Giorgio Linguaglossa, Il ritardo storico della poesia italiana. Gli anni dieci.

Linguaglossa 20013
Pubblico un brano del nuovo libro di Giorgio Linguaglossa, “Dopo il Novecento. Monitoraggio della poesia italiana contemporanea” in corso di stampa per  Società Editrice Fiorentina, Firenze. In anticipo sull’auspicabile discussione, dico che la tesi di un ritardo storico della poesia  italiana del Novecento a causa della sua «impalcatura piccolo-borghese» che avrebbe impedito di affrontare la problematica dell’«autenticità»  è suggestiva  ma, come già  in altre occasioni ho motivato, mi lascia perplesso. [E.A.]

Nella poesia degli Anni Dieci è evidente che il linguaggio tende a stare dalla parte della «cosa», più vicina alla «vita», e quest’ultima si scopre irrimediabilmente lontana dal «quotidiano»; sembra come per magia, allontanarsi dalla «vita» per via, direi, di un eccesso di intensità e di velocità. La polivalenza polifunzionale degli stili emulsionati raggiunge qui il suo ultimo esito: una sorta di fantasmagoria dialettica della realtà e della fantasia: una dialettica dell’immobilità dove scorrono le parole come fotogrammi sulla liquida superficie del monitor globale-immaginario caratterizzate dalla impermanenza e dalla instabilità. È la forma-poesia che qui né implode né esplode ma si disintegra come sotto l’urto di forze soverchianti e disgregatrici. E la forma-poesia assume in sé gli elementi dell’impermanenza e della instabilità stilistiche quali colonne portanti del proprio essere nel mondo. La rivendicazione della «bellezza»  rischia così di diventare una parola d’ordine utile agli altoparlanti del cerchio informativo mediatico. Quella che un tempo era la dimensione mitica (in quanto passato più lontano), si è tramutata in preistoria, e la preistoria è diventata più vicina a noi proprio in quanto preistoria di un mondo divenuto post-storia (barbaro e barbarizzato). Così pre-istoria e post-storia si uniscono in idillio. Possiamo dire che nelle nuove condizioni della poesia degli Anni Dieci il nuovo si confonde con l’antico, il patetico con l’apatico, l’incipit con l’explicit ed entrambi risultano indistinguibili in quanto scintillio di una fantasmagoria, alchimia di chimismi elettrici, brillantinismi di un apparato fotovoltaico.A questo punto, dobbiamo chiederci: la problematica dell’«autenticità» e dell’«identità» che ha attraversato il Novecento europeo, ha avuto una qualche influenza o ricaduta sulla poesia italiana contemporanea? È stata in qualche modo recepita dalla poesia del secondo Novecento? Ha avuto ripercussioni sull’impianto stilistico e sull’impiego delle retorizzazioni? E adesso proviamo a spostare il problema. Era l’impalcatura piccolo-borghese della poesia del secondo Novecento una griglia adatta ad ospitare una problematica «complessa» come quella dell’«autenticità», della «identità», della crisi del «soggetto»? Nella situazione della poesia italiana del secondo Novecento, occupata dal duopolio a) post-sperimentalismo, b) poesia degli oggetti, c’era spazio sufficiente per la ricezione di una tale problematica? C’erano i presupposti stilistici? Malauguratamente, sia il post-sperimentalismo che la poesia degli oggetti non erano in grado di fornire alcun supporto filosofico, culturale, stilistico alla assunzione delle problematiche dell’«autenticità» in poesia. Di fatto e nei fatti, quelle problematiche sono rimaste una nobile e affabile petizione di principio nel corpo della tradizione poetica del tardo Novecento.

Personalmente, nutro il sospetto che il ritardo storico accumulato dalla poesia italiana del Novecento nell’apprestamento di una area post-modernistica e/o post-contemporanea, si sia rivelato un fattore molto negativo che ha influito negativamente sullo sviluppo della poesia italiana ritardando, nei fatti, la visibilità di un’area poetica che poneva al centro dei propri interessi la problematica dell’«autenticità» e dell’«identità». Relegata ai margini, l’area modernistica è uscita fuori del quadro di riferimento della poesia maggioritaria. Poeti che hanno fatto dell’«autenticità» e dell’«identità» il nucleo centrale della loro ricerca appartengono alla generazione invisibile del Novecento, i defenestrati dall’arco costituzionale della poesia italiana. È tutta la corrente sotterranea del modernismo e del post-modernismo che risulta espunta dalla poesia italiana del secondo Novecento, la parte culturalmente più vitale e originale.

Si spalanca in questo modo la strada all’egemonia della poesia piccolo-borghese del minimalismo romano e dell’esistenzialismo milanese degli anni Ottanta e Novanta, che giunge fino ai giorni nostri, e così si pacifica la storia della poesia italiana del secondo Novecento vista come una pianura o una radura di autori peraltro sprovveduti dinanzi alle problematiche che stavano al di là del loro angusto campo visivo e orizzonte di attesa.

