello è che quando leggo le poesie di autori di alto livello, beh io capisco tutto, le parole della loro poesia mi entrano subito nel cervello. E lì restano. Non se ne vanno più nemmeno se le scaccio con il frustino.
    Se invece leggo un Autore italiano di oggi, beh, spesso non riesco a comprendere né il significato delle parole né il senso di singole frasi. Prendiamo un esempio, a caso, di un Autore (non faccio il nome), cerco di leggere una sua composizione. Lo ammetto con assoluta modestia: non sono in grado di riferire (per miei limiti) di che cosa tratta né di chi stia parlando. L’Autore passa da un suo pensiero «interno» a un altro, dimenticandosi però del lettore, che viene lasciato lì, sulla panchina, ad attendere il suo turno. Prima o poi l’Autore si degnerà di chiamarlo ad entrare nei suoi pensieri «interni». Ecco la poesia:

    Nelle vostre preghiere mormora
    un auspicio, il buon governo
    dell’udire e dell’essere uditi
    e di credervi da me esauditi.
    Per placare il Grande Terrore
    calunniate le abrase memorie
    dei primi nostri giorni felici.
    Ma sono inscritti negli annali
    della solarità mattutina, gli stili
    del mio più riuscito romanzo.
    Non un capello è identico a un altro
    e voi vorreste che io vi riconoscessi
    tutti, uno a uno, e vi stupite se sfuggo
    se resto sulla difensiva, miei tremanti
    bestioni di pelle nera, di occhi chiari.
    Sagome fraterne, fragili bersagli.

    • Giorgio Linguaglossa

      Adam Zagajevski: Il fiume nero

      Un fiume nero scorreva nel parco.
      Più in là si stendevano giardini indifferenti
      e le trecce folte delle siepi.
      Là dove cantavano i merli, un tempo c’era
      una succursale di Auschwitz, e sotto l’erba
      furono sotterrate le bende dell’ospedale russo,
      per questo il prato era gonfio, rigoglioso.
      Alianti innocenti senza un fremito
      si libravano nel cielo e cadeva la pioggia,
      leggera, spensierata come una lacrima di gioia

      Qui c’è il «dolore»; ma, dopo tanti anni, è stato dimenticato, rimosso, cancellato… ed è diventato qualcosa di irriconoscibile, qualcosa di adatto ad essere usato come «materiale per la poesia». Devono passare anni, a volte decenni affinché il «dolore» possa essere utilizzato in poesia. Ecco perché quasi sempre (per non dire sempre) il dolore di una persona amata, che ci è stata vicina per tanto tempo: un figlio, una madre, una moglie, un amico per quanto terribile, si dimostra materia non adatta alla poesia… soltanto lo scorrere del tempo, una volta raffreddata la «materia», può rendere quel «dolore» finalmente adatto ad essere raccontato in versi.
      La poesia preferisce i materiali freddi a quelli caldi.

      • ro

        Dai suoi interventi su Luciano Nota ( e non solo) penso che anche Lei in questo con-testo abbia agito ben ” a caldo”, insomma tutt’altro che a freddo e chi è senza peccato scagli la pria pietra.
        In secondo luogo penso che nella poesia, come nella vita, nessuno può dire a un altro uomo, quando il dolore provato o trasmesso o espresso, sia tale o meno o coe . CIò tanto in poesia, quanto per primo su tutti gli altri piani.

  38. emilia banfi

    Tra il caldo e il freddo c’è il tiepido solo questo contesterei.

  39. Luciano Nota

    Sono stanco delle stanche provocazioni di Giorgio Linguaglossa.

  40. Ennio Abate

    “Devono passare anni, a volte decenni affinché il «dolore» possa essere utilizzato in poesia […] soltanto lo scorrere del tempo, una volta raffreddata la «materia», può rendere quel «dolore» finalmente adatto ad essere raccontato in versi. La poesia preferisce i materiali freddi a quelli caldi.” (Linguaglossa)

    Se si tratta di una preferenza, la si può anche vagliare. Ma perché farne un dogma o magari una prescrizione (“Devono passare anni, a volte decenni”)?
    Non sono in grado al momento di portare degli esempi o trovare il tempo per una ricerca nella storia letteraria italiana e non solo. Ma questa affermazione si presta a obiezioni sia scherzose che serie: quanti anni? quanti decenni?
    Anche perché il “raffreddamento” dipende da chissà quanti fattori. E alcuni di questi possono anche svilupparsi in tempi brevissimi. E poi non può succedere che la “materia” diventi così fredda o quasi marmorea da perdere quel “qualcosa” che può far scattare la poesia? Insomma a me pare che abbiamo avuto poesia sia quando il poeta è partito da una materia “calda” sia quando ha dovuto lavorare ( o ha preferito lavorare) su quella “raffreddata”.