Si stabilisce una affiliazione stilistica, un certo impiego degli «interni» e degli «esterni» urbani e suburbani, certe riprese «dal basso», certe inquadrature «di scorcio», una certa «velocità», un certo zoom paesaggistico, un certo modo di accostare le parole e una certa interpunzione dei testi, un certo impiego della procedura «iperrealistica» di avvicinamento all’oggetto; viene insomma stabilita una determinata gerarchia dei criteri di impiego delle retorizzazioni e della iconologia degli «oggetti». L’iconologia diventa un’iconodulia. In una parola, viene posto un sistema di scrittura dei testi poetici e solo quello. In un sistema letterario come quello italiano in cui viene rimossa una intera generazione di poeti ed una stagione letteraria come quella del tardo modernismo, non c’è nemmeno bisogno di imporre ad alta voce un certo omologismo stilistico e tematico, è sufficiente indicarlo nei fatti, nelle scelte concrete degli autori pubblicati nelle collane a maggiore diffusione nazionale.

Come la filosofia non progredisce (se accettiamo per progresso l’accumulo di risultati che si susseguono), anche la poesia non progredisce né regredisce (non soggiace alla logica economica del progresso né conosce crisi di recessione), semmai conosce tempi di stasi e di latenza. In tempi di stagnazione stilistica c’è di che domandarsi: A che pro? E per chi? E perché scrivere poesie? Fortunatamente, la crisi spinge ad interrogare il pensiero, a rispondere alle domande fondamentali. Come ogni crisi economica spinge a rivedere le regole del mercato, analogamente, ogni crisi stilistica spinge a ripensare la legittimità dei fondamentali: Perché lo stile? Quando si esaurisce uno stile? Quando sorge un nuovo stile? Uno stile sorge dal nulla o c’è dietro di esso uno stile rivalutato ed uno rimosso? Che cos’è che determina l’egemonia di uno stile? Non è vero che dietro una questione, apparentemente asettica, come lo stile, si nasconda sempre una sottostante questione di egemonia politico-estetica? Non è vero che, come nelle scatole cinesi, uno stile nasconde (e rimuove) sempre un altro stile? Non è vero che l’egemonia piccolo-borghese della poesia italiana del secondo Novecento ha contribuito a derubricare in secondo piano l’emersione di un «nuovo stile» e di una diversa visione della poesia? Non sta qui una grave incongruenza, un nodo irrisolto della poesia italiana? C’è oggi in Italia un problema di stagnazione stilistica? I nodi irrisolti sono venuti al pettine? C’è oggi in Italia un problema tipo collo di bottiglia? Una sorta di «filtro profilattico» nei confronti di ogni «diverso» stile e di ogni «diversa» visione? Io direi che la stagnazione stilistica è oggi ben visibile in Italia e si manifesta con la spia della disaffezione dei lettori verso la poesia del minimalismo e del micrologismo. Ed i lettori fuggono, preferiscono passeggiare o guardare la TV.

Uno stile nasce nel momento in cui sorge una nuova autenticità da esprimere: è l’autenticità che spezza il tegumento delle incrostazioni stilistiche pregresse. Non c’è stile senza una nuova poetica. Uno «stile derivato» è uno stile che sopravvive parassitariamente e aproblematicamente sulle spalle di una tradizione stilistica. Gran parte della poesia contemporanea eredita e adotta uno «stile derivato», un mistilinguismo (alla Jolanda Insana) composito, aproblematico e apocritico che può perimetrare, come una muraglia cinese, qualsiasi discorso, qualsiasi chatpoetry. Che cos’è la chatpoetry?  È lo stile, attiguo a quello dei pettegolezzi delle rubriche di informazione e intrattenimento dei rotocalchi, del genere dei colloqui da salotto piccolo borghese televisivo intessuto di istrionismi, quotidianismi e cabaret. Vogliamo dirlo con franchezza? Quanti libri di poesia adottano, senza arrossire, il modello televisivo del reality-show? Quanti autori adottano un modello di mistilinguismo, di idioletto di marca pseudo sperimentale acritico e gratuito? Quanta poesia contemporanea agisce in base al concetto di realpolitik del modello poetico maggioritario? Quanta poesia reagisce adattando il modello idiolettico (che oscilla tra chatpolitic e realityshow) di diffusione della cultura massmediatizzata? Vogliamo dirlo? Quanta poesia in dialetto è scritta in un idioletto incomprensibile e arbitrario? E dove lo mettiamo il mito della lingua dell’immediatezza? Il mito della lingua dell’infanzia? Come se la lingua dell’infanzia avesse un diritto divino di primogenitura quale lingua «matria» particolarmente adatta alla custodia dell’autenticità!

Oggi dovremmo chiederci: quanta poesia neodialettale del tardo Novecento fuoriesce dalla forbice costituita dalla retorica oleografica e dal folklore applicato al dialetto? Quali sono (in pieno post-moderno) le basi filosofiche che giustificano l’applicazione dello sperimentalismo al dialetto? Che senso ha, dopo la fine della cultura dello sperimentalismo, applicare la procedura sperimentale al dialetto come hanno fatto Franco Loi e Cesare Ruffato? Ha ancora un senso il mistilinguismo di Jolanda Insana? Ha senso adoperare la categoria della «Bellezza» avulsa da ogni contesto? E l’«autenticità»? Ha ancora senso parlare di «Bellezza» in mezzo alla «chiacchiera» del mondo del «si»? Si può ancora parlare della «Bellezza» in mezzo alla estraniazione del mondo delle merci e dei rapporti umani espropriati dell’ipermoderno?

Dalla «Nascita delle Grazie» fino al «mitomodernismo» c’è una incapacità di fondo a costruire una piattaforma critica. La poesia mitomodernista segue, e non potrebbe non farlo, il piano inclinato delle poetiche epigoniche del tardo Novecento, decorativa e funzionale agli equilibri della stabilizzazione stilistica. Il «recupero di concetti come Anima, Visione, Ispirazione, Destino, Avventura»; «La proposta della Bellezza come valore universale» (dizioni di Roberto Mussapi), sono concetti tardo novecenteschi, maneggiati in modo ingenuo-acritico, inscritti nel codice genetico del modello letterario mitopoietico.

Ma chi non è d’accordo sullo scrivere una poesia «bella»? È un proposito senz’altro condivisibile, ma non basta una semplice aspirazione per scrivere una poesia «bella». L’assenza peraltro di una struttura critica, di un pensiero filosofico in grado di affiancare quella proposta di poetica, ha finito per pesare negativamente sullo sviluppo del mitomodernismo come poetica propulsiva. Perorare, come fa Mussapi, che «come esiste l’Homo Religiosus esistano anche l’Homo Tradens e l’Homo Poeticus», è, come dire, un atto di inconfessabile ingenuità filosofica.

Il fatto è che oggi parlare di «autenticità», di «identità», di «soggetto», di «irriconoscibilità» della scrittura poetica implica porre al centro dell’attenzione critica la questione di un’altra «rappresentazione». Il discorso poetico del prossimo futuro dovrà passare necessariamente attraverso la cruna dell’ago della presa di distanza dal parametro maggioritario del tardo Novecento.

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19 commenti

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19 risposte a “Giorgio Linguaglossa, Il ritardo storico della poesia italiana. Gli anni dieci.

  1. Ennio Abate

    A Linguaglossa:

    Caro Giorgio,
    mi addentro con simpatia (ma a volte scuotendo il capo…) nella prosa a volte lussureggiante per me di questo tuo brano e espongo, come altre volte, queste osservazioni/obiezioni:

    1. Parli di forma-poesia disintegrata, di mito ridotto a preistoria. E dici «la preistoria è diventata più vicina a noi proprio in quanto preistoria di un mondo divenuto post-storia (barbaro e barbarizzato». E obietto: ma preistorico = barbaro?
    Parli di idillio tra preistoria e post-storia, di un nuovo che si confonde con l’antico, di un patetico che si mescola con l’apatico. Ammettiamo la confusione, ma come si può parlare di idillio? Anche in un minestrone, gli elementi mescolati non si omogeneizzano interamente.

    2. Scrivi: «il ritardo storico accumulato dalla poesia italiana del Novecento nell’apprestamento di una area post-modernistica e/o post-contemporanea, si sia rivelato un fattore molto negativo che ha influito negativamente sullo sviluppo della poesia italiana ritardando, nei fatti, la visibilità di un’area poetica che poneva al centro dei propri interessi la problematica dell’«autenticità» e dell’«identità»».
    Ti chiederei di chiarire cosa intendi per ‘autenticità’ e ‘identità’ in poesia, possibilmente facendo esempi in positivo e in negativo.

    3. Resta per me equivoco l’uso che fai del concetto di «poesia piccolo-borghese». Te l’avevo fatto rilevare già in passato (qui:http://www.backupoli.altervista.org/IMG/LINGUAGLOSSA_Intervento_di_Abate_luglio_2010.pdf). Se è «poesia piccolo-borghese» quella degli autori che tu collochi nelle categorie del «minimalismo romano» e dell’ «esistenzialismo milanese degli anni Ottanta e Novanta», vorrei che spiegassi perché non lo è quella del «modernismo e del post-modernismo».