  41. Giuseppina Di Leo

    A Giorgio Linguaglossa vorrei dire che ciò non può essere applicato come una regola. Questo significa che il dolore ha una urgenza difficilmente differibile nel tempo, non è cioè una madeleine da intingere nel tè del ricordo.

    Il poeta Miklós Radnóti, morto nel 1944 con un colpo di pistola alla nuca, ha scritto le sue poesie anche all’interno del campo di concentramento e i suoi poveri resti ebbero una identità grazie al taccuino che gli fu ritrovato tra gli abiti. Certo si tratta di casi che diremmo estremi, ma cos’era il suo se non dolore?
    Ecco alcuni suoi versi, nudi, eppure di una immediatezza che trovo potente:

    Sul paesaggio splende la luna e a quella sua luce il filo
    spinato è nuovamente teso, dalla finestra seguo sul muro
    le ombre delle guardie armate tra le voci della notte.

    • Giorgio Linguaglossa

      gent.mi interlocutori,

      anch’io ho scritto una poesia su mio padre, ma dopo dieci anni dalla sua morte. Ma non è detto che quello che per me sono 10 anni per altri possano essere 10 giorni o 10 minuti. Non mi sembra che dalle mie parole si possa evincere un dogma. Lo scorrere del tempo fa la Forma, è parte integrante della Forma. Questo ritengo che sia un problema (estetico) non da poco. Lo scorrere del tempo è anche una questione di spazio, e sia il tempo che lo spazio intervengono a formare la Forma. Ma lasciamo stare le questioni estetiche…
      Poi, che le mie siano delle «provocazioni», non mi sembra, ciascuno è libero di interpretare le frasi dell’altro interlocutore come vuole, come crede, però ritengo che si debba sempre tentare di capire quello che l’interlocutore vuole significare, altrimenti va a finire che ciascuno litiga con il proprio “fantasma”.
      Anche Mandel’stam ha scritto belle poesie nel Lager dove era stato confinato da Stalin, e anche Ungaretti ha scritto belle poesie mentre era in trincea etc. gli esempi si potrebbero moltiplicare… ma io non parlavo della «dimensione del dolore» che accomuna tutti i viventi in tutte le epoche, il mio obiettivo era molto più ristretto e circoscritto: volevo mettere all’erta su una pratica oggi molto diffusa di utilizzare e strumentalizzare il dolore per la dipartita di una persona cara per farne «materia di poesia», perché la poesia non si lascia utilizzare e strumentalizzare per scopi pratici, ma vola via, scappa via da chi vuole metterle l’altoparlante in bocca. Tutto qui. Poi, ovviamente le posizioni possono essere le più diverse e c’è libertà per ciascuno di scrivere quello che vuole, ci mancherebbe!

  42. emilia banfi

    Da una calda discussione intiepidita dal buon senso raffreddata dalla saggezza , la poesia sta a guardare e inevitbilmente si fa i fatti suoi come sempre regnando incontrastata chissà fino a quando.

    • ro

      Pienamente d’accordo..perchè?
      perché se ci si appella strenuamente alla forma, per paradosso essa diventa una macchietta (di se stessa).Smette di essere portatrice di est-etica, sia laddove sia l’evidenza della catastrofe stessa quotidiana, sia laddove voglia denunciarla (come sembra anche per G.L.).

      Inoltre, per esserne così pieni e radicali fautori ,occorrerebbe un portamento comportamento fattivo che mai e mai cada in comportamenti (relazioni e rapporti) con cadute e tonfi di forma. Tuttavia ulteriore paradosso avverrebbe di fronte alla pratica comportamentale di questo “mai”: l’uomo sarebbe quella perfezione che neanche dio può essere (non solo perché il mondo, mistero a parte, è un’opera evidentemente molto imperfetta sfuggitagli molto di mano).