    4. Scrivi: «la stagnazione stilistica è oggi ben visibile in Italia e si manifesta con la spia della disaffezione dei lettori verso la poesia del minimalismo e del micrologismo. Ed i lettori fuggono, preferiscono passeggiare o guardare la TV».
    Chiariamo: se il criterio per valutare la «stagnazione stilistica» è la fuga dei lettori, non si può affatto dire che i lettori fuggano soltanto dalla poesia del minimalismo e del micrologismo. Essi fuggono o sono disaffezionati a tutta la poesia in generale e non solo a quella che ha adottato un determinato, sia pur discutibile, stile. Il problema è più vasto. Neppure la poesia più succube dello stile dei mass media o della TV riesce ad ottenere l’attenzione di un consistente numero di lettori. Il «pubblico della poesia» resta limitato per ragioni storiche ben complesse, non riducibili secondo me alle scelte stilistiche dei poeti.

    5. Condivido in buona parte la critica al «mitomodernismo», ma non parlerei d’ingenuità filosofica per gli autori che seguono questa linea poetica. Essi recuperano più o meno bene concetti “premoderni” o “pre-storici” come Anima, Visione, Ispirazione, Destino, Avventura; e temo che per loro questa sia appunto una scelta di «autenticità», per me quanto mai discutibile.

  2. A proposito di poesia e di scarsità di lettori.
    Mi è capito di leggere, per caso ma in buona coincidenza con un punto del discorso, del “solito” Fortini stamattina:

    AI POETI

    Di secco orrore e di tremante logica
    facciamo versi! E’ perfetto i ltempo:
    in sé confuse e ostinatamente
    per pazienza indistinte e per paura
    le classi affollano i cinema, i tram,
    si triturano a sciami…

    (da “Traducendo Brecht I”, in “Una volta per sempre”, p.217, Einaudi 1978)

  3. giorgio linguaglossa

    caro Ennio,
    risponderò soltanto ad uno dei quesiti che mi hai mosso: quello sull’essenza «piccolo borghese» della poesia italiana della seconda metà del Novecento. Inizierò portando una prova a mio discarico, cioè proponendo (come poesia non piccolo borghese) ai lettori del blog una poesia inedita di Luigi Manzi di recente apparsa su un blog:

    L’eco di Luigi Manzi

    Raggiungimi, dunque. Qui si tocca il cielo stellato
    e il richiamo della ghiandaia pulsa ininterrotto.
    A notte alta viene l’eco del cane forestiero
    che al fondo delle valli insiste
    e s’arrovella.

    Forse sei in cammino. Ascolto il suono dei passi sul selciato
    rimandati dall’andito.

    Resto in attesa. Nel buio gelido risuona
    il canto liquefatto del viandante che si ferma all’angolo
    e al tuo somiglia; eppure tu sei altrove
    e lui, per darmi ristoro,
    a poco a poco s’addormenta, lascia che la melodia
    si stemperi sulle labbra
    e lenta
    si disperda.

    Vedi, una volta Pasolini disse che leggendo una poesia lui percepiva subito il sapore dei soldi, del salario che stava dietro quella poesia (dell’autore). Ecco, io direi che della poesia che data dalla seconda metà del Novecento, se avvicini l’orecchio alla sua palinodia o al tinnire della sua hilarotragoedia, puoi sentire il tinnire delle stoviglie: da cucina o di alto bordello dove si celebra il rito sacro di Atteone sbranato dai cani (qui i cani sono il salario e chi te lo dà), puoi avvertire, come nella poesia di Giovanni Giudici, il mandato catto-comunista di attenzione alla vita quotidiana degli “umili”, cioè i piccoli borghesi che edificavano a quel tempo la nazione.
    Si può dire di tutto di questa poesia di Manzi, e il contrario di tutto, tranne che dietro di essa non ci senti alcun sentore della piccola borghesia; c’è una estraneità assoluta alla Attualità, al Quotidiano, al Privato (e alla ideologia hillmaniana dei nostri tempi). La poesia di Manzi prende le distanze da tutto (non è né di destra né di sinistra, non punta al centro, né al cielo della cielità né alla terra della presunta terrestrità).
    È una poesia senza mandato, senza mandatario e senza messaggio. È una poesia che non si rivolge a nessuno né vuole convincere nessuno.
    Per questo è una poesia convincente, una grande poesia.

  4. sabino caronia

    …prendendo spunto dalla folgorante conclusione dell’articolo di Linguaglossa, vorrei richiamare una considerazione di Leopardi quando scrive che” dove molti sanno poco ei si sa poco” e “dove pochi sanno molto si sa molto”.
    Quindi la necessità del poeta di fare parte per se stesso e non di essere portavoce di istanze che poi non trovano sulla carta riscontri autorevoli.

    Sabino Caronia

  5. emilia banfi

    Bella poesia quella di Manzi, direi una poesia poesia. Vive di se stessa e raggiunge l’apice volgendo lo sguardo al poeta che contraccambia con eguale sincerità e raffinatezza. Ma i tempi purtroppo cambiano… –
    Grazie a Linguaglossa per questa preziosa scelta. Emilia Banfi

  6. A Linguaglossa:
     
    La poesia di Luigi Manzi è una bella poesia, ma non aiuta a chiarire  l’uso secondo me equivoco del termine «piccola borghesia». Ora anzi parli addirittura di «essenza «piccolo borghese»; e cioè sottrai la categoria al piano storico, l’unico per me valido per  non sfondare verso una sorta di “metafisica sociologica”.
    Se ci atteniamo a tale piano,  sarà chiaro che possiamo ( o si poteva almeno fino agli anni Settanta del Novecento) parlare con una certa precisione di  piccola borghesia. Era la classe intermedia (e tutto sommato secondaria) tra la borghesia e  il proletariato, le due protagoniste del conflitto “fondamentale” nella società capitalistica. È la visione classica marxista, che in certe sue ripetizioni scolastiche ha, quando erano forti i partiti della sinistra socialista e comunista,  alimentato purtroppo atteggiamenti moralistici e di svalutazione nei confronti della piccola borghesia e da parte degli stessi  intellettuali piccolo borghesi, spesso tra I più più sensibili al “conflitto di classe”, che pareva imponesse loro di di stare, appunto, o con i dominatori (borghesi) o con i dominati (proletari o operai).
    Questo residuo moralismo, oggi di segno ribaltato per  il crollo di quelle ideologie, mi pare emerga nel tuo commento quando parli di Giovanni Giudici ed ironizzi sul «mandato catto-comunista di attenzione alla vita quotidiana degli “umili”, cioè i piccoli borghesi che edificavano a quel tempo la nazione».
    Ma non mi pare neppure che regga la contrapposizione netta che vedi tra Manzi e Giudici o tra la poesia di Manzi e quella di Giudici.
    Non so quale sia l’estrazione sociale di Manzi, ma non credo sia troppo diversa da quella di Giudici o da quella nostra, cioè di  appartenenti al ceto medio (in via d’impoverimento) che possiamo considerare l’erede della piccola borghesia del secondo Novecento. Quindi, sul piano strettamente sociologico, piccolo borghese era Giudici e piccolo borghese all’incirca sarà anche Manzi.
    Ma spostandoci sul piano simbolico, ti pare che l’attenzione «alla Attualità, al Quotidiano, al Privato» possa essere un attributo  esclusivo di una poesia “piccolo borghese”? E dove stanno allora Manzi  e  la sua poesia, ammesso che riescano a prendere «le distanze da tutto» (un “mistero” davvero per me inspiegabile se Manzi vive in questo nostro povero Paese) o non siano «né di destra né di sinistra»  e non puntino « al centro, né al cielo della cielità né alla terra della presunta terrestrità»?
    Posso ammettere chela sua sia « una poesia senza mandato, senza mandatario», ma «senza messaggio»? E poi davvero «non si rivolge a nessuno né vuole convincere nessuno»?
    Resto alquanto scettico.  A me pare che, per correggere le distorsioni di una certa poesia “impegnata” o “propagandistica” di anni passati, si finisca per attribuire l’etichetta di «grande poesia» solo a quella che ha perso  o cela i suoi legami con la storia e la realtà. (E sia chiaro che qui non  mi sto pronunciando né su questa poesia di Manzi né su di lui).

  7. giorgio linguaglossa

    Caro Ennio,
    le tue obiezioni sono sempre appuntite e hanno il merito di stimolarmi, e colgono sempre un bersaglio anche quando mancano il centro. È una prerogativa della tua onestà intellettuale, che io stimo più di ogni altra cosa al mondo: appunto l’onestà (intellettuale).
    Per parlare di quello che io intendo per «autenticità» e «identità» dovrei scrivere un trattato, cosa impossibile ovviamente, perché non ne ho né i mezzi, né la competenza né il tempo. Però ti rispondo nel modo più schietto e diretto citando una poesia di Anna Ventura dal titolo «La parola alle cose», tratta dalla raccolta “Le case di terra” (1990).

    Altissima sui sugheri,
    cammino per le stanze.
    E’ estate.
    Sposto un calamaio pesante,
    raddrizzo un fiore
    nella polla d’acqua
    di un vaso di cristallo.
    In questi stessi spazi,
    ampliati da un ordine chirurgico,
    ieri,
    uno sciame di vespe mi seguiva.
    Oggi tocco la realtà e le cose:
    angoli e superfici tonde,
    la lucentezza degli specchi,
    la scarna ruvidezza del coccio,
    la porcellana bianca
    del bricchetto del latte,
    il tegamino d’alluminio
    dei tempi della guerra
    -oro e rame alla patria-. Ora
    mi pare di capire
    perché Morandi dipingeva da recluso,
    trincerato oltre una fila
    lunghissima di stanze: le cose
    vogliono un grande silenzio
    prima di prendere la parola.