      Sicché anche il nostro potente mente Linguaglossa soggiace alla legge eterna delle contraddizioni: pretende la forma, in poesia, come ultimo rifugio di un assoluto, relativo ma assoluttizzabile, che non può esistere fin dai suoi comportamenti, che proprio sulla forma si scontrano continuamente. E tutto ciò lo fa paradossalmente, oltre ogni forma e distanza siderale e antipatia che sucita, molto molto umano come ogni uomo che corre il rischio del ridicolo ad ogni istante ( anch’io, ora, mentre scrivo, come tutti i miei simili, ognuno con la sua forma, ingreggiata o meno, conformista o meno).

      Pertanto “l’ultimo atto della vera poesia culmina nel silenzio” Antonio Bertoli su quel sublime eterno clandestino di Paul Nougé perché” la vera opera d’arte è la vita e non ha niente a che vedere con il sistema letterario”.

      “Quando si olptrepassa la soglia dell’ineffabile, non si può più dire né scrivere nulla” Robert Georgin .

  43. Ennio Abate

    “la poesia non si lascia utilizzare e strumentalizzare per scopi pratici, ma vola via, scappa via da chi vuole metterle l’altoparlante in bocca.” (Linguaglossa)

    “la poesia sta a guardare e inevitabilmente si fa i fatti suoi” (Banfi)

    “l’ultimo atto della vera poesia culmina nel silenzio” (citazione di ro)

    Amici, amiche,
    lasciamo stare la poesia, che scappa via, si fa i fatti suoi, culmina nel silenzio. Partiamo da questa o quella poesia, diciamo cosa ne pensiamo e perché, stiamo, per favore, più terra terra…

    • ro

      Amico Ennio :-)..visto che ti ha colpito solo una parte di quanto, già di per sé incompleto, volevo dire, ti lascio un altro pezzo sul silenzio che è il pre-linguaggio, oltre che il termine del viaggio nei pianeti parola:

      “Il linguaggio deve diventare il prodotto del silenzio – sorgente del significato – che viene prima dell’atto della parola”
      Ko Un

    • Luciano Nota

      Carissimi, leggete questa MERAVIGLIOSA poesia del mio conterraneo Leonardo Sinisgalli, mio MAESTRO, punta di DIAMANTE dell’ermetismo italiano. E’ dedicata alla sua sorellina morta.

      EPIGRAFE

      Quando partisti, come è nostra usanza,
      inzepparono la cassa dei tuoi piccoli oggetti cari.
      Ti misero l’ ombrellino da sole
      perché andavi in un torrido regno
      e ti vestirono di bianco.
      Eri ancora una bambina,
      una bambina difficile a crescere.
      Pure fosti accolta con rassegnata dolcezza,
      custodita e portata alla luce
      come matura la spiga in un campo esausto.
      lo ricordo, sorella, il tuo pigolìo
      quando ti chiudevi a piangere sulla loggia
      perché volevi andare sul tetto a stare.
      Eri felice soltanto se potevi sollevarti un poco da terra.
      Ti misero nella cassa gli oggetti più cari,
      perfino una monetina d’oro nella mano
      da dare al barcaiolo che ti avrebbe accompagnata
      all’altra riva. Noi restammo di qua
      nella grande casa che tu sapevi rivoltare come un sacco.
      Per un po’ di giorni nessuno ebbe voglia di riassettarla.
      Ci raccogliemmo intorno al camino
      pensando al tuo grande viaggio,
      alla tristezza di mandarti sola in un paese sconosciuto.
      La nonna stava ad aspettarci da anni.
      Da anni nessuno di noi era stato chiamato.
      Nell ‘immensa plaga, in quella lunga quarantena
      come avete fatto a riconoscervi?
      Ti avevamo messo dentro la cassa gli oggetti più cari,
      il tuo ombrellino, il tuo pettine, un piccolo mazzo di fiori.
      Mia madre ti seguiva ad ogni tappa, dalla casa
      alla chiesa, dalla chiesa al cimitero.
      Dava ricetto nella sua stanza ad ogni farfalla,
      e tenne per lungo tempo la casa aperta
      nella speranza che tu potessi tornare.
      Un giorno una donna venne a bussare alla porta,
      a dirci che ti aveva sognata.
      La donna aveva una bimba malata, una tua compagna,
      cultura e società
      e tu avevi visitata.
      Parlasti in sogno a quella donna, chiedesti qualcosa
      che ella non sapeva: perché non sentiva in sogno
      e tu parlavi e pareva che chiedessi una cosa
      che nella confusione del distacco era stata dimenticata.
      Mia madre rovistò tra le tue carte,
      stette a lungo a cercare i tuoi quaderni a uno a uno.
      Guardammo per l’ultima volta
      la tua scrittura tenera, il tuo esile nome
      scritto dalla tua piccola mano.
      Furono legati con un nastro bianco i tuoi quaderni
      che avevamo dimenticati. La bambina te li avrebbe portati.
      Aggiustammo i tuoi quaderni nella cassa
      della compagna che tu avevi prediletta.
      Anch’essa venne vestita di bianco
      nel torrido regno da cui nessuno è mai tornato.

      da l Campi Elisi

      • Luciano Nota

        Scusatemi, la riporto perchè nella precedente c’era un refuso.