    La Ventura viene dopo il decennio de “La parola innamorata”, del post-sperimentalismo e del primo minimalismo romano-milanese, un vero e proprio diluvio di luoghi comuni e di banalismi di massa. La Ventura si pone la seguente parola d’ordine: diamo finalmente «la parola alle cose», facciamo parlare le «cose» e lasciamo stare le «parole» ormai troppo inquinate dai paroliferi e dagli alfieri delle parole d’ordine dei modelli maggioritari; nella sua poesia non c’è più traccia di «mettere la vita in versi» (di un Giudici che farà scuola e pessimi allievi), non c’è più traccia dei pasolinismi alla Gianni D’Elia (poesia di seconda e terza mano), qui non c’è traccia di fare poesia orfica (di seconda e terza mano: Alessandro Ceni e coetanei), non c’è più traccia del post-sperimentalismo auto referenziale di un Edoardo cacciatore e dei suoi innumerevoli imitatori, qui si va alla radice, e cioè di dare la parola alle cose. Mi sembra un coraggioso tentativo di fare tabula rasa di tutto ciò che i poeti citati e i loro epigoni (di seconda e terza mano) hanno fatto e contraffatto: uno sciame di scritture epigoniche che aveva la piccola borghesia massmediatizzata quale contro valore e controllore di quelle scritture nefaste.

    Occorre distinguere la nozione sociologica di «piccola borghesia» da quella di carattere estetico di referente delle scritture poetiche destinate al consumo massmediatizzato di quella classe che nel corso del tardo Novecento e negli anni Dieci diventa una massa fluida e floreale. Dopo il Craxismo arriva la finta sinistra post-comunista del partito democratico e il fenomeno di teatro Berlusconi, e quella che era una classe ora diventa un Ceto Medio Mediatico in via di impoverimento sempre meno decisivo e importante per le sorti del Capitale finanziario.
    Voglio dire: la poesia del tardo Novecento come reagisce a questa situazione?
    A me sembra che ci siano state e ci siano, qua e là, delle prese di posizione da parte dei migliori poeti dinanzi a questa situazione macro culturale. La poesia di Anna Ventura è una di queste: salta il «referente» della «piccola borghesia», cioè non si rivolge più a quella piccola borghesia democristiana e cattocomunista del tempo di Giudici che nel frattempo è scomparsa, ma si rivolge ad un interlocutore impalpabile e indistinto (che non c’è e che non si sa se mai ci sarà).

  8. emilia banfi

    Prego Linguaglossa di mandarcene ancora di queste perle. La vita e le cose sembrano riprendere energia ,un qualcosa di dimenticato, sepolto sotto le speranze e l’indifferenza. Non sogni nè fantasie, ma il mondo che trova una realtà stimolante e, soprattutto, rinasce il senso della poesia attraverso uno sguardo pulito. In fondo le cose tutte, le nostre cose, siamo noi, le abbiamo chiamate per poter vivere con esse, guardiamole. Emilia Banfi

  9. Le difficoltà della forma-poesia partono da lontano, dalla parola che nomina le cose e nominandole le de-realizza. Bisognerebbe capire fino a che punto ci si è spinti con le denominazioni e quanta distanza si è creata con la realtà. Paradossalmente la scrittura più povera sarà quella che più le si avvicina (la rosa è la rosa…). Il problema dell’autenticità sorge di conseguenza. Se la poesia degli oggetti non basta alla filosofia bisogna che la poesia dichiari apertamente la sua irrealtà, che poi è quella del pensiero in relazione alle cose, non finga un’oggettività che non le appartiene e in questo sia onesta. Lo stile che nasce dal pensiero collettivo (o dall’inconscio) verrà riconosciuto come autenticamente moderno, ma non risolve la questione dell’autenticità in assoluto. Del resto si sa che gli assoluti appartengono al mito e lassù nessuna parola è reale. Lassù perfino la fame incanta.

  10. Ennio Abate

    A Linguaglossa e a Mayoor:

    1. Ammetto che sia difficile parlare in modo esauriente su un blog di un concetto importante (e ingombrante) com’è quello che chiamiamo della «autenticità», ma allora mi chiedo che senso abbia richiamarlo o evocarlo in una discussione come la nostra. Non voglio essere troppo drastico, ma non sarebbe meglio tacere di quello di cui non siamo in grado di parlare con semplicità ad interlocutori semplici? E mi permetto di notare che la poesia proposta di Anna Ventura, pur essendo una buona poesia come quella precedente di Manzi, non risponde in modo soddisfacente alle obiezioni che facevo né aiuta ad intendere meglio per altra via ( quella poetica viene spesso presentata come una via più diretta e meno noiosa o “intellettualistica” per accedere alla “verità”…) l’autenticità.
    Perché?
    Perché secondo me è un’ingenuità “animistica” (che, espressa in poesia, fa simpatia ma non aiuta a risolvere il nostro problema) aspettarsi che le cose vogliano qualcosa o prendano la parola. Anche quando noi facessimo «un grande silenzio» e fossimo ormai stufi di ascoltare quelle «troppo inquinate dai paroliferi e dagli alfieri delle parole d’ordine dei modelli maggioritari».
    Va bene far tabula rasa di tutto ciò che ci appare contraffatto e risaputo, ma non bisogna sostituirlo con altre contraffazioni (metaforiche) che hanno solo il tono della semplicità e dell’immediatezza. (Sarebbe questa l’autenticità?).
    Mayoor indica bene la questione che la poesia di Anna Ventura aggira e semplifica: come fa a “toccare” la realtà e le cose un poeta o una poetessa se non ha chiaro «fino a che punto ci si è spinti con le denominazioni e quanta distanza si è creata con la realtà»? Se, in altre parole, non sappiamo bene cosa indichiamo quando usiamo per certe cose la parola ‘realtà’ e le parole – fluviali o selezionate – “vanno per conto loro”?
    Non mi si dica, per favore, che la realtà, di cui noi qui stiamo a discutere e a preoccuparci e cje vorremmo capire meglio e di più, sia riducibile a quella che la poetessa ha sotto il naso o sotto mano (angoli e superfici tonde,/la lucentezza degli specchi,/ la scarna ruvidezza del coccio,/la porcellana bianca/ del bricchetto del latte,/il tegamino d’alluminio/ dei tempi della guerra ). Con tutta la simpatia che ho per gli oggetti nominati in questa poesia e per i quadri di Morandi.

    Con Mayoor sono d’accordo quando dice che la poesia (o il pensiero) non debba fingere un’oggettività che non le appartiene. Mi pare però d’intravvedere nella sua posizione una rinuncia alla conoscenza (ardua, senza garanzie) della realtà, quando invita la poesia ( i poeti) a dichiarare «apertamente la sua irrealtà». Come a dire: contentiamoci di essere onesti, dichiariamo che quando facciamo poesia de-realizziamo le cose, ce ne allontaniamo (e che, anzi, ce ne allontaniamo di più se la scrittura non è “povera” ma pretende chissà cosa…), mettiamoci l’anima in pace, lasciamo la “realtà” ai “realisti” o ai pragmatici e teniamoci noi l’«irrealtà».

    • Caro Ennio, la realtà che osservo è che sto scrivendo qui per risponderti e sarà la tua mentre leggerai. Dostoevskij, in “Memorie del sottosuolo”, pone a confronto la realtà interiorizzata con la realtà sociale (“Io sono solo, e loro invece sono tutti”), pone il problema di essere sinceri in primis con il proprio io se non altro per proteggersi dalle forze esterne che agiscono più o meno consapevolmente su ciascuno. Nella seconda parte l’autore sembra voler uscire dalle pagine del libro per prendere di petto il lettore, inchiodandolo al proprio sguardo e senza dargli alcuna possibilità di fuga. La lettura si fa esperienza viva e diretta. L’esempio è estremo, ma possiamo azzardare che l’irreale delle narrazioni può essere considerato a tutti gli effetti come realtà altra, realtà che prende vita. Non potremmo parlare di creazione, per nessuna opera d’arte, se non fosse così. Inoltre è merito della rappresentazione se la realtà può essere considerata con distanza in modo da poter essere meglio osservata, contemplata, considerata. Leggendo poesia si ha spesso l’impressione di stare al cospetto di forme di identificazione assolute tra se’ e ciò che l’autore va dicendo, ma per il poeta si tratta di situazioni momentanee, per straordinarie che possano sembrare, dove si fa opera d’arte (Il poeta non è un mistico). Questo momentaneo identificarsi diventa l’elemento comunicativo che, come l’acqua quando si fa neve, diventa realtà nella realtà.
      Poi non professo alcuna rinuncia alla conoscenza, ci mancherebbe, mi limito ad osservare il pensiero per ciò che è nella sua “fisicità”, pensiero che in poesia si fa arte del pensiero stesso. In questo caso resto però consapevole del fatto che mi sto calando volutamente nel “samsara”. Non possiamo pensare al pensiero pensante, oltretutto sarebbe una inutile perdita di tempo. Osservare non è pensare ma il discorso si farebbe lungo. La mia critica alla ragione parte grosso modo da qui. Sarebbe solo scetticismo se non ci fosse amore per la conoscenza e per la scrittura, e senza contare tutto ciò che ci rende partecipativi gli uni agli altri. Con consapevolezza ma senza doveri, altrimenti addio libertà (ardua e senza garanzie).

  11. emilia banfi

    Le cose ci parlano al momento della loro nascita ma noi le ascoltiamo con il nostro bisogno di possederle. Solo il loro silenzio, nel tempo, quando ci saremo abituati a vederle a toccarle parleranno del loro tempo quello del valore che avevano e che inevitabilmente avevamo dimenticato. La realtà dell’oggi non fa mai giustizia al passato delle cose, esse vanno viste, toccate, pensate e se vogliamo onorate per la loro vita di cose. Il silenzio delle cose rappresenta il silenzio della vita che si perde dentro le cose. Emilia Banfi

  12. Ennio Abate

    A Luciana Sanguigni:

    Ci sono almeno due equivoci in quello che mi attribuisce ( o mi fa dire):
    1. l’affermazione “lasciamo la “realtà” ai “realisti” o ai pragmatici e teniamoci noi l’«irrealtà»” non la condivido; la deducevo (ironizzando) dalle posizioni di Mayoor.
    2. lo stesso vale per l’«irrealtà».

  13. CHIARIMENTO
    E’ da alcuni giorni che all’indirizzo di moltinpoesia@gmail.com
    arrivano messaggi firmati ‘Luciana Sanguigni’ con la richiesta di cancellazione dei commenti a firma ‘Luciana Sanguigni’.
    Ben disposto a cancellare i commenti, ho però chiesto alla persona che così si firma di lasciare un numero telefonico o un recapito postale per avere una conferma della veridicità della richiesta. Ma quella che per me resta un ignoto o ignota non ha voluto. Non so se si tratti di scherzo o altro. E non m’interessa indagare.
    Da oggi in poi cancellerò tutti i commenti come quello qui sopra e non risponderò più alle sue mail.

    • GiorgioLinguaglossa

      caro Ennio Abate,

      Leo Spitzer ci ricorda che «a qualsiasi emozione, ossia a qualsiasi allontanamento dal nostro stato psichico normale, corrisponde, nel campo espressivo, un allontanamento dall’uso linguistico normale; e, viceversa… un allontanamento dal linguaggio usuale è indizio di uno stato psichico inconsueto».

      In autori come Giudici e Pagliarani (per fare solo due nomi) l’aspetto saliente della loro poesia è datoi dall’«effetto per evocazione» mediante la raffigurazione del loro ambiente piccolo borghese o dell’ambiente socio culturale e lavorativo nel quale vivono e si muovono i loro personaggi. Di qui lì’impronta “realistica” del loro modo di procedere; ma si tratta di un “realismo” quanto meno datato, oggi direi anche invecchiato, una procedura oggi non più utilizzabile se vogliamo. Pensare a certi effetti di sociostilistica di cui la loro poesia abbonda è, oggi, quantomeno operazione di nostalgia, operazione analgesica, numismatica.
      È molto probabile che nel prossimo futuro la poesia di Giudici, di Pagliarani e dei loro epigoni, invecchi rapidamente tanto da rendere obsoleta e illeggibile quella poesia. Voglio dire che il Tempo entra prepotentemente nella forma-poesia facendola invecchiare, rendendola inservibile e illeggibile. Il Tempo è un agente attivo nelle opere d’arte.
      Voglio dire che legare la problematica della autenticità ad un impegno sociolinguistico che la poesia deve avere (come facevano Giudici e Pagliarani), appare oggi come un atto di declinabile e deplorevole ingenuità.

      Uno dei problemi che io ho posto con il libro “Dopo il Novecento” è appunto quello di propugnare una poesia della “autenticità” senza cadere nella trappola sociostilistica in cui erano caduti i poeti citati; resta certamente questo un problema aperto che non sta al critico risolvere ma ai poeti. Il critico può tuttalpiù rilevare certi elementi di criticità, non può né deve indicare le soluzioni. Io direi che mettere nella giusta luce il problema dell’autenticità in poesia ci risolverebbe anche quello immediatamente seguente di: quale stile?, quale Forma?

  14. Livia

    Secondo me una poesia della “autenticità” dipende dalla “autenticità” di colui che scrive poesia.
    Tale autenticità non riguarda, però, solo stile e forma, ma anche contenuto, cioé il profondo mondo interiore dell’artista, far sentire la voce poetica nella società in cui vive; inoltre egli deve assumersi l’onere di lasciare un messaggio ai posteri.

  15. Il tempo e gli eventi. La ragazza Carla sorriderà. Ma non pensate che ciclicamente avvenga il momento della decadenza? che ne fu dei Simbolisti russi di fine ‘800? e che dire dei modernisti italiani di fine ‘900? chi può dirsi autenticamente decadente? Eppure va detto che la decadenza ha generato fenomeni bizzarri, in pittura Paolo Uccello… ma fu perché arrivò il giovane Masaccio, e in Russia la rivoluzione.

  16. Ennio Abate

    “Secondo me una poesia della “autenticità” dipende dalla “autenticità” di colui che scrive poesia.” (Livia)

    Fin quando non ci convinciamo che l'”autenticità” va verificata ( e lo si può fare più “facilmente” sui testi che andando a scavare nel “profondo mondo interiore dell’artista”, dove l’analisi, come ben sapeva Freud è interminabile) e non proclamata come intenzione o obiettivo ideale, perdiamo tempo.

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