        Quando partisti, come è nostra usanza,
        inzepparono la cassa dei tuoi piccoli oggetti cari.
        Ti misero l’ ombrellino da sole
        perché andavi in un torrido regno
        e ti vestirono di bianco.
        Eri ancora una bambina,
        una bambina difficile a crescere.
        Pure fosti accolta con rassegnata dolcezza,
        custodita e portata alla luce
        come matura la spiga in un campo esausto.
        lo ricordo, sorella, il tuo pigolìo
        quando ti chiudevi a piangere sulla loggia
        perché volevi andare sul tetto a stare.
        Eri felice soltanto se potevi sollevarti un poco da terra.
        Ti misero nella cassa gli oggetti più cari,
        perfino una monetina d’oro nella mano
        da dare al barcaiolo che ti avrebbe accompagnata
        all’altra riva. Noi restammo di qua
        nella grande casa che tu sapevi rivoltare come un sacco.
        Per un po’ di giorni nessuno ebbe voglia di riassettarla.
        Ci raccogliemmo intorno al camino
        pensando al tuo grande viaggio,
        alla tristezza di mandarti sola in un paese sconosciuto.
        La nonna stava ad aspettarci da anni.
        Da anni nessuno di noi era stato chiamato.
        Nell ‘immensa plaga, in quella lunga quarantena
        come avete fatto a riconoscervi?
        Ti avevamo messo dentro la cassa gli oggetti più cari,
        il tuo ombrellino, il tuo pettine, un piccolo mazzo di fiori.
        Mia madre ti seguiva ad ogni tappa, dalla casa
        alla chiesa, dalla chiesa al cimitero.
        Dava ricetto nella sua stanza ad ogni farfalla,
        e tenne per lungo tempo la casa aperta
        nella speranza che tu potessi tornare.
        Un giorno una donna venne a bussare alla porta,
        a dirci che ti aveva sognata.
        La donna aveva una bimba malata, una tua compagna,
        e tu l’avevi visitata.
        Parlasti in sogno a quella donna, chiedesti qualcosa
        che ella non sapeva: perché non sentiva in sogno
        e tu parlavi e pareva che chiedessi una cosa
        che nella confusione del distacco era stata dimenticata.
        Mia madre rovistò tra le tue carte,
        stette a lungo a cercare i tuoi quaderni a uno a uno.
        Guardammo per l’ultima volta
        la tua scrittura tenera, il tuo esile nome
        scritto dalla tua piccola mano.
        Furono legati con un nastro bianco i tuoi quaderni
        che avevamo dimenticati. La bambina te li avrebbe portati.
        Aggiustammo i tuoi quaderni nella cassa
        della compagna che tu avevi prediletta.
        Anch’essa venne vestita di bianco
        nel torrido regno da cui nessuno è mai tornato.

  44. emilia banfi

    Abate ha ragione terra terra ci stanno le radici, la vita, la crescita, ma l’albero ha bisogno di luce, atmosfera, pioggia,vento grandine, sole,
    solo così può di mostrare a tutti non solo di vivere ma anche di resistere.

    • ro

      Fu a lungo un poeta.
      Persino i bambini
      e le donne
      lo chiamavano “Poeta”.
      Più di chiunque altro
      lui fu un Poeta.
      Persino i maiali, i cinghiali,
      grugnendo lo chiamavano “Poeta”.

      Partì per andare lontano, morì sulla via del ritorno.
      Non un verso rimase nella sua capanna di paglia.
      Fu forse un poeta che non scriveva poesie?
      Un altro poeta
      compose in sua vece una poesia.
      Non appena scritta,
      fiuuu, volò via con una folata di vento.

      Fu così che poesie di ogni spazio e tempo, scritte in migliaia di anni, seguendole
      volarono via una per volta, fiuuu, con una folata di vento.

      La poesia non c’è.
      Ko Un
      L’isola del canto
      lieto colle trad.Vincenza D’Urso

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